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Testamento e del codicillo di Isabella I di Castiglia, detta la Cattolica (23 novembre 1504, Medina del Campo, Valladolid)

Posted by on Nov 30, 2019

Testamento e del codicillo di Isabella I di Castiglia, detta la Cattolica (23 novembre 1504, Medina del Campo, Valladolid)

Isabella I, regina di Castiglia, chiamata anche Isabella la Cattolica, detta il suo testamento in lingua materna il 12 ottobre 1504, e il 23 novembre, tre giorni prima di morire all’età di cinquantatre anni, firma con autografo le sue ultime volontà a Medina del Campo. Isabella dichiara erede universale di tutti i suoi regni e di tutti i suoi beni la figlia primogenita, la principessa Giovanna I di Castiglia, arciduchessa d’Austria e duchessa di Borgogna. Comanda che se la principessa Giovanna è assente dai suoi regni o non può governarli, li governi per lei il re Fernando, suo padre, finché l’infante, Carlos, suo nipote, figlio primogenito di Giovanna e di Filippo il Bello, compia vent’anni e possa governare i regni.

Traduzione

Nel nome di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, tre persone e una essenza divina, Creatore e Governatore universale del Cielo e della Terra e di tutte le cose visibili e invisibili, della gloriosa Vergine Maria, sua madre, Regina dei Cieli e Signora degli Angeli, nostra signora e avvocata, e di quel molto eccellente Principe della Chiesa e Cavaliere angelico san Michele, e del glorioso messaggero celeste l’arcangelo san Gabriele e a onore di tutti i santi e sante […], specialmente di quel santo precursore e annunziatore del nostro Redentore Gesù Cristo, san Giovanni Battista, e dei beatissimi Principi degli Apostoli san Pietro e san Paolo con tutti gli altri apostoli e segnatamente del beatissimo san Giovanni Evangelista […], il quale santo Apostolo ed Evangelista io ho come speciale avvocato in questa presente vita e così spero di averlo all’ora della mia morte in quel terribile giudizio e rigido esame e più terribile contro i potenti quando la mia anima sarà presentata davanti alla sede e trono reale del Giudice Supremo […], che secondo i nostri meriti dovrà giudicarci tutti, insieme con il beato e degno fratello suo l’apostolo San Giacomo […], con il mio beneamato e speciale avvocato san Francesco, con i gloriosi confessori e grandi amici di nostro Signore san Gerolamo, dottore glorioso, e san Domenico […] e con la beata santa Maria Maddalena che ugualmente ho come avvocata […]; perché se è certo che dobbiamo morire, è incerto quando e dove moriremo, pertanto dobbiamo vivere ed essere preparati come se dovessimo morire in qualunque momento.

Pertanto, sappiano quanti vedessero questa carta, come io donna Isabella, per grazia di Dio, regina di Castiglia, di León, de Aragona, de Sicilia, de Granada[…], essendo malata nel mio corpo della malattia che Dio volle darmi e sana e libera nella mia intelligenza […], dispongo questa mia carta di testamento e ultima volontà volendo imitare il buon re Ezechia volendo disporre della mia casa come se poi dovessi lasciarla.

24. E primo affido il mio spirito nelle mani di nostro Signore Gesù Cristo […].

25. E voglio e comando che il mio corpo sia sepolto nel monastero di San Francesco, che si trova nella Alhambra della città di Granada […], dopo essere stata vestita con l’abito del beato poverello di Gesù Cristo san Francesco, in una sepoltura bassa che non abbia rilievo alcuno, salvo una pietra piana con parole scolpite in essa; ma voglio e comando che se il Re, mio signore, scegliesse sepoltura in qualsiasi altra chiesa o monastero di qualsiasi altra parte o luogo dei miei regni, il mio corpo sia trasportato lì e sepolto vicino al corpo di sua signoria perché la coppia che formiamo in vita spero per la misericordia di Dio la formino le nostre anime in Cielo e la rappresentino i nostri corpi in terra. E voglio e comando […] che le esequie siano semplici, e quello che si sarebbe speso in grandi esequie sia destinato a vestire i poveri, e la cera che sarebbe bruciata in più sia data perché arda davanti al Sacramento in quelle chiese povere dove sembri bene ai miei esecutori testamentari.

26. Item voglio e comando che se morissi fuori della città di Granada, senza ritardo portino il mio corpo intero nelle condizioni in cui si trovasse nella città di Granada. E se per la distanza del cammino o per il tempo non si potesse portarlo nella detta città di Granada, in tal caso lo mettano e depositino nel monastero di San Giovanni dei Re della città di Toledo. E se non lo si potesse portare nella detta città di Toledo, lo si depositi nel monastero di Sant’Antonio di Segovia. E se non si potesse portarlo in tali città di Toledo e di Segovia, lo si depositi nel monastero di san Francesco più vicino al luogo in cui morissi, e stia lì depositato finché si possa trasportarlo alla città di Granada, e incarico i miei esecutori testamentari che facciano il trasferimento il più presto possibile.

27. Item comando che, prima di qualsiasi altra cosa, siano pagati tutti i debiti come […] salari e sposalizi di servi e serve […] e di qualunque tipo siano […], che li paghino gli esecutori testamentari nello stesso anno della mia morte, dai miei beni mobili, e se non si possono pagare prima della fine dell’anno, che li si paghino il più presto possibile […]. E se i beni mobilli non bastassero per pagare i debiti, li paghino con le rendite del regno […], che non tralascino di pagare affinché la mia anima se ne veda liberata […].

28. Item comando che dopo aver adempiuto e pagato tali debiti, si dicano per la mia anima in chiese e monasteri osservanti dei miei regni e signorie ventimila messe, dove i miei esecutori testamentari ritenessero che si diranno devotamente, e siano date a tali chiese e monasteri le elemosine che considerino appropriato.

29. Item comando che una volta pagati i debiti, si distribuisca un milione di maravedì per sposare fanciulle povere, e un altro milione di maravedì perché possano dedicarsi alla vita religiosa fanciulle povere che in quel santo stato vogliano servire Dio.

30. Item comando che si vestano duecento poveri, affinché siano speciali oranti per la mia anima […].

31. Item comando che nell’anno della mia morte siano riscattati duecento prigionieri bisognosi che si trovino nelle mani degli infedeli […].

[…]

32. Inoltre, benché per le tante necessità che dal mio arrivo al trono abbiamo avuto il Re, mio signore, e io, io abbia tollerato tacitamente che alcuni grandi e cavalieri e signori si siano impadroniti di alcabale [dazi], parti di decime, pechos [balzelli] e diritti appartenenti alla Corona e al Patrimonio Reale dei miei regni […], essi non possono per questo dire di avere o aver avuto uso, costume o prescrizione che possa pregiudicare il diritto di detta Corona e Patrimonio Reale e i re che dopo i miei giorni succedessero nei detti regni. […].

Inoltre comando che si dia un’elemosina per la Cattedrale di Toledo e per Nostra Signora di Guadalupe. […]

E quanto alle concessioni del borgo di Moya e di altri vassalli che facemmo a Andrés Cabrera, marchese di Moya e alla marchesa, Beatriz de Bovadilla, per la lealtà con cui ci hanno servito nel recuperare e accedere alla corona e per i grandi servizi che mi hanno reso, li raccomando al re, mio signore, e alla principessa, mia molto cara e molto amata figlia […].

Inoltre, in conformità con quanto devo e sono obbligata di diritto, dispongo e stabilisco e istituisco mia erede universale di tutti i miei regni, terre e signorie e di tutti i miei beni l’illustrissima principessa donna Giovanna, arciduchessa d’Austria, duchessa di Borgogna, mia cara e molto amata figlia primogenita, erede e successora legittima di detti miei regni, terre e signorie, la quale dopo che Dio mi portasse con sé prenda il titolo di regina […].

[…]

E inoltre, considerando quanto sono obbligata a mirare al bene comune dei miei regni e signorie, tanto per l’obbligo che come loro regina e signora gli devo quanto per i molti servizi prestati con gande lealtà dai miei sudditi e vassalli che vi risiedono; e considerando anche che la miglior eredità che posso lasciare alla Principessa e al Principe, miei figli, è dar ordine ai miei sudditi che li amino e li servano lealmente come hanno servito il Re, mio signore, e me […].

E, prevedendo che se il Principe, mio figlio, per il fatto di essere di un’altra nazione e di un’altra lingua non si uniformasse alle leggi, privilegi, usi e costumi di questi regni ed Egli e la Principessa, mia figlia, non li governassero attraverso tali leggi, privilegi, usi e costumi, non sarebbero obbediti né serviti come dovuto e potrebbe esserci qualche scandalo e non avere per loro quell’amore che io vorrei che si avesse […]; e conoscendo che ogni regno ha le sue leggi, privilegi, usi e costumi ed è governato meglio attraverso le proprie naturali: Per questo, volendolo come rimedio affinché detti Principe e Principessa, miei figli, governino questi regni come devono […], dispongo e comando che da qui in avanti non si concedano cariche di podestà né di vice podestà, né castelli, fortezze, né giurisdizioni, funzioni di giustizia, né funzioni di borgo né di città, né funzioni di finanze, quelle della casa e corte, a nessuna persona o persone che non siano nativi di questi regni; e che i funzionari davanti ai quali i nativi di questa terra debbano presentarsi per qualunque affare riguardante queste terre siano abitanti di questi territori […].

[…]

Inoltre, qualora alla mia morte la detta principessa, mia figlia, non si trovi nei miei regni […] o pur trovandovisi non volesse o potesse governarli, seguendo gli accordi presi nelle Cortes di Toledo del 1502 e di Madrid e Alcalá de Henares del 1503 si stabilisce che in tali casi il Re, mio signore, debba reggere, governare e amministrare i miei regni e signorie per conto della menzionata Principessa, mia figlia […]; tenendo conto della grandezza ed eccellente nobiltà e virtù del re, mio signore, la sua grande esperienza nel governo dei regni […]; dispongo e comando che ogni volta che la detta principessa, mia figlia, non stia nei miei regni o standoci non volesse o potesse occuparsi del governo dei regni […], in tali casi il Re, mio signore, amministri, regga e governi i miei menzionati regni e tenga l’amministrazione e il governo per detta Principessa, finché l’infante Carlo, mio nipote, figlio primogenito ed erede dei detti Principe e Principessa, abbia compiuto vent’anni. E supplico il re, mio signore, che voglia accettare l’incarico di governare e reggere i miei regni e signorie come io spero che faccia […].

E ugualmente prego e comando molto affettuosamente la detta Principessa, mia figlia, […] e il Principe, suo marito, che siano sempre molto obbedienti e soggetti al re, mio signore, e che non gli disobbediscano, tributandogli e facendogli tributare tutto l’onore che buoni e obbedienti figli devono tributare al loro buon padre, e seguano i suoi ordini e consigli come da loro si spera che facciano in maniera tale che in tutto quanto riguardi la loro Signoria sembri che io non manchi e che sia viva […].

Inoltre, prego e raccomando a detti Principe e Principessa, miei figli, che così come il Re, mio signore, e io ci siamo sempre mantenuti in grande amore e unione e concordia, così loro mantengano tale amore e unione e accordo come io spero da loro […];

E voglio e comando che quando detta principessa donna Giovanna, mia molto cara e amata figlia, muoia, le succeda in questi miei regni l’infante Carlo, mio nipote, suo figlio legittimo e di detto don Filippo, suo marito, e che sia re e signore dei miei regni. […]

E lascio come miei esecutori testamentari ed esecutori di questo mio testamento e ultima volontà il Re, mio signore, perché per il molto e grande amore che ho per sua Signoria e lui ha per me, sarà meglio e più presto eseguito […].

[Codicillo]

In nome della Santa e Indivisibile Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Sappiano quanti vedessero questa carta di codicillo che io donna Isabella, per grazia di Dio regina di Castiglia, di Leon, […].

[La regina dispone – in diciassette capitoli – tra le altre cose]:

X. Item comando che si esaminino i poteri di alcuni riformatori, giacché nel riformare i monasteri dei loro regni, sia di religiosi sia di religiose, alcuni eccedono nei loro poteri, e da questo deriva grande scandalo, danno e pericolo per le loro anime e coscienze. E che d’ora in avanti si aiuti i riformatori a svolgere le loro attribuzioni in funzione del potere ricevuto e non di più.

XI. Item, in quanto al tempo in cui ci furono concesse dalla santa Sede Apostolica le Isole e la Terraferma del Mare Oceano scoperte e da scoprire [America e isole vicine], la nostra principale intenzione fu […] di fare in modo di indurre e attrarre i popoli che le popolano a convertirsi alla fede cattolica, e inviare a tali Isole e Terraferma prelati e religiosi e chierici e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti e residenti di quelle terre alla fede cattolica, e insegnare loro buoni costumi […], supplico il re mio signore molto affettuosamente, e raccomando e comando alla principessa, mia figlia, e al principe, suo marito, che così facciano e adempiano, e che questo sia il loro principale fine e in esso si metta molta diligenza, e che non consentano né causino che gli indiani, i residenti e gli abitanti delle Indie e Terraferma, raggiunte o da raggiungere, ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma al contrario che siano bene e giustamente trattati, e se hanno ricevuto qualche danno che lo rimedino e provvedano affinché non si oltrepassi in nessuna cosa ciò che nelle lettere apostoliche di detta concessione si comandava e stabiliva. […]

[…]

XV. Item comando che si dicano ventimila messe da requiem per le anime di tutti quelli che sono morti al mio servizio, e che si dicano in chiese e monasteri osservanti, laddove ai miei esecutori testamentari sembri che si diranno più devotamente, e diano per questo l’elemosina che ritengano opportuna.

XVI. Item comando che tutto quello che io ora do ai servi e serve della regina donna Isabel, mia signora e madre, che abbia santa gloria, lo si dia a ciascuno di loro a vita.

E dico e dichiaro che questa è la mia volontà, la quale voglio che valga come codicillo, e se non valesse come codicillo voglio che valga come qualunque mia ultima volontà, o come meglio possa e debba valere. E affinché questo sia fermo e non ci sia nessun’ombra di dubbio, faccio questa carta di codicillo davanti a Gaspar de Grizio, mio segretario, e ai testimoni che lo firmarono e sigillarono con i loro sigilli; che fu rilasciata nel borgo di Medina del Campo, il 23 di novembre dell’anno di Nostro Salvatore Gesù Cristo 1504, e lo firmai con il mio nome davanti ai testimoni e comandai di sigillarlo con il mio sigillo.

Io la Regina [firma autografa e parafa]

Trascrizione

22.En el nombre de Dios topoderoso, Padre e Fijo e Spiritu Sancto, tres personas e una essençia divinal, Criador e Governador universal del Cielo e de la Tierra e de todas las cosas visibles e ynvisibles, de la gloriosa Virgen María, su madre, Reyna de los Çielos e Señora de los Angeles, nuestra Señora e abogada, e de aquel muy exçelente príncipe de la Iglesia e cavalleria angelical sanct Miguel, e del glorioso mensagero çelestial el arcangel sanct Gabriel e a honra de todos los sanctos e sanctas […], speçialmente de aquel muy sancto precursor e pregonero de nuestro Redemptor Jhesuchristo sanct Juan Baptista, e de los muy bienaventurados Prínçipes de los Apóstolos sanct Pedro e sanct Pablo con todos los otros apóstolos señaladamente del muy bienaventurado sanct Juan Evangelista […], al qual sancto apóstol e evangelista yo tengo por mi abogado speçial en esta presente vida e asi lo espero tener en la hora de mi muerte en aquel muy terrible juizio e estrecha examinaçion, e más terrible contra los poderosos, quando mi anima sera presentada ante la silla e trono real del Juez Soberano […], que segund nuestros mereçimientos a todos nos ha de juzgar, en uno con el bienaventurado e digno hermano suyo el apostol Santiago […] e con el […] otrosí mio muy amado e speçial abogado sanct Francisco, con los gloriosos confessores e grandes amigos de nuestro señor sanct Geronimo, doctor glorioso, e sancto Domingo […], e con la bienaventurada sancta María Madalena a quien asymismo yo tengo por mi abogada […]; porque así como es çierto que avemos de morir, así nos es incierto quando ni donde moriremos, por manera que devemos bivir e así estar aparejados como si en cada hora oviésemos de morir.

23. Por ende, sepan quantos esta carta de testamento vieren como yo doña Ysabel, por la gracia de Dios reyna de Castilla, de León […], estando enferma de mi cuerpo de la enfermedad que Dios me quiso dar e sana e libre de mi entendimiento […], ordeno esta mi carta de testamento e postrimera voluntad queriendo ymitar al buen rey Ezechías queriendo disponer de mi casa commo si luego la oviese de dexar.

24. E primeramente encomiendo mi spíritu en las manos de nuestro Señor Jhesuchristo […] por su muy sancta Incarnaçión e Natividad e Passión e Muerte e Resurreçión […] le plega no entrar en juizio con su sierva, más haga conmigo segund aquella grand misericordia suya, […] e si ninguno ant’El se puede justificar, quanto menos los que de grandes reynos e estados avemos de dar cuenta e yntervengan por mi ante su clemençia los muy excelentes méritos de su muy gloriosa Madre e de los otros sus sanctos e sanctas, mis devotos e abogados, speçialmente mis devotos e speçiales patronos e abogados sanctos suso nombrados con el susodicho bienvaventurado de la Cavalleria angelical el arcangel sanct Miguel […].

25. E quiero e mando que mi cuerpo sea sepultado en el monasterio de Sanct Francisco, que es en la Alhanbra de la çibdad de Granada, seyendo de religiosos o de religiosas de dicha orden, vestida en el habito del bienaventurado pobre de Jhesuchristo sant Francisco, en una sepultura baxa que no tenga vulto alguno salvo una losa baxa en el suelo llana con sus letras esculpidas en ella; pero quiero e mando que si el Rey, mi señor, eligiere sepultura en otra qualquier iglesia o monasterio de qualquier otra parte o lugar d’estos mis reynos que mi cuerpo sea allí trasladado e sepultado junto con el cuerpo de su Señoría porque el ayuntamiento que tovimos biviendo e que nuestras ánimas, espero en la misericordia de Dios ternan en el Çielo, lo tengan e representen nuestros cuerpos en el suelo. E quiero e mando que ninguno vista xerga por mí e que en las obsequias que se fezieren por mí donde mi cuerpo estoviere, las hagan llanamente sin demasías e que no aya en el vulto, gradas ni chapiteles ni en la iglesia entoldaduras de lutos ni demasía de hachas salvo solamente treze hachas que ardan en cada parte en tanto que se hiziere el ofiçio divino e se dixeren las missas e vigilias en los días de las obsequias, e lo que se avía de gastar en luto para las obsequias se convierta en vestuario a pobres, e la çera que en ellas se avía de gastar sea para que arda ant’el Sacramento en algunas iglesias pobres onde a mis testamentarios bien visto fuere.

26. Item quiero e mando que si falleçiere fuera de la çibdad de Granada, que luego, sin detenimiento alguno, lleven mi cuerpo entero como estoviere a la çibdad de Granada. E si acaesçiere que por la distancia del camino o por el tienpo no se podiere llevar a la dicha çibdad de Granada, que en tal caso lo pongan e depositen en el monasterio de Sanct Juan de los Reues de la çibdad de Toledo. E si a la dicha çibdad de Toledo no se podiere llevar, se deposite en el monasterio de Sanct Antonio de Segovia. E si a la dicha çibdad de Toledo ni de Segovia no se podiere llevar, que se deposite en el monasterio de Sanct Francisco más çercano de donde yo falleçiere e que este allí depositado fasta tanto que se pueda llevar e trasladar a la çibdad de Granada, la qual translaçion encargo a mis testamentarios que hagan lo más presto que ser podiere.

27. Item mando que ante todas cosas sean pagadas todas las debdas e cargos así de préstidos como de raçiones e quitaçiones e acostamientos e tierras e tenençias e sueldos e casamientos de criados e criadas e descargos de serviçios e otros qualesquier linages de debdas e cargos e yntereses de qualquier qualidad que sean que se fallare yo dever allende las que dexo pagadas, las quales mando que mis testamentarios aberiguen e paguen e descarguen dentro del año que yo falleçiere de mis bienes muebles, e si dentro del dicho año no se podieren acabar de pagar e cunplir, que lo cunplan e paguen pasado el dicho año lo más presto que se podieren, sobre lo qual les encargo sus consçiençias. E si los dichos bienes muebles para ello no bastaren, mando que las paguen de la renta del reyno e que por ninguna neçesidad que se ofrezca no se dexen de cunplir e pagar el dicho año por manera que mi ánima sea descargada d’ellas e los conçejos e personas a quien se devieren sean satisfechos e pagados enteramente de todo lo que les fuere debido. E si las rentas de aquel año no bastaren para ello mando que mis testamentarios vendan de las rentas de reyno de Granada los maravedís de por vida que vieren ser menester para lo acabar todo de cunplir e pagar e descargar.

28. Item mando que después de cunplidas e pagadas las dichas debdas, se digan por mi ánima en iglesias e monasterios observantes de mis reynos e señoríos veynte mill missas a donde a los dichos mis testamentarios pareçiere que devotamente se dirán, e que les sea dado en limosna lo que a los dichos mis testamentarios bien visto fuere.

29. Item mando que después de pagadas las dichas debdas, se distribuya un cuento de maravedís para casas donzellas menesterosas, e otro cuento de maravedis para con que se puedan entrar en religión algunas donzellas pobres que en aquel sancto estado querrán servir a Dios.

30. Item mando que demás e allende de los pobres que se avían de vestir de lo que se avía de gastar en las obsequias, sean vestidos dozientos pobres porque sean speçiales rogadores a Dios por mí, e el vistuario sea qual mis testamentarios vieren que cunple.

31. Item mando que dentro del año que yo falleçiere sean redimidos dozientos captivos de los neçessitados, de qualesquier que estovieren en poder de ynfieles porque nuestro Señor me otorgue jubileo e remissión de todos mis pecados e culpas, la qual redenpçión sea fecha por persona digna e fiel qual mis testamentarios para ello deputaren.

[…]

32. Otrosí, por quanto a causa de las muchas neçessidades que al Rey, mi señor e a mí ocurrieron después que yo subçedí en estos mis reynos e señoríos, yo he tollerado taçítamente que algunos grandes e cavalleros e personas d’ellos ayan llevado las alcavalas e terçias e pechos e derechos pertenesçientes a la Corona e Patrimonio Real de los dichos mis reynos en sus lugares e tierras, e dando liçençia de palabra a algunos d’ellos para las llevar por los serviçios que me fezieron; por ende porque los dichos grandes e cavalleros e personas a causa de la dicha tolerancia e liçencia que yo he tenido e dado no puedan dezir que tienen o han tenido uso, costumbre o prescripçión que pueda prejudicar al derecho de la dicha Corona e Patrimonio Real e a los reyes que después de mis días subçedieren en los dichos mis reynos para lo llevar, tener ni aver adelante. […].

[…]

33. Otrosí, conformándome con lo que devo e soy obligada de derecho, ordeno e establezco e ynstituyo por mi universal heredera de todos mis regnos e tierras e señoríos e de todos mis bienes rayzes después de mis días a la illustríssima prinçesa doña Juana, archiduquesa de Austria, duquesa de Borgoña, mí muy cara e muy amada hija primogénita, heredera e sucessora legítima de los dichos mis regnos e tierras e señoríos, la qual luego que Dios me llevare, se yntitule de reyna. E mando […] los que allí se hallaren presentes luego e los absentes dentro del término que las leyes d’estos mis reynos disponen en tal caso, ayan e reçiban e tenga a la dicha prinçesa doña Juana, mi hija, por reyna verdadera e señora natural propietaria de los dichos mis reynos e tierras e alçen pendones por ella faziendo la solennidad que en tal caso se requiere e debe me acostunbra fazer e así la nombren e yntitulen d’ende en adelante e le den e presten e exhiban e fagan dar e prestar e exhibir toda la fidelidad e lealtad e obediençia e reverençia e subgeçión e vasallage que como sus súbditos e naturales vasallos le deven e son obligados a le dar e prestar e al illustrísimo prínçipe don Filipo, mi muy caro e muy amado fijo, como su marido. […]. E veyendo como el Príncipe, mi hijo, por ser de otra naçión e de otra lengua si no se conformase con las dichas leyes e fueros e usos e costumbres d’estos dichos mis reynos e Él e la Prinçesa, mi hija, no los governasen por las dichas leyes e fueros e usos e costumbres no serían obedeçidos ni servidos como devían e podrían d’ellos tomar algund escándalo e no les tener el amor que yo querría que les toviesen para con todo mejor servir a Nuestro Señor e governarlos mejor e ellos poder ser mejor servidos de sus vasallos; e conoçiendo que cada reyno tiene sus leyes e fueros e usos e costumbres e se govierna mejor por sus naturales […]

[…]

34. Otrosí, por quanto las Yslas e Tierra Firme del mar Oçéano e yslas de Canaria fueron descubiertas e conquistadas a costa d’estos mis reynos e con los naturales d’ellos, e por esto es razón que’l trato e provecho d’ellas se aya e trate e negoçie d’estos mis reynos de Castilla e León e en ellos e a ellos venga todo lo que de allá se traxiere; por ende, ordeno e mando que así se cunpla, así en las que fasta aquí son descubiertas como en las que se descubrieren de aquí adelante, e no en otra parte alguna.

35. Otrosí, por cuanto puede acaesçer que al tiempo que nuestro Señor d’esta vida presente me llevare, la dicha Prinçesa, mi hija, no esté en estos mis reynos o después que a ellos veniere en algund tiempo aya de yr e estar fuera d’ellos o estando en ellos no quiera o no pueda entender en la governaçión d’ellos; e los procuradores de los dichos mis reinos en las Cortes de Toledo […], por su petiçión me suplicaron e pedieron por merçed que mandase proveer çerca d’ello e que ellos estavan prestos e aparejados de obedesçer e cunplir todo lo que por mi fuese çerca d’ello mandado como buenos e leales vasallos e naturales, lo qual yo después ove hablado a algunos prelados e grandes de mis reynos e señoríos e todos fueron conformes e les paresçió que en qualquier de los dichos casos el Rey, mi señor, devía regir e governar e administrar los dichos reynos e señoríos por la dicha Prinçesa, mi hija; por ende, queriendo remediar e proveer como devo e soy obligada para quando los dichos casos o alguno d’ellos acaesçieren, e evitar las diferençias e disensiones que se podrían seguir entre mis súbditos e naturales de los dichos rreynos e quanto en mí es proveer a la paz e sosiego e buena governaçión e administraçión de la justiçia d’ellos; acatando la grandeza e exçelente nobleza e esclareçidas virtudes del Rey, mi señor, e la mucha esperiençia que en la governaçion d’ellos ha tenido e tiene e quanto es serviçio de Dios e utilidad e bien común d’ellos, que en qualquier de los dichos casos sean por su Señoría regidos e governados, ordeno e mando que cada e quando la dicha Prinçesa, mi hija no estoviere en estos dichos mis reynos o después que a ellos veniere en algund tiempo aya de yr e estar fuera d’ellos o estando en ellos no quisiere o no podiere entender en la governaçión d’ellos, que en qualquier de los dichos mis reynos e señoríos e tenga la governción e administraçion d’ellos por la dicha Prinçesa, segund dicho es, fasta en quanto que el ynfante don Carlos, mi nieto, hijo primogénito heredero de los dichos Prínçipe e Prinçesa, sea de hedad legítima, a lo menos de veynte años cunplidos, para los regir e governar, e seyendo de la dicha hedad estando en estos mis reynos a la sazón o veniendo a ellos para los regir, los rija e govierne e administre e en qualquier de los dichos casos segund e como dicho es. […].

[…]

36. E asimismo ruego e mando muy afectuosamente a la dicha Prinçesa, mi hija, porque merezca alcançar la bendiçión de Dios e la del Rey, su padre, e la mía, e al dicho Prínçipe, su marido, que siempre sean muy obedientes e subjetos al Rey, mi señor, e que no le salgan de obediençia, dándole e faziéndole dar todo el honor que buenos eobedientes hijos deven dar a su buen padre, e sigan sus mandamientos e consejos como d’ellos se espera que lo harán de manera que todo lo que a su Señoría toca parezca que yo no hago falta e que soi biva, […]

[…]

37. Otrosí, ruego e encargo a los dichos Prínçipe e Prinçesa, mis hijos, que así como el Rey, mi señor, e yo siempre estovimos en tanto amor e unión e concordia, así ellos tenga aquel amor e unión e conformidad como yo d’ellos espero; […]

[…]

38. Otrosí, suplico muy afectuosamente al Rey, mi señor, e mando a la Prinçesa, mi hija, e al dicho Prínçipe, su marido, que ayan por muy encomendados para se servir d’ellos e para los honrrar e acreçentar e hazer merçedes a todos nuestros criados e criadas, continos, familiares e servidores, en espeçial al Marqués e Marquesa de Moya e al comendador don Gonçalo Chacon e don Garçilaso de la Vega, comendador mayor de León, e a Antonio de Fonseca e Juan Velázquez, los quales nos servieron mucho e muy lealmente. […]

[…]

39. Item, mando que se den e tornen a los dichos Prínçipe e Prinçesa, mis hijos, todas las joyas que ellos me han dado; e que se de al monasterio de Sanct Antonio de la çibdad de Segovia la reliquia que yo tengo de la saya de Nuestro Señor; e que todas las otras reliquias mías se den a la Iglesia de la çibdad de Granada.

40. E para cunplir e pagar las debdas e cargos susodichos e las otras mandas e cosas en este mi testamento contenidas, mando que mis testamentarios tomen luego e distribuyan todas las cosas que yo tengo en los alcáçeres de la çibdad de Segovia e todas las ropas e joyas e otras cosas de mi cámara e de mi persona e qualesquier otros bienes que yo tengo donde podieren ser avidos, salvo los ornamentos de mi capilla, sin las cosas de oro e plata, que quiero e mando que sean llevadas e dadas a la Iglesia de la çibdad de Granada; pero suplico al Rey, mi señor, se quiera servir de todas las dichas joyas e cosas o de las que a su Señoría más agradaren porque veyéndolas pueda aver más contina memoria del singular amor que a su Señoría sienpre tove e aún porque sienpre se acuerde que ha de morir e que lo espero en el otro siglo e con esta memoria pueda más sancta e justamente bivir.

41. E dexo por mis testamentarios e executores d’este mi testamento e última voluntad al Rey, mi señor, porque segund el mucho e grande amor que a su Señoría tengo e me tiene, será mejor e más presto executado; e al muy reverendo yn Christo padre don fray Françisco Ximénez, arçobispo de Toledo, mi confesor e del mi Consejo; e a Antonio Fonseca, mi contador mayor; e a Juan Velázquez, contador mayor de la dicha Prinçesa, mi hija, e del mi Consejo; e al reverendo yn Christo padre don fray Diego de Deça, obispo de Pallençia, confessor del Rey, mi señor, e del mi Consejo; e a Juan López de Leçárraga, mi secretario e contador. E porque por ser muchos testamentarios, si se oviese de esperar a que todos se oviesen de juntar para entender en cada cosa de las en este mi testamento contenidas, […]

[…]

42. Item, mando que luego que mi cuerpo fuere puesto e sepultado en el monasterio de Sancta Isabel de la Alhambra de la çibdad de Granada, sea luego trasladado por mis testamentarios al dicho monasterio el cuerpo de la reyna e prinçesa doña Ysabel, mi hija, que aya sancta gloria.

43. Item, mando que se haga una sepultura de alabastro en el monasterio de Sancto Thomás, çerca de la çibdad de Ávila, onde está sepultado el prínçipe don Juan, mi hijo, que aya sancta gloria, para su enterramiento, segund bien visto fuere a mis testamentarios.

[…]

44. E mando que este mi testamento original sea puesto en el monasterio de Nuestra Señora de Guadalupe para que cada e quando fuere menester verlo originalmente lo puedan allí fallar, e que antes que allí se lleve se hagan doss traslados d’el signados de notario público en manera que fagan fe, e que el uno d’ellos se ponga en el monasterio de Sancta Isabel de la Alhambra de Granada, onde mi cuerpo ha de ser sepultado, e el otro en la iglesia cathedral de Toledo para que allí lo puedan ver todos los que d’el se entendieren aprovechar.

45. E porque esto sea firme e non venga en dubda, otorgué este mi testamento ante Gaspar de Grizio, notario público, mi secretario, e lo firmé de mi nombre e mandé sellar con mi sello estando presentes llamados e rogados por testigos los que lo sobrescrivieron e çerraron con sus sellos pendientes, los quales me lo vieron firmar de mi nonbre e lo vieron sellar con mi sello, que fue otorgado en la villa de Medina del Canpo, a doze días del mes de otubre año del nasçimiento del nuestro Salvador Jhesuchristo de mill e quinientos e quatro año.

Yo la Reyna [Rubricado]

[Sello de placa]

[…]

[Codicilo]

[…]. Sepan quantos esta carta de codiçillo vieren, como yo donna Ysabel, […]

[…]

X. Item, por quanto en el reformar de los monasterios d’estos mis regnos, así de religiosos como de religiosas, algunos de los reformadores exçeden los poderes que para ello tienen, de que se siguen muchos escándalos e dannos e peligros de sus ánimas e consçiençias, por ende mando que se vean los poderes que cada uno d’ellos tiene e toviere de aquí adelante para fazer las dichas reformaçiones, e conforme a ellos se les de favor e ayuda, e no en más.

XI. Item, por quanto al tiempo que nos fueron conçedidas por la sancta Se Apostólica las Yslas e Tierra Firme del Mar Oçéano, descubiertas e por descubrir, nuestra prinçipal yntençión fue […], de procurar de ynduzir e traer los pueblos d’ellas e les convertir a nuestra sancta fe cathólica, e enviar a las dichas Islas e Tierra Firme prelados e religiosos e clérigos e otras personas doctas e temerosas de Dios, para ynstruir los vezinos e moradores d’ellas en la fe cathólica, e les ensennar e doctrinar buenas costumbres, e poner en ello la diligençia devida, segund más largamente en las letras de la dicha conçessión se contiene, por ende suplico al rey mi sennor muy afectuosamente, e encargo e mando a la dicha prinçesa, mi hija, e al dicho prínçipe, su marido, que así lo hagan e cunplan, e que este sea su prinçipal fin, e que en ello pongan mucho diligençia, e no consientan nin den lugar que los yndios, vezinos e moradores de las dichas Yndias e Tierra Firme, ganadas e por ganar, reçiban agravio alguno en sus personas ni bienes, más manden que sean bien e justamente tratados, e si algund agravio han reçebido lo remedien e provean por manera que no se exçeda en cosa alguna lo que por las letras apostólicas de la dicha conçessión nos es iniungido e mandado.[…]

XV. Item mando, que se digan veyntemill missas de requiem por las ánimas de todos aquellos que son muertos en mi serviçio, las quales se digan en iglesias e monasterios observantes, onde a mis testamentarios paresçiere que más devotamente se dirán, e den para ello la limosna que bien visto les fuere.

XVI. Item, mando, que todo aquello que yo agora do a los criados e criadas de la reyna donna Ysabel, mi sennora e madre, que aya sancta gloria, se de a cada uno d’ellos por su vida.

XVII. E digo e declaro que esta es mi voluntad, la qual quiero que vala por codiçillo, e si no valiere por codiçillo quiero que vala por qualquier mi última voluntad, o como mejor pueda e deva valer. E por que esto sea firme e no venga em dubda, otorgué esta carta de codiçillo ante Gaspar de Grizio, mi secretario, e los testigos que lo sobreescrivieron e sellaron con sus sellos; que fue otorgada en la villa de Medina del Canpo, a veynte e tres días del mes de novienbre (de cancelado ) ano del nasçimiento del Nuestro Salvador Ihesu Christo de mill e quinientos e quatro annos, e lo firmé de mi nombre ante los dichos testigos e lo mandé sellar con mi sello.

Yo la Reyna ( firma autógrafa y rúbrica ).

Fonte

Pubblicato in De La Torre y Del Cerro, A.; Alsina, E. (vedova De La Torre), Testamentaría de Isabel la Católica , Barcellona, 1974.

Regesto

Isabella I, regina di Castiglia, chiamata anche Isabella la Cattolica, detta il suo testamento in lingua materna il 12 ottobre 1504, e il 23 novembre, tre giorni prima di morire all’età di cinquantatre anni, firma con autografo le sue ultime volontà a Medina del Campo. Isabella dichiara erede universale di tutti i suoi regni e di tutti i suoi beni la figlia primogenita, la principessa Giovanna I di Castiglia, arciduchessa d’Austria e duchessa di Borgogna. Comanda che se la principessa Giovanna è assente dai suoi regni o non può governarli, li governi per lei il re Fernando, suo padre, finché l’infante, Carlos, suo nipote, figlio primogenito di Giovanna e di Filippo il Bello, compia vent’anni e possa governare i regni.

fonte http://www.ub.edu/duoda/diferencia/html/it/primario16.html

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