Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

RIBELLI E BRIGANTI (XII)

Posted by on Ago 1, 2022

RIBELLI E BRIGANTI (XII)

AGITAZIONI CONTADINE NELL’ALTA VALLE DEL BASENTO

La storia della Basilicata non è certo diversa da quella delle altre province del Regno di Napoli. Anche nei paesi lucani, e non soltanto durante il decennio francese, la storia è fatta di piccoli e gretti interessi privati, di ambizioni, di rancori personali, di opportunismi che sono alla base di fazioni locali in cui sono schierati, in opposte posizioni politiche, individui o gruppi familiari in lotta tra loro per ottenere, con la conquista delle cariche municipali, una posizione di preminenza nella vita locale.

Accanto a questi piccoli interessi, che denotano una mentalità gretta e meschina e che, a volte, degenerano anche in contrasti armati tra le diverse fazioni, non ne mancano altri di carattere più vasto e che interessano non il singolo, ma un ceto sociale non ancora in grado di realizzare le proprie aspirazioni.

Chi possiede la terra, unica fonte di ricchezza in un paese in cui profonde sono le differenziazioni economiche e sociali, ignora le condizioni in cui versano i ceti popolari e, in particolare, i contadini. Questi subiscono prepotenze e soprusi non solo dai baroni e dai loro agenti, ma anche dai galantuomini che dei contadini si servono come strumento nella lotta per il predominio nella vita sociale. Pur tuttavia non mancano, specie nei paesi più poveri della regione, contrasti tra chi detiene la terra e chi chiede di poter impiegare nel lavoro della terra le proprie braccia. Sempre latenti e repressi, questi contrasti esplodono spesso in violente manifestazioni popolari che si concludono con la momentanea occupazione di terre i cui possessori negano ai naturali l’esercizio degli usi civici. A Banzi, ad esempio, a Genzano, a Pietragalla, a Tito, a Rotondella, a Pomarico, a Pisticci, a Casalnuovo l’attuale San Paolo Albanese nella valle del Sarmento sulle falde del Pollino, a Francavilla sul Sinni, ad Accettura, a Tricarico, ad Albano, a Vaglio, a Tolve, a Rionero in Vulture, sin dalla fine del XVII secolo cittadini affamati di terra non hanno esitato ad armarsi per occupare pascoli e boschi sui quali è negato loro l’esercizio degli usi civici cui i contadini hanno diritto.

Manifestazioni del genere si verificano in Basilicata anche dopo la conquista francese. Pur comuni le cause e le origini con le agitazioni che hanno sconvolto i paesi del

Lagonegrese, delle valli dell’Agri, del Sinni e del Sarmento sin sulla costa jonica, le manifestazioni contadine che si concludono con la momentanea occupazione di terre non vengono considerate atti di brigantaggio. Le autorità militari e quelle giudiziarie non ritengono tali, ad esempio, le agitazioni popolari che nell’alta Valle del Basento provocano nel 1806 manifestazioni collettive conclusesi con l’occupazione di terre a Brindisi di Montagna e a Trivigno, due piccoli centri abitati del Potentino.

Non insorgono i contadini di Brindisi e di Trivigno contro il nuovo regime e contro i galantuomini amici dei francesi per sostenere la causa di Ferdinando IV. Anche essi, però, costretti a vivere in una spaventosa miseria, sono spinti contro il potere costituito. Non prendono, però, a pretesto la causa per cui sembrano essersi battuti gli insorti che, in Basilicata, hanno accolto l’appello del Rusciani e dei suoi agenti ed aderito al Comitato Insurrezionale di Sarconi nell’estate dei 1806. I contadini di Brindisi e di Trivigno reagiscono al sistema in cui persistenti sono antiche iniquità sociali che rendono sempre più grave il tormento delle popolazioni immiserite ed avvilite da prepotenze ed abusi non puniti né dal potere centrale, né dai suoi rappresentanti in provincia. In questi due centri abitati i contadini hanno fame di terra e, negato loro l’esercizio dell’uso civico nel bosco feudale, lo invadono per dissodarlo.

A Trivigno, dove già nella seconda metà del XVIII secolo alcuni naturali sono stati inquisiti di violenze ai danni dell’agente baronale che si è opposto alle minacce di invadere quel Feudo, nel 1806 i contadini tornano ad occupare il bosco feudale e a recidere alberi fruttiferi. Ma anche in questo piccolo centro del Potentino i contadini si lasciano facilmente suggestionare e finiscono, ancora una volta, con il divenire strumento di chi ha interesse ad evitare l’eversione della feudalità’.

Le leggi eversive – non è il caso di ripetere quanto già in altre occasioni abbiamo ripetutamente sostenuto – preoccupano forse eccessivamente piccoli e grandi feudatari nel Regno di Napoli e, ancor più dei baroni, i loro agenti e, soprattutto, coloro che hanno in fitto le terre Feudali. È un aspetto questo che sfugge di solito a chi studia questo problema nei paesi interni del Mezzogiorno d’Italia.

Là dove i contadini non riescono a sottrarsi a quel senso di servile devozione nei confronti di chi dispone della terra, è facile suggestionarli ed ingannarli. Ai contadini di Trivigno, un piccolo centro dell’alta valle del Basento tra Brindisi di Montagna ed Albano di

Lucania, abitato all’inizio della dominazione borbonica da 1.500 persone tutte applicate alla zappa e dove non vi è neppure la strada che scende a valle, coloro i quali vivono sulle terre feudali fanno intravedere ai contadini quale grave pericolo sia per loro la minacciata abolizione degli usi civici sulle terre salde e sul bosco del barone. E a Trivigno, istigatori un sacerdote, l’affittuario delle terre feudali e gli agenti baronali, con la complicità del governatore Tommaso Aquino, i contadini manifestano nel settembre del 1806 contro l’entrata in vigore delle leggi eversive.

Se a Trivigno questa manifestazione popolare viene rapidamente composta senza gravi conseguenze, diverso è il comportamento delle autorità provinciali intervenute a Brindisi di Montagna nel marzo del 1807 quando ormai sembra scongiurato il pericolo che l’insurrezione antifrancese ha costituito per il nuovo regime. Già nell’agosto del 1806 il colonnello della Legione Provinciale Basileo Addone, antico giacobino costretto a riparare in Francia dopo la caduta della Repubblica Napoletana per sottrarsi al visitatore borbonico, è accorso a Brindisi perché i contadini minacciavano di occupare il bosco baronale. Il pericolo che questa manifestazione degeneri in una rivolta contro i francesi consiglia di agire con molto tatto e molta cautela: di fronte alle richieste dei contadini, per tema che qualcuno possa allontanarsi per raggiungere gli insorti che si difendono a Corleto e a Viggiano contro il maggiore Casella, il colonnello Addone consente che i contadini si rechino nel bosco baronale e nel conso di una simbolica presa di possesso qualche albero fruttifero viene reciso. Neppure questa volta intervengono i legionari per cui contro il loro comandante viene inoltrato un ricorso in cui gli Antinori denunziano l’Addone per avere, con alcuni notabili del posto, istigato i naturali di Brindisi ad occupare simbolicamente il bosco.

Diverso, invece, il comportamento che in altra occasione adotta a Brindisi la stessa Legione Provinciale. Dei milleseicento abitanti di questo piccolo centro contadino un terzo, costituito da popolazione di origine albanese, è esente da’ pagamenti e da tributi. Da tempo il duca di Brindisi non dispone delle rendite del suo feudo perché si trovano sequestrate dal Regio Fisco. Nel dicembre del 1806, tramite i suoi agenti, il duca pretende il casalinaggio da tutti gli abitanti di Brindisi, anche dagli oriundi albanesi, i Greci Coronei, che, per privilegio de’ Serenissimi Re antichi, ne sono esenti. I notabili si oppongono alla richiesta ma, il 9 marzo del 1807 gli uomini del duca iniziano la riscossione di questo

tributo. Il giorno successivo tutta la popolazione è in piazza, le campane suonano a mantello e Carlo Lauria, governatore e luogotenente a Brindisi, nella impossibilità di disperdere i dimostranti, invia un suo uomo a Potenza e da Potenza giungono, con il colonnello Addone, due compagnie di Legionari. La presenza di questa forza irrita la popolazione. Essa ritiene che i legionari siano venuti a Brindisi per costringere gli ex vassalli del duca a corrispondere il tributo arbitrariamente preteso. La mattina del 15 marzo, mentre il colonnello della Legione è ancora nel castello, la popolazione si raccoglie tumultuosamente in piazza con atteggiamento chiaramente ostile. I tenenti Corrado e Laudati impartiscono l’ordine di sparare sulla folla. I dimostranti si disperdono e lasciano sul terreno quattro morti e sedici feriti. Questa volta l’uso arbitrario delle armi viene considerato illegittimo. Oltre i promotori della manifestazione, vengono inquisiti anche gli ufficiali della Legione Provinciale: l’Addone per imprudente condotta il Corrado e il Laudati per aver dato ordine a tirare sopra il popolo a fine di respingerlo.

È uno dei tanti episodi questo di Brindisi di Montagna che, pur non degenerando in brigantaggio, è conseguenza delle condizioni in cui vivono le popolazioni lucane.

A Trivigno e a Brindisi di Montagna le manifestazioni popolari non sono esplosione dell’odio del contadino contro il ceto dei galantuomini e dei ricchi massari, né reazione alle prepotenze e agli arbitri dei francesi. In questi due centri abitati si reclama il riconoscimento di diritti che le leggi vigenti riconoscono ai contadini, per cui questi non sono costretti a scegliere una bandiera intorno alla quale raccogliersi. Dove, invece, l’odio covato da sempre spinge una classe contro l’altra e la presenza dei francesi provoca la rivolta, il ribelle ha bisogno di una bandiera con cui coprire le vendette e le stragi e giustificare una lotta che, come ogni lotta di popolo, ha sempre un movente e un carattere economico-sociale.

fine

autore anonimo

curato da

Vincenzo Giannone

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