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TEORIE DA GENOCIDIO

Posted by on Apr 4, 2020

TEORIE DA GENOCIDIO

MINISTRO PER UNA STAGIONE Charles-Alexis-Henri-Maurice Clérel de Tocqueville, nacque a Parigi nel l805. Discendeva da un’ antica famiglia normanna, si formò negli studi giuridici, intraprese la carriera di magistrato.

Fra il 1831 e il 1832 soggiornò negli Stati Uniti. Al ritorno in Francia si dedicò alla composizione della “Democrazia in America”. Intraprese la carriera politica, fu ministro degli Esteri nel 1849. La prima parte de “Il vecchio regime e la rivoluzione” fu pubblicata nel 1856. La morte lo colse mentre stava lavorando alla seconda parte, a Cannes, nel 1859. Le “Memorie”, scritte a Sorrento, furono pubblicate postume. CAMPIONE DELLA REAZIONE Joseph-Arthur de Gobineau, diplomatico e scrittore, nacque a Ville d’ Avray, presso Versailles, nel 1816. Morì a Torino nel 1882. Trascorse l’ infanzia in Bretagna. A Parigi giunse nel 1835. Fu Tocqueville a volerlo capogabinetto al ministero degli Esteri nel 1849. La carriera diplomatica portò Gobineau prima a Berna poi in Persia, in Grecia, in Brasile, in Svezia. La sua opera più celebre, il “Saggio sull’ ineguaglianza delle razze umane”, degli anni ‘ 53-55, nel quale sosteneva la superiorità della razza ariana, causò la rottura del rapporto con Tocqueville e finì col collocarlo tra i campioni della letteratura reazionaria. Accade talvolta che la storia delle idee si illumini e prenda vita, davanti ai nostri occhi, nel momento in cui opinioni e posizioni contrastanti si manifestano e si esplicitano attraverso il confronto o il dialogo tra personalità diverse, ma altrettanto forti, o perlomeno rappresentative di una fondamentale corrente di pensiero: la storia è piena di questi incontri, siano essi mitici, immaginari o reali. Nel carteggio che Donzelli ripropone (Alexis de Tocqueville-Arthur de Gobineau, Del razzismo, carteggio 1843-1859, pagg. 280, lire 38.000) noi abbiamo la possibilità di ripercorrere la discussione, e l’ amicizia, tra Alexis de Tocqueville e Arthur de Gobineau, due grandi pensatori del XIX secolo, i cui destini intellettuali e la cui eredità politica sarebbero stati poi totalmente divergenti nel XX secolo, nel “moderno”. L’ importanza, per noi, di quella ventennale discussione è palmare: essa attraversa gli snodi delle vicende politiche francesi e affronta poi problemi essenziali ancor oggi per la nostra riflessione. Che si tratti del rapporto tra morale, religione e politica, del problema dell’ eguaglianza dei popoli e delle nazioni, delle passioni e degli interessi democratici o infine della “questione della razza”, Tocqueville e Gobineau hanno affrontato, discusso e plasmato, in queste lettere, vere e proprie invenzioni paradigmatiche, profonde genealogie dei “tempi moderni”… Che la modernità si inauguri sotto il segno (o il sintomo) della malinconia, della caduta, della perdita è un punto di vista che solo la sua stessa genealogia può giustificare. L’ osservatorio di questa tarda (o postuma) modernità sembra infatti imporre una volta di più l’ indagine retrospettiva dei propri “umori” fondamentali. Il razzismo teorico del XX secolo, di cui Gobineau è il capostipite, ha compiuto in questo secolo il suo ciclo tragico e fatale, diventando dottrina di Stato e metodo di genocidio; Gobineau ha goduto del più spaventoso omaggio mai reso probabilmente a un intellettuale nella storia dell’ umanità. E durante lo stesso periodo, come si è visto, Tocqueville scompariva dalle memorie e dalle coscienze. La vittoria delle idee dell’ uno non poteva che essere la disfatta dell’ altro. Ora, va subito chiarito che il punto di vista comune a entrambi non è tanto una fenomenologia “patologica” della cultura europea degli ultimi due secoli, quanto il tentativo di arrivare all’ autocomprensione proprio degli aspetti patologici nella cultura politica moderna, attraverso “i casi e le crisi” creati dal problema dell’ eguaglianza dei popoli e delle nazioni, delle passioni e degli interessi democratici o infine della “questione della razza”, principali temi rappresentati in queste lettere. E questo avviene a partire dall’ intrinseca ambivalenza della malinconia del moderno: malattia morale e sindrome politica, sentimento e nevrosi, stigma della conoscenza e del suo scacco, vanto e distinzione ma anche marchio persecutorio dell’ intellettuale-letterato europeo. Insieme alla genealogica ambivalenza della malinconia, è quindi l’ ambivalenza stessa del moderno (e delle sue autocomprensioni) che, col progredire delle loro rispettive indagini, è venuta sempre più in primo piano sia per Tocqueville sia per Gobineau. Vi è, certo, un aspetto problematico della nozione di ambivalenza, anche così come viene affrontata nelle lunghe lettere che compongono questo libro, in un modo che si vorrebbe intendere come se fosse soprattutto “ermeneutico”. Nel dibattito sui problemi legati alle teorie razziali, c’ è stato e persiste ancora, sia storicamente che in generale, grande imbarazzo. Il tema, di per sé ambiguo e dai contorni poco chiari, anche da un punto di vista “scientifico”, è particolarmente inviso anche alle molteplici correnti che si ricollegano alla tradizione di pensiero che potremmo chiamare democratica: la corrente liberale, prima, e tutta la tradizione del pensiero iper-democratico o socialista, dopo, hanno preferito ignorare il problema fin dagli albori del XIX secolo. I tre principi fondatori della Rivoluzione francese avevano preso il posto del necessario dibattito su un argomento particolarmente “sporco”, oscuro e sotterraneo. Si è così assistito, lungo tutto l’ arco del secolo che va dal 1850 al 1950, al periodo di massima espansione delle pratiche politiche, delle strategie fondate sull’ idea di un’ inferiorità razziale, e al contempo di massima occultazione, almeno dal punto di vista della teoria delle idee politiche e sociali, del problema razziale. Dopo le guerre coloniali, e soprattutto dopo i genocidi legati alla seconda guerra mondiale, tutti incentrati, anche quelli dell’ Unione Sovietica, su una fenomenale estensione della nozione di inferiorità di razza e del massacro degli innocenti, paradossalmente il tabù, il lapsus della memoria collettiva sulla questione razziale è diventato ancora più radicato e profondo. Da versanti opposti, gli autori di queste lettere avevano invece percepito il dramma che si profilava davanti ai loro occhi. Attraverso queste lettere, ci troviamo a procedere in un territorio alquanto accidentato nel quale si trovano i due sentieri interrotti del moderno, quello della secolarizzazione democratica e quello del nichilismo, che vengono a incrociarsi e talvolta a rovesciarsi l’ uno nell’ altro, dapprima a quel bivio fatale, per l’ intellighenzia francese (ed europea) che fu il “caso Gobineau”, per poi arrivare, attraverso la fondamentale mediazione della cultura tedesca, in una alchimia dialogica che sembra già mettere a confronto il gesuita nichilista Naptha e il razionalista secolarizzato Settembrini, sulla vetta della Montagna incantata di Thomas Mann. Ciò che ha soprattutto stimolato questa interpretazione è la “meraviglia” riprovata innumerevoli volte alla rilettura di questi testi di fronte alla visione “politica” inconfondibilmente presente nell’ immaginazione letteraria e alla dimensione costantemente simbolica (metaforica) sottesa a ogni pensiero politico: sintomo di un’ intimità paradossale tra lettere e politica le cui fonti e conseguenze sono ancora lungi dall’ essere esaustivamente investigate, essendo in larga parte ignote agli stessi attori e protagonisti delle rispettive vicende culturali. Tocqueville vide subito, dunque, e con sorprendente sicurezza, gli esiti catastrofici verso cui simili teorie andavano a sfociare, non esitando a farne parte a quanti lo circondavano, Gobineau per primo, cui scrisse in una lettera: “Non vi ho mai nascosto, del resto, che avevo un notevole pregiudizio contro quella che mi si è presentata come la vostra idea-madre, la quale debbo dirvi che mi sembra appartenere alla famiglia delle teorie materialistiche ed essere anzi una delle componenti più pericolose, poiché si tratta delle fatalità della costituzione fisica, applicata non più soltanto all’ individuo, ma a quella collezione di individui che si chiamano razze e che hanno una vita perenne”.

di MARCO DIANI

fonte https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/05/01/teorie-da-genocidio.html

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