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“Vietato punire”? Leonardo da Vinci aveva previsto le baby gang

Posted by on Gen 25, 2018

“Vietato punire”? Leonardo da Vinci aveva previsto le baby gang

Giorgio Ragazzini

fonte

il Sussidiario

 

La violenza giovanile dilagante deve interrogare tutti, per prima la scuola, dove il rifiuto
della sanzione ha diseducato bambini cresciuti respirando distruttività.
Maria Luisa Iavarone, la mamma del ragazzo accoltellato a Napoli da una banda di minorenni, ha
espresso molto bene “il sugo della storia” in una lettera al Mattino: “Gli aggressori di Arturo vivono
in una eclissi di genitorialità che li fa annaspare ciecamente in un mondo senza adulti significativi
che produce in loro una assenza totale del principio di autorità e che diventa senso onnipotente
dell’impunità se, dopo la famiglia, anche la società e le istituzioni rinunciano a una sanzione
adeguatamente severa di fronte a comportamenti devianti così gravi”.
Con le loro crudeli imprese, questi ragazzi, come quelli di altre città italiane, esemplificano in
vivo le conseguenze di un’educazione mancata. E a cosa serve l’educazione l’ha detto forse
meglio di ogni altro Hannah Arendt in Tra passato e futuro: “Il bambino deve essere protetto con
cure speciali, perché non lo tocchi nessuna delle facoltà distruttive del mondo. Ma anche il mondo
deve essere protetto per non essere devastato e distrutto dall’ondata di novità che esplode con
ogni nuova generazione”.
Bambini, dunque, cresciuti respirando distruttività; e di conseguenza agendola sulle cose e le
persone più indifese. Sarebbe però sbagliato pensare che una dinamica del genere sia esclusiva
di ambienti economicamente e culturalmente deprivati, secondo una facile vulgata sociologica: ci
sono anche i figli di genitori almeno apparentemente adeguati e senza problemi economici. Ed è
altrettanto sbagliata, come ci ricorda Arendt, una visione dell’educazione tutta centrata sulle
esigenze del figlio, che dimentica quelle della società in cui dovrà vivere; così come lo è una
formazione scolastica ossessivamente imperniata su personalizzazione dell’insegnamento, bisogni
educativi speciali, pedagogia del dialogo a tutti i costi, rifiuto ideologico delle sanzioni che
sarebbero di per sé non educative. E di cui invece lamenta l’assenza la madre di Arturo, perché
così stando le cose “chi spiegherà a quei ragazzi violenti, tornati a casa, che hanno sbagliato?”.
Come lapidariamente ha scritto Leonardo da Vinci, infatti, “Chi non punisce il male, comanda che
si faccia”.
Il senso di responsabilità, i doveri, il rispetto degli altri: ecco i grandi assenti della pedagogia degli
ultimi decenni. C’è stato un tempo in cui l’adeguamento alle norme sociali delle nuove generazioni
metteva spesso in ombra i bisogni affettivi dei figli, le loro attitudini individuali, la necessità di
renderli progressivamente autonomi. Una disattenzione che soprattutto la psicologia ha contribuito
a superare; ma spesso si è perso di vista, nel crescere esponenziale dei diritti, il rapporto del
nuovo venuto col mondo. Se è facile allarmarsi per le situazioni in cui esplodono le violenze
gratuite che fanno notizia, lo è molto meno rendersi conto del silenzioso ma devastante
logoramento progressivo del tessuto sociale che la crisi dell’educazione ha già provocato e,
continuando così, continuerà senza dubbio a provocare.
Non si tratta quindi solo di “rammendare” le periferie e di promuovere in ogni modo il lavoro e la
preparazione al lavoro. Bisogna anche mettere al centro della politica il tema dell’educazione.
Informando e sostenendo i genitori (anche attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo), molti dei
quali in balia di un grave disorientamento; facendo dell’impegno a far rispettare le regole una
costante dell’attività di governo; promuovendo nella scuola la necessaria fermezza nell’esigere un
comportamento corretto. E non si tema, su questo, l’impopolarità: ricordo che il recente sondaggio
dell’Istituto Eumetra Monterosa, di cui ha parlato su questo quotidiano Giorgio Chiosso, rivela che
quasi il 70 per cento degli italiani ritiene la scuola troppo poco severa sulla disciplina e giudica
sbagliata l’abolizione della bocciatura col 5 in condotta.
Infine, è essenziale che ogni cittadino adulto sia consapevole delle proprie, inevitabili
responsabilità educative e le traduca costantemente in comportamenti e in un linguaggio che
possano essere di esempio ai giovani.

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