Alta Terra di Lavoro

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RIBELLI E BRIGANTI (IX)

Posted by on Lug 29, 2022

RIBELLI E BRIGANTI (IX)

LA RESA DI LAGONEGRO E IL SACCO DI LAURIA

Il successo degli insorti è, però, di breve durata. Essi non possono più contare sull’aiuto inglese: per la mutata situazione politico-diplomatica, in corso le trattative che il Talleyrand conduce con il Fox per il riconoscimento della conquista francese del Regno di Napoli e la eventuale consegna della Sicilia a Napoleone, gli inglesi abbandonano di fatto gli insorti meridionali mentre la resa di Gaeta del 18 luglio 1806 consente a Giuseppe Bonaparte di inviare in Calabria al comando del maresciallo Andrea Massena le truppe sino ad allora impegnate a Gaeta. Lo stesso sovrano preannunzia il 29 luglio al Pignatelli l’invio di nuove truppe contro gli insorti.

Il Massena ha ordini categorici. Contro i ribelli non basta, come hanno fatto si n’ora le Commissioni Militari istallate nelle province meridionali subito dopo la conquista francese, applicare l’art. 8 del titolo 4 della legge del 21 brumaio dell’anno V che prevede, in tutti i paesi occupati dalle armate repubblicane, la pena di morte per i rei di rivolta, di sedizione o di semplice disobbedienza anche nella ipotesi del tentativo senza conseguenze. Bisogna trattare questa gente alla stregua dei delinquenti comuni: non sono combattenti, ma volgari brigants, le cui azioni non trovano giustificazione alcuna. Non meritano alcuna benevolenza. Il loro comportamento non ammette il perdono: per mantenere il paese occorrono misure straordinarie e la massima energia. La rappresaglia – sostiene Napoleone nel dare disposizioni al nuovo sovrano di Napoli impegnato a reprimere la rivolta – è giustificata e legittima. Il saccheggio e l’incendio dei paesi ribelli e di quelli che minacciano di ribellarsi e le fucilazioni in massa varranno ad incutere il terrore e l’obbedienza. E il Massena si uniforma alle disposizioni impartite da Napoleone. Anche in Basilicata la repressione sarà violenta e sanguinosa. Chi sfugge ai massacri, viene inseguito, braccato e, per non cadere nelle mani di uomini che hanno l’ordine di passare per le armi chiunque abbia cercato di opporsi all’invasore, è costretto a darsi alla guerriglia che, per la cieca crudeltà e la inumana ferocia dei conquistatori, degenera nel brigantaggio.

In attesa degli aiuti promessi da Napoli il Pignatelli impartisce al generale Vernier

l’ordine di riorganizzare gli uomini che lo hanno seguito a Matera nella sua ritirata dalla Piana di Sibari e di portarsi sulla costa jonica per ristabilirvi l’ordine e raggiungere, in Calabria, il generale Reynier. Inoltre prende tutte le misure per impedire che la rivolta possa estendersi anche nel Potentino.

Per chiudere le strade che dall’Agri portano verso l’alta e la media valle del Basento vengono rinforzati i presidi francesi di Calvello, di Laurenzana e Stigliano, mentre da Bernalda e da Policoro, ora che le forze del Pannarese, decimate a Rocca Imperiale, riparano verso la Calabria inseguito dal generale Vernier, reparti armati risalgono il Sinni per ridurre all’obbedienza Senise e Chiaromonte. Respinti dall’Enchenbronnes gli insorti che, al comando di Francesco Borrello di Fardella e di Giuseppe Tafuri di Cassano, hanno occupato Senise, dove soltanto un prete, che sarà fucilato dai francesi, non ha seguito la popolazione insorta contro i brigants borbonici, anche a Chiaromonte la popolazione si unisce al reparto francese contro gli uomini di Borrello e del Tafuri. Impotenti a resistere in un paese ormai ostile, decimati dai francesi e dalla Guardia Civica, gli insorti abbandonano il paese, si disperdono in piccole bande e riparano in Calabria.

Anche sul versante tirrenico gli insorti non riescono più a tenere le loro posizioni. Una armata di seimila uomini al comando del maresciallo Massena supera facilmente Campestrino, sale lungo il Tanagro, presidia Teggiano, Padula e Montesano sulla Marcellana e da Casalbuono muove contro Lagonegro. Il 4 agosto, abbandonata dagli insorti che ripiegano su Lauria, la città è posta al sacco.

Il 7 agosto da Lagonegro l’armata francese muove contro Lauria: il sette all’alba – riferisce il 9 agosto da Rotonda il Massena al sovrano – sono partito da Lagonegro. Prima di mezzogiorno ero nei pressi di Lauria: questa città, uno dei focolai della rivolta, era occupata dai briganti, quegli stessi che, al comando di Vincenzo Geniale Versace, il 4 agosto, dopo strenua resistenza avevano abbandonato Lagonegro ai francesi. La città è in tumulto: il paese, nella quasi totalità, si oppone a chi consiglia la resa. Popolani e civili inferociti assalgono la casa dei Segreti, una ricca famiglia di Lauria ritenuta amica dei francesi, e massacrano il dottore in utroque jure Antonio e suo figlio Pier Francesco sospettati, per il loro atteggiamento, di essere disposti a tradire il paese e consegnarlo ai francesi che si avvicinano alla città. Poiché la campana batteva a martello da tre ore – continua nella sua Relazione il Massena – mi resi conto che bisognava agire con la massima rapidità. Gli ordini furono dati in pochi istanti: il generale Gardanne avrebbe attaccato la parte alta della città dalle colline che la sovrastano, mentre io avrei fatto circondare la borgata da un paio di compagnie di volteggiatori. Le prime truppe che si presentarono alle porte furono accolte a fucilate; si sparava sui soldati dalle alture che dominavano l’abitato e dalle finestre di ogni casa. I nostri tuttavia riuscirono a penetrare nell’abitato; ma tutte le strade, tutte le case erano barricate; non c’era altro mezzo…che appiccare il fuoco… L’incendio divampò immediato, i ribelli cercarono di darsi alla fuga e molti perirono sotto i colpi dei nostri valorosi soldati.

Conquistata la città e ammainato il vessillo della rivolta, i francesi contano, tra morti e feriti, venticinque soldati. Il parroco delta chiesa di san Nicola annota nel Liber mortuorun i lauroti caduti in difesa del loro paese: oltre il giudice a contratti ed un notaio sono diciotto, di cui soltanto tre popolani. Non sono soltanto venti i caduti in difesa del  loro paese o vittime del sacco nel corso del quale onnia… devastata fuere, et domus, et Ecclesiae depopulatae, et flammis incensae: Ad opera del maresciallo Massena – narra il cronista – circa mille cittadini caddero sotto il ferro nemico, cento quarantadue case furono preda delle fiamme in Lauria Superiore e due terzi di tutte le altre in Lauria Inferiore, e in esse le due chiese madri e il magnifico Convento dei Minori Osservanti. Il saccheggio fu generale, generale il pianto, la desolazione, il lutto. E non mancano tra i morti anche le donne: furono viste delle donne – ricorda il de Montigny- Turpin che era al seguito del Massena – donne in gran numero ed anche giovinette difendere le proprie case e il proprio onore e preferire la morte alla violazione del focolare domestico.

I morti non si contano: più di cento persone rifugiatesi nelle grotte furono sgozzate; e fucilati furono i fuggiaschi. In Lauria -scrive il Gachot nella sua Histoire militaire de Masséna, La troisiéme canpagne d’Italie – furono trovati quattrocento­diciassette cadaveri, fra cui erano quelli dei dodici cappuccini e di cinque preti; trecentodiciassette perirono fuori della città; trecentoquarantuno restarono prigionieri. Perciò dei millecinquecento difensori, solo un piccolo numero poté scampare. Gli individui presi che non portavano l’uniforme, per ordine di Massena finirono sulla forca. La presa della città – che contava novemila abitanti – fruttò ai francesi un bottino che fu venduto ai mercanti che seguivano l’armata, 90.000 ducati, ma – osserva il Gachot- naturalmente sarà valsa molto di più.

Caduta Lauria, reparti francesi si spingono verso Sapri dove fanno capo alcune bande che hanno cercato di ostacolare la marcia del Massena nel Vallo di Diano. Anche Sapri e Torraca, che non si sono affrettate ad accogliere i francesi come hanno fatto Rivello e il villaggio di San Costantino, vengono poste al sacco e date alle fiamme. Da Lauria ora i francesi procedono la loro marcia verso Cosenza lasciando alle spalle Maratea ancora tenuta dagli insorti. Il 9 agosto, superata Castelluccio, i francesi sono a Rotonda: il vecchio Gerardo de Rinaldis, che nel febbraio aveva accolto Francesco di Borbone e nel luglio non si era opposto al Versace diretto a Lagonegro, ora, vantando i suoi precedenti giacobini e repubblicani e la carica di presidente della Municipalità del paese nel 1799, scorta con la Guardia Civica le armate francesi sino ai confini della provincia.

Notevoli sono le ripercussioni dei fatti di Lagonegro e di Lauria sugli insorti che ancora mantengono nel centro della Basilicata l’alta val d’Agri.

Il comitato insurrezionale di Sarconi é nella impossibilità di controllare la situazione e, molto ridotta per le perdite subite a Lagonegro la sua Guardia Civica, non riesce ad impedire che nella limitrofa Moliterno riparino gli amici dei francesi ed i vecchi giacobini che hanno abbandonato Corleto e gli altri paesi che ancora sono con gli insorti. Grossi e piccoli centri a sud della Lata, sull’esempio di Castelsaraceno, abbandonano gli insorti, innalzano la bandiera francese e passano per le armi chi viene sorpreso ancora con la coccarda rossa dei Borboni. Mentre la situazione precipita, Marsicovetere, Tramutola, Montemurro e Armento accolgono emissari francesi scesi da Calvello e da Laurenzana per annunziare nuovi successi francesi nella valle del Sinni a Senise e a Chiaromonte, il sacco e l’incendio di Lauria e l’imminente arrivo del maggiore Casella diretto in val d’Agri per costringere alla resa e punire i paesi che ancora resistono ai francesi.

Il 7 agosto forze regolari al comando del maggiore Casella occupano Corleto, il 14 ristabiliscono l’ordine a Spinoso e, dopo aver disperso una colonna di insorti provenienti da Montemurro al comando di Domenico di Nubila, il 17 raggiungono Viggiano. Spie al servizio dei francesi hanno riferito che i briganti già da qualche giorno hanno lasciato Viggiano e che in questo grosso centro abitato gli elementi filoborbonici hanno perduto il controllo della situazione. Anche se il 29 luglio ha assistito al massacro dei de Cunto, vecchi giacobini distintisi nel 1799, e il 3 agosto alla fucilazione di un-sacerdote e di un giovane figliuolo del notaio de Cunto accusati di essere amici dei francesi, il paese è con i francesi, ed è pronto ad accoglierli. Le informazioni fornite al maggiore Casella risultano inesatte. Nonostante le “bande dei briganti” abbiano effettivamente lasciato Viggiano per raggiungere le forze borboniche che operano sul versante tirrenico, questa cittadina non accetta l’offerta di resa e tenta di resistere all’attacco. Prevalgono le forze regolari. Cadono a Viggiano il 17 agosto del 1806 quarantaquattro cittadini uccisi dalla truppa francese durante il sacco. Non si dà tempo ai superstiti di seppellire i loro morti. Si vuole dare un esempio che sia, più di quello di Lauria, di monito agli oppositori e ai nemici dei francesi. Il 22 agosto – annota l’arciprete Fabio Pisani nel Libro dei Defunti della chiesa parrocchiale – per ordine del Comandante Francese della Colonna Mobile di Basilicata cinquantasei abitanti, vengono fucilati nella strada tra il Peschiero e il muro del Giardino del Monastero della Terra di Viggiano e seppelliti nella grotta sopra la Cappella di Santa Lucia.

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