Alta Terra di Lavoro

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RIBELLI E BRIGANTI (IV)

Posted by on Lug 23, 2022

RIBELLI E BRIGANTI (IV)

LA BATTAGLIA DI MAIDA E L’INSURREZIONE CALABRESE

Mentre in Sicilia gli inglesi preparano uno sbarco in Calabria, a Napoli il governo centrale e, nelle province, i vari comandanti militari sottovalutano quanto avviene nei territori occupati.

Convinti che la forza e il terrore siano le sole armi necessarie per mantenere il paese, i francesi ignorano la reale situazione delle provincie. Convinti di trovarsi tra popolazioni incapaci di aspirazioni e di ideali, essi persistono nella erronea convinzione che i loro oppositori siano soltanto briganti e delinquenti comuni. Interessati a non rendersi ostili nelle province il ceto dei proprietari ed i ricchi galantuomini, i francesi non tengono conto dei contrasti sociali che, già manifestatisi nel 1799, minacciano seriamente la stabilità del nuovo regime. Essi non riescono a comprendere che i ceti popolari, come già alla fine del Settecento, hanno bisogno di una bandiera per unirsi contro gli oppressori di sempre che, per mantenere antichi privilegi, hanno aderito al nuovo regime principalmente perché questo riconosce loro il ruolo di classe dirigente. Anche in Basilicata gli uomini preposti al comando della provincia ignorano i preparativi inglesi per una offensiva nelle province occupate.

Il viaggio di Giuseppe Bonaparte in Calabria, dove i vari notabili, i galantuomini, i ricchi proprietari terrieri si affrettano a manifestare tutta la loro simpatia al nuovo regime, il provvedimento con cui Napoleone nomina il fratello sovrano di Napoli, la repressione del moto insurrezionale occasionato a Soveria da un atto prepotente di un ufficiale francese e che si è rapidamente esteso sino ai paesi del versante tirrenico, la reazione violenta contro gli insorti di Pedace sembrano rafforzare la posizione dei francesi in Italia Meridionale.

La perdita di Capri, conquistata dagli inglesi mentre a Napoli rientra da sovrano Giuseppe Bonaparte e poi, a distanza di pochi giorni, la caduta di Ponza sono un segno premonitore di una imminente offensiva. Mentre il colonnello Hudson Lowe, comandante del presidio inglese di Capri, addestra alla guerriglia anche galeotti liberati a Ponza per destinarli alle bande armate che già operano nelle province occupate dai francesi, per tentare una azione di vasta portata in Calabria gli inglesi mantengono nei paesi del Mezzogiorno d’Italia continui contatti con elementi antifrancesi. Non soltanto in Basilicata, ma anche in Calabria, dove tutto dovrebbe far temere uno sbarco inglese, da parte dei francesi si mostra un eccessivo ottimismo che il Mozzillo, giustamente, ritiene dovuto alla scarsa consapevolezza di quanto sta accadendo.

Dopo la repressione dei moti di Pedace e il sacco seguito dall’incendio di questo centro abitato, manifestazioni ostili ai francesi si verificano un po’ ovunque. La rivolta di Verbicaro seguita da uno sbarco inglese a Scalea nella notte tra il 23 e il 24 maggio e, nei primi giorni di giugno, l’attacco inglese alla marina di Cetraro e la spedizione di una banda di duecento armati contro Crotone sono episodi che, nei rapporti ufficiali, vengono minimizzati. Nonostante vengano diffusi proclami inglesi e borbonici, da Cosenza il preside della Udienza della Calabria Citeriore, come già il Pignatelli dalla Basilicata, rassicura Napoli che i briganti vanno scomparendo e che non vi è nulla da temere, neppure dagli inglesi, la cui presenza si riduce a fatti insignificanti. La diffusione a fine giugno nei paesi calabresi del proclama con cui Ferdinando IV, autorizzando i suoi sostenitori ad arruolar gente armata, comunica di avere affidato agli inglesi il comando dell’armata destinata a riconquistare il Regno di Napoli, è seguita, dopo pochi giorni, dallo sbarco inglese nel golfo di Sant’Eufemia e alla sconfitta subita il 4 luglio a Maida dal generale Reynier.

Abbandonata la Calabria Ulteriore agli inglesi dall’armata francese in ritirata, il generale John Stuart esorta le popolazioni calabresi ad unirsi a lui per inseguire il comune nemico e restituire il Regno al suo legittimo sovrano. L’armata britannica – tiene a precisare nel suo appello il generale Stuart – non è venuta tra voi per dar luogo alle vostre intestine animosità, ma per proteggervi e liberarvi dalla tirannia dei francesi… Quelli che ci ubbidiranno e si uniranno a noi, nonostante il loro passato attaccamento al nemico, saranno perdonati e protetti. Al contrario – ammonisce il generale inglese – coloro che, sotto qualunque pretesto, ardissero di non prestarci la loro assistenza, saranno rigorosamente puniti.

Il successo inglese, l’abbandono da parte dei francesi del territorio a sud di Maida e l’appello del generale Stuart alle popolazioni calabresi hanno notevole ripercussione in Calabria. L’intera regione ora insorge. Seminando ovunque il terrore e la distruzione, le forze francesi ripiegano verso il nord con il proposito di fissare a Cassano, nella Piana di Sibari, il centro della loro resistenza. Le bande calabresi, esortate alla rivolta dall’appello inglese, puntano verso Napoli: i ribelli sono convinti, così come teme Giuseppe Bonaparte, che la loro marcia verso la capitale sarà protetta da forze inglesi sbarcate sulla costa tirrenica.

Contro ogni previsione, pero, ad inseguire i francesi in ritirata saranno soltanto bande disordinate di insorti: gli inglesi che hanno provocato la rivolta delle popolazioni calabresi ed armato i ribelli rimarranno estranei al fermento che agita il paese dopo la rotta subita a Maida dai francesi e l’appello alla rivolta del generale inglese. Ordini superiori pervengono al comando inglese in Calabria perché rinunzi a sfruttare la vittoria. Charles Fox, che dopo la caduta del ministero Pitt a seguito della morte del suo presidente, ha assunto la direzione della politica estera inglese, tende ad una intesa con Napoleone. L’offensiva inglese nel Regno di Napoli ostacolerebbe le trattative già iniziate con il Talleyrand. E il generale Stuart e l’ammiraglio Sidney Smith, attenendosi alle direttive del loro governo, abbandonano gli insorti e si ritirano nelle loro basi in Sicilia. Nessuno in Calabria, però, teme di essere abbandonato dagli inglesi ed i ribelli inseguono le forze francesi in ritirata con il proposito di accerchiarle e di costringerle alla resa.

Mentre sul versante jonico, oltre la Piana di Sibari, armati sbarcano alla Foce del fiume Canna per spingersi verso il Sinni e controllare, in tal modo, la strada che oltre il Pollino porta dallo Jonio verso il Tirreno, sul versante occidentale della Calabria bande di insorti superano Campotenese e, oltre il Lao, raggiungono Lauria e il 19 luglio occupano Lagonegro ed inseguono i francesi in fuga fino a Padula, nel Vallo di Diano.

Fallito un tentativo su Campestrino per aggirare le forze francesi che si sono fermate nella Certosa di Padula da cui controllano la valle del Tanagro minacciata dalle bande stanziate sui monti lucani della valle del Bianco, gli insorti rafforzano la loro posizione sul versante tirrenico della Basilicata: padroni di Lauria, presidiata dal capitano de Cardone con le forze che lo hanno seguito dalla Calabria, e padroni di Lagonegro dove nuove forze sono state inviate da Cosenza, gli insorti comandati dal Necco contano su Maratea e sulla presenza di un reparto calabrese che, sbarcato a Policastro il 25 luglio, controlla le montagne a nord di Sapri.

Contano ancora gli insorti sui paesi del versante lucano del Pollino: Rusciani, lo riconosce, lo stesso comandante militare della Basilicata, è riuscito a suscitare in questi paesi un profondo sentimento antifrancese e, avvalendosi di elementi della media e della piccola borghesia, ha reclutato uomini disposti a battersi contro il nuovo regime. Queste bande non controllano soltanto la valle del Sarmento, ma anche le valli del Sinni, dell’Agri e del Sauro sino alla Lata. E dal Pollino, lungo la valle del Lao, sono scesi gli insorti di San Severino Lucano guidati dal sacerdote Pasquale Perrone spingendosi fino a Santa Domenica dopo essere stati accolti a Papasidero che ha innalzato le bianche bandiere borboniche alle prime notizie della rotta dei francesi. A Santa Domenica sono scesi anche gli insorti di Verbicaro per unirsi alla banda costituita a Santa Domenica da Matteo Perrone. Il sacerdote di San Severino Lucano e il popolano di Santa Domenica hanno l’ordine di condurre i loro uomini, sono circa seicento, a Lagonegro per unirsi alle forze del Necco.

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