Alta Terra di Lavoro

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VENEZIA, LA FINE DELLA REPUBBLICA ARISTOCRATICA

Posted by on Ott 3, 2020

VENEZIA, LA FINE DELLA REPUBBLICA ARISTOCRATICA

L’annessione del Veneto all’italia ed il conseguente saccheggio.I moti del ’48 vanno ben distinti dai successivi moti carbonari e massoni per l’unità d’Italia, dalle operazioni garibaldine e dalle guerre sabaude per la ‘fusione’ (come allora si chiamava l’idea di annessione).

Alla difesa di Venezia parteciparono anche truppe dello Stato Vaticano e del Regno Borbonico, capitanate da generale napoletano Guglielmo Pepe. A Roma vi fu la brevissima stagione della Repubblica Romana del ’49, con il Papa che chiese protezione ai Borboni e i Francesi che conquistarono, al secondo tentativo, la città. Una situazione molto confusa ed effervescente evidentemente. “Viva Venezia… ma il morbo infuria, ma il pan le manca… sul ponte sventola bandiera bianca!” i famosi versetti del patriota Arnaldo Fusinato riassumono la condizione disperata dei difensori del forte Marghera.

La Repubblica di San Marco ebbe vita breve, dal 22 marzo 1848 al 22 agosto 1849. Memorabile fu la battaglia al forte Marghera iniziata il 4 maggio 1849. I 2.500 uomini, tra truppe borboniche e vaticane e volontari veneti, guidati dal colonnello napoletano Girolamo Ulloa, al riparo del forte vennero assediati da una armata di 30.000 soldati austriaci con numerosa artiglieria. Venne fatto saltare il ponte translagunare (da poco costruito) e piazzate artiglierie lungo la strada ferrata nei pressi del forte.

Il Radezky improvvisò il primo bombardamento aereo della storia militare, avvalendosi di palloni aerostatici. Spaventosa la quantità di cannonate sparate contro il forte che provocarono la morte di oltre 500 uomini, a questo si aggiunse l’epidemia di colera. Mestre venne devastata dai bombardamenti e morirono moltissimi civili (più di 1000 e circa 3000 di colera, su 7000 abitanti).

Anche Garibaldi il grande marciava alla volta di Venezia, ma venne fermato dagli austriaci a Comacchio. Gravemente danneggiato il forte, gli assediati ripararono fortunosamente a Venezia e la repubblica di Manin resistette per altri due mesi. Venezia venne pesantemente cannoneggiata per 24 giorni con oltre 20.000 proiettili che causarono gravissimi danni ed incendi. Per Venezia e il Veneto, tuttavia, questo era solo l’inizio di anni ancor peggiori. Rapaci ladroni erano i napoleonici, rapaci (ma ottimi amministratori) gli austriaci, ancor più rapaci e sanguinari i Savoia, tutti vedevano il ‘ricco’ Veneto come il forziere per risolvere i loro problemi economici e finanziare le proprie ambizioni.

Saranno gli anni della fame e della pellagra, delle grandi emigrazioni verso il Sud America. La retorica risorgimentale ha poi spacciato un avventuriero e trafficante di schiavi (i lunghi capelli servivano a coprire un orecchio mozzato come pena per il traffico di schiavi svolto in sud-America), come Garibaldi, per eroe dell’unità d’Italia. Tanto eroe da essere premiato dal regno italiano con l’esilio su un’isoletta arida e disabitata! L’annessione del Veneto all’Italia fu poi un trionfo di menzogne e meschinità. Prima le ingloriose sconfitte subite dal regno d’Italia per terra a Custoza (VR) il 24.06.1866 e per mare a Lissa il 15.08.1866, ad opera degli austro-veneti (la marina austriaca era in pratica quella veneto-veneziana), a causa della inettitudine degli ammiragli italiani (gli austriaci coniarono il detto “uomini di ferro su navi di legno sconfissero uomini di legno su navi di ferro”).

Poi la farsa della annessione condita dal plebiscito truffa: in realtà l’Austria, sconfitta dalla Prussia, dovette negli accordi di resa cedere il Veneto all’Italia (alleata della Prussia) ma la prima, per umiliarla delle sconfitte che gli aveva inflitto, non volle neanche trattare con essa e preferì cedere il Veneto alla Francia chiedendo a quest’ultima di indire un regolare plebiscito per deciderne le sorti. Il regno d’Italia se ne infischiò degli accordi internazionali, e con il beneplacito della Francia invase il veneto il 10 luglio, due giorni dopo la ritirata degli austriaci. Nominò nuovi prefetti, selezionò commissari di fiducia per l’organizzazione del plebiscito ed orchestrò una campagna propagandistica faziosa. Al voto, la popolazione fu condotta forzatamente dall’esercito ed il voto stesso fu una farsa: urne distinte e schede di colore diverso per il sì e per il no, la registrazione dei nomi di chi votava per il no, ecc..

L’esito del plebiscito fu “bulgaro”: 641.758 Sì contro solo 69 No! Le prove delle menzogne raccontate dalla retorica risorgimentale sono state sistematicamente cancellate dagli archivi dei Comuni e dello stato. Resta, fortunatamente, il resoconto (un libro) del generale italiano conte Genova Thaon di Revel a testimoniare le sconfitte italiane e la vergognosa farsa della cessione del Veneto al regno sabaudo. L’Italia, o meglio la casa Savoia, con l’ultima guerra di indipendenza si indebitò talmente da essere sull’orlo della bancarotta (si pensi al solo costo delle due corazzate d’acciaio, le prime del Mediterraneo, affondate dagli austriaco-veneti a Lissa). Con l’annessione del Veneto all’Italia nel 1866 il primo atto amministrativo del regno italiano fu far pagare ai Comuni veneti le spese di guerra. Ed i Comuni, già impoveriti da tempo dagli austriaci, furono costretti a vendere i terreni comunali che venivano lavorati da secoli dai cittadini più poveri e che garantivano un tenore di vita decoroso a tutti.

Con l’arrivo dei nuovi proprietari, pochi latifondisti per lo più non veneti, buona parte della popolazione fu cacciata dalle terre e divenne braccia da lavoro per i facoltosi latifondisti, in condizioni di estrema miseria e precarietà, tanto che ci furono rivolte contadine soffocate nel sangue. Allora venne coniato il motto “Dime can’ ma no ‘talian!” ed altri simili in spregio ai nuovi occupanti.

Il Veneto entrò in una crisi disastrosa senza paragoni. Così, nel ventennio successivo l’annessione i veneti furono costretti ad emigrare per non morire di fame. Se l’Italia dell’epoca ha subito una emigrazione fino al 7% della popolazione, il Veneto vide partire in quegli anni il 25% della sua popolazione. Imprecando e bestemmiando: “Porca Italia, némo via!!” . (da “I va in Merica” una poesia dialettale del grande Berto Barbarani). Dal 1876 al 1900, emigrarono 1.385.000 Veneti. Il grido di dolore nel lasciare case, campi e famiglia era uno solo: “Savoja, Savoja, intanto noaltri…andemo via… vaca troja..”

Antonio Aliperti

Vittore Carpaccio, 1516 tempera su tela
Palazzo Ducale, Venezia
Il vigoroso leone di San Marco, simbolo di Venezia e della Repubblica, è raffigurato in tutta la sua maestosità con le ali e l’aureola, mentre guarda lo spettatore e tiene con la branca destra un libro aperto con l’iscrizione tradizionale PAX TIBI MARCE VANGELI STA MEVS
La Battaglia Navale di Lissa Olio su tela, 1868 La RN Re d’Italia affonda dopo essere stata speronata dalla SMS Ferdinand Max, nave ammiraglia di Tegetthoff — presso Carl Frederik Sørensen (1818-1879) – Museo di Storia Militare di Vienna.

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