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Tonia Ferraro, e la Fortezza di Civitella

Posted by on Mar 22, 2021

Tonia Ferraro, e la Fortezza di Civitella

Tonia Ferraro, ci racconta la storia commovente ed ancora poco conosciuta di quegli eroici soldati che difesero la
Fortezza di Civitella fino all’estremo sacrificio della vita.

Come si può leggere in qualunque libro di testo scolastico, all’atto della proclamazione del
Regno d’Italia mancavano ancora da riconquistare Roma e le Venezie. Tali testi però omettono di ricordare che, a quella data del 17 marzo 1861, mancava ancora da conquistare anche una fortezza abruzzese, l’ultimo lembo di Regno delle Due Sicilie su cui sventolava il vessillo bianco gigliato dei Borbone: Civitella del Tronto.

Si tratta di una pagina di storia pochissimo conosciuta: la vicenda di Civitella e della sua
fortezza è quella relativa alla sua resistenza ad oltranza contro l’invasione delle truppe
piemontesi verso il Regno delle Due Sicilie: l’ultimo baluardo della Cittadella venne
distrutto con una potentissima carica di esplosivo solamente tre giorni dopo la
proclamazione del regno d’Italia, senza che i suoi difensori si fossero arresi al feroce
assedio.
Civitella del Tronto, in verità era già stata protagonista di episodi di lealtà alla dinastia
borbonica e di resistenze impensate, come quella del 1557 contro il Duca di Guisa, e del
1806 contro i francesi del Generale Gouvion St. Cyr.
Quando agli inizi del 1860 il timore di un’invasione del Regno delle Due Sicilie cominciava a
farsi più consistente, in Abruzzo Ulteriore venne inviata una colonna militare al comando
del Generale Giuseppe Pianell.
Nel momento in cui i garibaldini iniziavano a risalire la penisola, nella fortezza già si
preparava la difesa, soprattutto in ragione del fatto che si paventava un’invasione
piemontese dal nord, in quanto il forte era stato costruito sul fiume Tronto, il confine con lo
Stato Pontificio.
L’invasione arrivò il 15 ottobre 1860, e la cittadella si apprestò immediatamente alla difesa,
ritenendosi giustamente obiettivo primario.Il comandante, maggiore Luigi Ascione, decise di proclamare lo stato d’assedio e rispose con ironia a una comunicazione proveniente da Teramo, con la quale il plenipotenziario aveva richiesto di uniformarsi alla resa.
La fortezza contava su una guarnigione composta da 530 militari appartenenti ai vari corpi
del Real Esercito Borbonico, e su di un parco di artiglieria piuttosto modesto, composto di
ventuno cannoni, due obici, due mortai, e una colubrina in bronzo che però era troppo
vecchia e non venne mai impiegata.
Le forze piemontesi scese dalle Marche avevano come obiettivo quello di incrociare le forze
garibaldine che risalivano da sud e di eliminare le restanti forze borboniche in fase di
ripiego dopo gli scontri sul Volturno.

Il Generale Cialdini, che comandava il corpo di spedizione, sottovalutando il problema,
decise di inviare contro la fortezza solamente un reparto di volontari, la cosiddetta Legione
Sannita, che giunta sul posto iniziò le operazioni di assedio il 23 di ottobre.
Il primo colpo di cannone venne sparato il 26 ottobre 1860, ma nonostante il quotidiano
bombardamento da parte piemontese, la resistenza della guarnigione proseguiva
soprattutto su impulso del capitano Giovine, del sergente di artiglieria Messinelli e del
sacerdote Padre Leonardo Zilli, detto Campotosto dal suo paese di origine.
Vista l’inutilità dei primi bombardamenti, a capo degli assedianti venne posto il generale
Ferdinando Pinelli, già famoso per le atrocità commesse nel corso della guerra, e che
sembrava l’uomo giusto per piegare la resistenza della cittadella.
Tuttavia, pur unendo ai bombardamenti minacce di morte per tutta la guarnigione, in
assenza di resa e in violazione di qualunque norma di diritto bellico allora vigente, Pinelli
ricevette sdegnati rifiuti da parte borbonica.
Il 20 dicembre, gli assediati effettuarono anzi una sortita verso l’abitato di Meria, ove
sconfissero e costrinsero alla ritirata un’intera compagnia di bersaglieri. A seguito di tali
azioni, Pinelli richiese nuove truppe, portando il numero degli assedianti a 3.500, un
numero pari cioè a sette volte quello degli assediati.A quel punto, la resistenza di Civitella del Tronto cominciava a divenire un problema molto serio per il governo sabaudo, anche da un punto di vista mediatico: l’esistenza del Regno Borbonico, infatti, era legata alle tre fortezze che ancora resistevano: Civitella, Messina e
Gaeta, dove gli stessi reali partecipavano alla lotta, ma che capitolò il 13 di febbraio con
l’esilio di Francesco II a Roma.
Il generale Pinelli emise alcuni durissimi bandi contro gli stessi civili, tali da suscitare da
parte di stati esteri proteste così violente da costringere il governo piemontese a sollevarlo
dall’incarico.

A dirigere le operazioni venne così inviato il terzo comandante: il Generale Luigi Mezzacapo.
Era costui il recordman dei voltagabbana, essendo stato già ufficiale dell’artiglieria
borbonica e generale nell’esercito della Repubblica romana nel 1849, oltre che artefice della
capitolazione della fortezza di Gaeta.
Con l’arrivo di Mezzacapo iniziò tra gli assediati la disputa fra chi voleva arrendersi e quelli
intenzionati a continuare la difesa del forte. A prevalere furono questi ultimi, che nello
stesso tempo dimostrarono tanta tenacia da influenzare anche i civili in paese.
Il 15 febbraio giunsero a Mezzacapo i nuovi cannoni rigati a tiro veloce, e il generale ordinò
subito un bombardamento violentissimo della fortezza, che però non diede alcun frutto,
difatti l’assedio continuò fino al 12 marzo, giorno in cui si arrese anche la cittadella di
Messina.
Il 17 marzo 1861, nonostante la strenua resistenza di Civitella del Tronto, a Torino Vittorio
Emanuele di Savoia si fece incoronare primo re d’Italia, conservando però il numero di
“secondo” e confermando in tal modo che l’Italia non era stata unita ma semplicemente
annessa al Piemonte.Nello stesso giorno il generale sabaudo Enrico Morozzo Della Rocca ebbe il permesso di
entrare nella fortezza: portava con sé un messaggio nel quale Francesco II di Borbone
ordinava ai resistenti di arrendersi per non mettere in pericolo le proprie vite, ma essi non
riconoscendo la firma del re, rifiutarono di deporre le armi, dando così il via a tre giorni di
bombardamenti durante i quali vennero scaricati contro il forte 7.860 proiettili, che alla
fine produssero una breccia nelle mura alla base di piazza del Mercato, attraverso la quale i
bersaglieri riuscirono finalmente a penetrare nella rocca attraverso Porta Napoli.
Alle 11.45 dello stesso giorno, il vicecomandante della guarnigione, il maggiore Raffaele
Tiscar firmò la capitolazione del forte, anche se nella parte più alta della fortezza, un
manipolo di soldati borbonici resisteva con le armi in pugno.Alle 13.45 venne fucilato alla schiena e senza processo il sergente Domenico Messinelli, reo di aver rifiutato le condizioni di resa portate dal generale Della Rocca. Poco dopo subì lo stesso trattamento anche padre Zilli.
Alle cinque della sera entrò nel forte di Civitella, con fanfara in testa, tutto lo stato
maggiore sabaudo, anche se sulla rocca sventolava ancora la bandiera borbonica.
Il giorno successivo Camillo Benso conte di Cavour comunicò alle cancellerie inglese e
francese che la questione Civitella era risolta e l’Italia unificata.
Niente di più sbagliato: i militari napoletani si erano asserragliati tra le potenti mura del
palazzo del governatore e della chiesa di San Giacomo: il generale sabaudo però a quel
punto giudicò che l’assedio era durato anche troppo e con troppe perdite, quindi decise di
chiudere la questione con l’esplosivo.Il 22 marzo 1861 vennero accumulate sotto le mura dell’ultimo baluardo diecine ditonnellate di tritolo, che fecero saltare in aria l’intera parte superiore della collina, portando
con sé le vite degli ultimi resistenti.
Da notare che, nonostante le condizioni di resa prevedessero salva la vita a tutta la
guarnigione, alcuni soldati tra i meno favorevoli alla resa, furono ugualmente catturati e
fucilati. Altri 291 uomini dei quali non si conosceranno mai i nomi, vennero deportati in
un’altra fortezza, quella di Fenestrelle, dove sparirono per sempre ingoiati nella calce viva, o
esposti come reperti nell’inquietante museo di Cesare Lombroso come criminali.

segnalato da

Giorgio Catalano

1 Comment

  1. Ci sono stata piu’ volte accompagnando Gianni Salemi in occasione dell’anniversario della tragedia finale che elimino’ barbaramente l’ultimo baluardo piu’ a nord del Regno Due Sicilie… un posto fantastico! Lassu’ uno spiazzo enorme fortificato che domina tutta la zona sottostante….potevano prenderli per fame quei bastardi di piemontesi invece di fare la strage che han fatto! Quanto avrebbero potuto resistere se i foraggiamenti fossero stati bloccati?… Stragi inutili perche’ non ancora sazi di atrocita’ barbara!…Andateci se non ci foste mai stati…e a pieni polmoni respirate l’aria che sale dal panorama vario e bellissimo che si domina a trecentosessanta gradi… vi sentirete aleggiare intorno l’eroismo di coloro non lo vollero abbandonare.. per fedelta’ e amore…e li comprenderete! caterina ossi

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