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STORIA: MAFIA E CAMORRA NEL RISORGIMENTO, LA FALSA REVISIONE DI CICONTE

Posted byon Mag 7, 2017

STORIA: MAFIA E CAMORRA NEL RISORGIMENTO, LA FALSA REVISIONE DI CICONTE

L’immagine di copertina del libro diEnzo Ciconte,docente di “Storia della criminalità organizzata” all’Università Roma Tre, edex deputato del Pci,è un capolavoro di comunicazione grafica: una piovra dagli occhi rossi e minacciosi avvinghia una bandiera italica con lo stemma sabaudo.

Il titolo è“Borbonici, patrioti e criminali.L’altra storia del Risorgimento” (Borbonici, è scritto a carattere molto più grande ed evidente, virgola compresa).

Si tratta di una pubblicazione della collana“Aculei”, diretta dal multiforme e multipresente storicoAlessandro Barbero, il quale ha capito che per vendere libri bisogna cominciare a raccontare la Storia in modo diverso da quello ufficiale. Emafiaecamorrasono argomenti sempre molto stimolanti, soprattutto se frammisti all’immaginario collettivo di unRisorgimentotutto eroico, patriottico e puro e deiBorboneretrogradi, reazionari ed antitaliani.

La grossa piovra nera, che richiama “Borbonici”, si configura – secondoCiconte– come una piaga che il nuovo Stato aveva ereditato dai quei sovrani e dal loro scellerato modo di governare.

Nell’introduzione del libro (Salerno Editrice, Roma 2016) si plaude alla vittoria dei “patrioti” che hanno installato la dinastia savoiarda sul trono d’Italia, ma l’autore sembra ignorare che ben altre forze destabilizzatrici, ben altri interessi, ben altre manovre diplomatiche ed interventi militari stranieri hanno consentito il realizzarsi del processo unitario.

Il primo capitolo è intitolato:“In principio erano iBorbone”,a ribadire che il peccato originale, la piovra nascente, è pur sempre nella dinastia napoletana.

L’autore comincia la sua storia raccontando di “delinquenti e tagliagole sanfedisti” che al seguito delCardinale Fabrizio Ruffoconclusero la “breve e gloriosa esistenza” dellaRepubblica Partenopea.

Prosegue, con una serie articolata e disomogenea (un po’confusa) di testimonianze, rapporti, citazioni dalle quali si evincono cose già note e cioè che lacamorrafosse, nelRegno delle Due Sicilie, una forma di delinquenza tendenzialmente non strutturata e circoscritta, usata talvolta per delazioni e controllo di piccoli reati laddove la polizia ordinaria controllava e monitorava l’ordine pubblico ed i reati politici. Ciò è fisiologico in qualsiasi forma di potere di qualsiasi genere e di tutti i tempi: gli elementi malavitosi sono stati spesso utilizzati nella scoperta delle attività illegali e sovversive. E tuttora lo sono.

Una criminalità tuttavia mai partecipe agli affari di Stato e collusa nelle attività economiche, industriali, politiche; del resto la floridezza economica del Regno e la grande quantità di investitori stranieri ivi definitivamente trasferitisi dimostrano la complessiva tranquillità e rispetto dell’ordine pubblico presenti.

La situazione dellaSiciliaera assai più complessa: le forti tendenze separatiste dell’isola favorivano l’insorgere di forme mafiose più strutturate e politiche, che un re autoritario e determinato comeFerdinandoIIseppe sempre mantenere in limiti accettabili. E, quando fu necessario, non mancò l’intervento armato.

È da notare che nella stessaSiciliapiù volte, dopo l’unità, si ebbero gravi fenomeni di ribellione.

Dopo il 1848, Ferdinando IIdecise (ed è ampiamente dimostrato) di avviare una sistematica opera di repressione dei camorristi; egli aveva intuito che fra le sette liberali e lacamorraera nata una sorta di alleanza favorita da forze esterne che avevano l’obiettivo di destabilizzare il Regno: lacamorradiventa liberale e si mette al servizio del movimento costituzionale, intuendo che quel potere (che prima o poi si sarebbe costituito) sarebbe stato così debole e caotico da poterlo manipolare e dirigere, cosa impossibile con un sovrano assoluto e determinato comeFerdinando II.

Il saggio diCicontecontinua con il capitolo“Arriva Garibaldi”, nel quale si cita il massacro diBrontee, a onor del vero, l’autore esprime un parere negativo sulla “piemontesizzazione”delle terre occupate, sullalegge Picae sulla repressione delbrigantaggio.Ma su questi temi nessuno storico che si definisca tale potrebbe esprimere parere diverso da quello di una condanna senza attenuanti.

Quando viene affrontato l’argomentoLiborio Romano,si percepisce una sorta di giustificazione relativa dell’agire di questo personaggio, cheNico Perronedescrive “grande interprete di trasformismo”,ma che in realtà era solo un traditore opportunista.

Egli si materializza al potere nel giugno del 1860, al momento della concessione della Costituzione da parte diFrancesco II, come Prefetto di Polizia e poco dopo diventa Ministro dell’Interno.

Uomo della camorra liberale, già da tempo in contatto conCavoureGaribaldi, il suo obiettivo è preparare l’ingresso diGaribaldi aNapoli, cosa che farà regolarmente accogliendolo poi alla stazione il7 settembre 1860. L’uomo di Patù non è un fedele suddito della dinastia, infattiFerdinando IIlo ha tenuto in carcere per tre anni. L’autore conferma il fatto cheLiborio Romanosia sceso a patti con la camorra, trasformando incalliti criminali in forza dell’ordine armata e repressiva contro la forte componente lealista presente nella capitale.

Poi le accuse ai Borbone continuano.

Cicontesembra sposare la tesi diNico Perroneche vorrebbeFrancesco IIconcorde e approvante la manovra diLiborio Romano, quindi il sovrano sarebbe l’unico responsabile del salto di qualità dell’organizzazione criminale che, con coccarde tricolori, nodosi bastoni, coltelli e pistole, governò di fatto Napoli, acquisendo sempre più potere e macchiandosi dei crimini più atroci. Ma quest’ipotesi di coinvolgimento del re non è dimostrata da alcuna fonte, a parte una breve citazione di note di Perrone.

L’atteggiamento di preoccupazione diFrancesco IInei riguardi dellacamorracosiddetta liberale è ben documentato – invece – nei rapporti con l’ambasciatore austriaco,Giuseppe de Martini, afine 1859 e a luglio1860l’ambasciatore britannico a Napoli,Henry Elliot,informava ilForeign Officeche bande camorristiche erano pronte a scendere in campo contro i fedeli alla dinastia borbonica.

SempreElliotannota che la consorteria criminale acquistò una potenza considerevole, destinata ad accrescersi negli anni successivi.

IBorbonetalvolta – e con gran prudenza – avranno leggermente aperto il vaso di Pandora, ma seppero richiuderlo; quelli che vennero dopo lo aprirono definitivamente, lasciandolo senza coperchio.

Nel saggio diCiconteforse il primo capitolo avrebbe dovuto essere “Arriva Garibaldi”e non al “Al principio erano i Borbone”.

L’ultimo capitolo del saggio si intitola “Al tempo dei Savoia”: non l’ho neanche letto, è cronaca. (LN111/17)

Lucio Militano

fonte

editorialeilgiglio.it

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