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“Una d’arme, di lingua, d’altare”? Considerazioni sull’identità italiana pre- e post-risorgimentale

Posted by on Lug 20, 2020

“Una d’arme, di lingua, d’altare”? Considerazioni sull’identità italiana pre- e post-risorgimentale

Una gente che libera tutta
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.

conte Alessandro Manzoni, Marzo 1821


La parola Italia è una espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.
conte Klemens von Metternich (2 agosto 1847)

Un’Italia senza gli Italiani?

A proposito del rapporto tra Italia ed Italiani, due frasi famose si contrappongono: una di Massimo d’Azeglio (1798-1866) e una di Salvator Gotta (1887-1980).

La prima – forse apocrifa[1] – recita: «pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani», segno che il Risorgimento aveva agito politicamente, ma non socialmente; l’altra afferma: «Dell’Italia nei confini | son rifatti gl’Italiani | li ha rifatti Mussolini | per la guerra di domani»[2] e individua nel Ventennio fascista il momento in cui il desiderio risorgimentale di unificazione territoriale si sposò con l’effettiva unità di sentimento della popolazione. È noto che il culmine di tale sentimento fu provvisoriamente raggiunto nel 1936 con la proclamazione dell’Impero[3], ma è altrettanto noto che nemmeno dieci anni dopo tutto era crollato: il secolo del Fascismo[4], durato solo un quarto di secolo (peraltro ben più – sia nelle prospettive che nella concreta realizzazione – dei dodici anni del Reich “millenario”), il sogno imperiale italiano, l’unità dei popoli della penisola, usciti da una sanguinosa guerra civile e pronti a perpetuare ferocemente la divisione, su basi politiche anziché territoriali[5], grazie al regime democratico.

Morto (politicamente) Mussolini, sono morti anche gli Italiani: non ce ne si è accorti subito, ma poco alla volta il disgregamento è parso sempre più evidente[6]. Prima di giungere ai fenomeni leghista (maggioritario in alcune regioni del Nord) e neoborbonico (quest’ultimo invece privo di qualsiasi riscontro elettorale), già negli anni Settanta gli opposti estremismi si caratterizzavano a Sinistra per l’internazionalismo sovietizzante, a Destra per un europeismo che, senza celare una subordinazione culturale nei confronti del nazionalsocialismo tedesco (in realtà del cesarismo hitleriano, preferito a quello mussoliniano[7]), considerava l’Italia una nazione tornata ad essere la semplice ed imbelle “Italietta” di epoca liberale.

Il disprezzo per lo Stato italiano, necessariamente identificato nei suoi traballanti governi[8] asserviti a potenze straniere (ieri Israele e gli Usa, oggi l’Ue, Israele e gli Usa), si riversa contro l’italianità in genere: contro la cultura, accusata di essere provinciale; contro l’uomo medio, imputato di essere vigliacco ed egocentrico (non a caso la macchietta interpretata in vari film da Alberto Sordi era definita “l’Italiano medio”[9]); contro la mentalità del “tengo famiglia” se non quella, criptomafiosa, del “fatti i fatti tuoi”.

L’Italia di Lissa, di Adua, di Caporetto e dell’8 Settembre, incapace – e soprattutto senza desiderio – di combattere si rispecchia in questo stereotipo, esaltato dalla narrativa e dalla cinematografia[10] quasi per “purificarsi” dalla retorica eroico-militarista del Ventennio fascista[11].

Una contro-retorica (non una anti-retorica, bensì una retorica al contrario) che nel corso degli anni è però riuscita a plasmare le nuove generazioni, assolutamente pacifiste (anche se non pacifiche) ed edoniste, che rifiutano “senza se e senza ma” la guerra, ma non la droga; che amano il rischio della velocità e dello sballo post-discoteca; che sono anche capaci – imbottiti di stupefacenti – di brandire un estintore e tentare di rompere la testa ad un carabiniere, ma si stracciano le vesti se il militare in questione osa difendersi[12].

A livello globale, e prendendo come esempio la società statunitense, si potrebbe dire che le generazioni successive alla seconda guerra mondiale ed alla guerra-lampo di Corea (1950-1953) cercano comunque stimoli “forti” (cfr. il film Gioventù bruciata del 1955, non a caso intitolato in originale Rebels without a causeRibelli senza causa, che rese un’icona James Dean), ma poi giungono al successivo (e lunghissimo) conflitto vietnamita (1955-1975) senza motivazioni e predestinati alla sconfitta.

Dopo “l’ultima” guerra, l’Italia non è stata coinvolta in conflitti con i quali misurarsi (le missioni di “pace” non contano), tutti attentamente evitati. Nel momento di maggior frizione con la Libia di Gheddafi, che nel 1986 aveva lanciato alcuni missili contro Lampedusa, il governo italiano si limitò ad una nota diplomatica (in pratica Spadolini, improbabile ministro della difesa, sgridò il colonnello pazzo: «Non lo fare più!») e la cosa finì in burletta, con i tentativi successivi di allacciare rapporti di amicizia con il dittatore libico, durati fino a poco prima della sua morte (e, anche in quest’ultima situazione, l’Italia stette – e ancora sta – a guardare).

Mai che, in passato abbia solamente accarezzato l’idea di un intervento militare nelle nostre ex colonie (Albania, Libia, Corno d’Africa) nonostante la grave situazione politico-criminale di quei Paesi che avrebbe giustificato, se non addirittura imposto, un aiuto per liberarli dal giogo dei regimi dittatoriali in cui si trovavano. Certo, si trattava di regimi comunisti o filo-marxisti, quindi “buoni” per eccellenza… Ma oltre a questo pregiudizio positivo, c’era l’assoluta mancanza di spina dorsale nella popolazione italiana.

Ma è giusto, a questo punto, a settant’anni dalla fine del Fascismo, parlare ancora di Italiani? Non abbiamo assistito alla fine dell’italianità attraverso gli Anni di piombo che, come accennavo, contrapponevano – con una non sottile differenza rispetto alla guerra civile – non più “neri” contro “rossi” e “bianchi”, cioè fascisti nazionalisti contro comunisti internazionalisti (o filo-sovietici), quantunque alleati a monarchici e liberali nazionalisti; bensì “neri” europeisti[13] e “rossi” (coerentemente) internazionalisti (con i “bianchi” quali “alleati non belligeranti” di questi ultimi)?

Al di là della presenza o meno di una “spina dorsale” è possibile riconoscere in coloro che sono soggetti allo Stato italiano elementi di comunanza che vadano oltre la lingua e l’obbligo di pagare le tasse allo stesso soggetto? La dicitura “nazionalità: italiana” sui documenti di riconoscimento rispecchia anche un reale sentimento di appartenenza?

Sentimento nazionale o meridionale?

Se l’Italia[14] è indubbiamente “una” dal punto di vista linguistico, avendo di fatto adottato come propria lingua – forse sarebbe più esatto definirla, dantescamente, grammatica[15] – il volgare fiorentino, al contrario non è mai stata “una” dal punto di vista politico prima del 1860.

In tempi antichi, l’unità dell’Impero dei Cesari esaltava la romanità, non l’italianità, e si estendeva ben oltre il confine delle Alpi e del Mediterraneo. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente è mancato un qualsiasi momento di totale coesione politica della Penisola e lo stesso impero napoleonico aveva di fatto diviso, anziché unito, lo Stivale, creando sì un Regno d’Italia, ma annettendo alla Francia gran parte delle regioni tirreniche e limitandolo (per usare le denominazioni moderne) alla Lombardia, al Veneto, all’Emilia-Romagna e alle Marche. Mai vi fu un Regno d’Italia geograficamente tanto limitato…

È vero che fin dall’alto medioevo era esistita la denominazione Rex Italiae, utilizzata da Odoacre, quindi dai Goti, poi dai Longobardi e infine dai Franchi; da Carlo Magno in poi il titolo fu ereditato dall’Imperatore: l’ultimo a farsi incoronare “Re d’Italia” fu Carlo V nel 1530[16]. Tuttavia in quel periodo nella penisola italiana non esistette mai una vera e propria compagine statale che sapesse imporre la sua autorità: il titolo di Re d’Italia, nonostante fosse fortemente agognato da vari soggetti in lotta tra loro, era infatti un titolo quasi esclusivamente formale, che non conferiva alcun reale potere.

A confermare tale valore puramente formale del titolo di Re d’Italia, peraltro, basti pensare come esso convivesse con i titoli di Re dei Romani[17]Re di NapoliRe di Sicilia

Se vogliamo trovare una unità politico-geografica nella frastagliata situazione italiana, e nonostante il suo maggior simbolo, la Corona Ferrea, sia conservato a Monza, dovremmo cercarla non al Nord – caratterizzato da vere e proprie Città-Stato (prima i Comuni, poi le Signorie) e da una lunga serie di Ducati (Milano, Mantova, Ferrara, Modena, Savoia), Marchesati (Saluzzo, Monferrato), Repubbliche (Genova, Venezia, Siena, Firenze) – bensì al Centro-Sud, che vedeva ben undici delle attuali venti regioni italiane divise in soli tre Stati: Stato Pontificio, Regno di Napoli e Regno di Sicilia (questi ultimi due poi si uniranno).

In particolare l’Italia meridionale ha una lunga storia di unità politica che, se non si vuole far risalire alla conquista longobarda del 560 d.C. (incompleta – mancando alla Langobardia minor territori come quelli di Bari e di Napoli – e frastagliata – per via dei contrasti interni tra Duchi e Principi longobardi), si deve almeno datare al 1078, con la conquista normanna dell’ultima roccaforte longobarda[18] e l’unificazione sotto il dominio di Roberto il Guiscardo dell’intero territorio meridionale (anche se il primo ad essere incoronato “Re di Sicilia, Puglia e Calabria” fu Ruggero II nel 1130 – mentre Roberto fu solo “Duca” di quegli stessi territori).

Dai Normanni in poi, pur se sotto diverse dinastie (Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Asburgo spagnoli, Asburgo austriaci, Borbone), le Due Sicilie[19] furono un’entità politica caratterizzata da una sostanziale costante[20] unificazione politica, peraltro con un maggiore controllo territoriale rispetto allo Stato Pontificio, caratterizzato da ampie autonomie di fatto, per via della distanza da Roma e dalla mancanza di un esercito come quello napoletano, capace di unire la necessaria potestas all’imprescindibile auctoritas[21].

Il resto d’Italia è stato sempre molto frammentato e di conseguenza privo di una coscienza unitaria. Così mentre al Sud, secolo dopo secolo, si è formata una coscienza identitaria, il Nord ha invece seguito la mentalità da “città-stato” che fin dall’epoca dei Comuni in poi la ha caratterizzata. Nessuno nega il grande sviluppo artistico e culturale che le città della Toscana hanno avuto durante il Medioevo: nonostante le lotte tra città e città, Firenze ha primeggiato dando al resto d’Italia, grazie alle sue “tre Corone” o “tre Fonti”, un idioma divenuto in seguito comune. Dante, Petrarca e Boccaccio hanno un’origine fiorentina e l’uso della stessa lingua per i tre fondamentali (e fondativi) capolavori della letteratura italiana, Divina CommediaDecameron e Canzoniere.

Però Firenze non è solo la patria dell’italiano: è anche la città che forse meglio espresse il fiorire dell’arte e del pensiero umanistici e rinascimentali, cioè “moderni”. Se fu una vera e propria capitale dell’arte peninsulare, “l’Atene italiana”, però non sarebbe mai potuto esserla dal punto di vista politico: pensiamo a cosa accadde nel 1480, quando, al comando di una flotta turca, Achmed Pascià attaccò e conquistò Otranto, trucidando oltre ottocento abitanti – recentemente canonizzati[22] – che si erano rifiutati di apostatare abbracciando la fede di Maometto. La notizia della creazione di un avamposto islamico in terra di Puglia (peraltro in ottimo collegamento con l’Albania, caduta due anni prima sotto il giogo ottomano) sconvolse le popolazioni e le corti d’Italia, poiché era evidente il pericolo di un avanzamento dell’esercito ottomano anche lungo la Penisola, mentre Rodi stava resistendo eroicamente all’assedio della flotta turca[23]; l’attività diplomatica del Papa (allora Sisto IV) fu allora frenetica, come testimoniato da Ludwig von Pastor[24].

Di natura completamente diversa fu invece l’atteggiamento di Lorenzo “il Magnifico” (1449-1492): «la conquista di Otranto suscitò nei confronti di Maometto la reale gratitudine di Lorenzo […]. Una medaglia celebrativa venne coniata in quei mesi e inviata ad Istanbul, con l’iscrizione Maumhet Asie ac Trapesuntii Magneque Gretie imperat[or[25]. Viene un brivido a pensarci: evidentemente, per il Signore di Firenze, la conquista ottomana non era considerata un pericolo per l’Italia – concetto geopolitico che ignorava – bensì un rafforzamento della sua Firenze, mediante il provvidenziale indebolimento di due Principi che considerava, evidentemente, non possibili alleati contro un comune nemico, bensì avversari: il Papa e il Re di Napoli.

Tra parentesi: il Lorenzo de’ Medici dedicatario de Il Principe di Niccolò Machiavelli non è “il Magnifico”, ma solo suo omonimo nipote, Duca di Urbino negli ultimi tre anni di vita (1492-1519). In caso contrario, avrebbe stupito che un osservatore acuto come il Segretario fiorentino dedicasse al compiaciuto ammiratore dell’invasore e massacratore musulmano il proprio trattato con il supposto compito di indurre qualche principe “italiano” all’unificazione della Penisola.

Nell’Ottocento, contro la retorica unitaria di stampo mazziniano, cavourriano e garibaldino, si stagliano le parole scritte nel 1846 (quindi prima della temperie rivoluzionaria del Quarantotto) di un autore ben conosciuto per la sua polemica antiunitaria, Giacinto de’ Sivo, la cui più celebre opera è il pamphlet, edito nel 1861, I Napolitani al cospetto delle nazioni civili[26]. Venticinque anni prima, in un romanzo dedicato alla battaglia di Benevento prima lo stesso autore scriveva a proposito di Manfredi di Svevia:

Italiano d’ingegno e di natale, e supremamente degno di esserlo, fu gran cavaliero, possente capitano e buon re, e maggiore uomo che cavaliero capitano e re. Egli voleva la italica gente una e rispettata, e a farla si adoperava; e riusciva a bene, se le indisciplinate passioni de’ tempi non avessero troppo incrudelito. Pertanto minacciato da’ nemici, venduto da’ collegati, abbandonato da’ suoi baroni, con a fronte la oltramontana oste che senza ragione di guerra lo assaliva, ei vide vana l’opera della sua vita; non volle scampo, ché il poteva, e morir volle su la patria terra, e per la patria terra, rinnovando fatti di eroi in barbara ed ingrata età.[27]

Nessuna contraddizione: per de’ Sivo il re Manfredi era Italiano in quanto Napolitano e la “patria terra” era quella del Regno di Napoli.

Un altro elemento che dimostra quale differenza vi sia tra meridione e settentrione italiano è quello relativo al rapporto con la monarchia sabauda nel secondo dopoguerra. Pur non dovendosi dare spiegazioni semplici (o un’unica spiegazione) a problemi complessi, è possibile ipotizzare che anche la lunga abitudine ad essere sudditi di un regno (e per un certo periodo, quello ispanico, del più potente dei regni) abbia spinto la maggioranza della popolazione meridionale ad esprimersi in favore della monarchia al referendum del 2 giugno 1946.

Invece il Nord, unificato solo dal 1860, si espresse in maggioranza (sia pure risicata – e senza contare la questione dei brogli) per la repubblica, con l’unica eccezione di Torino, città sabauda per eccellenza. Ma, nel dopoguerra, solo al Sud fu possibile vedere alcune grandi città (Napoli, Bari, Catania, vale a dire tre dei quattro principali centri dell’ex Regno delle Due Sicilie) essere rette da un sindaco espressione di un partito monarchico[28]. La quarta grande città meridionale, Palermo, ebbe un sindaco del Fronte dell’Uomo Qualunque[29]. Invece la stessa Torino – come tanti altri grandi centri del Nord – passò dalla maggioranza monarchica ad una maggioranza assoluta di sinistra (pci e psiup) che durò fino al 1951 e portò alla conseguente elezione di tre sindaci di fila appartenenti al pci (compreso quello eletto il 28 aprile 1945).

È un ulteriore elemento che distingue Nord e Sud, assieme a quello – che dà da pensare – di una massiccia affermazione elettorale di partiti legati all’ideologia secessionista al settentrione (Liga Veneta, Lega Lombarda, Piemont Autonomista, Uniun Ligure, Lega Nord Emilia-Romagna, Alleanza Toscana, poi confluiti nella Lega Nord), mentre in Italia meridionale partiti e movimenti “identitari”[30] non hanno mai avuto un riscontro elettorale.

Simboli e bandiere: i tricolore e il tricolore

Un altro dato di fatto, indice di una scarsa identità comunitaria, è che l’Italia non ha una bandiera “storica”, né un simbolo comune (a parte l’aquila imperiale romana con il fascio littorio, compromessa però con il fascismo). Per bandiera storica intendiamo una bandiera (o un simbolo) condiviso che rappresenti l’idea d’italianità e che sia precedente al tricolore, nato in epoca napoleonica.

Ciò accade anche nel mondo sportivo. Prendiamo ad esempio il rugby XV: gli Azzurri sono l’unica nazionale di un certo livello a non avere un emblema naturalistico. Se infatti guardiamo simboli e soprannomi delle principali squadre rugbistiche mondiali, notiamo che il Sudafrica è caratterizzata dallo springbok, una specie di gazzella; la Nuova Zelanda dal kiwi; l’Australia dal wallaby, un particolare piccolo canguro; l’Argentina dal puma; la Gran Bretagna dal leone (la compagine che riunisce i giocatori delle isole britanniche si chiama infatti British & Irish Lions). Vasto è anche l’assortimento floreale: l’Inghilterra ha per simbolo la rosa rossa; l’Irlanda il trifoglio e la Scozia il cardo. Il Galles, oltre al drago della propria bandiera storica, ha come emblema rugbistico le piume del Principe del Galles. Tornando sul continente, la Francia si distingue per il gallo (simbolo di combattività e fierezza del popolo francese, che deriva dai Galli o Celti) e la Spagna per il leone castigliano. L’Italia potrebbe essere rappresentata dall’aquila o dalla lupa, ma non è così. La Federazione Italiana Rugby preferisce autocitarsi avendo come emblema uno scudetto tricolore con la scritta fir. Tutto qui.

Un altro esempio, più aristocratico, ma altrettanto deprimente: le antiche otto “venerande lingue” dell’Ordine di Malta sono rappresentate da otto bandiere storiche. L’Alemagna dall’aquila bicipite; l’Inghilterra dal leone e dai gigli inquartati; le due lingue spagnole dai simboli storici di Castiglia (leone e castello inquartati) e di Aragona (pali rossi ed oro, catena d’oro di Navarra); le tre lingue francesi da tre gigli (Francia), dal delfino (Alvernia) e dalla Croce di Gerusalemme (Provenza).

L’Italia – rectius, la lingua italiana: l’Italia non esiste! – è rappresentata da una bandiera nera con la scritta diagonale “italia”. Più squallido di così…

Messe rigorosamente da parte croci, aquile e lupe, l’attuale bandiera italiana è costituita dal tricolore rosso-bianco-verde. Come tutti i tricolori, è di origine massonica e imita, con una leggera variazione cromatica, il tricolore “fonte”, ossia il rosso-bianco-blu francese.

Sull’origine del tricolore (francese ed italiano) e sul simbolismo cromatico scelto, si è detto molto. Libertà, Uguaglianza e Fraternità per quello d’Oltralpe, ipotesi ben più verosimile e comunemente accettata[31] di quella che vorrebbe il bianco a rappresentare il colore della monarchia (visto che la si voleva abbattere a tutti i costi…), il rosso e il blu a ricordare i colori di Parigi[32]; più cristianamente (ma solo in apparenza) per quella italica ci sarebbero Fede-rosso, Speranza-verde e Carità-bianco, seguendo una simbologia attestata anche da Dante nel Purgatorio[33].

Comunque, al di là della disquisizione simbologica, quello che è palese, rispetto alle bandiere storiche, è che il tricolore (francese, italiano, ungherese, irlandese, olandese, belga o messicano che sia) rappresenta un fondamentale passaggio da una simbologia concreta ed aristocratica, fatta di simboli araldici fortemente legati al territorio, ad una simbologia astratta ed egualitaria, di ispirazione massonica, fatta di meri colori.

La volontà di sostituirsi prepotentemente ai simboli del passato è attestata anche da uno storico liberale, autore nel 1897 – centenario del tricolore italiano – di uno dei più seri studi in materia:

Ma se tale procedimento nello stabilirsi della bandiera nazionale fu possibile in Francia, dove l’affermazione del principio nazionale e la conquista dei diritti del cittadino avvenne mentre ancora le antiche forme di governo stavano in piedi, perché la Rivoluzione le minacciava, non le aveva distrutte; non fu egualmente possibile in Italia. Qui la Rivoluzione fu portata in Lombardia e nell’Emilia […] dalle armi conquistatrici di un esercito straniero; perciò per primo suo effetto ebbe – dove non ne fu di poco preceduta – la caduta delle forme di governo esistenti ed insieme con esse di tutti gli emblemi politici che le rappresentavano. Quando adunque il popolo lombardo ed emiliano volle o dovette ricostituirsi nei nuovi Stati democratici, di cui il Bonaparte favorì la formazione, non trovò più né le insegne, né i colori, né gli altri emblemi dell’antica signoria, ai quali, del resto, niuna ragione di affetto lo legava: altri colori insegne, che fosser sue, non conosceva, se non le municipali, le quali fuor delle mura cittadine non eran note ed erano – ciascuna città aveva le sue proprie – troppo numerose: finì perciò con l’accettare per suoi colori quelli che portavano i suoi soldati. Così fra noi è la bandiera militare quella che prevale e che per opera del popolo, il quale l’accetta per sua, diventa bandiera dello Stato, poi della nazione; ma i primi passi furon lenti ed il popolo non s’indusse subito a vedere nei colori distintivi delle sue milizie simboleggiato se stesso ed a portarli nelle sue coccarde.[34]

Numerose, dicevamo, sono le interpretazioni proposte, anche in chiave alchemica[35], dei tre colori. In realtà tutte appaiono abbastanza discutibili, concettuali e sembra palese che siano una sorta di spiegazione “a posteriori”. Rimane il fatto che le tre bande o fasce colorate sostituiscono una serie di simboli araldici “storici”: dall’arpa gaelica ai gigli borbonici, dai numerosi animali ai pressoché infiniti oggetti presenti nella tradizione iconografica. Nel solo caso italiano si tratta di lupe e lupi, aquile e grifoni, orsi e leoni, cavalli e cinghiali, tori e torri, stelle e gigli, biscioni, panoplie e via enumerando… oltre, naturalmente, alla Croce, probabilmente il primo simbolo da sradicare, anche nei casi in cui non si tratta della classica croce latina (che immediatamente riporta la mente al “disonor del Golgota”[36]), bensì di altre tipologie di croci (filettata, forcuta, gigliata, mulinata, ritrinciata, serpentina, patente, ancorata e via dicendo) che non fanno immediatamente – mediatamente sì, però – pensare alla Croce per eccellenza, quella in araldica detta appunto “di Calvario”, cioè latina e posta su tre scalini o tre monti.

Appare evidente in questa scelta estetica, ripeto, una volontà molto “moderna” di appiattimento, da cui trapela il desiderio di allontanare tutto ciò che è tradizionale e che crea una differenza, sostituendolo con elementi uniformi. Questo intendo sostenendo l’origine massonica del tricolore: non un riferimento ai colori usati nei riti delle logge[37].

Non è un caso che la più bella bandiera italiana sia quella della Marina militare, che riporta al centro uno scudo con i simboli delle quattro Repubbliche marinare medioevali: il leone di San Marco per Venezia e le tre diverse croci per Genova, Pisa ed Amalfi.

Con l’utilizzo di un vessillo tricolore, il Risorgimento sceglie dunque di lasciare alle spalle la più che millenaria storia dei singoli Regni del territorio italiano per rappresentarli con qualcosa di nuovo, di inedito: è in fondo il progetto della rivoluzione, che desidera fare necessariamente piazza pulita di tutto ciò che lo precede, ponendosi non come una semplice evoluzione, ma come una netta frattura con il passato. Ed il simbolo per eccellenza di una nazione non può non essere interessato da questo fenomeno.

Ricordiamo il caso di Enrico d’Artois, che nel 1871 non divenne Enrico V di Francia, ma rimase Conte di Chambord, perché rifiutò di accettare il tricolore come vessillo nazionale: scelta discutibile[38], a posteriori, ma indubbiamente rivelatrice del grande valore dato ad un simbolo come quello della bandiera.

L’inno di Mameli

Un altro simbolo unitario per eccellenza, accanto alla bandiera, è l’inno nazionale. Orbene, tutti conoscono l’Inno di Mameli, il Canto degli Italiani. Ma chi conosce quali opere ha scritto Mameli oltre all’Inno che porta il suo nome? Chi saprebbe enumerare quali opere liriche si debbono alla penna di colui che compose il motivetto che lo accompagna? Due domande – se non si abbia a portata di mano la Treccani o uno strumento che permetta una veloce ricerca su internet – che sono di difficile soluzione. Anche perché non c’è una vera risposta: Goffredo Mameli (1827-1849) non scrisse praticamente nient’altro e Michele Novaro (questo il nome dell’autore della musica, nato a Genova nel 1818 ed ivi morto nel 1885) era un semplice direttore di banda. Di ciò – cioè di non aver l’uno scritto e l’altro musicato alcunché a parte il Canto degli Italiani – visti i risultati dobbiamo essere infinitamente grati ad ambedue.

Non dobbiamo essere grati, invece, a chi, in una terra di poeti e operisti, ha scelto questa canzonetta come inno nazionale, imponendolo in particolare al posto del precedentemente utilizzato Inno a Roma, su testo ispirato da Orazio e con musica di Giacomo Puccini. Altro che Mameli e Novaro!

L’inno italiano poteva (anzi, sarebbe dovuto) essere scelto tra le musiche scritte da uno dei grandi compositori (nazionali o non), come avvenuto in altre terre. Solo per citare alcuni casi, la Germania si era affidata ad Haydn[39], l’Austria a Mozart[40], l’Inghilterra ad Elgar[41], lo Stato del Vaticano a Gounod[42], il Regno delle Due Sicilie prima a Paisiello[43] e poi a Verdi[44]. La scelta di Mameli/Novaro diventa ancor più incomprensibile e grave – come accennato – se comparata all’inno rifiutato, perché “compromesso” con il fascismo: l’Inno a Roma musicato da Giacomo Puccini nel 1919 su un testo del librettista romano Fausto Salvatori (1870-1929) ispirato al Carmen saeculare di Quinto Orazio Flacco, commissionato dal sindaco di Roma, Prospero Colonna (inizialmente sembra per essere affidato a Pietro Mascagni) e dedicato infine dal musicista lucchese «A Sua Altezza Reale la Principessa Jolanda di Savoia».

Pur di screditare la bellissima composizione pucciniana è stata anche inventata una fola secondo la quale si sarebbe trattato di un’opera secondaria, anzi quasi involontaria, realizzata in fretta e furia per compiacere il regime fascista (nel 1919!) adattando la musica scritta in precedenza dal compositore toscano per l’Inno a Diana (1897). In realtà, basta ascoltare una sola volta quest’ultima composizione per rendersi conto di quanto essa sia distante dall’Inno a Roma, che risulta quindi essere un’opera perfettamente autonoma.

Le discussioni che alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso verterono intorno alla possibilità di sostituire Fratelli d’Italia con un inno nazionale più bello dimostrano il fastidio con cui esso veniva percepito. Purtroppo la discussione non giunse a nulla di concreto: da un lato le melodie proposte non erano adatte ad un inno (soprattutto il secondo coro del Nabucco, Va pensiero – meglio sarebbe stato puntare sulla Marcia trionfale del secondo atto dell’Aida…), dall’altro, in clima di sfascio unitario (erano gli anni dell’ascesa della Lega – che paradossalmente adottò Va pensiero come proprio inno, utilizzato pure per le adunate del Front National francese: ciò lo “bruciò” definitivamente), subentrò una volontà di rivalutazione di Fratelli d’Italia che portò tale melodia ad essere di fatto – anche se non ufficialmente[45] – riconosciuta. Antiestetico, antiborbonico (o antiaustriaco), antifascista: il Canto degli Italiani riunisce la quintessenza della bruttezza e della retorica risorgimentale, patriottarda e partigiana (nel senso di bande di partigiani antifascisti, che non a caso individuarono nell’effigie e nel nome di Garibaldi il loro principale simbolo). Degno inno per una nazione allo sfascio o “in coma”, per usare la brillante definizione di Piero Buscaroli[46] (1930-2016).

L’Italia: un’espressione puramente geografica

La mancanza di una bandiera storica (e di un inno decente) non deve però stupire, se consideriamo l’Italia non come una unità politica che per qualche ragione è stata momentaneamente separata, bensì, più logicamente, come una “espressione geografica”, secondo la nota definizione di Clément Wenceslas Lothaire Principe di Metternich-Winneburg (1773-1859).

Il Cancelliere asburgico scrisse il celebre aforisma in francese («une expression géographique seulement») il 2 agosto 1847, in una nota inviata al conte Moritz Dietrichstein-Proskau-Leslie (1775-1854), ambasciatore a Londra. La frase estrapolata dal contesto, venne abilmente sfruttata dal quotidiano Il Nazionale di Napoli, diretto da Silvio Spaventa (1822-1893), quasi un anno dopo esser stata vergata, durante i moti del 1848, ben guardandosi dal dire che lo statista austriaco aveva definito “espressione geografica” anche la Germania, evidentemente senza alcuna acrimonia, né alcun disprezzo.

A più riprese in quel marzo 1848 e in prima pagina, infatti, il giornale scagliò i suoi editoriali contro la “tenebrosa diplomazia” austriaca, colpevole di umiliare «24 milioni d’intelligenti e forti» italiani che invece l’unità della patria «l’avvertono, la riconoscono, se n’esaltano»: «“L’Italia non è che un’espressione geografica”, scriveva il Principe di Metternich…».[47]

Il dispaccio originale era – ovviamente, visti mittente e destinatari (Lord Palmerston, Segretario agli Affari Esteri, e la regina Vittoria) – molto complesso ed esaminava la situazione italiana, ritenendo una forzatura la pretesa unitaria e sottolineando come il pericolo non fosse tanto l’unità, quanto la repubblica, poiché – appunto – non esisteva alcun Re che avrebbe potuto cingere una corona per l’intera penisola.

Ciò a cui mirano le sette, si è la fusione di questi Stati in un solo corpo politico, o per lo meno in una confederazione di Stati posta sotto la condotta d’un supremo potere centrale. La monarchia italiana non entra ne’ loro piani; astrazion fatta dalle utopie d’un avanzato radicalismo che le anima, una ragione pratica deve stornarli dall’idea d’un’Italia monarchica; il re possibile per questa monarchia non esiste né al di qua, né al di là delle Alpi. Gli è verso la creazione d’una repubblica verosimilmente federativa, a guisa di quella dell’America del Nord, che tendono i loro sforzi.[48]

Spaventa, uomo di cultura ma anche di propaganda, peraltro – nomen omen – inflessibile nel vendicarsi su veri e supposti persecutori, quando divenne dal novembre 1860 al luglio 1861 ministro di Polizia nel governo luogotenenziale del famigerato Luigi Carlo Farini (quello che – sempre a proposito del “comune sentire” – definiva Affrica l’Italia meridionale[49] e che finì i propri giorni in manicomio[50]), seppe manipolare quella frase utilizzandola allo scopo di scatenare contro Metternich e contro l’Impero austriaco l’astio degli Italiani.

La manipolazione operata sulla frase del Metternich appare esempio autorevole di come una realtà si possa trasfigurare nella rappresentazione che se ne invoca, perseguendo un nobile intento; in definitiva, la mobilitazione patriottica richiedeva l’immagine negativa dell’avversario e del nemico, ed a questo fine si è mutato il senso di una frase che era destinata dal Cancelliere austriaco a visualizzare in termini sintetici e simbolici una realtà politica, peraltro allora obiettivamente incontrovertibile nell’ambito di istruzioni riservate, volte ad avviare un’azione diplomatica.[51]

Tornando a centosettant’anni di distanza su quelle parole e valutandole con la dovuta serenità, non si può che dare ragione a Metternich: allora egli non poteva prevedere l’imprevedibile, cioè il tradimento di un Savoia nei confronti del cugino Borbone, ma aveva immaginato che, in mancanza di un comune passato e di un comune sentimento unitario, la forma repubblicana si sarebbe prima o poi realizzata. Quando i Savoia, dopo il disastro nel secondo conflitto bellico mondiale, non ebbero la capacità o la volontà di usare (o, semplicemente, la loro mera disponibilità) i vari “battaglioni”[52] dispiegati all’indomani della conquista militare del 1860-1861, non poterono imporre la loro presenza alle popolazioni italiane.

Napoli e i Borbone

Se diverse furono le dinastie che regnarono su Napoli in otto secoli di Regno unitario e differenti sono i giudizi dati dalla storiografia su di esse, non c’è dubbio che quella più amata, a livello popolare, quella in cui c’è maggiore identificazione, è quella borbonica.

Se alcuni studiosi propendono per esaltare il periodo aragonese, ripetendo il nostalgico distico di Velardiniello (sec. XVI): «Saie quanno fuste, Napole, corona? | Quanno regnava Casa d’Aragona»[53]; se altri – tra cui il sottoscritto – seguendo il monumentale saggio di Francisco Elías de Tejada, Napoli spagnola[54], preferiscono invece il periodo cosiddetto vicereale (ma si dovrebbe dire ispanico e forse si potrebbe dire imperiale), considerando che essere la seconda città del vastissimo Regno “su cui non tramontava mai il sole” fosse ben più importante di essere la prima città di un piccolo regno “difeso per tre quarti dall’acqua salata e al nord dall’acqua santa”[55]; tutti comunque, compresi filoaragonesi e filoispanici (o filoimperiali), ammettono che mai, come con la dinastia borbonica, ci fu un rapporto di sintonia tra Corona e sudditi.

Ciò è dovuto a vari elementi. Innanzitutto la presenza fisica della famiglia reale sul territorio: i Re cattolicissimi, con l’unica eccezione di Carlo IV (di Napoli, meglio noto come I di Spagna ed ancor più come V Imperatore del Sacro Romano Impero), non riuscirono a visitare il Regno napoletano[56].

Un altro elemento è dato dalla religiosità: vedere fisicamente il proprio Re alle numerose cerimonie religiose che scandivano la vita napoletana (dalla Madonna dell’Arco alla quella del Carmine, dallo scioglimento del sangue di San Gennaro al pellegrinaggio a Montevergine) è altra cosa che supporre la sua devozione figurandoselo in preghiera nel lontano Escorial.

Attenzione: bisogna a questo punto rigettare la retorica democratica del “Re amato perché è come uno di noi”. Il popolo non ama il Re perché è come uno di noi: lo rispetta e lo considera in primo luogo come Re, anche se apprezza che utilizzi la stessa lingua e che preghi gli stessi santi.

È Ferdinando Russo a sintetizzarlo mirabilmente nel poemetto ’O luciano d’’o Rre (1910), in cui un popolano di Santa Lucia ricorda il “Re Bomba”: «Ferdinando Sicondo. E che ne sanno?! | Coppola ’nterra!» e poco più sotto, dopo aver pur sottolineato che «’O Rre me canusceva e me sapeva!» (“mi riconosceva e si ricordava di me”), di nuovo si prostra al solo ricordo: «còppola e denocchie!» cioè “giù il cappello e in ginocchio dinanzi al solo nome del Re!”[57].

Non un “Re lazzarone”, come la propaganda ha velenosamente dipinto soprattutto Ferdinando IV, bensì un Re amato e rispettato in quanto, ripeto, sovrano. Il popolo, del resto, non ama che “uno di loro” divenga re: lo si è visto quando ha fatto a pezzi Masaniello, idolatrato come capopopolo, ma disprezzato quando volle mettersi sullo stesso piano dei nobili e del viceré. C’è voluta la democrazia perché il barbaro concetto del «vogliamo essere governati da uno come noi» o da «uno di noi» portasse al Parlamento la peggiore accozzaglia di rappresentanti della nazione mai vista, incapaci appunto in quanto “gente come noi”. Un popolo sano vuole essere governato da “gente migliore di noi”!

Tornando alla dinastia dei Borbone-Due Sicilie, il suo fulgore è offuscato da due pregiudizi: il primo, di origine giacobino-liberale, sostiene che «a un grande Carlo sono succeduti due pessimi Ferdinando»; l’altro, di matrice tradizionalista, afferma che «a due grandi Ferdinando sono successi due mediocri Francesco». Ambedue i pregiudizi sono, a mio avviso, errati.

Il primo nasce, come detto, in ambiente giacobino e liberale: Carlo di Borbone (che sarebbe dovuto essere VII di Napoli, ma che non volle usare mai tale numerale ed è universalmente noto come Carlo III di Spagna) viene contrapposto come sovrano illuminato ai “reazionari” che lo seguirono, rei di essersi opposti alle rivoluzioni (anzi alla Rivoluzione, nelle sue metamorfosi particolari del 1799 e dintorni, 1820, 1848). L’esaltazione di Carlo è quindi strumentale alla denigrazione dei suoi successori, quasi volendo estrapolarlo dal resto della Dinastia.

Più grave è il secondo pregiudizio, quello che contrappone i due Ferdinando ai loro figli, poiché proviene da ambienti spiritualmente ed ideologicamente vicini alla casa regnante. Ma è ingiusto (e forse anche scorretto) paragonare sfavorevolmente i cinque anni e poco più di Francesco I (4 gennaio 1825 – 8 novembre 1830) ai quasi sessantasei anni (1759-1825) del padre, il cui regno è uno dei più lunghi della storia. Parimenti, i quasi trent’anni di Ferdinando II non possono essere paragonati ai soli venti mesi di Francesco, di cui ben tre passati a Gaeta, resistendo all’assedio dell’infido cugino piemontese.

Un interessante aiuto in tal senso ci viene da una recente pubblicazione[58], che ripropone uno scritto politico dell’ultimo Re di Napoli, redatto mentre era riparato a Parigi a commento dell’opuscolo dell’ufficiale traditore Luigi Mezzacapo[59] intitolato Armi e politica[60]. Il breve testo del generale ed ex ministro, di 46 pagine, era stato stroncato dalla «Civiltà cattolica»[61]:

Tutta la sostanza di questo capolavoro di scienza politico-militare si riduce a dire: – Non abbiamo un esercito, non abbiamo uffiziali, non abbiamo armi, non abbiamo fortificazioni. Per far tutto, bisognan denari e denari: i denari ci sono e se non ci sono, s’hanno da poter mettere insieme. Accrescete di parecchi milioni il bilancio; date un bel mezzo miliardo ad un ministro della guerra (che si sottintende potere benissimo essere il Mezzacapo stesso) con potestà dittatoriale di spenderlo in tre anni e meno; e vedrete l’Italia ridivenuta, non già forte, ma sufficientemente al caso di farsi far di cappello da tutti gli Stati.[62]

L’autorevole quindicinale aveva incentrato la sua critica soprattutto su questioni economiche e tributarie, sostenendo – peraltro più che giustamente – che «or tutto questo ha l’unico scopo ricordato, di indurre il Governo a spremere le ultime gocce di sangue ai poveri Italiani, o sospingerli alla miseria estrema, per ottenere il frutto infallibile che l’Italia resti debole come prima e, per soprammercato, più indigente di prima»[63]. Ed ironizzava sui suggerimenti dell’ex ministro:

Giacché a tutti è lecito dar consigli, uno assai bello si potrebbe proporlo al Mezzacapo. Egli leva a cielo lo spirito di sacrifizio degl’italiani per la patria: e bene sta. Essi ne han fatti tanti per forza, che di più non potrebbero. Ogni anno quasi centomila Italiani sacrificano persino la patria stessa, fuggendo dal suo suolo, per cercare in lontani lidi un pane che li sfami. Ma perché non principierebbe egli, il signor generale, a precedere tutti con un glorioso sacrifizio, al quale dovrebbe invitare tutti coloro che la sentono con lui, in questa materia di spendere e spandere in armi e in fortezze? Cominci un po’ egli col rinunziare, in pro dell’esercito, alla metà dei lauti stipendii e delle propine non magre che gode per diversi titoli, e dica a tutti: – Vedete quel che fo? Imitatemi. Co’ miei sacrifizii, sull’ara della patria, offro di che acquistare cinquanta o cento fucili: Animo, chi ha cuore mi segua!

Questo sembra a noi un modo il più nobile ed efficace di muovere gli altri ai sacri firn: più nobile ed efficace che non è quello di opuscoli, i quali si restringono a dire al Governo: – Olà, scatenate uno sciame di esattori e di birri, e svaligiate le case e asciugate le borse dei cittadini, affinché noi possiamo bandire alto all’Europa, che abbiamo un milione di fucili, molte piazze forti e cannoni da oltre mezzo milione di costo l’uno. A fare queste prodezze tutti son buoni; né si richiede il nome e l’autorità d’un generale ex-ministro: basta la penna di un articolista da due centesimi la riga.[64]

«Altri – continuava il recensore – sono i bisogni di questo povero Regno, prima caduto in decrepitezza, che fiorisse in gioventù»[65]. E, citando “l’ufficiosissimo” Il Diritto[66] del 22 giugno 1881, concludeva:

«Se, per esempio, seguita a dire il Diritto, noi sapessimo ricondurre alla sua regolarità la funzione parlamentare, in guisa da aver Ministeri autorevoli e duraturi, ciò varrebbe cento volte meglio che avere cento mila soldati di più e dieci navi corazzate o fortezze. Imperocché si può aver stima di chi è bene armato, ma questa stima non compensa la disistima che si ha di chi non sa ben governarsi. E qual potente Stato in Europa potrà contare sull’Italia e averla in seria considerazione, fino a che il nostro interno organismo politico sarà incerto, eteroclito, anormale, come è, per la condizione dei nostri partiti, da parecchi anni a questa parte?»[67]

Francesco II non si occupa di questioni meramente tecniche, né di tipo economico (le imposte) né di tipo politico (la ridicola debolezza dei vari gabinetti ministeriali liberali), bensì trasferisce il discorso su un piano altamente politologico:

Non si creda che con queste poche parole dettate così, per semplice distrazione, intenda confutare l’opuscolo Armi e politica, anzi, divido perfettamente le idee edotte dall’autore. Esse sono di una terribile verità, di una esattezza matematica e poggiate ancora sopra positivi argomenti.[68]

Dopo aver criticato la “corsa agli armamenti” – «Oggi vince chi ha più cannoni da porre in batteria, chi ha più uomini da mandare al macello»[69], tanto che l’intera Europa continua a rimanere ancora in un costante stato di crisi e di tensione internazionale – il Re si sposta su un piano “sociale”, dimostrandosi di vedute estremamente ampie e paragonando il decadente mondo antico all’altrettanto decadente mondo contemporaneo.

Da che esiste il mondo furono sempre satrapi e soggetti; signori e servi; padroni e schiavi. […] Un distacco, dunque, fu sempre tra un limitato numero di uomini immensamente ricchi, perché assorbivano tutte le sostanze e le masse delle plebi che morivano d’inedia e di fatiga. Non vi sembra questo il quadro che rappresenta la moderna società? Allora i ricchi si chiamavano Baroni: oggi si chiamano Lord, Pari, Senatori, Ministri, Deputati, Speculatori, Associazioni monopolistiche, imprenditori, banche, usura, eccetera. Si può chiamare Nazione ricca quella in cui un decimo della popolazione ne assorbe tutte le ricchezze e i nove decimi stentano la vita a muoiono di fame?[70]

Dopo varie considerazioni sull’attuale politica e sulla degenerazione dei costumi negli Stati Uniti d’America, Inghilterra, Francia ed Italia, giunge al tema del patriottismo:

S’invoca il patriottismo degli Italiani; ma questo patriottismo bisogna saperlo ispirare alle masse perché in esso si racchiude la forza; non infonderlo con melense parole o con pompose declamazioni, ma con sollevare l’uomo alla dignità del suo essere e con agevolargli la vita. Allora le popolazioni sentiranno l’amor patrio.[71]

Evidentemente, il nuovo Stato italiano non è stato capace di ispirare un vero patriottismo, ma ha (inutilmente) cercato di imporlo con la forza:

Sotto la pressione del terrore non può attecchire lo spirito patrio. Ogni tratto del nostro suolo è cruento ancora di sangue cittadino e sempre fratricida, ma per infami fucilazioni sancite da leggi eccezionali; credete voi che i figli di quelle vittime, ancora in gramaglia, possano sentire l’amor patrio nel senso della unità italiana?[72]

Francesco II evidenzia la forzatura che ha voluto cancellare con una campagna militare una millenaria tradizione ed ha fondato l’unità italiana sulla ragione delle armi, anziché farla sorgere dal suo naturale collante, la religione, che è stata invece avversata:

Ogni città d’Italia ha le sue tradizioni, i suoi costumi, le sue glorie, i suoi pregiudizi, la sua lingua, ancora cause tutte di quelle perenni gare fratricide che han sempre insanguinato il suo suolo. Gl’Italiani parteggiando o per uno per un altro straniero si son sempre lacerati fra loro. Essi possono ben assimilarsi a un branco di vipere […]. Che cosa ha fatto il Governo italiano per acclimatare questi elementi eterogenei? Che cosa ha fatto per affezionarsi queste popolazioni? Nulla, anzi ha lavorato e lavora per frangere la sola unità che vi rimaneva, quella unità che l’à redenta dalla vera schiavitù: unità religiosa, l’unità di Fede che col sangue di milioni di martiri gli aprì la via della vera civiltà.[73]

E termina il proprio scritto, anticipando di un ventennio le conclusioni di Max Weber (1864-1920), il cui fondamentale saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, che rovescia le posizione marxiane, è del 1904-1905:

La religione è elemento di ordine e di forza; senza religione non v’ha progresso civile. I più vasti Imperi caddero allorché persero ogni credenza! L’Impero dei sensi sopravvenne e la mollezza e la depravazione si diffusero. Corrompete i costumi e imperate fu la filosofia di quei tempi. Corrompete i costumi e imperate, pare fosse la filosofia del nostro progresso: le conseguenze potrebbero essere le stesse.[74]

Parole decisamente profetiche mentre, a un secolo e mezzo dalla caduta del Regno delle Due Sicilie, l’Italia e l’Europa affondano nel marciume della corruzione, prima morale che economica e che confermano l’adesione pubblica di Francesco II alla fede cattolica,

La lettura del breve saggio del Sovrano in esilio restituisce pienamente sia la profonda fede personale del Re che – soprattutto – la sua coerente concezione cattolica della politica. Alcune figura di monarchi, come appunto Francesco II (assieme a Francesco V d’Este, ad Enrico V di Francia, a Carlo d’Austria) incarnano «una concezione della politica antitetica a quella corrente. Per questi sovrani cattolici la politica non poteva prescindere da un sentimento che racchiude una visione del mondo: il senso dell’onore, che ha il suo punto di riferimento in Dio e a cui tutto si subordina»[75]. Una visione della politica, dunque, in totale contrapposizione con quella, di stampo umanistico e di utilitarismo machiavellico che, al contrario, permeava la mentalità del Piemonte di Cavour.

C’è solo da lamentare il fatto che queste idee siano state espresse da Francesco di Borbone quale Re in esilio e non in quanto monarca assiso sul proprio legittimo trono.

Conclusione

La conformazione geografica della penisola italiana, circondata per tre lati dall’acqua salata e coronata sul quarto lato dalle Alpi, doveva facilmente, nel corso dei secoli, portare almeno a una unificazione linguistica. Ciò è in parte avvenuto, poiché, “dall’Alpi al stretto siculo, da Noto a Gorgonzola”[76] tutti ben prima del 1860 hanno riconosciuto l’italiano come lingua comune – o meglio come grammatica, per usare il termine dantesco –, anche se non sempre lo parlavano. La medesima conformazione geografica ha spinto alla sostanziale unitarietà di razza e la cultura si è formata seguendo (purtroppo solo fino all’Umanesimo) i canoni dettati dalla scolastica medioevale in un alveo creato dalla religione cattolica.

Ecco perché, ancora nel XVI secolo, si poteva parlare se non di unità “d’arme”, sicuramente di unità “di lingua e d’altare”, nonché “di sangue” – dando a questo termine un più che logico significato razziale – mentre le “memorie” erano scarse e il “cor” lasciava alquanto a desiderare, come dimostrato da Lorenzo “il Magnifico”.

Conosciutisi nel 1860 e negli anni successivi guardandosi attraverso il mirino di un fucile, gli Italiani seppero sentirsi davvero uniti non certo grazie ai feroci governi liberali della Destra e Sinistra storiche, nemmeno grazie all’inutile massacro della Grande Guerra[77], ma piuttosto durante il Ventennio[78]. È stato naturale che, alla caduta di un collante di eccezione come quello del Fascismo, il sentimento comunitario non potesse che venire meno[79].

I flussi migratori inquinano il “sangue” (ed il terzomondismo, unito alla sudditanza culturale europea, mina di conseguenza le “memorie”), “l’arme” continua ad essere carente e “l’altare” lascia spazio alla tavola eucaristica protestante (grazie al Novus Ordo) mentre la Chiesa stessa retrocede rispetto alle sinagoghe, ai templi buddisti e, ultimamente, alle moschee (grazie allo “spirito del Concilio”) oltre che, naturalmente, all’ateismo ed alla sua attuale metamorfosi: la dittatura del relativismo nelle sue molteplici espressioni.

Svuotata dei comuni elementi fondativi materiali e soprattutto spirituali, l’Europa crolla, dimostrandosi di essere tutt’altro che la “fortezza” vagheggiata fino a pochi decenni fa e l’Italia si sfascia, dimostrando che, in fondo, non è mai esistita, politicamente parlando. A parte un ventennio che si preferisce cancellare e definire sprezzantemente “una parentesi”, intesa come “malattia morale dell’Italia”, tra lo stato monarchico liberale e lo stato repubblicano democratico, intesi come uno Stato successore dell’altro. Certo: ma ribaltando il concetto crociano si può, anzi, si dovrebbe, considerare il fascismo come una parentesi – rectius, una cesura[80] – nel processo degenerativo che dal 1860 giunge ai nostri giorni.

di Gianandrea de Antonellis

[1] Così Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di Simonetta Soldani e Gabriele Turi vol. I. La nascita dello Stato nazionale, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 17, che ritiene apocrifa la frase attribuita a Massimo d’Azeglio, perché sarebbe in realtà stata pronunziata da Ferdinando Martini nel 1896. Sul versante opposto, Claudio Gigante, “Fatta l’Italia, facciamo gli Italiani”. Appunti su una massima da restituire a d’Azeglio, in «Incontri. Rivista europea di studi italiani», XXVI (2011), n. 2, sostiene che, anche se la frase non è presente nel manoscritto originale, ma sono nella edizione postuma del 1866 de I miei ricordi, il concetto è comunque presente negli scritti di Massimo d’Azeglio.

[2] La strofa fa parte dell’inno goliardico Il commiato (1909), con musica di Giuseppe Blanc su testo di Nino Oxilia, divenuto nel 1925 inno trionfale del partito fascista, con il titolo Giovinezza, su testo scritto da Salvator Gotta.

[3] L’esaltazione nazionalistica fu dovuta alla (relativamente facile) vittoria contro le truppe del Negus: gli Italiani non sono un popolo aduso a vittorie sofferte, come dimostra il crollo del consenso verso il regime fascista soltanto pochi mesi dopo l’ingresso nel secondo conflitto mondiale. Usa unirsi solo nei momenti favorevoli, l’Italia avrebbe registrato un altro effimero “rigurgito” di entusiasmo nazionalista non quando bombardata da Gheddafi (1986), bensì quattro anni prima, nel luglio 1982, grazie alla vittoria calcistica al “Mundial” spagnolo.

[4] «Questo è il secolo del Fascismo: ce n’è per voi e per quelli che verranno» era presuntuosamente scritto sullo scalone della nuova monumentale sede del Popolo d’Italia, oggi Palazzo dell’Informazione.

[5] Ma non mancavano le divisioni etniche (almeno in parte): basti pensare a come vennero indecentemente accolti i profughi che fuggivano dai territori caduti in mano della Jugoslavia, perché con la loro stessa presenza smentivano la realtà del “paradiso” comunista. «I 300.000 profughi italiani fuggiti dall’Istria e dalla Dalmazia per non finire nelle foibe furono distribuiti su tutto il territorio nazionale, dove non sempre furono bene accolti. In Emilia, ad esempio, al passaggio dei treni carichi di profughi i ferrovieri comunisti chiusero le fontanelle delle stazioni per impedire loro di dissetarsi. A Bologna la Pontificia Opera di Assistenza aveva predisposto un pasto caldo per i profughi destinati alla Liguria, ma non riuscì a distribuirlo, perché il sindacato comunista dei ferrovieri minacciò dagli altoparlanti che se i profughi avessero consumato il pasto uno sciopero generale avrebbe paralizzato la stazione, e il treno fu costretto a passare senza fermarsi. Ad Ancona il 16 febbraio 1947 il piroscafo “Toscana”, che approdava da Pola carico di famiglie italiane, fu accolto sul molo da una selva di bandiere rosse, fischi, insulti e gestacci col pugno chiuso». Giovanni Marizza, Foibe, stragi, esodo: quale ruolo ebbero i comunisti nostrani? in L’Occidentale, 10 febbraio 2009. Dal canto suo, L’Unità del 30 novembre 1946 coerentemente scriveva: «Ancora si parla di “profughi”: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi» (cit. da Giuseppe De Lorenzo, “Tornate a casa vostra”. Quando la sinistra sputava sui profughi istriani, in Il Giornale, 10.09.2015). Per fare un esempio legato alla cultura popolare, si pensi al senso di fastidio che trapela nella coabitazione tra la famiglia di sfollati di Peppino Armentano (interpretato da Peppino De Filippo) e quella di profughi istriani, mostrati quasi come stranieri invasori, nel film Arrangiatevi! di Mauro Bolognini (1959) con Totò.

[6] Cfr. Ernesto Galli Della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, Bari 2003 (e.p. 1996).

[7] Ricordo una trasmissione radiofonica sulle frequenze della milanese “Radio University”, emittente legata al Movimento Sociale Italiano, in cui il conduttore, che se non erro era Marco Valle, allora segretario del Fronte della Gioventù di Milano, contrapponeva «la morte di Hitler, avvenuta in un clima da Götterdämmerung, da Crepuscolo degli dei, alla pedestre (sic!) morte di Mussolini, appeso a testa in giù in piazzale Loreto».

[8] Con la parentesi del socialista – ma anticomunista – Bettino Craxi, non a caso apprezzato anche a destra per il suo decisionismo.

[9] E altrettanto non a caso la locuzione Italiano medio è diventata il titolo di un graffiante film di costume diretto nel 2015 da Maccio Capatonda, la cui tesi è che l’Italiano medio, perfettamente integrato, vincente e a posto con se stesso, sia quello il cui cervello funziona al 10% delle potenzialità di un cervello normale.

[10] Esemplare, da questo punto di vista, il film Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores, non a caso insignito del premio Oscar per il miglior film straniero. Ma anche un film come Tutti a casa di Luigi Comencini (1960), considerato dalla critica tra le migliori opere del regista e «in senso assoluto uno dei più importanti film italiani del dopoguerra» (Claudio G. Fava, Alberto Sordi, Gremese, Roma 2003, p. 25) è altamente rappresentativo della mentalità gretta ed ignava del soldato (e del borghese) italiano medio.

[11] Cfr. anche: Gabriele Fergola, Italia invertebrata, Controcorrente, Napoli 1998.

[12] Ogni riferimento a tale Carlo Giuliani (1978-2001) non è casuale ed è fortemente voluto.

[13] Cioè legati ad una visione imperiale dell’Europa (si pensi al gruppo “Europa Civiltà”, che anche nel nome incarnava tale aspirazione, condivisa anche da altre formazioni, come Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo) che spesso confondeva e fondeva il Sacro Romano Impero con il Terzo Impero (cioè il Terzo Reich), nella storicamente inaccettabile pretesa di una diretta traslatio imperii che facesse iniziare il sogno imperiale a S. Pietro a Roma il S. Natale dell’anno 800 con l’incoronazione di Carlo Magno e lo facesse concludere nel bunker di Berlino il 30 aprile 1945.

[14] «Il nome latino deriva dall’osco viteliu, attraverso una forma grecizzata, e gli antichi ne dettero varie spiegazioni etimologiche. Si considerò derivato da un principe enotrio Italo oppure da vitulus; Festo dice infatti: Italia dicta quod magnos italos, hoc est boves habeat; vituli enim ab Italis itali sunt dicti. Secondo alcuni studiosi moderni Italia sarebbe la terra degli Itali, cioè del popolo che aveva come totem il vitello. Il nome nel IV sec. a. C. era dato alla regione compresa tra lo stretto di Messina, il fiume Lao e l’agro di Metaponto; si espande nel III sec. a. C. alla Campania, e poi, nella conquista romana della penisola e con la sua unità amministrativa e politica, il nome viene a designare tutto il territorio a S dell’Arno e dell’Esino fino allo stretto di Messina. Dopo la battaglia di Filippi Ottaviano sopprime l’organizzazione provinciale della Gallia Cisalpina, incorporando questo territorio nell’Italia e spostando così i confini fino alle Alpi. Nel 42 a. C. si ha la sanzione ufficiale del nome». Baldassare Conticello, Enciclopedia dell’Arte Antica, Istituto Treccani, Roma 1961, voce Italia. La variante italiota era in origine la denominazione in uso tra i Greci, a partire dal V sec. a. C., per designare i coloni greci trapiantatisi nelle colonie dell’Italia meridionale (cioè la Magna Grecia, esclusa la Sicilia, i cui coloni erano detti Sicilioti). Con l’avvento della dominazione romana, gli italioti erano distinti dai popoli italici autoctoni. Oggi è usata in ambito scientifico o come termine dispregiativo. Il termine italico, forse più corretto, fa invece riferimento al territorio ed agli abitanti dell’Italia antica; nel significato più rigoroso e ristretto, l’espressione designa l’insieme dei popoli indoeuropei che parlava lingue osco-umbre ed era stanziato lungo la dorsale appenninica, dall’Umbria alla Calabria.

[15] Dante, nel De vulgari eloquentia, definisce “volgare” la lingua che il bambino impara dalla nutrice, contrapponendola alla grammatica (termine con cui indica il latino), intesa come lingua immutabile e ritenuta un prodotto artificiale delle élites: «È anche possibile definire più brevemente e affermare che la lingua volgare è quella che, senza bisogno di alcuna regola, si apprende imitando la nutrice. Abbiamo poi anche, oltre a questa, una seconda lingua che fu chiamata dai Romani gramatica. Questa seconda lingua è posseduta anche dai Greci e da altri popoli, ma non da tutti. Poche sono d’altronde le persone che giungono alla padronanza di essa, perché non si apprendono le sue regole e non ci si istruisce in essa se non col tempo e con l’assiduità dello studio» (Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, I, 2-3, traduzione di Sergio Cecchin, in Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, utet, Torino 1986). L’italiano è stato, praticamente fino all’avvento della televisione, sostanzialmente una lingua scritta e immutabile: Dante, parlando di «lingua imparata dalla nutrice» si riferiva al vernacolo fiorentino – o romano, bolognese, napoletano… – mentre l’italiano era una lingua che si studiava a scuola e si parlava, generalmente, al di fuori della famiglia. In conseguenza di questo suo uso “colto”, «una delle caratteristiche considerate specifiche della lingua italiana, nel confronto con le altre grandi lingue di cultura, è la sua stabilità, cioè il fatto di essere poco mutata nel corso del tempo». Paolo D’Achille, Breve grammatica storica dell’italiano, Carocci, Roma 2008, p. 27.

A conferma di ciò, ecco cosa scrive Pietro Verri (1728-1797) a suo fratello Alessandro a proposito della figlioletta Teresa (nata nel 1777): «Ella con me correntemente parla il francese, né mai altra lingua. Colla sua tedesca [la governante] parla il tedesco e cogli altri parla il milanese» (cit. in Silvia Morgana, Breve storia della lingua italiana, Carocci, Roma 2009, p. 74). Evidentemente, parlava italiano con nessuno; ma di certo lo conosceva e lo sapeva scrivere. La stessa Morgana, poche righe più sotto, afferma: «il francese riveste, a differenza dell’italiano, anzitutto il ruolo di lingua viva, dell’oralità e della conversazione, di “linguaggio” – secondo la terminologia di Goldoni – come il dialetto» (ibid.).

[16] Cfr. Ludovico Antonio Muratori, Annali d’Italia. Tavole cronologiche, Roma 1788, p. 78.

[17] Dal 1273 (Rodolfo I) al 1493 (Massimiliano I); cfr. Ludovico Antonio Muratori, op. cit., p. 76.

[18] Benevento, caduta dopo Bari (1071) e Salerno (1077).

[19] Il termine “Due Sicilie” non nasce con il congresso di Vienna, ma ha un antecedente della locuzione “Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum”, usata già nel 1265 per distinguere la parte continentale da quella insulare del Regno. In quell’anno, con la bolla pontificia con la quale Clemente IV concesse l’investitura a Carlo d’Angiò «pro Regno Siciliae, ac Tota Terra, quae est citra Pharum, usque ad confiniam Terrarum, excepta Civitate Beneventana cum toto territorio, et omnibus districtibus, et pertinentiis». Cfr. Pietro Giannone, Istoria civile del Regno di Napoli (e. p. 1723), vol. I, Milano, 1833, p. 574. Più sotto Giannone commenta: «E questa è la prima scrittura nella quale questi due Regni vengon per la prima volta chiamati di Sicilia citra et ultra pharum, leggendosi quivi: Clemens IV infeudavit Regnum Siciliae citra, et ultra Pharum. E da qui in progresso di tempo ebbe origine l’altro moderno titolo: Rex utriusque Siciliae» (ibid.), che tuttavia Carlo non usò mai nei suoi documenti ufficiali, preferendo gli antichi titoli dei sovrani normanni e svevi. Antonio Summonte conferma questa tesi: «Papa Clemente IV, il quale investì e coronò Carlo d’Angiò di questi due Regni, chiamò quest’Isola e il Regno di Napoli con un solo nome, come si può vedere in quella Bolla, ove dice Carlo d’Angiò Re d’amendue le Sicilie, citra e ultra il Faro. E quello etiandio osservarono gli altri pontefici, che a quello successero, e si servirono dell’istessi nomi, impercioché sette altri Re che al detto Carlo successero, che solo del Regno di Napoli e non di Sicilia padroni furono, chiamarono il Regno di Napoli Sicilia al di qua del Faro. Il re Alfonso poi ritrovandosi Re dell’Isola di Sicilia per essere egli successo a Ferrante suo padre, havendo anco con gran fatica, e forza d’armi guadagnato il Regno di Napoli da mano di Renato, si chiamò anch’egli con una sola voce, Re delle Due Sicilie, citra et ultra e questo per dimostrare di non contravenire all’autorità de’ Pontefici. Ad Alfonso poi successero quattro Re i quali signori furono solo del Regno di Napoli e si intitolarono, come gli altri, Re di Sicilia citra. Ma Ferdinando il Cattolico, Giovanna sua figlia, Carlo V imperadore e Filippo nostro re e signore i quali hanno voluto il dominio d’amendue i Regni si sono intitolati e chiamati Re delle due Sicilie citra et ultra: la verità dunque è che questi nomi vennero da i Pontefici romani i quali cominciarono ad introdurre che ‘l Regno di Napoli si chiamasse Sicilia». Antonio Summonte, Dell’historia della Città e Regno di Napoli, Napoli 1675, t. II, p. 39-40 (il capitolo si intitola: Breve trattato dell’isola di Sicilia e de’ suoi Re. Perché il Regno di Napoli fu detto Sicilia).

[20] Una separazione tra Reame di Napoli e Regno di Sicilia si ebbe nel periodo aragonese (1282-1441) e in quello napoleonico (1806-1815).

[21] Per tale concetto, cfr. Roberto de Mattei, La sovranità necessaria. Riflessioni sulla crisi dello Stato moderno, Il Minotauro, Roma 2001.

[22] Il 12 maggio 2013. La memoria dei Martiri di Otranto ricorre il 14 agosto, data in cui iniziò la mattanza, durata ben tre giorni.

[23] L’assedio durò dal 23 maggio al 17 agosto 1480.

[24] Cfr. Ludwig von Pastor, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1942, vol. II (1458-1484), p. 530-543. Il testo è stato recentemente riprodotto dalla rivista «StoriaLibera», n. 2 (2015), p. 65-81 (consultabile sul sito StoriaLibera.it).

[25] Lorenzo Tanzini, Il Magnifico e il Turco. Elementi politici, economici e culturali nelle relazioni tra Firenze e Impero Ottomano al tempo di Lorenzo de’ Medici, in «RiMe. Rivista dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea», n. 4, giugno 2010, p. 271-289: 278.

[26] «L’Italia non fu una come Inghilterra, Spagna e Francia, perché, Iddio la creò svariata, la fé lunga e smilza, e rotta da fiumi e da montagne; la popolò di stirpi diverse d’indoli, di bisogni, di costumanze, e quasi anche di linguaggio. Nota dell’autore: Un Toscano non intenderà a udire un Napolitano, né questi un Genovese, né questi un Calabro, né questi un Lombardo, né questi un Siculo, né questi un Veneziano. Ciò è perché nella formazione de’ dialetti, e nella fusione del romanesco col germanico linguaggio, ciascun popolo serbò le native forme di pronunzia e di vocaboli. Senza l’ingegno di Dante che unì le sparse membra del favellare nazionale, forse non avremmo lingua scritta universale in Italia», Giacinto de’ Sivo, I Napolitani al cospetto delle nazioni civili, Livorno 1861, cap. VIII, L’Italia non può essere una.

[27] Giacinto de’ Sivo, Corrado Capece. Storia pugliese de’ tempi di Manfredi, Tipografia Carluccio, Napoli 1846, Prologo, p. VIII.

[28] Achille Lauro a Napoli (1952-1957 e 1961); Francesco Chieco a Bari (1952-1956); Gregorio Guarnaccia a Catania (1947).

[29] Gennaro Patricolo (1946-1948).

[30] Dai vari gruppi ruotanti attorno all’ideologia “neoborbonica” al mo (Movimento di Opinione), presentatosi alle Regionali del 31 maggio 2015 in Campania con la proposta di modificare la toponomastica campana e capace di raccogliere solo lo 0,62% dei voti. Profeticamente, qualche mese prima un giornalista aveva scritto: «La galassia meridionale, meridionalista, insorgente, indipendentista, secessionista, terronista, borbonica, neoborbonica, aborbonica, si nutre di simboli e di cultura (a volte metabolizzata a singhiozzo), ma di sicuro sembra avere più nomi che numeri. E come tutte le galassie ha stelle, pianeti, satelliti, comete e buchi neri». Pietro Treccagnoli, Galassia Sud: volti, sigle, liste e movimenti in vista delle Regionali, in Il Mattino, 20 Gennaio 2015, corsivo mio.

[31] Pensiamo alla Trilogia dei colori di Krzysztof Kieślowski: Film blu (1993), Film bianco (1994) e Film rosso (1994). Le pellicole sono esplicitamente ispirate ai tre colori della bandiera francese e ai tre ideali rivoluzionari da essi rappresentati: blu-libertà, bianco-uguaglianza e rosso-fratellanza.

[32] «[L’accettazione di una comune bandiera nazionale] avvenne, come è noto, per la prima volta in Francia, quando gli avvenimenti del 1789 costrinsero la Monarchia ad accettare dal popolo una Costituzione. Simbolo di questa divisione del sovrano potere politico fra popolo e monarca fu la nuova coccarda, dove il bianco della Monarchia fu stretto prigioniero fra il rosso ed il bleu, i due colori popolari». Vittorio Fiorini, Le origini del tricolore italiano, in «Nuova Antologia di scienze lettere e arti», vol. LXVII, quarta serie, 1897, p. 683, corsivo mio.

[33] «Mentre che la speranza ha fior del verde», Purgatorio, III, 135. «Sovra candido vel cinta d’uliva | donna m’apparve, sotto verde manto | vestita di color di fiamma viva», Purgatorio, XXX, 31-33. «Tre donne in giro da la destra rota | venian danzando; l’una tanto rossa | ch’a pena fora dentro al foco nota; || l’altr’era come se le carni e l’ossa | fossero state di smeraldo fatte; | la terza parea neve testé mossa», Purgatorio, XXIX, 121-126.

[34] V. Fiorini, Le origini del tricolore italiano, cit., p. 683.

[35] Per tutte: «Il colore nero, che contraddistingue la fase del piombo, nella bandiera francese fu sostituito dal blu in quanto l’iridescenza del nero al sole lo fa apparire blu. Il bianco è il colore di transizione; ci si abbiglia in bianco quando si abbandona una fase per aprirne un’altra. L’esempio più evidente è il matrimonio in cui la sposa lascia il nubilato per divenire moglie. Il colore rosso è quello che mostra la maturità dell’evento. È il colore del fuoco vivo che fonde i metalli e forgia gli strumenti per renderli più duri e resistenti agli attacchi». Cfr. Claudio Widmann, Il Simbolismo dei Colori. Immagini dall’inconscio, Magi Edizioni Scientifiche, Roma 2006, cit. in ww.anticorpi.info [28.02.2016].

[36] Alessandro Manzoni, Il Cinque maggio, v. 101. Il riferimento, ovviamente, è alla Croce del Calvario.

[37] A tal proposito è stato chiamato in causa il Rito Egiziano inventato da Cagliostro, ipotesi confutata criticata già in passato: cfr. V. Fiorini, Le origini del tricolore italiano, cit., p. 261-267.

[38] Per Enrico d’Artois (1820-1883), la bandiera tricolore era quella alla cui ombra erano stati ghigliottinati i suoi antenati e migliaia di innocenti, sostenendo in tutta Europa decine di governi sanguinari: per questo avrebbe dovuto essere sostituita dalla tradizionale bandiera bianca con i gigli dei Borbone. Vano fu il tentativo di far recedere il proponente, sostenendo che, a ottant’anni dalla Rivoluzione e pochi mesi dopo la Comune di Parigi, il tricolore era divenuto ormai il vessillo dei francesi moderati e dell’esercito contro la bandiera rossa dei comunardi parigini.

[39] Il Kaiserhymne, altresì detto Inno Imperiale o Inno popolare austriaco (il titolo originale, in tedesco, è Österreichische Volkshymne) o Serbi Dio l’austriaco regno, fu composta da Franz Joseph Haydn nel 1797 su incarico dell’Imperatore Francesco II d’Asburgo. Oggi si chiama Das Lied der Deutschen (Il canto dei Tedeschi), o Deutschlandlied, o, più raramente, Deutschand über Alles.

[40] Land der Berge, Land am Strome (Terra di monti, terra sul fiume) è il testo dell’attuale (dal 1947) inno nazionale austriaco, che utilizza con parole nuove una melodia di Wolfgang Amadeus Mozart, la cantata K623a.

[41] Land of Hope and Glory, composta da Edward Elgar nel 1902, è considerata dalla maggior parte degli Inglesi preferibile a God save the King, il più antico inno nazionale esistente.

[42] L’Inno e Marcia Pontificale fu composto da Charles Gounod nel 1869, in occasione della celebrazione dei cinquant’anni di sacerdozio di papa Pio IX. Fu ufficialmente adottato da papa Pio XII, in previsione del Giubileo del 1950.

[43] L’Inno al Re, scritto e musicato da Giovanni Paisiello su commissione di Ferdinando IV di Napoli nel 1787, venne adottato nel 1816.

[44] Nel 1848 fu proposto un nuovo inno nazionale delle Due Sicilie su testo scritto da Michele Cucciniello (Viva il Re!) adattato alla melodia del coro Si ridesti Leon di Castiglia dall’opera Ernani (1844) di Giuseppe Verdi. Lo spartito stampato a Napoli dall’editore Girard nel 1848, dedicato a Ferdinando II, è stato recentemente ritrovato negli archivi del Conservatorio San Pietro a Maiella. Questi i versi iniziali: «Bella Patria del sangue versato | se fumanti rosseggian le impronte | non più spine ti strazian la fronte | il martirio la palma fruttò. | Viva il Re! Viva il Re! Viva il Re!».

[45] Esiste la proposta di legge 4331, non convertita, presentata in pieno entusiasmo di centocinquantenario, il 3 maggio 2011 ed intitolata Riconoscimento dell’inno di Mameli «Fratelli d’Italia» quale inno nazionale della Repubblica italiana in cui si legge la seguente perla: «Superato il trauma della [grande] guerra, sull’Italia si addensarono le nubi del fascismo che fu lesto a mettere in sordina, e a volte a ghettizzare, ogni tipo di canto risorgimentale. In questi anni l’inno di Mameli andò a cercare rifugio presso i gruppi di fuorusciti all’estero, dove il Canto diventò il simbolo dell’opposizione alla tirannia fascista».

[46] Cfr. il bellissimo saggio Una nazione in coma dal 1793, due secoli, Minerva, Argelato (Bologna) 2013.

[47] Giuseppe Brienza, Unità senza identità. Come il Risorgimento ha schiacciato le differenze fra gli Stati italiani, Solfanelli, Chieti 2010, p. 13-14.

[48] Giuseppe La Farina, Storia d’Italia dal 1815 al 1850, Casa Editrice Italiana, Milano-Torino 1860, vol. III, p. 700. Il riferimento all’inesistenza di alcun monarca “né al di qua, né al di là delle Alpi” è anche una assicurazione alla Regina d’Inghilterra sul non voler porre un Principe austriaco su un eventuale futuro trono italiano. Il volume riporta, dopo il testo integrale dei due dispacci di Metternich, anche la risposta rassicurante di Palmerston (p. 704).

[49] Lo fece nel celebre dispaccio inviato il 27 ottobre al presidente del Consiglio, Cavour: «Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile! Il Re [Francesco II] dà carta bianca; e la canaglia dà il sacco alle case de’ Signori e taglia le teste, le orecchie a’ galantuomini, e se ne vanta, e scrive a Gaeta: i galantuomini ammazzati son tanti e tanti; a me il premio. Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno a’ liberali) pe’ testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno ed in mezzo a noi». Falsità indice della follia emergente di Farini (cfr. nota seguente).

[50] Se l’invettiva «Questa è Affrica» è nota, un po’ meno noto è il fatto che Farini morì pazzo: poco dopo la luogotenenza napoletana, tra l’8 dicembre 1862 e il 24 marzo 1863 divenne addirittura Presidente del Consiglio, ma dopo poche settimane rivelò i sintomi di una grave malattia mentale che fu celata per non allarmare un gruppo finanziario con cui il governo aveva avviato trattative per un prestito. Pare che venne costretto alle dimissioni dopo un Consiglio dei ministri in cui era giunto a minacciare il Re con un coltello per spingerlo a schierarsi con gli insorti polacchi e dichiarare guerra all’Impero russo. Morì in miseria tre anni più tardi, dopo essere stato ricoverato nel manicomio di Novalesa (Torino). Questi erano gli uomini della “nuova Italia”!

[51] Fausto Brunetti, L’Italia è un’espressione geografica. Trasfigurazione di un nome. in «Rassegna storica del Risorgimento», anno LXXXVIII (2001), p. 268. Cfr. anche Idem, “L’Italia è un’espressione geografica”: manipolazione e trasfigurazione di una celebre frase, in «Nuova antologia», n. 2236, ott.-dic. 2005, p. 350-355.

[52] Il riferimento è alla famosa frase di Massimo d’Azeglio: «A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un’altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani che, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, che noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba [Ferdinando II] bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso». Lettera a Carlo Matteucci del 2 agosto 1861, in Massimo d’Azeglio, Scritti e discorsi politici, vol. III (1853-65), La Nuova Italia, Firenze 1931, p. 399.

[53] Velardiniello, Stanze, in Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, vol. XXIV, Napoli, presso Giuseppe Maria Porcelli, 1789, p. 8. Il distico è spesso ripreso in chiave (più o meno inconsciamente) antispagnola e antiborbonica.

[54] Francisco Elías de Tejada, Napoli spagnola, cinque volumi, Controcorrente, Napoli 1999-2017 (edizione originale, Nápoles hispánico, Montejurra, Madrid 1960-1964).

[55] «Lo Stato della Chiesa è l’antemurale del nostro regno, che è ben difeso dall’acqua salata e dall’acqua benedetta». Cfr. Arrigo Petacco, Il regno del Nord: 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi, Mondadori, Milano 2009, p. 136.

[56] Filippo II non seguì il caloroso consiglio paterno di spostarsi nei suoi regni e, con la sola esclusione del Portogallo, non si mosse mai da Castiglia e Mancia. Filippo III annunciò più volte il suo viaggio a Napoli ed in conseguenza di ciò si apprestarono i lavori per il Palazzo Reale, ma non venne mai. Neppure Filippo IV e Carlo II risulta siano mai venuti, come pure i re austriaci. Viceversa, venne Filippo V, il primo Re di Spagna e di Napoli di dinastia Borbone.

[57] Ferdinando Russo, ‘O luciano d’’o Rre,IV. Vale la pena riportare il brano del poemetto da cui sono estrapolate le frasi: «Ferdinando Sicondo. E che ne sanno?! | Coppola ‘nterra! N’’o ttengo annascuosto! | E nce penzo, e me sento n’ato ttanto! | So stato muzzo, a buordo ‘o Furminanto! | ‘O Rre me canusceva e me sapeva! | Cchiù de na vota, (còppola e denocchie!) | m’ha fatto capì chello che vuleva! | E me sàglieno ‘e llacreme int’all’uocchie! | ‘A mano ncop’’a spalla me metteva: | «Tu nun si’ pennaruto e nun t’arruocchie! | Va ccà! Va llà! Fa chesto! Arape ‘a mano!». | E parlava accussì: napulitano! | Quanno veneva a buordo! Ma che vita! | Trattava a tuttuquante comm’a frato! | Sapeva tutt’’e nomme: Calamita, | MucchietielloSciatone‘o Carpecato… | Erano gente ‘e core! E sempe aunita! | «Murimmo, quann’’o Rre l’ha cumannato!» | Mo che nce resta, pe’ nce sazzià? | Ah!… Me scurdavo ‘o mmeglio!… ‘A libbertà! | ‘A libbertà! Chesta mmalora nera | ca nce ha arredutte senza pelle ‘ncuolle!… | ‘A libbertà!… Sta fàuza puntunera | ca te fa tanta cìcere e nnammuolle!… | Po’ quanno t’ha spugliato, bonasera!».

[58] Francesco II. Il Re cattolico, Centro studi sul risorgimento e gli Stati preunitari, Modena 2015. Il manoscritto, che si era perduto, è stato ora ritrovato grazie alle ricerche del Cavalier Girolamo Broya de Lucia, che lo ha fatto ripubblicare in anastatica e in trascrizione, affidandolo ad un commento di cinque studiosi di storia moderna e contemporanea (Roberto de Mattei, Massimo Viglione, Cristina Siccardi, Mauro Tranquillo, Elena Bianchini Braglia) con una presentazione di Carlo di Borbone-Due Sicilie, Duca di Castro.

[59] Luigi Mezzacapo (1814-1885), già capitano dell’esercito borbonico, nel 1848 disertò per andare a combattere a Venezia e poi aderire alla Repubblica romana. Successivamente entrò nell’esercito sabaudo e nel marzo 1861, prendendo il posto del generale Pinelli, comandò l’assedio finale alla fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo delle forze borboniche. Dopo l’Unità sarebbe stato nominato Senatore del Regno d’Italia (1870) e ministro della guerra nel gabinetto Depretis (1876-1878).

[60] Luigi Mezzacapo, Armi e politica, Capaccini, Roma 1881.

[61] «La Civiltà Cattolica», anno XXXII (1881), vol. VII, p. 205-211

[62] Ivi, p. 205.

[63] Ivi, p. 209.

[64] Ibid.

[65] Ivi, p. 210.

[66] Il diritto, giornale della Sinistra democratica, era stato fondato nel 1854 da Agostino Depretis (proveniente dalle file mazziniane) assieme «insieme al [Cesare] Correnti, al [Lorenzo] Valerio, [Giuseppe] Robecchi e [Raffaele] Pareto». L’iniziativa suscitò l’ira di Mazzini, che scrisse a Depretis: «Credete veramente voi buoni, voi che amate l’Italia, sdebitarvi dagli obblighi vostri, scrivendo un Giornale?». Cfr. Raffaele Romanelli, voce Agostino Depretis, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXXIX, 1991.

[67] «La Civiltà Cattolica», cit., p. 210-211.

[68] Francesco II, Riflessioni sull’opuscolo “Armi e politica”, in Francesco II, cit., p. 45.

[69] Ibid.

[70] Ivi, p. 46-47.

[71] Ivi, p. 50.

[72] Ivi, p. 53.

[73] Ivi, p. 54.

[74] Ivi, p. 55.

[75] Roberto de Mattei, Introduzione a Francesco II, cit., p. 19.

[76] Versi di un ignoto poeta scapigliato che, firmandosi Depedrini dei Lotta pubblicò sul giornale satirico «Il Berni» (anno I, n. 4, 28 gennaio 1884) una deliziosa “parodia al Cinque Maggio” intitolata Alle cinque, mangio!

[77] Sembra frutto della retorica l’affermazione – pur diffusa – secondo cui la partecipazione delle masse al primo conflitto mondiale aiutò a costruire un’identità e un vincolo nazionali sentiti da tutti i combattenti e dalle loro famiglie, culminati nella “presa di coscienza” successiva alla rotta di Caporetto. Del resto, basti considerare che, a fronte di 10-13.000 morti (e 30.000 feriti) ci furono ben 265.000 prigionieri, che evidentemente preferirono arrendersi anziché combattere (cfr. Mario Silvestri, Caporetto. Una battaglia e un enigma, Rizzoli, Milano 2006, p. 229). Esistono, al contrario, interpretazioni che vedono nel desiderio del governo italiano di partecipare alla guerra – desiderio per nulla condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione, un tentativo di incanalare nelle trincee le pericolose masse di lavoratori che andavano organizzandosi (cfr. Giovanni Fasanella, Antonella Grippo, 1915. Il fronte segreto dell’intelligence. La storia della Grande guerra che non c’è sui libri di storia, Sperling & Kupfer, Milano 2014). E c’è chi ritiene che i partecipanti fossero essenzialmente coscritti e che il fronte interno si interessasse più alla sorte dei propri cari al fronte che alle vicende belliche in sé e per sé.

[78] Cfr. Renzo De Felice, Mussolini il Duce. I – Gli anni del consenso (1929-1936), Einaudi, Torino 2007 (e.p. 1974). Cfr. anche Idem, Mussolini il Duce. II – Lo Stato totalitario (1936-1940), Einaudi, Torino 2008 (e.p. 1981).

[79] Ernesto Galli della Loggia nel suo La morte della patria, cit., sostiene che «il sentimento di una vera e propria “morte della patria” fu, infatti ciò che soggettivamente provò, in quel biennio terribile e immediatamente dopo, chiunque nel proprio mondo etico-politico, o solo emotivo, custodisse – in una qualunque foggia – l’idea di nazione, e dentro di sé sentisse questa idea irrevocabilmente legata all’idea, e all’esistenza, di una nazione italiana. […] L’espressione “morte della patria” mi sembra la più adatta per definire la profondità, la ricchezza di implicazioni, in una parola la qualità tutta particolare che ha avuto in Italia la crisi dell’idea di nazione in conseguenza della guerra mondiale» (p. 3-4). Naturalmente, per poterne decretare la morte – o alla Buscaroli, il coma – si deve ritenere che essa sia stata viva.

[80] L’espressione di derivazione crociana «parentesi della Storia» (cfr. Benedetto Croce, Scritti e discorsi politici (1943-1947), Bari, 1963, vol. I, p. 370 e passim) dovrebbe essere sostituita da quella di «cesura della Storia», poiché in tal modo – superando la valutazione negativa insita nel termine parentesi e passando al più neutro cesura – si modificherebbe, se non si ribalterebbe il giudizio negativo sul Ventennio quale interruzione di una continuità positiva (in prospettiva storicistica) dall’Italia “unita”, liberale e monarchica, a quella “liberata”, democratica e repubblicana. Personalmente, ritengo che si possa essere d’accordo che l’attuale Repubblica italiana non sia altro che la naturale e conseguente degenerazione dell’Italietta liberale; una degenerazione che venne (momentaneamente) fermata per venti anni grazie al carisma dell’unico vero statista che l’Italia unita abbia mai avuto, il quale cercò – senza riuscirvi – di “rifare” gli Italiani, laddove tale tentativo mancò del tutto prima e dopo il Ventennio, accettando la pedissequa imitazione di modelli sociali prima d’oltralpe e d’oltremanica, poi d’oltreoceano.

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