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Turchia, Kurdi parte della geopolitica attuale

Posted by on Set 2, 2016

Turchia, Kurdi parte della geopolitica attuale

spesso trattiamo la geopolitica, l’unica causa che ha distrutto la nostra nazione, ed oggi pubblichiamo vari articoli che mi ha inviato Tonino Fallena.

 

La popolazione civile di Kobane ha iniziato una protesta pacifica al confine tra la città di Kobane e la Turchia il 24 di Agosto nel momento in cui la Turchia ha iniziato a costruire un muro di cemento al confine e quando ha iniziato l’invasione di Jarablus al nord della Siria.

Oggi alle ore 9:30 locali, quando le persone sono tornate al confine per continuare la loro protesta pacifica, i soldati turchi hanno superato il confine e hanno attaccato la popolazione con lacrimogeni, idranti, e proiettili. Sino ad ora più di 41 civili sono stati feriti e un ragazzo di 19 anni è stato ucciso, colpito alla testa da un proiettile.

Attualmente i soldati turchi e i cecchini si stanno posizionando e stanno prendendo di mira i civili.

Dopo questo attacco migliaia di civili di Kobane si sono ora spostati al confine per condannare gli attacchi. La situazione rimane critica.

Kobane è la città che ha intrapreso una storica resistenza contro la brutale invasione dei terroristi dell’Isis nel 2014. E’ stata il faro della resistenza e della vittoria contro i terroristi dell’Isis al nord della Siria.

Per via del continuo successo del popolo curdo con le Forze Democratiche Siriane (SDF), con le Unità di Difesa del Popolo (YPG) e Unità di Difesa Femminili (YPJ) contro l’Isis e altre organizzazionin terroristiche, lo stato turco ha dimostrato in modo crescente tendenze di guerra sino ad arrivare alla invasione del territorio siriano.

Questo ultimo attacco contro il popolo di Kobane è da condannare nel modo più forte dalla comunità internazionale e da tutti quelli che stanno dalla parte della pace e della fine del terrorismo islamico

Richiamiamo tutte le forze democratiche ad opporsi all’invasione dello stato turco e a condannare gli attacchi dell’esercito turco per porsi in solidarietà con i popoli del Rojava e con la popolazione Kobane.

Chiediamo che tutte le istituzioni internazionali taglino le loro relazioni economiche e militari con la Turchia sino a che non sia posta fine all’invasione e agli attacchi contro i popoli del nord della Siria. Kobane Reconstruction Board- Comitato per la Ricostruzione di Kobane – Europa 02 September, 2016

L’esercito turco bombarda la sede centrale dei combattenti curdi delle YPG ad Afrin

September 01, 2016

Le forze armate turche hanno lanciato un’offensiva contro il quartier generale curdo nel nord-ovest della Siria. Fonti militari affermano che le truppe dell’esercito turco hanno colpito la sede centrale delle Unità di Protezione del Popolo (YPG) ad Afrin nella provincia di Aleppo con decine di colpi di mortaio.

“Più di 40 colpi di mortaio sparati dalle forze militari turche hanno colpito la sede centrale nella città di Jaqla ad Afrin.Lo ha riferito un portavoce delle YPG all’agenzia stampa ARA news.Non è immediatamente chiaro se il bombardamento turco ha causato vittime nelle file delle YPG.

Ali Battal, membro Dell’Unione Democratica Nazionale Siriana, ha riferito che gli attacchi turchi sulle posizioni curde giungono come un tentativo delle autorità turche di impedire alle YPG e alle fazioni alleate delle Forze Democratiche Siriane (SDF) dal proseguire le loro operazioni contro ISIS nella provincia di Aleppo.

“Dopo aver invaso la città di Jarablus , la Turchia ha cercato di tagliare di vie di rifornimento nella Siria settentrionale, e di impedire a quelle forze di eliminare i terroristi di ISIS nella provincia di Aleppo” ha dichiarato Battal.

Questo giunge solo un giorno dopo che le SDF guidate dai curdi hanno lanciato una nuova operazione contro ISIS nelle campagne settentrionali di Aleppo e hanno espulso il gruppo radicale da un certo numero di paesi e di villaggi.

 

L’appello: Difendiamo la rivoluzione democratica del Rojava / Rete Kurdistan Italia

Dopo l’invasione in territorio siriano e l’occupazione della città di Jarablus – avvenuta peraltro senza alcun combattimento, evidentemente concordata con le bande di ISIS – lo Stato turco e i suoi complici hanno avviato un’intensa aggressione contro le Forze Democratiche della Siria, contro il Consiglio Militare di Manbij, contro i curdi e gli altri popoli che vivono nella regione.

 

Tale aggressione giunge dopo i successi militari delle forze democratiche della Siria nella lotta a Daesh, in particolare la liberazione della città di Manbij, salutata solo pochi giorni fa con entusiasmo sui media internazionali.

 

L’esercito turco oltre ad essere penetrato all’interno del cantone di Kobanê scavando trincee, ha preso di mira con bombardamenti dell’esercito e dell’aviazione i quartieri residenziali a nord del fiume Savur a Manbij, e ha commesso una strage nel villaggio di Ba‘er Kosa a Jarablus per mezzo di bombardamenti che hanno provocato la morte di decine di civili. Medici locali affermano che sarebbero state usate perfino armi chimiche. Ad Afrin sono state prese di mira alcune postazioni delle YPG/YPJ.

 

Con il pretesto della lotta al terrorismo la Turchia – accecata dalla possibilità che la rivoluzione democratica del Rojava possa fungere da volano per le richieste di autonomia dei curdi nel proprio territorio e da modello di convivenza fra popoli per la Siria – continua inoltre ad ammassare rinforzi militari lungo il confine con Jarablus, per poi andare a sostenere i mercenari lì presenti. Tutto questo avviene con l’avvallo delle potenze internazionali: gli Stati Uniti, che hanno intimato alle Forze Democratiche della Siria di ritirarsi al di là dell’Eufrate, la Russia, tatticamente riavvicinatasi alla Turchia, l’Iran che ha intensificato la sua guerra contro i curdi, e con il silenzio complice delle istituzioni internazionali e dell’Europa. Perfino la presa di posizione del regime siriano sembra un atto dovuto non preso troppo sul serio nemmeno da Assad, che spera nei nuovi equilibri fra le potenze per ridimensionare l’autonomia dei curdi e rimanere ancora al potere.

 

Con questa invasione, che interrompe la disfatta di Daesh e ne favorisce la circolazione lungo i confini, anche l’Europa, il mondo intero e tutta l’umanità sono sottoposti a una nuova minaccia. La presenza turca in territorio siriano e questa nuova aggressione militare non porteranno altro che caos e un aggravamento del conflitto in Siria.

 

Come ai tempi della battaglia per liberare Kobane, il momento è molto grave per il popolo curdo: è oggi che bisogna mettere in campo tutta la solidarietà e il sostegno di cui siamo capaci, prima che sia troppo tardi.

 

Chiediamo a tutta l’opinione pubblica e alle forze democratiche e della società civile, nonché ai Comuni che hanno sperimentato iniziative di gemellaggio con i cantoni del Rojava di assumere una posizione di condanna e di mobilitarsi contro l’invasione dello Stato turco in Siria.

 

Chiediamo al Parlamento, al Governo italiano e alle istituzioni europee di prendere finalmente una dura posizione contro la Turchia condannando l’invasione in territorio siriano, che rappresenta una minaccia per tutto il Medio Oriente.

 

Chiediamo inoltre ai giornalisti di informare correttamente su quanto di così grave sta accadendo e di avere notizie di Abdullah Öcalan, leader del popolo curdo, ancora detenuto in un inaccettabile isolamento sull’isola di Imrali, da cui ripartire per elaborare una soluzione alla questione curda.

 

La rivoluzione del Rojava non si occupa! Via l’esercito turco dalla Siria!

 

Siria, le alleanze improbabili e la «questione kurda»

 

Oggi i campi sono mischiati e l’obiettivo è uno solo, sul quale sono concordi tutti: bloccare i kurdi siriani del Rojava portatori di un’idea di nazione democratica federalista, socialista e femminista. Unico ambito associabile a qualcosa di sano rispetto alla palude ideologica e politica che si muove intorno al loro destino.

 

Nello spietato gioco di alleanze e cambi di campo, ribaltoni e inversioni in atto in Siria, l’incontro tra il ministro degli esteri russo Lavrov e il segretario di stato americano Kerry rappresenta un momento importante. Mentre scriviamo l’incontro è in corso a Ginevra, cerimoniere Staffan de Mistura.

 

È probabile che l’unico risultato che verrà raggiunto, ufficialmente, sarà il cessate il fuoco di 48 ore per consentire un respiro ad Aleppo, ma quello che conta di più sarà il risultato del dialogo riservato tra Usa-Russia che vedremo specchiato negli eventi dei prossimi giorni. La Siria è ormai un quadro che comincia a ridelinearsi benché stupiscano e non poco i recenti eventi, avvenuti in archi temporali incredibilmente brevi rispetto ai consueti tempi della Storia cui siamo abituati.

 

Quello che solitamente è accaduto su balestre temporali ampie, ormai accade nel volgere di pochi giorni. Basti pensare alla Russia e alla Turchia, ai ferri corti dopo l’abbattimento del jet russo da parte di Ankara e ora incredibilmente vicini. Certo, si dirà, tanto la Russia quanto gli Usa, nei confronti di Erdogan, è presumibile stiano prendendo tempo, ma nell’ambito delle politiche internazionali quanto accade è chiaro. Se prima le «squadre» potevano essere divise in due fronti, oggi non è più così. Prima c’erano Assad, Putin e l’Iran da una parte, Usa, Turchia dall’altra, con Ankara a giocare un ruolo ambiguo rispetto all’Isis e Washington a rimestare nel torbido con i ribelli (lasciando da parte per un attimo la genesi dell’Isis, la Libia, l’Iraq, eccetera).

 

Oggi i campi sono mischiati e l’obiettivo è uno solo, sul quale sono concordi tutti: bloccare i kurdi siriani del Rojava portatori di un’idea di nazione democratica federalista, socialista e femminista.

 

Unico ambito associabile a qualcosa di sano rispetto alla palude ideologica e politica che si muove intorno al loro destino. E il «gioco» turco porta con sé tutti gli attori che preferiscono non affrontare la questione kurda e che anzi si ritrovano contro i kurdi per evitare di fronteggiare problematiche interne legate a minoranze. Ma la questione kurda non può essere rimandata e gli Usa si stanno prestando a un «giro della storia» molto rischioso.

 

La vicinanza turca con la Russia è stata la molla. Putin è stato uno stratega impressionante: con un semplice incontro ha ribaltato il tavolo portando Ankara ad applaudire l’arcinemico Assad per i bombardamenti contro i kurdi. Ha portato gli Usa a sconfessare l’appoggio ai kurdi e perfino l’Iran a unirsi alla compagnia.

 

Queste dinamiche confermano le sabbie mobili di analisi che prediligono la geopolitica come sola guida di riflessione sull’esistente. Affidarsi ora a un leader ora a un altro, porta a dover compiere giravolte assurde per sostenere ora l’uno ora l’altro. Perdendo di vista quello che dovrebbe costituire l’interesse principale, i conflitti sociali dai quali possono nascere proposte politiche diverse da quelle oligarchiche tanto di moda.

 

* Tratto da ilmanifesto

 

Erdogan invade il Rojava: la rivoluzione è sotto attacco

 

Nuova offensiva turca nel nord della Siria con la benedizione degli USA e del Cremlino.Obiettivo: fermare il confederalismo democratico. I Curdi , rischiano ora di essere moneta di scambio tra Erdogan, Obama e Putin.

  • Siria, le alleanze improbabili e la «questione kurda»
  • L’appello: Difendiamo la rivoluzione democratica del Rojava

 

Alcuni tweet lanciati da attivisti curdi nella tarda serata di martedì 23 agosto preannunciano l’inizio dell’operazione. La città di Karkamis, gemella di Jarablus sull’altro lato del confine turco-siriano è stata evacuata. Dopo 3 giorni di bombardamenti contro “ISIS e PYD” centinaia di truppe e decine di carri armati sono schierati per chilometri lungo quella striscia di terra che la Turchia condivide da oltre 2 anni e mezzo con ISIS. Poche ore dopo viene lanciata ufficialmente l’operazione “Scudo dell’Eufrate”.

“Scudo dell’Eufrate’”: impedire che Jarablus venga liberata dai curdi

 

Alle 4 di notte la Turchia invade ufficialmente il nord della Siria sconfinando con oltre 30 carri armati e circa 1000 uomini immortalati in una lunga fila indiana mentre marciano verso il confine. Piuttosto che prepararsi alla battaglia per la liberazione di una città occupata da Daesh, sembrano più impegnati a scattare selfie, posare per i fotografi e salutare alzando talvolta le armi, talvolta facendo il “gesto delle corna”, il saluto fascista utilizzato dal movimento dei lupi grigi legato a doppio filo con il suo braccio politico, il partito dell’MHP.

 

Accompagnati dai tank e dai comandanti turchi ci sono gli uomini che Erdoğan e l’Occidente hanno sempre definito i “ribelli moderati”. Stiamo parlando di un pezzo di quella galassia di sigle che sta sotto la definizione di Free Syrian Army e che possiamo racchiudere in particolare nel “battaglione del nord”.

 

A prendere parte ufficialmente all’operazione con l’esercito turco sono le formazioni Harakat Nour al-Din al-Zenki, Jaish al-Tahrir, Sultan Murad Division e la 13th Division. Stiamo parlando di formazione jihadiste che hanno operato per lo più nella zona di Aleppo e Latakia, soprattutto per quanto riguarda la brigata turcomanna (comandata da Alparslan Çelik, membro dei lupi grigi) che poi è la stessa passata agli onori della cronaca per aver ucciso i piloti russi abbattuti dall’aviazione di Erdoğan. In ogni caso tutte queste formazioni hanno ricevuto l’appoggio diretto, soprattutto in termini finanziari, di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti che le ha rifornite di armi pesanti quali i missili anticarro BGM-71 TOW.

 

Tutti questi gruppi sono stati accusati di crimini di guerra da diverse ONG internazionali come Amnesty International. Solo di pochi mesi fa è il terribile video che mostra miliziani di Harakat Nour al-Din al-Zenki torturare e infine decapitare ad Aleppo il bambino palestinese Abdullah Issa. Inoltre da diverse fonti pare confermato che nei giorni immediatamente precedenti all’operazione, sia avvenuta una opera di reclutamento all’interno dei campi profughi AFAD in Turchia.

 

Una fonte che vuole rimanere anonima ha dichiarato ai microfoni di Firat News: “Questi gruppi si sono avvicinati ai campi AFAD per reclutare membri. Hanno reclutato centinaia di ragazzi di età compresa tra i 14 e i 16 anni dietro il pagamento di una somma di 300 dollari a persona”.

 

Verso metà mattinata i media turchi che seguono in diretta le operazioni danno la notizia che le truppe sono entrare 3 km in territorio siriano, mentre dall’alto gli aerei da guerra della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti danno man forte all’operazione lanciando diversi raid su Jarablus. In breve giungono notizie di 29 civili uccisi durante i raid, che aumenteranno poi a 49 a fine giornata.

 

In contemporanea l’artiglieria turca bombarda postazioni YPG a Derik nel cantone di Cizire, circa 430 km a est di Jarablus ferendo un combattente.

 

Nel frattempo circa 3000 persone lasciano Jarablus e si dirigono verso le aree liberate dalla coalizione SDF subito a nord di Manbij.

 

Dopo neanche 12 ore dall’inizio dell’operazione, Turchia e gruppi FSA annunciano di aver raggiunto il centro di Jarablus prendendo il controllo della città. Video postati su twitter mostrano i miliziani aggirarsi in una città totalmente deserta.

 

Una liberazione lampo avvenuta senza neanche sparare un colpo: nessun segno di battaglia, nessun membro del Daesh ucciso o anche solo ferito, nessuna presenza di mine ed esplosive che pure rappresentano il maggior pericolo nelle città appena liberate dal controllo di ISIS. Basti pensare che l’operazione lanciata dal consiglio militare di Manbij per liberare la città è durata 73 giorni con pesanti scontri, circa 4000 miliziani Daesh uccisi e poco meno di 300 combattenti SDF caduti nell’impresa di scacciare ISIS, oltre ad una città disseminata di mine che hanno provocato diverse vittime, tra cui molti bambini.

 

In effetti diverse fonti locali hanno riportato di come ISIS abbia iniziato il ritiro dalla città a partire dalla settimana precedente, spostandosi oltre confine (in Turchia) oppure verso sud andando a rinforzare la linea del fronte nella battaglia contro la coalizione guidata dai curdi.

 

Altri pare abbiano solamente cambiato divisa, indossando quella dei gruppi FSA e unendosi a loro, così come annunciato via tweet da uno dei leader della città. Un abitante di Karakuyu, villaggio situato a 12-13 km da Jarablus, ha poi confermato in un’intervista l’assenza di scontri e come miliziani di Daesh, a gruppi di 10-15 per volta, abbiano abbandonato la città dirigendosi verso il confine turco a bordo di veicoli privati.

L’antefatto

 

Così come avvenuto nell’estate dello scorso anno quando dopo il massacro di Suruç la Turchia lanciò un’operazione contro ISIS, ma che nei fatti colpì da subito le basi del PKK, anche l’operazione “Scudo dell’Eufrate” è partita prendendo come pretesto l’attentato bomba che ha colpito un matrimonio curdo a Gaziantep, cui partecipavano militanti ed esponenti del partito HDP.

 

Da qui la necessità di “proteggere i confini della Turchia” e “prendere le dovute misure per proteggere il paese”, dichiarazioni che hanno ricevuto il supporto internazionale dell’Occidente verso la Turchia e il suo presidente Erdoğan.

 

Ma non solo. Il 22 agosto, ovvero solo 2 giorni prima dell’entrata turca in Siria, veniva annunciata la formazione del consiglio militare di Jarablus per la liberazione della città. Così come già avvenuto per Manbij, nel solco dell’autonomia e dell’autodeterminazione dei popoli, brigate, formazioni, unità di difesa popolari locali si erano riuniti come primo passo verso l’operazione che voleva portare alla liberazione della città ed alla scacciata di ISIS.

 

A solo 3 ore dalla conferenza stampa, il comandante generale Abdulsettar El-Cadirî, lo stesso che aveva dato lettura del comunicato, è stato assassinato da due agenti del MIT, poi successivamente catturati vivi. Un preambolo di ciò che sarebbe accaduto da lì a poco con l’invasione turca.

Jarablus per la Turchia: sostegno a Daesh, guerra ai curdi

 

Jarablus è una città di confine a ovest dell’Eufrate, ufficialmente occupata dall’ISIS dal 6 Gennaio del 2014 dopo aver scacciato gli altri ribelli anti-Assad che la controllavano dal 20 Luglio 2012.

 

Città storicamente a maggioranza curda, come altre paesi e villaggi nel nord della Siria, ha subito i processi di arabizzazione e assimilazione forzata iniziati con Assad padre e continuati negli anni successivi dall’attuale presidente Bashar Al-Assad.

 

Oggi la città è abitata in maggior parte da arabi, curdi e turcomanni. Questa piccola città di confine ha da subito assunto un ruolo di importanza strategica tanto per ISIS quanto per la Turchia. Dal momento in cui Daesh ha assunto il controllo dell’area, e in particolare dopo l’avanzata delle forze curde dello YPG successiva alla liberazione di Kobane (Gennaio 2015) e Tall Abyad (Giugno 2015), questa striscia di terra che corre lungo il confine turco-siriano per 90 km ha rappresentato per Daesh il maggior punto di transito in termini di rifornimenti di uomini, mezzi, armi e fertilizzanti utilizzati per produrre esplosivi.

 

Lungo quel confine è stato documentato – da parte di diversi media internazionali – come i volontari che vogliono unirsi alle fila dell’IS possano transitare con una certa facilità partendo dalla Turchia, e come in Turchia – proprio nella provincia di Gaziantep – avvenga lo smistamento del petrolio che lo stato islamico raffina nei giacimenti sotto il suo controllo nelle zone di Raqqa e Mosul.

 

Foto risalenti all’estate dello scorso anno hanno immortalato miliziani Daesh e soldati turchi a pochi metri l’uno dall’altro mentre si salutano, o gruppi di uomini del Califfato attraversare proprio quel confine, totalmente impermeabile invece per i profughi in fuga dalla guerra.

 

Dietro le “operazioni” e i “passaggi” al confine è spesso documentato il coinvolgimento del MIT, i servizi segreti turchi, come ad esempio nel gennaio 2015 quando due autobus scortati proprio dagli 007 turchi prelevarono 72 miliziani del gruppo armato jihadista nel campo di Atme in Siria per poi accompagnarli, via Turchia, fino alla cittadina di confine di Tall Abyad, dove gli uomini del califfo Al-Baghdadi stavano lanciando una nuova offensiva contro YPG e YPJ.

 

E ancora nel mese di ottobre 2015, a poche settimane dalle elezioni nazionali del 1° novembre, un video mostra un bus elettorale dell’AKP (il partito di Erdoğan) girare proprio per le vie di Jarablus nella mani di Daesh, mentre lancia slogan elettorali e diffonde la musica dell’inno imperiale ottomano.

Perché la Turchia entra in Siria?

 

È bastata solo qualche ora per chiarire che l’obiettivo della Turchia non era difendere il proprio confine da ISIS, bensì impedire la creazione di un “corridoio curdo”. Lo stesso Erdoğan ieri mattina ha dichiarato durante una cerimonia, che il principale obiettivo dell’operazione è il PYD (Partito dell’Unione Democratica) ovvero il maggiore attore in campo nella battaglia contro Daesh (YPG e YPJ sono le ali militari del partito) e fautore della rivoluzione del Rojava. Non c’erano dubbi a riguardo.

 

Prevenire il “corridoio curdo” nei fatti significa evitare a tutti i costi la scacciata di Daesh da quel pezzo di confine, che segnerebbe l’unione dei 3 cantoni del Rojava e la continuità territoriale finora mai realizzata dall’inizio della rivoluzione nel 2012. Si tratterebbe inoltre di mettere i bastoni tra le ruote a un progetto più ampio, che non riguarda solo i curdi, ma tutte le popolazioni e le etnie che vivono nel nord della Siria.

 

Con la conquista dei territori a ovest dell’Eufrate si realizzerebbe di fatto il progetto della “Federazione del nord della Siria”. Un progetto politico ufficializzato con il congresso tenutosi a Rmeilan il 16 marzo 2016, che esprime la volontà di autogoverno nel solco del confederalismo democratico, da parte delle popolazioni del nord della Siria.

 

Proprio della nuovo sistema federale farebbe parte il 4° cantone, quello di Shahba, che geograficamente va proprio da Jarablus fino al cantone di Afrin a ovest di Aleppo, e che vede Manbij come “capitale”.

La guerra oltre il confine: il doppio fronte

 

Nel complicato puzzle che si va a formare in queste ore, è da tenere in considerazione che la Turchia, con l’invasione di fatto del Rojava, apre un nuovo fronte di guerra oltre quello interno che da un anno a questa parte ha ripreso vigore.

 

Un anno di guerra contro la popolazione curda nel sud-est del paese attraverso le dichiarazioni di coprifuoco e le distruzioni delle città, la repressione politica contro l’opposizione HDP e i bombardamenti sulle montagne di Qandil, hanno spinto il PKK a riprendere il conflitto con la Turchia con una intensità che non si verificava da anni. Gli ultimi mesi hanno segnato una débâcle militare per gli uomini di Ankara.

 

Rispondendo ai massacri compiuti dall’esercito turco e all’isolamento a cui è sottoposto il leader curdo Abdullah Ocalan, il PKK ha compiuto un salto di qualità nella guerra contro l’invasore turco.

 

Secondo i dati forniti da HPG (ala militare del PKK) nell’ultimo anno quasi 3000 tra militari, poliziotti e forze speciali turche sono state uccise dalle azioni portate avanti dalla guerriglia. Le ultime settimane si sono contraddistinte per continui attacchi portati non solo contro le basi militari nelle aree rurali, ma anche e soprattutto nelle città, colpendo stazioni di polizia e caserme, come avvenuto a Elazig dove a morire sono stati 105 tra forze speciali e poliziotti. Nonostante la propaganda l’esercito turco sembra essere in pesante difficoltà e le perdite sono considerevoli.

 

E’ evidente che l’aggressione della Turchia verso il Rojava porterà a un innalzamento del livello di conflitto, tanto a livello militare con HPG, quanto come proteste della popolazione, visto che per il 1° settembre il movimento curdo ha annunciato una giornata di mobilitazione.

Lo scenario internazionale: la banderuola e l’alleato di sempre

 

In contemporanea con l’avvio dell’operazione “Scudo dell’Eufrate” il vice-presidente USA Joe Biden atterrava ad Ankara per incontrare il premier turco Binali Yıldırım per la prima volta dal tentativo di golpe del 15 Luglio.

 

Dopo le accuse turche rivolte agli Stati Uniti di essere dietro al tentativo di golpe, la prima visita americana in Turchia non poteva che preannunciare un riavvicinamento tra le due parti, tanto più che tra le prime dichiarazioni fatte da Biden all’arrivo c’era quello del supporto di Washington all’operazione.

 

Più tardi in conferenza stampa tutto è divenuto più chiaro: l’operazione è stata concordata con gli Stati Uniti e con l’appoggio aereo della coalizione. “Lo diciamo chiaro. Le forze curde devono ritirarsi ad est dell’eufrate, diversamente non avranno nessun appoggio da parte della coalizione” e ancora “Possiamo dire senza subbi che gli Stati Uniti sono il miglior alleato della Turchia” queste le parole di Biden.

 

A molti queste dichiarazioni sono suonate come una coltellata nella schiena alle forze curde che proprio a ovest dell’Eufrate, nella liberazione di Manbij, avevano trovato il supporto di USA e coalizione internazionale.

 

Un comportamento apparentemente schizofrenico, che in realtà rivela quanto era già chiaro, in primis alle forze YPG e SDF. Ovvero che l’appoggio di Stati Uniti fosse totalmente tattico, strumentale e condizionato dai rapporti internazionali, con la Turchia in particolare, da sempre il più forte alleato nell’area nonché secondo esercito più importante della NATO.

 

Attendendo le condizioni giuste gli Stati Uniti sono ritornati a fare comunella con la Turchia, che in realtà non hanno mai smesso di sostenere, in particolare per quel che riguarda la politica interna e la guerra al PKK.

 

Il riavvicinamento Russia-Turchia ha sicuramente influito nell’operazione, così come i colloqui Turchia-Iran. L’attacco sferrato dalle milizie di Assad e dai gruppi affiliati Hezbollah in quel di Hasake, terminato con la scacciata delle truppe di Assad dalla città, va certamente a inserirsi in una partita geopolitica giocati sulla pelle di migliaia di persone.

 

Ieri si è verificato quanto le forze curde avevano chiaro da sempre: il voltafaccia degli Stati Uniti sta nella normalità di essere protagonisti di una rivoluzione assolutamente scomoda per le forze imperialiste, per gli stati-nazioni e per tutti coloro che hanno grossi interessi economici nell’area. Questo i curdi, a differenza degli anti-imperialisti di casa nostra – sempre buoni a sentenziare seduti comodamente in poltrona – lo hanno avuto sempre chiaro. Così come il ruolo tattico della collaborazione con la coalizione internazionale.

 

“No friends but the mountains” sembra oggi più che mai una frase che non può essere smentita.

 

Una verità a metà: i curdi certamente non hanno amici tra i potenti, tra i governi e gli Stati. I loro amici sono i popoli e la solidarietà che hanno sempre cercato e ottenuto è arrivata esclusivamente da questi. È complicato oggi immaginarsi quali saranno gli scenari futuri. Ieri mattina Ankara ha inviato nuovi rinforzi sul confine e altre decine di carri armati sono entrate in territorio siriano.

 

E di fatto ieri l’avanzata delle forze SDF verso Jarablus è continuata, arrivando a 7 km dalla città e iniziando lo scontro con le milizie FSA supportate dalla Turchia. Gli scontri sono continuati per tutta la notte portate avanti soprattutto dalle milizie arabe guidate proprio dagli abitanti di Jarablus. I gruppi supportati dalla Turchia non hanno guadagnato un centimetro, 3 nuovi villaggi sono stati liberati e per il momento i gruppi jhiadisti hanno dovuto ripiegare nuovamente verso il confine.

Oggi la rivoluzione del Rojava è più che mai sotto attacco. Il nuovo quadro del conflitto siriano rischia di mettere alle strette il sogno del confederalismo democratico. Ma dalle YPG è arrivato un messaggio chiaro: “Questa è casa nostra, stiamo combattendo e morendo per la libertà di questa terra. Non prenderemo ordini da nessuno. Continueremo a resistere.”

 

I politici curdi dichiarano per Öcalan uno sciopero della fame illimitato

 

Tutti gli esponenti della politica curda in Turchia si sono incontrati d Amed e hanno rilasciato una dichiarazione storica annunciando l’inizio di uno nuovo periodo con un illimitato e irreversibile sciopero della fame, che sarà lanciato da ben 50 politici il 5 Settembre.

Una dichiarazione storica di tutti gli esponenti della politica curda segna l’inizio di una nuova fase.

Questa dichiarazione storica è stata letta in una conferenza Stampa a cui hanno partecipato i co-sindaci e i co-portavoce del DTK (Democratic Society Congress), dell’ HDK (Peoples’ Democratic Congress), del KJA (Free Women’s Congress), del DBP (Democratic Regions’ Party) e dell’ HDP (Peoples’ Democratic Party) in presenza dei membri delle municipalità, dri rappresentanti delle ONG e di altri importanti esponenti politici.

La dichiarazione è è stata letta da Hatip Dicle del DTK e si è incentrata sull’isolamento nella prigione di Imrali del Leader Abdullah Ocalan , confinato nell’isola da 18 anni e di cui non si hanno notizie da 510 giorni. La dichiarazione ha annunciato uno sciopero della fame illimitato e irreversibile che sarà lanciato il 5 Settembre da 50 politici.

La dichiarazione ha sottolineato che nessuna risposta e informazione è stata ricevuta da ben 510 giorni rispetto alle condizioni di salute di Ocalan, specialmente dopo il tentato golpe del 15 Luglio, in cui i golpisti hanno confermato di essere intervenuti nell’Isola di Imrali.

La dichiarazione ha evidenziato che il più importante problema in Turchia è senza dubbio la questione curda, una delle questioni della regione causate dai “vincitori” della Prima Guerra Mondiale, che hanno diviso le terre del Medio Oriente, la Mesopotamia, l’Anatolia, il Kurdistan.

Continua la dichiarazione: “Sciaguratamente le politiche dello Stato della Repubblica di Turchia sono state massacranti e sanguinose, piuttosto che portare ad una risoluzione hanno comportato la perdita di innumerevoli vite e hanno invaso con questo proposito e con questa violenza il XXI secolo. Nell’ultimo secolo il popolo curdo è stato lasciato senza alcuna scelta, se non quella della ribellione per ottenere i propri diritti, e lo stato ha optato per politiche genocide nel reprimere queste ribellioni. Non c’è niente che lasci questo processo, se non massacri e morti tra la popolazione curda e turca. E siccome stiamo duramente sopravvivendo e lottando in questo mare di sangue, quei poteri in cerca di interessi nazionali, regionali e globali hanno tratto vantaggio da questo conflitto guadagnando più potere per loro stessi”.

Per chiudere questo circolo vizioso e di sangue, per raggiungere una Pace digntiosa e cambiare il destino di conflitto di queste terre, il coraggioso politico e leader del popolo curdo Abdullah Ocalan ha realizzato un’iniziativa potente nel 2013 durante i festeggiamenti del Newroz. Ha chiamato al ‘cessate il fuoco’ e ha richiamato all’inizio di politiche che fermassero il corso degli eventi, pronunciandosi sull’emergenza con una grande speranza nel momento in cui il governo statale tendeva verso la direzione di un cambiamento in termini di pace. I massacri e le morti, allora, hanno avuto tregua e una gioia e felicità piena era emersa nell’intera società per la fine di una guerra lunga un secolo di morte. Ma purtroppo la speranza di pace è iniziata a scemare alla fine del 2014, e si è trasformata in una guerra distruttiva e spietata come quella dell’estate del 2015.

Ad ogni modo, da allora, da 510 giorni non abbiamo più notizie di Abdullah Ocalan, il leader che ha trasformato questa possibilità di pace in un potente processo di dialogo. La guerra e il conflitto senza dubbio non sono la scelta che noi preferiamo. E tuttavia ci devono essere leggi e morale anche in tempi di guerra e di conflitti.

Ma non c’è morale o parvenza di legalità in questo approccio verso il leader di un popolo che ha reso possibile tre anni di pace nella società turca, otto volte è stato dichiarato il cessate il fuoco nei tempi recenti, e questo ha segnato le politiche del Medio Oriente, e il popolo curdo e i loro sostenitori in tutto il mondo hanno dichiarato la loro volontà politica per questo passo con 10.382.632 firme. I diritti del presidente Ocalan sono stati palesemente ignorati nel momento in cui nessuna legge e nessun regola di giustizia legale sono riconosciute nell’Isola di Imrali. A Ocalan è stato negato l’incontro con i suoi avvocati, viene trattato come un recluso e sottoposto a multiple punizioni e all’isolamento.

È senza dubbio che la nostra società- composta da curdi, turchi e da tutte le identità e confessioni, merita una convivenza pacifica. E il maggior obbligo morale per i politici è che realizzino questa aspettativa. Noi senza sosta stiamo compiendo questo dovere con coscienza e responsabilità. Da un lato proviamo a rimanere in piedi resistendo alle pressioni e agli attacchi, dall’altro continuiamo alla ricerca di una risoluzione data dalla sola speranza della pace. Esperienze passate hanno dimostrato già la futilità degli sforzi, come nel caso dell’esclusione di Ocalan dalla trattative. Noi ora stiamo affrontando un problema più critico che sottosta nell’esclusione politica di Ocalan. Non ci si può aspettare che noi permettiamo questa pratica illegale e immorale nei confronti di Ocalan. Nessuno può aspettarsi che noi mostriamo acquiescenza per la proibizione di comunicare con un leader politico su cui affluisce la speranza di milioni di persone.

Tutti gli sforzi umani, politici, legali diplomatici, che sono stati compiuti nei passati 510 giorni sono stati vanificati dal governo. Per questa ragione, abbiamo deciso di iniziare un nuovo processo fino a che per Ocalan non sia possibile incontrare i suoi avvocati, i suoi famigliari o una nostra delegazione politica e sino a che da lui non ci arrivino notizie esaustive. All’interno di questa situazione, 50 persone volontarie tra noi inizieranno uno sciopero della fame senza fine e irreversibile dal 5 Settembre. Lo sciopero della fame ha una sola richiesta e un solo proposito: che sia possibile incontrare Ocalan, secondo il contesto giuridico delle leggi.

A tal riguardo, la nostra prima chiamata è rivolta ai governi, domandiamo e ci aspettiamo che questa richiesta sia presa immediatamente in considerazione nella sua legittimità politica, legale, morale e umana.

Ma lanciamo anche un appello al nostro popolo e alle forze democratiche perché realizzino una preparazione e i programmi necessari per abbracciare la resistenza accanto a coloro che inizieranno uno sciopero della fame illimitato e irreversibile. Questo è il momento di agire.

Durante questi giorni, laddove il sentire la voce del presidente Ocalan può creare nuove speranze e aprire nuove porte, vorremo sottolineare che chiunque creda nella pace e nelle risoluzioni civili secondo il diritto e le leggi, dovrebbe primariamente opporsi al suo isolamento.

Infine vorremo affermare che nessuno popolo che fallisce nel supportare il suo leader può essere capace di proteggere il suo onore e la sua libertà. Nessun popolo che non accompagni la lotta di libertà del popolo curdo può parlare della propria libertà. Questo è per noi prima di tutto, un punto d’onore e di dignità.

Richiamiamo tutto il nostro popolo a supportare la propria dignità e il proprio diritto alla libertà nella maniera più potente, per dichiarare al mondo intero che non accetteremo il disonore a noi imposto.

 

articoli inviati da Tonino Fallena

 

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