Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

L’INSORGENZA DELL’ITALIA CENTRALE NEGLI ANNI 1797-1798

Posted by on Feb 21, 2019

L’INSORGENZA DELL’ITALIA  CENTRALE NEGLI ANNI 1797-1798

1. INTRODUZIONE

È bene stabilire fin dall’inizio i limiti di questa relazione. Innanzitutto i limiti geografici: riguarderà le regioni che all’inizio del 1798 fecero parte della Repubblicana romana, istituita a seguito della spedizione del generale Louis-Alexandre Berthier (1753-1815), della presa di Roma e dell’esilio di Papa Pio VI (1775-1799): quindi Lazio, Umbria e Marche. Quest’ultima regione conobbe esattamente un anno prima, nel febbraio 1797, l’invasione delle truppe francesi e cispadane e l’arrivo di Napoleone Bonaparte (1769-1821), che il 19 febbraio 1797 firmò a Tolentino — in provincia di Macerata — un trattato con i rappresentanti del Papa. Anche nel 1797 nelle Marche esplosero ampi e consistenti moti d’insorgenza.

I limiti cronologici: verranno trattate le insorgenze degli anni 1797 e del 1798. Si tratta di due anni non del tutto coerenti: nel 1797, infatti, i francesi giunsero solo nelle Marche — e neanche in tutta la regione — e quindi l’insorgenza interessò solo quei territori, ma per pochi mesi; nel 1798 la situazione politica è del tutto mutata: le regioni dell’Italia centrale riunite in una Repubblica, la cui vita era completamente condizionata dalle decisioni di Parigi, conobbero una completa riorganizzazione sotto ogni aspetto — amministrativo, economico, sociale, religioso — e furono controllate da numerose truppe. Quest’ultimo aspetto è tutt’altro che trascurabile. A ben guardare, le insorgenze marchigiane del 1797 appaiono di maggiore consistenza e soprattutto ottennero successi militari sconosciuti agli insorgenti del 1798. Questa scelta cronologica consente di mettere a tema alcune questioni, in particolare quelle relative alla continuità o discontinuità tra questi moti insorgenti e quelli del 1799 — l’anno dell’epopea dell’insorgenza — e verificare o correggere il giudizio sulle insorgenze di quegli anni lette come esplosioni di pura reazione o addirittura, come scrisse lo storico Gino Luzzatto (1878-1964) all’inizio del secolo, «scoppio improvviso di follia collettiva». Questa scelta invita dunque a considerare l’insorgenza un fenomeno storico di cui stabilire la cronologia, lo svolgimento, l’articolazione, le fasi, e quindi superare anche l’immagine, diffusa nella storiografia più recente, di un indistinto ribellismo e banditismo, carattere permanente della cultura delle classi subalterne, secondo il linguaggio di una storiografia che ha i suoi punti di riferimento nello storico inglese Eric J. Hobsbawn (1). Non è un caso che in uno studio del 1980 che a questa impostazione si richiamava, l’autore, Gino Troli, invitasse a «[…] svincolarsi dalla ossessione temporale» (2), dalla cronologia, senza la quale però non è possibile fare storia. Riconquistare l’insorgenza alla storia è oggi un’operazione di rilevanza forse maggiore che contestare i giudizi affrettati o ideologici della storiografia tradizionale.

Vi sono infine i miei limiti: infatti, se qualche conoscenza ho dell’insorgenza marchigiana, anche per la frequentazione degli archivi della mia regione, per l’Umbria e il Lazio mi sono affidato agli studi di altri. Credo comunque che molti di voi siano consapevoli che in questo bicentenario del triennio giacobino e delle insorgenze italiane si sia dato vita, con coraggio, ad un lavoro insieme di ricerca storica e culturale, che è ancora agli inizi (almeno per me) e che non può che essere lungo, ma anche entusiasmante e sorprendente.

2. L’INSORGENZA DEL 1797: LE MARCHE

Il 2 febbraio del 1797 le truppe francesi e le milizie della Repubblica Cispadana, da tempo raccolte nelle terre delle ex Legazioni pontificie — di Bologna, di Ferrara, di Ravenna, di Imola e di Faenza —, prese con un colpo di mano da Napoleone Bonaparte, cui era seguito l’armistizio di Bologna del giugno del 1796, si scontrarono con l’esercito pontificio a Faenza, presso il fiume Senio. La battaglia durò poche ore e i pontifici, quando i cannoni che non erano ben fissati sul terreno non riuscirono più a fermare l’accerchiamento del nemico, si diedero alla fuga. Sul comportamento dell’esercito pontificio, rapidamente sfaldatosi — per cui la presa delle città marchigiane, compresa Ancona, fu assai semplice per le truppe francesi e cispadane — e definito vile, su episodi di vigliaccheria e di scarso spirito marziale, si appuntarono le ironie dei giacobini, ma anche di Monaldo Leopardi (1776-1847). La lettura delle cronache però invita a correggere l’idea di una conclusione già scritta della battaglia: lo scontro ci fu, così come i morti da una parte e dell’altra, il suo esito non fu scontato né inevitabile, ma spiegabile con la maggior forza numerica dei francesi e dei cispadani, con errori tecnici come la postazione dei cannoni, con una carente preparazione militare, con il disinteresse di parte degli ufficiali pontifici — il comandante, generale Michelangelo Alessandro Colli (1738-1808), già «illustratosi» contro i francesi quando era comandante delle forze piemontesi nel corso della campagna del 1796, era assente —, nonché con una dotazione insufficiente di armi. Queste osservazioni non vogliono sottovalutare le accuse, che da più parti giunsero, di tradimento dei comandi pontifici, accuse che non sono del tutto infondate; però va anche ricordato quanto, a proposito della battaglia del Senio, scrisse Giustino Filippone, uno dei maggiori storici delle relazioni tra Francia e Stato pontificio: «[…] si rise […] e per molto tempo, sulla resistenza dell’esercito pontificio e forse troppo, e con non molta ragione» (3).

A partire dal settembre del 1796 il governo pontificio aveva dato il via all’organizzazione di un esercito e al suo armamento, che proseguì fino al febbraio del 1797. L’iniziativa, che prevedeva per alcuni territori una sorta di coscrizione generale, non ebbe un grande successo come la stessa battaglia del Senio mise in luce: però non si devono nascondere gli esempi di spirito guerriero, di sincera animazione, come pure la generosa partenza di giovani nobili per arruolarsi per il Papa. L’ambasciatore francese a Roma, François Cacault (1742-1805), a proposito dello spirito guerriero che animava i romani, scriveva nel gennaio 1797: «Il popolo romano è pieno di fede e conserva qualcosa di fiero e di feroce» (4). Rimane comunque valido quanto scriveva il padre di Giacomo Leopardi, secondo cui la guerra è «una cosa che in questo nostro Stato pacifico non accade in più secoli» (5) e quindi mancavano pratica e tradizione militari. Sono considerazioni presenti in molti cronisti dell’epoca. Gli insorgenti marchigiani si sottomisero alla direzione di «esperti», come il cavaliere Agostino Staccoli o il generale ex cisalpino Giuseppe Lahoz Ortiz (1766-1799) che seppe dare una efficace organizzazione agli insorgenti del 1799, i quali non avevano artiglieria, ma — come scrive il cronista urbinate Crescentino Fiorini — confidavano «[…] nel Signore e nella giustizia della loro causa [e davanti al fuoco nemico] raddoppiavano il coraggio» (6).Ilcoraggio è sicuramente uno dei caratteri dell’insorgenza che colpì molti testimoni, anche quelli favorevoli ai francesi. Renzo De Felice (1929-1995), anni fa, tematizzò lo stato di paura delle popolazioni dello Stato Pontificio alla notizia dell’invasione francese, tra l’altro non sempre in modo adeguato rispetto alla documentazione riportata (7). Ma il coraggio e l’arditezza degli insorgenti furono superiori all’ordinario «specialmente in un paese da lungo sottomesso ai preti» (8),come si espresse un contemporaneo.

Dopo la battaglia del Senio, i francesi e i cispadani occuparono rapidamente le principali città marchigiane della costa e dell’immediato entroterra: il controllo effettivo non superò la zona tra il Maceratese e il Fermano. Le truppe di Bonaparte non erano molto numerose, e quelle cispadane erano senza viveri e vestiario: queste difficoltà, insieme alle preoccupazioni che Mantova, capitolata il 1° febbraio, potesse essere ripresa dagli imperiali, spiegano le scelte del generale francese di non attaccare Roma, come desiderava il Direttorio, né di estendere il controllo a un territorio più ampio, ma di fare immediato ritorno al fronte settentrionale, dopo avere imposto al Papa un trattato. Da una parte infatti il trattato gli permetteva di ottenere numerario, beni e animali necessari alla guerra, opere d’arte; dall’altra, Roma e lo Stato pontificio, privati delle Legazioni e impoveriti dal trattato di Tolentino — che tra l’altro prevedeva il controllo militare, che divenne poi politico, di Ancona —, si indebolivano a tal punto che sarebbe stati più facile conquistarli: così scriveva Bonaparte al Direttorio. Il progetto si realizzò esattamente un anno dopo, con la presa di Roma.

Il trattato di Tolentino — la «veloce ed opulenta rapina» (9),come lo definì l’illuminista milanese Alessandro Verri (1741-1816) — imponeva la Papa il pagamento di 30 milioni di lire tornesi, il controllo militare di Ancona, la cessione di centinaia di opere d’arte e di preziosi codici. Non mancarono episodi di resistenza, anche popolare, alla spoliazione legale dei tesori vaticani.

I moti nelle Marche scoppiarono nel giorni immediatamente successivi al trattato. Ci furono anche alcuni episodi precedenti il 19 febbraio, ma la sollevazione generale si verificò quasi ovunque in relazione con l’arrivo dei commissari francesi nelle città e nei paesi dell’entroterra e con l’ordine dei comandi militari di compiere la requisizione delle armi—il disarmo generale della popolazione fu in generale uno dei primi provvedimenti dei francesi e fra i principali motivi di ribellione—, degli argenti delle chiese—di cui in molti archivi si conservano gli elenchi redatti di solito da un sacerdote del luogo—,di animali, di vettovaglie e di ogni altro genere necessario alle truppe. La rapina fu tanto rapida quanto brutale. Un solo esempio: da Urbino in un solo giorno—il 22 febbraio—partirono 80 carri carichi di bottino, 100 buoi e 50 cavalli. «È […] con un senso di grande cordoglio e di indignazione che il popolo assisté allo spettacolo del lungo convoglio di carri che trasportavano a Pesaro nelle mani dei rapaci conquistatori il frutto dei suoi lavori assieme ai tesori aviti delle chiese e ai risparmi dei poveri» (10), ha scritto uno storico locale.

A questi furti e requisizioni generalizzati, si accompagnavano le iniziative di repubblicanizzazione: dall’erezione dell’albero della libertà, all’abbattimento dei simboli pontifici, all’obbligo della coccarda, al divieto di portare l’abito ecclesiastico: furono tutti provvedimenti che radicalizzarono il malcontento e alimentarono la minaccia di sollevazione, anche nelle città maggiormente controllate dal soldati francesi, come ricordava mons. Antonio Gabriele Severoli (1757-1824), vescovo di Fano, disposto a dismettere l’abito religioso e a fregiarsi della coccarda, ma timoroso di suscitare la reazione del suo gregge, sempre tentato di dare appoggio alle insorgenze ormai iniziate nel suo territorio. Non è improbabile che conoscesse i problemi che ebbe il vescovo Spirido Berioli (1733-1819) con la popolazione di Urbino, quando decise di mettere e di fare mettere al proprio clero la coccarda e di accontentare ogni richiesta dei francesi.

Urbino fu uno dei centri dell’insorgenza. Al moto diede inizio la notizia presto diffusasi in tutto l’Urbinate che tra Urbania e Sant’Angelo in Vado il 23 febbraio erano stati uccisi i commissari lì giunti per le requisizioni: «[…] fu una tale nuova segnale alla piena controrivoluzione della città e del contado di Urbino» (11),scrisse il cronista Fiorini. In città erano in armi tre o quattromila uomini e il numero crebbe nel giorni seguenti. Tolte le coccarde e i simboli repubblicani, gli insorgenti si distinguevano per le immagini di carta della Vergine e di San Crescentino, patrono della città, che portavano indosso: da marzo a giugno vennero stampate cinquantamila immagini del santo. Nelle settimane successive iniziarono immediatamente gli scontri con le truppe francesi concentrate a Pesaro. Il primo avvenne presso San Gallo, a sette od otto miglia da Urbino, e i francesi subirono gravi perdite. Questo primo scontro vincente incoraggiò gli insorgenti che aumentavano di numero e che si dettero una propria organizzazione e una strategia, bloccando il passo del Furlo e le strade che conducevano a Pesaro, dove si concentravano i carri requisiti dai commissari francesi nelle varie città. Gli insorgenti guastarono le strade, distrussero i ponti, costruirono trincee lungo le valli dei fiumi Foglia e Metauro, raccolsero le armi, costruirono cannoni. Agli insorgenti si unirono elementi dell’esercito pontificio. Capo militare degli insorgenti di Urbino fu il nobile Agostino Staccoli, allora appena ventenne, ma già con un’esperienza militare: aveva servito, come luogotenente di cavalleria nell’esercito sardo. Oltre alla posizione di Urbino, di suo difficilmente espugnabile, è l’avere affidato la direzione politico-militare a un esponente di una delle più importanti famiglie della città a spiegare il successo della resistenza contro i diversi assalti francesi che si conclusero con il bombardamento dei giorni 2 e 3 marzo. Sulla città caddero circa 70 bombe da 25 e 40 libbre, ma i francesi, circondati dagli insorgenti delle campagne e da quelli usciti dalla città, furono costretti a ritirarsi. Anche Urbania, il centro da cui era partita la rivolta, su iniziativa dell’avvocato Agostino Angeloni, vero capo politico-militare in quei giorni, si diede una sua organizzazione: fu istituito un corpo di guardia, intitolato a San Cristoforo, furono restaurate le mura, costruite feritoie, fusi nove cannoni. Scrisse il vescovo del luogo: «[…] questa soldataglia [è] composta per la maggior parte di Artieri e di Contadini del territorio animati da uno straordinario, ed uguale impegno di diffendere a costo della vita la Religione, e la Patria» (12).

Una delle due colonne francesi che tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo tentarono di espugnare Urbino, passò prima da Fossombrone dove si erano riuniti gruppi consistenti di insorgenti dell’Urbinate. Il 1° marzo quella città subì un durissimo saccheggio che impressionò e commosse molti, anche per gli atti sacrileghi che furono commessi, raccontati nelle cronache e nelle lettere del vescovo cittadino, che in ginocchio aveva pregato il comandante francese di impedire la rappresaglia.

Contemporaneamente alle sollevazioni dell’Urbinate, nei luoghi del Montefeltro dappertutto vi furono insorgenze, come scrisse mons. Ferdinando Saluzzo (1744-1816), presidente della Legazione di Pesaro-Urbino (13). «La Vandea della Francia sembra rinascere sulle vicine nostre montagne» (14) si legge in una relazione dei comandi militari francesi. Nel Montefeltro mancò un centro di coordinamento e di direzione politico-militare, a differenza di quanto avvenne nell’Urbinate; l’insorgenza si presenta qui più frammentaria, animata da piccoli gruppi, spesso in relazione con gli insorgenti della Romagna. Per i francesi la repressione fu tutt’altro che semplice. Nonostante il suo spezzettamento, nell’insorgenza del feretrana si possono comunque rintracciare elementi di coordinazione, come si evince dalla corrispondenza delle cessate autorità con Roma. I capi venivano spesso scelti dalla popolazione stessa: si trattava in qualche caso di sacerdoti, e in altri di ufficiali locali eletti dagli insorgenti a volte contro la loro volontà. Il vicario di un piccolo paese scriveva qualche tempo dopo: «In tutto il tempo delle passate critiche circostanze, e sempre ho voluto animare questi populi alla difesa della Religione, Proprietà e vita, quali tutti sono stati, e sono fedelissimi alla Santa Sede» (15).

L’episodio più rilevante dell’insorgenza del Montefeltro fu la presa del castello di San Leo il 5 marzo. Sia gli insorgenti urbinati che quelli del Montefeltro costrinsero i francesi ad accordi separati, al di fuori del trattato di Tolentino. L’insorgenza nel Montefeltro proseguì per tutto il mese di marzo e anche in aprile: gruppi di insorgenti scendevano dalle montagne per attaccare sulla via marittima che collegava Pesaro con Rimini i convogli di carri, per tentare di recuperare quanto i commissari e i soldati francesi avevano in precedenza asportato dai loro paesi. La via marittima divenne assai insicura per i francesi. La notizia della pace fra il Papa e Bonaparte aveva ormai raggiunto anche i paesi delle montagne: l’accordo era letto nelle chiese dai parroci, che rischiavano di essere insultati come giacobini. In una lettera il vescovo di Urbania, che era stato incaricato dalle autorità pontificie di adoperarsi per riportare alla tranquillità la popolazione, così descrive la situazione alla fine di marzo: «[…] i soli Paesi della Diocesi di Montefeltro si truovano ancora in sommossa, né […] è sperabile che sieno per acquietarsi se efficacemente non vi contribuisce colla sua opera e quel Monsignor Vescovo [quello del Montefeltro], e se non si procura di toglier loro ogni timore per parte dei Francesi, come dei Cispadani, dai quali hanno sofferto, e vanno tuttavia soffrendo delle avarie e delle ostilità. Si tratta di Montanari pieni di coraggio insieme, e di religione, per la quale asseriscono di cimentarsi, e di voler sagrificare la loro vita. Gli ordini emanati prima della pace, e lor pubblicati dai Parochi di armarsi in massa, e di difendersi per difendere se stessi, il Principato e la Fede risuonano ancora nel loro orecchio, e restano impressi ne’ loro cuori per modo, che non son persuasi delle nuove disposizioni, perché comprendono la diversità delle circostanze» (16). L’ordine che ancora risuonava negli orecchi della popolazione feretrana, a cui si faceva riferimento nella lettera, era l’appello del governo pontificio diffuso in tutto lo Stato a partire degli ultimi mesi del 1796 in cui si invitavano vescovi, parroci, magistrati a incoraggiare i popoli, con il suono della campana a martello, a prendere le armi nel caso di invasione francese. Il manifesto pontificio chiamava alla «comune difesa» —nel 1799 l’espressione utilizzata in manifesti, corrispondenza, sigilli di capi insorgenti della parte meridionale delle Marche è «causa comune» —e doveva essere ancora appeso nelle chiese dell’entroterra al momento dell’arrivo dei francesi e dei cispadani nel febbraio 1797.

A quell’appello il parroco di Tavoleto don Pietro Galuzzi volle rispondere ai primi di marzo, quando il territorio tra il Montefeltro e l’Urbinate era sconvolto dagli scontri tra insorgenti e colonne di soldati francesi. La vicenda che ebbe per protagonista il castello di Tavoleto è piuttosto nota a chi si interessa di insorgenza, perché ad essa sono dedicate alcune pagine del romanzo Gli insorgenti di Francesco Mario Agnoli (17). Di recente a Tavoleto si è tenuto un convegno rievocativo in occasione del bicentenario del terribile incendio che il 31 marzo 1797 distrusse parte del paese e in cui morirono circa 20 persone, non poche, considerata la popolazione del luogo. L’episodio, tuttora vivo nella memoria, fece molta impressione anche duecento anni fa. I francesi utilizzarono come monito l’incendio di Tavoleto, minacciando più volte di fare per rappresaglia «[…] come fu fatto a Tavoleto» (18). Insieme alla repressione di Sant’Elpidio, quella di Tavoleto fu considerata una delle glorie dell’esercito cispadano. La vicenda ha prodotto una discreta documentazione—sono rimaste almeno tre relazioni diverse dell’accadimento—,che permette di offrire un quadro molto preciso di quanto avvenne nelle montagne del Montefeltro, dei sentimenti popolari, del ruolo del clero, dei sistemi di repressione dei francesi. Di grande vivezza è la descrizione delle colonne composte da truppe francesi e dalle milizie della Repubblica Cispadana—forse sull’esempio delle «colonne infernali» della repressione dell’insurrezione vandeanain Francia nel 1793-1796 —che fece il parroco di Tavoleto: quelle colonne, impegnate in una caccia ai veri o presunti capi dell’insorgenza di cui vennero redatte liste, erano precedute da «sbirraglie» o «sgherri» della Romagna, formate da uomini del luogo inquadrati dai cispadani e guidate da cani mastini. L’incendio distrusse la gran parte degli edifici pubblici civili e religiosi di Tavoleto. Nei giorni successivi, nonostante il parere contrario delle autorità ecclesiastiche, la popolazione, pur prostrata, decise autonomamente di raccogliere i fondi per restaurare la chiesa della Madonna del Sole. Nel dibattito del convegno cui ho fatto riferimento è stata avanzata l’ipotesi che le insorgenze fra il Montefeltro e la Romagna—e in particolare lungo la Val di Conca—siano da mettere in relazione con le iniziative di sacerdoti francesi emigrati residenti presso famiglie del luogo, come i Corbucci, un esponente della quale morì nel 1799 a Fano capeggiando gli insorgenti. Della stessa famiglia erano due sacerdoti, ugualmente coinvolti nelle vicende dell’insorgenza e successivamente sensibili all’opera di restaurazione religiosa avvenuta dopo il periodo napoleonico tanto da aderire alle missioni di san Gaspare del Bufalo (1786-1837) e da entrare in contatto con uno dei primi giornali controrivoluzionari italiani, le Memorie di religione, di morale e di letteratura del modenese monsignor Giuseppe Baraldi (1778-1832). Si tratta di utili indicazioni che sollecitano lo studio del tema, ancora molto oscuro, della continuità fra ambienti vicini all’insorgenza e quelli della restaurazione religiosa dei primi decenni del XIX secolo.

Per la parte settentrionale delle Marche sono da ricordare, sempre nei mesi di febbraio-marzo 1797, l’insorgenza che coinvolse i territori fra Gubbio — la città umbra faceva parte della Legazione di Pesaro-Urbino — e il passo del Furlo, e quella della Valle del Cesano, che unisce Senigallia a Fonte Avellana. Qui il centro principale fu San Lorenzo in Campo. Attorno a San Lorenzo si coalizzarono i paesi limitrofi che diedero vita a una «truppa coalizzata», a capo della quale si pose il ventenne Giovan Battista Duranti, ex ufficiale delle milizie pontificie. Anche in questo caso si faceva riferimento al proclama pontificio della mobilitazione in massa e si riteneva che la notizia della pace di Tolentino fosse stata diffusa ad arte dai francesi e dai giacobini. Gli insorgenti riuscirono a catturare i carri spediti a Senigallia, suscitando le ire e la rappresaglia dei comandi militari francesi. L’assedio e il bombardamento di San Lorenzo avvennero il 6 marzo: anche in questo caso, come in Urbino, nonostante il cannoneggiamento, la resistenza popolare costrinse i francesi a ritirarsi. Il coraggio degli insorgenti fu ammirato anche dai repubblicani. Un accordo fra il comandante francese e i deputati del paese fu raggiunto il 10 marzo. Nella seduta consiliare di San Lorenzo in Campo del 17 giugno 1797 fu deciso di cantare il Te Deum, «[…] per avere [Dio] prodigiosamente protetti e difesi i Lauretini» il 6 marzo, quando «[…] volevano i Francesi mettere a sacco e a fuoco la loro terra, perché spinta dallo zelo della religione e del trono, aveva contro loro coraggiosamente impugnate le armi» (19). Ancora agli inizi del nostro secolo, la sera del 6 marzo, anniversario della battaglia,il canto del Te Deum veniva ripetuto. L’ho ricordato perché non si tratta dell’unico caso, almeno per le Marche, di cerimonia religiosa o civile che ricordava gli episodi di oltre cento anni prima.

Le Marche centro-meridionali — le insorgenze non interessarono l’Ascolano, la provincia più meridionale dello Stato Pontificio, perché fuori del controllo militare e delle requisizioni francesi — conobbero insorgenze meno coordinate di quelle della Legazione di Pesaro-Urbino. Una certa consistenza ebbero nel contado di Jesi. Nel Maceratese si segnalano uccisioni di francesi e tentativi di rivolta a Morrovalle, Monte San Giusto, Recanati, Macerata stessa. A Cingoli e nel suo territorio la ribellione portò al controllo militare della città da parte degli insorgenti. Anche in questo caso, a seguito della mediazione di un sacerdote della Missione, particolarmente impegnato a girare per i paesi maceratesi per annunciare la pace di Tolentino e riportare alla calma la popolazione, il comando francese dovette firmare la pace con i cingolani, cui fu evitata la rappresaglia. Nei mesi successivi, ribadendo la fedeltà al Papa, Cingoli ricordava con orgoglio come «[…] dal Popolo Cingolano armato in massa siano stati li nemici della lodata San Sede con tutte le sue forze tenuti indietro dalla Città e territorio e siano stati costretti richiedere ad essa Città la pace» (20). Questi territori continuarono ad essere al centro delle insorgenze nel 1798 e nel 1799.

L’episodio di più vaste dimensioni dell’insorgenza nelle Marche centro-meridionali nel 1797 fu però quello che ebbe per epicentro Sant’Elpidio. Le motivazioni e le date (22-25 febbraio) sono le stesse del resto della regione. A Sant’Elpidio si concentrarono le popolazioni contadine dei paesi posti fra Macerata e Fermo, tutti in agitazione, nei quali si erano già verificati episodi isolati di uccisioni di commissari francesi: Montegranaro, Civitanova, Monturano, Montegiorgio, Montesanpietrangeli. Contadini e artigiani di queste località si concentrarono a Sant’Elpidio, abbandonata da chi temeva sia il disordine degli insorgenti che la sicura repressione dei francesi. Anche in questo caso si arrivò a un duro scontro armato, in cui i francesi e i cispadani, molti dei quali disertarono, subirono gravi perdite—su 500 uomini, fra disertori e morti il generale François-Dominique Rusca (1761-1814) perse 300 uomini —, pur riuscendo a mettere in fuga gli insorgenti e prendere la città grazie alla forza dell’artiglieria. L’episodio di Sant’Elpidio ha conosciuto un certo interesse da parte degli storici di orientamento marxista, perché hanno voluto scorgervi un esempio di ribellione antinobiliare e classista; questa interpretazione si basa quasi esclusivamente sul fatto che i contadini nel mezzo dello scontro con i francesi uccisero il conte Giacomo Brancadoro. La lettura della cronaca più dettagliata sull’episodio porta però a escluderlo: essa, infatti, ricorda non solo che un colono del conte cercò di salvarlo dall’ira degli insorgenti, ma soprattutto che questi ultimi decisero l’assassinio solo quando scoprirono la coccarda tricolore nella tasca del nobile. A Sant’Elpidio, comunque, rispetto all’Urbinate, vi fu un maggior distacco fra i maggiorenti della città e la popolazione in armi. Dei termini di questo contrasto è rimasta una significativa testimonianza: si tratta di una lettera di Gerolamo Mallio, esponente del ceto dirigente di Sant’Elpidio, pubblicata nel periodico romano Annali di Roma, allora diretto dal figlio Michele (1756-1831). Gerolamo Mallio esprimeva un giudizio durissimo sugli insorgenti, accusati di anarchia, disordine, insubordinazione. È significativo ricordare che egli, dopo essersi nascosto nel convento dei francescani «zoccolanti» insieme ad altri «signori»,avendo saputo che gli insorgenti li volevano riportare a forza in città,scappò in un paese vicino, Petritoli, dove alcuni contadini armati lo riconobbero e lo insultarono, dicendo che era «un cane» a lasciare così la patria, che essi difendevano con tanto fervore. Da tale testimonianza si ricava la percezione, da parte degli insorgenti, di tradimento e di abbandono da parte del ceto nobiliare, peraltro solo in piccola parte aderente alle idee rivoluzionarie. La maggior parte della nobiltà cittadina, pur contraria al regime repubblicano, si mosse con una prudenza che spesso sconfinava nell’opportunismo, e comunque veniva più spesso interpretata come vigliaccheria o tradimento dalla popolazione. Eppure non si può non registrare, accanto agli atti di violenza da parte degli insorgenti verso chi manifestava il suo favore per i francesi o chi con loro collaborava, una richiesta di direzione politica e militare nei confronti di coloro che erano riconosciuti come elementi autorevoli delle città. Ma, in mancanza di questi o di fronte al loro diniego, i capi dovettero emergere sul campo dall’interno dei gruppi insorgenti stessi. Il caso di Monaldo Leopardi è anch’esso esemplare nello stesso senso. Come è noto, pur contrarissimo alle novità rivoluzionarie, Leopardi dedicò pagine assai critiche e ironiche agli insorgenti della sua città; eppure, proprio perché non aveva aderito alla Repubblica, nel 1799, trionfalmente fu scelto dai medesimi insorgenti a loro governatore: un incarico che si affrettò peraltro a declinare (21).

3. LA REPUBBLICA ROMANA

Il trattato di Tolentino prevedeva il ritiro delle truppe francesi dalle Marche, una volta che il governo pontificio avesse pagato quanto stabilito. Inoltre, all’indomani della firma della pace continentale tra la Francia e l’Impero asburgico — raggiunta con il trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 — Ancona sarebbe dovuta tornare al governo di Roma. Senza il controllo militare di Ancona, però, la spedizione francese contro Roma prevista per l’inizio del 1798 sarebbe stata assai difficile. I francesi, dunque, mantennero Ancona e la repubblicanizzarono, raccogliendovi soldati provenienti dalla vicina Repubblica Cisalpina. Il tema del tradimento francese dell’accordo di Tolentino, posto sotto il patrocinio di San Nicola, protettore della Chiesa, fu presente fra le motivazioni dell’insorgenza del 1799, considerata vendicatrice di quel tradimento, secondo quanto esprimono i versi di un sonetto dell’epoca (22).

Nel novembre 1797 Bonaparte ordinò quindi la erezione in repubblica della città dorica, la quale, ridotta allo stremo per le continue contribuzioni — «[…] noi siamo esausti dopo un anno di somministrazioni di ogni genere ai nostri liberatori, non abbiamo più denari in cassa» (23):così si esprimeva il governo provvisorio anconetano, e ancora prima della proclamazione della Repubblica Romana!—,iniziò un’attiva opera di espansione territoriale, «rivoluzionando» i territori limitrofi. La Francia aveva esportato, per così dire, la soluzione bellica dei problemi finanziari ed economici interni. Lo stesso avveniva per la Repubblica Cisalpina — che da ottobre comprendeva anche le Romagne —, spinta a una politica di aggressione dal dramma finanziario in cui si dibatteva per il drenaggio di beni e di denaro operato dalla Francia. Quanto aveva previsto Bonaparte, nella seconda metà del 1797 sembrò avverarsi: privato delle Romagne, ridotte all’estrema disperazione le Marche, lo Stato Pontificio si mostrava debolissimo.

Come è noto, la spedizione delle truppe francesi contro Roma nel gennaio del 1798 fu ordinata dal Direttorio per vendicare l’uccisione avvenuta il 28 dicembre 1797 a Roma, da parte di soldati pontifici, del giovane generale Leonard Duphot (1770-1798) durante scontri armati provocati dai francesi, che volevano eccitare la folla della capitale alla rivolta — ancorché senza successo —, per poi innalzare l’albero della libertà e sventolare il tricolore repubblicano. Le iniziative di penetrazione in terra pontificia erano cominciate prima del 28 dicembre. Truppe cisalpine e polacche, ausiliarie dei francesi, avevano intrapreso a minacciare il confine con le Marche fin da novembre; all’inizio di dicembre avevano già occupato San Leo; il 21 dicembre i cisalpini entrarono a Pesaro, e via via nelle città circonvicine. All’inizio di gennaio i francesi e i cisalpini controllavano l’intero territorio marchigiano centro-settentrionale. Solo allora fu dato l’ordine di conquistare Roma. Queste iniziative militari furono possibili soprattutto per l’estrema debolezza delle autorità pontificie, che giunsero a invitare le città marchigiane ad affidarsi ai comandi francesi per avere garantito l’ordine pubblico, turbato dalle scorrerie delle soldataglie cisalpine, ridotte alla fame al punto che in alcune città le si vedevano addirittura chiedere l’elemosina.

La strategia dei francesi di intimorire gli abitanti delle città marchigiane attraverso le provocazioni dei cisalpini, per poi presentarsi come gli unici che potevano garantire l’ordine, è acutamente descritta in alcune pagine di Monaldo Leopardi ed è confermata dalla documentazione (24). Le autorità pontificie ordinarono la rinuncia a qualsiasi resistenza armata, e anzi utilizzarono i militi pontifici per tenere tranquilla la popolazione pronta invece ancora una volta a sollevarsi. Il cronista urbinate Fiorini riferisce che «[…] il popolo voleva armarsi […] ma alcuni Ufficiali di questa Guarnigione Pontificia, […] amici denostri Giacobini, altamente si opposero, proibendo il suono delle campane […] minacciando a morte chiunque avesse parlato di difesa […] ed in questa guisa intanto il popolo dovette tacere, e piegare il capo a così nero tradimento» (25).

Nonostante ciò, al momento della spedizione romana non mancarono le resistenze. è noto che la lettera dell㤓 gennaio indirizzata da Parigi al generale Berthier, comandante dell’Armata d’Italia, perché marciasse su Roma, ordinava che l’operazione fosse tenuta segreta, che la motivazione ufficiale fosse quella di vendicare il generale Duphot, ma che, una volta giunti a Roma, si doveva provocare una rivoluzione, indurre il Papa a fuggire e proclamare la Repubblica. Berthier il 29 gennaio era ad Ancona, da dove partì per la capitale. Lungo il percorso incontrò però le popolazioni di Cingoli e di Massaccio che, mobilitatesi, volevano impedire il passaggio delle sue truppe; altri moti contro la spedizione si verificarono a Loreto e a Osimo. «Queste ed altre opere […] hanno ritardato di alcuni giorni la marcia» verso Roma, scrisse il Redattore, organo della Repubblica anconetana (26).

Il 9 febbraio i francesi occuparono Monte Mario, il 10 Roma veniva consegnata all’esercito d’oltralpe che attese però inutilmente l’insurrezione promessa dal giacobini. Il 15 francesi e congiurati repubblicani, impadronitisi del Campidoglio, innalzarono l’albero della libertà, proclamarono la deposizione del Papa come sovrano temporale e l’istituzione della Repubblica Romana. Il Pontefice fu messo agli arresti. Papa Pio VI dovette lasciare Roma il 20 febbraio per la Francia, dove morì esule a Valenza il 29 agosto 1799.

Appena istituita, la Repubblica Romana diede inizio a quella che un documento chiama la «totale Organizzazione», che significò non solo la fondazione di un nuovo sistema politico e amministrativo, finanziario ed economico, ma anche la ridefinizione dei modi di vita sociale e religiosa. Il 17 marzo fu promulgata la Costituzione, risultato dell’elaborazione di quattro commissari francesi inviati dal Direttorio. Il modello era la Costituzione francese dell’Anno III, travestita con i nomi di origine romana attribuiti agli organi dello Stato: Tribunato, Senato, Consolato. L’articolo 369 sottoponeva le decisioni dei consigli legislativi all’approvazione del comandante dell’esercito francese a Roma e di fatto—in base a istruzioni segrete del Direttorio—la legislazione veniva affidata ai commissari venuti da Parigi.

Tutto il territorio fu diviso in dipartimenti e questi in cantoni, che riunivano più municipalità: tutto ciò senza tenere conto delle precedenti articolazioni amministrative. I comuni vennero svuotati dei loro privilegi, i dipartimenti furono semplici organismi di esecuzione delle direttive centrali. Il pesante centralismo amministrativo era funzionale allo scopo principale della Repubblica: finanziare l’esercito francese. La Repubblica Romana non finanziava solo le truppe francesi, polacche e cisalpine nei suoi territori, ma anche, e forse soprattutto, le spedizioni della Repubblica francese a Corfù e in Egitto.

Fino dai primi giorni la Repubblica attuò una politica anti-cattolica: chiusura di conventi e monasteri, soppressione di confraternite, requisizioni di argenti ed opere d’arte, abolizione di feste e riti religiosi, sostituzione del calendario tradizionale con quello decadario, rimozione dei simboli religiosi, allontanamento di vescovi e di sacerdoti «refrattari», provvedimenti cui seguivano quelli miranti a creare una nuova religione repubblicana, attraverso l’imposizione della coccarda tricolore, l’innalzamento dell’albero della libertà con i simboli rivoluzionari in tutte le città, le feste patriottiche.

Ogni paese viveva nell’alternarsi di contribuzioni e di requisizioni, fra continue imposizioni d’autorità, come la coscrizione militare e la soppressione dei Monti di Pietà e delle corporazioni. Ogni paese era attraversato da un gran numero di commissari e di agenti repubblicani, ciascuno con il compito di ottenere il più possibile per l’approvvigionamento dell’esercito, tutti con poteri assoluti, nei confronti dei quali i dipartimenti stessi invitavano le municipalità a opporsi con la forza.

La Repubblica Romana si distinse per disastro economico e caos amministrativo: in alcuni cantoni nessun organismo amministrativo era nella sua normalità. Alle lamentele, da Roma i ministri rispondevano con la sospensione dagli incarichi, minacciando sanzioni a chi disubbidiva, promettendo la fine delle angustie, che invece crescevano, ricordando che quello era il tempo della «felicità» e della «ragione» mentre invece imperversava la carestia e le diserzioni interessavano anche i soldati francesi.

A fronte della pioggia di disposizioni e di quotidiane ingerenze in ogni momento della vita dei cittadini, — che miravano alla distruzione di ogni istituzione, di ogni forma di aggregazione sociale e religiosa già esistente, per fare degli abitanti della Repubblica Romana felici cittadini — si registra una quantità di proteste, malumori, lamentele, richieste di deroga e di sospensione di provvedimenti. L’occasione era costituita, per esempio, dal calo forzato e dalla requisizione delle campane, anche dei conventi non soppressi, necessarie per le zecche repubblicane. Si legge in una lettera proveniente da un dipartimento: «Il calamento di questo metallo urta non poco l’oppinione popolare, e noi non dobbiamo compromettere la pubblica sicurezza […]. Alcune Municipalità ci hanno trasmesso i stati delle campane di stabilimenti ecclesiastici non soppressi, altre si rifiutano di prestarsi a questa operazione ed altre non ci danno su tale oggetto alcun riscontro. La maggior parte ci fanno conoscere che esse a costo di qualunque personale sacrificio non si presteranno mai ad eseguire il calo e la trasmissione anche di campana la più piccola e superflua di detti luoghi» (27). La documentazione illustra puntualmente minacce di insurrezioni o tumulti per la soppressione di conventi e confraternite, per la coscrizione militare, le requisizioni degli argenti, degli animali e di ogni genere alimentare; ma anche proteste per la richiesta della riapertura di enti religiosi o per richiedere l’invio di un predicatore religioso. Le amministrazioni municipali e dipartimentali spesso erano costrette per motivi di tranquillità pubblica ad accettare tali richieste, nonostante la contrarietà del governo centrale.

Ogni provvedimento—e in modo particolare quelli che toccavano la vita religiosa e civile—era motivo di malcontento e rumore: oltre a quelli già menzionati, il nuovo orologio alla francese, il nuovo calendario, la proibizione di seppellire i morti entro le mura, ecc. Il 1798 è caratterizzato, come scrisse lo storico Vittorio Emanuele Giuntella (1913-1996), da una «[…] ostilità sempre latente ed espressa in forme di resistenza passiva, accanita e sorda» (28), che specialmente nei dipartimenti più periferici esplose in insurrezione aperta.

Chi legge la corrispondenza, fittissima, fra le autorità repubblicane periferiche, dei dipartimenti o delle municipalità, e quelle centrali, avverte il senso di un dialogo fra sordi. Non furono poche le occasioni in cui dai dipartimenti affiorarono critiche da parte degli stessi pubblici ufficiali repubblicani, accompagnate da un confronto, se non da un rimpianto, verso il passato governo. Una delle città più drammaticamente colpita dal continuo passaggio di truppe e dalle spese a esso collegate, scriveva significativamente al Ministro della Guerra: «Vi invitiamo a riflettere che il passato governo tutto ché tirannico, pure si prestava al sollievo de’ miseri, come in occasione di terremoti ne fa fede la Comune di Città di Castello e di Cagli quali furono aiutate con centinaia di migliaia di scudi. Fate che la nostra Repubblica non cada in compassione al passato governo, tanto più che le leggi repubblicane ci hanno reso tutti fratelli. Sarebbe cosa ben mostruosa che il passato Governo fosse più portato al sollievo dei miseri, di quello che sieno, i moderatori della nostra Repubblica» (29).

Il 31 marzo 1799 — pare il consuntivodi un anno di vita repubblicana —dalla centrale del dipartimento del Metauro si scriveva in questi termini al Ministero dell’Interno: «Tutto prova che il vantato nome di Libertà non è per noi che un fantasma, mentre in realtà si soggiace alla più insopportabile tirannia, in paragone della quale quella della Tiara e delle Chiavi [i simboli del governo pontificio] giunge a venire desiderabile» (30).

4. L’INSORGENZA DEL 1798

Vittorio Emanuele Giuntella, che quasi cinquant’anni fa dedicò alla Repubblica Romana un ampio studio allora nuovo e oggi ancora valido punto di riferimento, non tralasciò di ricordare, seppure in poche pagine—insufficienti in modo particolare per il 1799 —, il fenomeno dell’insorgenza. In maniera che mi pare chiara ne indicava le cause in questo significativo ordine: «Alla base vi è il sentimento di fedeltà al Governo pontificio […]. In secondo luogo, tra le cause dell’insorgenza, è da considerare l’atteggiamento tenuto dai Francesi e dai giacobini romani nei confronti dei sentimenti religiosi della popolazione. Gli eccessi a cui si erano lasciati andare gli oratori nei Circoli, la vendita dei beni ecclesiastici, la soppressione delle feste religiose, sostituite con il riposo decadario, il divieto della esposizione delle immagini della Madonna nelle vie di Roma e di altre città della Repubblica, la soppressione delle confraternite, il saccheggio e la chiusura delle chiese […] sembravano segni, agli occhi delle popolazioni, del carattere anticristiano della rivoluzione ed incentivo ad armarsi per una nuova crociata. A tutto ciò si aggiungevano le continue ruberie dei Francesi e dei commissari romani; il timore della coscrizione militare e, nelle campagne, le requisizioni di grano e di bestiame per le truppe e per la popolazione cittadina» (31).

5. ROMA

A Roma la prima sommossa avvenne qualche giorno dopo la proclamazione della Repubblica e prima della promulgazione della Costituzione, il 25 febbraio, e coinvolse in modo particolare i quartieri popolari. Essa va collocata nel contesto della frattura emersa in modo sempre più dirompente nel corpo degli ufficiali francesi, alcuni dei quali mossero dure critiche al nuovo comandante André Massena (1758-1817), che aveva sostituito il generale Berthier. Le proteste per le ruberie commesse furono il motivo occasionale di un documento di contestazione. Mentre Massena si allontanò da Roma, Berthier riprese il comando, che venne affidato in subordine al generale Claude Dallemagne (1754-1813). La popolazione insorta non solo pensava di essere favorita dalla difficile situazione ai vertici militari francesi, ma probabilmente confidava anche nell’appoggio della Guardia Nazionale, ingenuamente, però, dal momento che i francesi si erano affrettati a sostituire i comandanti con elementi a essi fedeli.

La sera di domenica 25 febbraio 1798, all’ora dei vespri—questa rivoltavenne per questo chiamata il «Vespro romano» —gruppi di abitanti del quartiere di Trastevere si riversarono per le strade gridando «Viva Maria», brandendo insegne pontificie e armi. Il moto popolare si allargò immediatamente ai rioni di Regola, Borgo, Monti e, al suono della campana a martello, si espanse fino ad Albano, Castelgandolfo, Velletri. I motivi occasionali della rivolta vanno ricercati nel malcontento per più di un episodio irrispettoso del sentimento religioso popolare. Uno di questi era stata la cerimonia di nuova sepoltura delle ceneri del generale Duphot, poste su una colonna in piazza del Campidoglio, cerimonia realizzata con una ritualità e una coreografia di ispirazione pagana. Una disposizione del nuovo governo aveva particolarmente irritato le popolazioni dei rioni popolari di Roma: quella che rendeva obbligatorio portare la coccarda sia per i cristiani che per gli ebrei. Gli abitanti di Trastevere, Monti, Regola, per distinguersi, decisero quindi di mettere sulle loro coccarde una piccola croce. Era diffusa l’irritazione per la «parzialità» dei francesi verso gli ebrei e per le discriminazioni verso i religiosi e i luoghi di culto cristiani. Per esempio, della chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, di cui erano stati demoliti gli altari, si diceva che sarebbe stata ridotta a caserma o convertita in un teatro o in un magazzino per gli ebrei. Sarebbero stati allora i trasteverini a essere chiusi nel ghetto, un ghetto alla rovescia. E questo non era così lontano dalla realtà se un’idea avanzata nell’ambito del Circolo Costituzionale romano — come ricorda il cronista Giuseppe Antonio Sala (1762-1839) — proponeva «[…] di marcare in fronte tutti gli Ecclesiastici» [mentre] altri bramerebbero vederli confinati nel Ghetto degli Ebrei» (32). E lo stesso Sala riferisce le misure del governo repubblicano per isolare il quartiere di Trastevere, dopo la sollevazione del 25 febbraio: «Oltre il Ponte della Repubblica [Ponte Sant’Angelo], anco tutti gli altri Ponti della Città verranno muniti di Cancelli. Nel tempo della pretesa tirannia non vi fu mai bisogno di simile cautela, ed ora che siamo liberi, si giudica necessario il prendere delle misure sì straordinarie per opporre degli ostacoli a qualunque movimento popolare, e principalmente per rinserrare i Trasteverini onde non possano uscire dalla loro sezione» (33).

è nota la simpatia con cui gli ebrei guardavano, ancora prima della conquista, ai francesi: la Repubblica aprì il ghetto e stabilì l’emancipazione degli israeliti. Non mancarono comunque, a Roma come in Ancona, motivi di attrito fra gli ebrei e il governo repubblicano, sia per le pesanti contribuzioni imposte loro — gli ebrei erano considerati un corpo separato dal punto di vista amministrativo e finanziario—,sia per l’obbligo di lavorare di sabato. La scintilla che eccitò il vasto incendio del rione di Trasteverefu l’ordine di alcuni soldati francesi ad alcuni popolani di togliere la croce posta sulla coccarda. Secondo quanto riferiscono le fonti di parte repubblicana, alla testa dei trasteverini si posero tre preti della chiesa del Crocifisso. Con le immagini della Madonna e attraversando le strade, gridavano «Viva Maria, viva il Papa». Seguirono scontri con la guardia civica, alcuni giacobini e i francesi. Gli insorti assalirono Castel Sant’Angelo, occuparono Ponte Sisto e quello dei Quattro Cantoni. Lo scontro durò fino alle sei del mattino, quando i trasteverini, non sostenendo più l’urto della cavalleria francese, si ritirarono nelle loro case, dalle cui finestre continuarono a sparare. I morti si calcolarono in più di 200 uomini, per la maggior parte tra i francesi e i patrioti repubblicani.

Fra gli insorgenti vennero arrestate 40 persone, fra cui diversi religiosi. Nei giorni subito seguenti, presso le mura di piazza del Popolo, vennero fucilati 22 uomini ritenuti responsabili del tumulto. A essi — i cui corpi non ebbero ufficiale sepoltura e le cui ossa riaffiorarono all’inizio del nostro secolo quando fu realizzata la rete tramviaria — «[…] Roma non ha dedicato un ricordo qualsiasi» (34), come scrisse lo storico Armando Lodolini nel 1931. Le fucilazioni continuarono nei giorni e nei mesi successivi: 5 si ebbero presso Santa Maria in Trastevere, 2 a piazza delle Carrette, 2 in Campo de’ Fiori. Dei primi 22 fucilati si conoscono i nomi e le professioni. Si tratta di piccoli commercianti, per la maggior parte di pesce, artigiani, operai, domestici; vi era anche un impiegato della zecca. Capo della sollevazione trasteverina del 25 febbraio 1798 fu Gioacchino Savelli detto «Cimarra», nato nel 1754, pescivendolo non tra i più poveri, che, fuggito, tornò a Roma con la prima invasione napoletana (novembre-dicembre 1798), ma venne fatto uccidere su commissione di alcuni ebrei che lo «[…] odiavano […] come nemico della Repubblica»,come ricorda un testimone del processo postumo (35).

Appena avuta notizia della rivolta scoppiata a Trastevere e nei rioni popolari romani, le popolazioni di Albano, Ariccia, Nemi, Genzano, Velletri si sollevarono e tentarono di congiungersi con i romani, che si pensava avessero conquistato Castel Gandolfo. Le truppe del generale Joaquim Murat (1767-1815) il 28 febbraio sorpresero gli insorti che si stavano disponendo a marciare verso Roma. Essi tentarono una resistenza a Castel Gandolfo, ma ben presto essa fu spezzata e il paese saccheggiato. Anche Albano fu messa a sacco, mentre Ariccia e Velletri inviarono preti e deputati per chiedere clemenza.

Nei mesi successivi, come ho accennato, Trastevere in particolare, ma anche gli altri quartieri romani furono sottoposti a una sorta di stato d’assedio, con una grande presenza di soldati, data la preoccupazione del governo di possibili sommosse di fronte al sistematico attacco al sentimento religioso, in modo particolare a causa dell’abolizione di feste e della sostituzione delle immagini sacre con i simboli repubblicani. I trasteverini continuarono la loro resistenza passiva, facendo la guardia alle immagini della Vergine, oggetto di sassaiole da parte dei filo-repubblicani, le quali propiziavano l’ordine di rimuoverle, oppure non rinunciando ai giorni di festa, sebbene soppressi.

Alla fine di aprile nei quartieri intorno al Quirinale e in altri luoghi della città, comparve una minacciosa scritta: « è vero che San Pietro dorme, ma San Paolo colla spada sta sveglio» (36).

6. L’UMBRIA: CITTÀ DI CASTELLO E IL LAGO TRASIMENO

In aprile l’Umbria fu interessata da un ampio moto insorgente la cui estensione superò i confini della regione. La stampa repubblicana dava allarmata notizia nel maggio 1798 del fenomeno. Veniva messa in evidenza non solo l’estensione del fenomeno insorgente, ma anche che esso avesse trovato una certa direzione. Si parlò infatti di direttive provenienti dal Granducato di Toscana da parte di Luigi Braschi (1745-1816), nipote di Papa Pio VI, che allora si trovava a Siena. Gli insorgenti da Città di Castello giunsero fino all’Urbinate, dove si sollevarono alcuni paesi, già insorti nel 1797, ma vennero respinti al momento dell’assalto al capoluogo.

L’epicentro del moto umbro-marchigiano fu Città di Castello, dove gruppi di contadini fecero ingresso il 16 aprile al grido di «Viva Maria», abbatterono l’albero della repubblica, lacerarono il tricolore, ripristinarono i simboli religiosi e pontifici, assalirono le abitazioni dei cittadini più compromessi con il nuovo governo repubblicano. I francesi ripresero la città il 20 aprile. All’inizio di maggio si ribellarono i paesi e le campagne a sud di Città di Castello, lungo le rive del Tevere: Montone, dove fu bruciata la bandiera repubblicana romana, e Montecastelli, controllato dagli insorti del territorio di Perugia e di Assisi. Le truppe repubblicane che vi si erano recate per sedare le rivolte furono costrette a tornare a Città di Castello. Qui il 2 e il 3 maggio giunsero gli insorti e l’assediarono, mentre la popolazione l’abbandonava. Il 5 maggio finalmente riuscirono a farvi ingresso: erano circa 8.000 insorgenti guidati da alcuni sacerdoti della campagna. Di nuovo fu abbattuto l’albero della libertà e sostituito dalla croce.

I francesi ripresero di nuovo la città il 12 maggio. Seguirono il saccheggio, le profanazioni, le violenze dappertutto, anche dentro le mura dei conventi femminili, dove non mancarono esempi di coraggio di giovani religiose. Il giorno seguente, 13 maggio, si rinnovò il saccheggio. Ma nonostante la dura repressione, la rivolta antifrancese covava negli animi della popolazione.

Nei mesi successivi vennero fucilati sacerdoti e capi dell’insorgenza. Nel gennaio del 1799 i capi dei moti ricercati dalla polizia repubblicana erano 56, di cui 34 appartenenti al cantone di Città di Castello (37).

L’insorgenza umbra del 1798 più nota è però quella che interessò il dipartimento del lago Trasimeno e che prese inizio nel paese di Castel Rigone, coinvolgendo in seguito tutta la diocesi di Perugia. I giorni della rivolta furono gli stessi dei moti che ebbero per epicentro Città di Castello, con cui gli insorgenti del Trasimeno cercarono un collegamento: dal 22 aprileagli inizi di maggio. Lo studio dell’insorgenza del Trasimeno è stata possibile grazie a una insolita documentazione che ne permette una lettura«dall’interno», attraverso le relazioni dei sacerdoti inviati dal vescovo perugino a pacificare la zona insorta. Da essa risulta che le cause non devono ricercarsi innanzitutto nelle difficili condizioni economiche di quei luoghi, ma in un generale disagio e malcontento verso il nuovo regime, e più specificatamente verso l’atteggiamento del presidente repubblicano della giunta locale, il ricco giacobino Guerriero Guerrieri, i cui compaesani non avevano voluto che ricoprisse quella carica. Guerrieri precedentemente si era impegnato in un’azione di propaganda delle nuove idee fra i propri coloni, con una capacità pressoché nulla di penetrazione e di convincimento. La resistenza popolare e contadina all’opera di propaganda dei giacobini in questi anni è attestata in diverse zone dell’Italia centrale. I contadini umbri percepivano una diffusa violenza nella nuova realtà della Repubblica Romana: vi era violenza nelle parole dei lunghi e retorici discorsi dei giacobini e nei giuramenti repubblicani, vi era violenza nelle requisizioni e anche in quella serie di norme nuove, estranee, incomprensibili, che attaccavano ogni consuetudine religiosa e civile, in un’operazione che la Repubblica non tardò a realizzare fino dai primi mesi dopo la sua proclamazione attraverso il Comitato di Pubblica Istruzione, ribattezzato dalla popolazione di «Pubblica Distruzione» o un ufficio di polizia.

Il motivo della sollevazione va ricercato nelle disposizione del Comitato che abolivano i riti precedenti la Pasqua: le prediche e le missioni quaresimali, le Quarant’ore, i Sepolcri, le processioni del Cristo morto, cioè le manifestazioni pubbliche del sentimento religioso quaresimale. Lo confermano le testimonianze dei pacificatori inviati nel paesi in rivolta. Viceversa, un Te Deum venne cantato nel duomo di Perugia dal «cittadino vescovo» in ringraziamento dei benefìci dell’Ente Supremo. La cerimonia, propagandata dalle autorità repubblicane, aveva colpito la popolazione umbra, che la considerava emblematica di una generale umiliazione del clero e della religione. La politica del Comitato di Pubblica Istruzione contro la religione, il clero, contro ogni forma esteriore di culto cattolico scosse l’opinione pubblica cittadina e delle campagne.

La documentazione interna, non filtrata dalla lettura delle autorità militari e civili repubblicane, permette di osservare che l’insorgenza del 1799 conobbe forme, sia pure embrionali, di organizzazione e di articolazione tattica. Invece che alla reazione immediata e offensiva—che portava all’uccisione o alla cacciata di francesi o di repubblicanipresto e facilmente vendicate dall’occupante —, tipica della prima fase,l’insorgenza dell’Italia Centrale nel 1799 è più orientata verso la difesa organizzata e duratura, talvolta guidata da capi di qualche rilievo e valore.

A Castel Rigone gli insorti si affidarono a Tommaso detto il Broncolo a causa di una mano menomata. La scelta era dovuta allo spontaneo e generale riconoscimento delle sue capacità militari, delle sue attitudini al comando e della conoscenza dei luoghi. Tommaso il Broncolo, detto anche «il generalissimo», apparteneva al mondo dei «fuorilegge rurali» — figura tipica dell’universo sociale dell’antico regime europeo e oggi sempre meno ignota —, era estraneo alle vicende alla base della sollevazione, forse anche alle motivazioni, e non conosceva gli uomini del posto. La sua aggregazione dall’esterno mette in evidenza la mancanza di direzione da parte delle autorità sociali locali. Tommaso il Broncolo comunque seppe organizzare un esercito: scelse comandanti che conoscevano i luoghi, raccolse e distribuì le armi da fuoco, nominò vivandieri e tesorieri. Il problema maggiore per lui era alimentare l’esercito, al cui seguito si trovavano donne e bambini. Segretario dell’esercito era don Vincenzo Agostini, di Zocco, nella zona di Castiglione del Lago. Un’adesione di Tommaso il Broncolo alle motivazioni degli insorti non va comunque del tutto esclusa, se è vero che un sacerdote dell’epoca, particolarmente critico con le insorgenze, paragona i drappelli guidati dal «generalissimo» o dai suoi luogotenenti, che si recavano nel piccoli centri del Perugino ai missionari gesuiti del Paraguay. Essi, dopo avere tenuto «un mal tessuto» sermone, di regola abbattevano l’albero repubblicano. In seguito i limiti della direzione di Tommaso il Broncolo risultarono evidenti: abile nel nascondersi, nella guerriglia, si dimostrò incapace di sostenere lo scontro frontale. Tutta la diocesi di Perugia fu interessata al fenomeno dell’insorgenza: Perugia venne accerchiata nel giro di pochi giorni. Il Broncolo, frequentatore e conoscitore più delle zone del lago che dell’entroterra, spostò il suo quartier generale da Castel Rigone — in altura e per questo ben difendibile — a Magione in pianura — dove l’insurrezione era guidata da tale Anna Allegri—, che divenne il centro delle operazioni, e poi a Colle del Cardinale. In una prima fase gli insorti ottennero numerosi successi: circondarono Perugia, arrivarono a controllare i centri delle rive del Tevere e quindi il flusso d’acqua dell’acquedotto cittadino. Magione, che non aveva mura e dove le opere di difesa realizzate dagli insorti erano insufficienti, cedette all’artiglieria francese. Gli insorgenti si dettero alla fuga, verso il lago, attraversato il quale si apriva loro la via per la Toscana. A Magione, presa il 3 maggio, si ripeté il rito del saccheggio, delle violenze, delle uccisioni di civili, e delle azioni sacrileghe che ebbero come teatro la chiesa della Madonna delle Grazie. Gli insorgenti si dispersero, anche se continuarono alcune azioni di attacco ai francesi intorno a Perugia. La rappresaglia repubblicana fu immediata. Appena presa Magione, vennero spediti a Perugia i capi ribelli catturati per essere fucilati. Oggetto di durissima persecuzione furono i sacerdoti, ritenuti colpevoli e artefici della sommossa. Le spoliazioni delle chiese furono tali che era impossibile espletare le funzioni religiose, come scrisse lo stesso prefetto del Dipartimento del Trasimeno. I furti e i saccheggi non risparmiarono le case dei più poveri, contravvenendo ai patti con il vescovo, che aveva promesso una missione di pace affidata a sacerdoti, come avvenne, in cambio di clemenza verso la popolazione. A Perugia le fucilazioni erano all’ordine del giorno, precedute e seguite da un rituale tutto mirato a impressione la popolazione.

Rivolte di minore entità e più breve durata interessarono le campagne intorno a Gubbio, Orvieto e Spoleto. Verso quest’ultima città si erano diretti gli insorgenti delle campagne perugine sperando in una facile presa; li aspettavano invece mille francesi con i cannoni e 500 uomini della Guardia nazionale. Anche in questo caso le autorità francesi incolparono i sacerdoti; in particolare per la rivolta nello Spoletino furono incarcerati undici religiosi della Congregazione della Fede di Gesù che in seguito vennero trasferiti nelle prigioni di Castel Sant’Angelo a Roma (38).

Agli stessi mesi risalgono le prime forme di rivolta nell’Ascolano. A riguardo si hanno notizie frammentarie, che però sono assai interessanti perché normalmente si fa cominciare l’insorgenza ascolana alla fine del 1798, in relazione alle iniziative del re napoletano Ferdinando IV (1751-1825) e dei suoi emissari nei territori di confine tra Abruzzo e Marche, e quindi alla nomina di capi militari degli insorgenti che operavano appunto a nome del re. «In varie Communi del Dipartimento del Tronto, particolarmente nelle Comuni del Cantone di Ascoli si è manifestato un insorgimento deciso» (39),si legge in un giornale repubblicano dell’epoca. I motivi erano: la requisizione degli argenti—queste zone non l’avevano subita nel 1797, per cui le autorità repubblicane locali chiedevano a Roma licenza di alienare i beni delle chiese «senza scrupolo» —, le imposte, le nuove circoscrizioni, che sconvolgevano le tradizionali divisioni territoriali, e la nuova organizzazione amministrativa. Quest’ultimo aspetto, spesso trascurato tra i motivi occasionali delle rivolte, meriterebbe maggiore attenzione. Da un recente volume sull’insorgenza del 1799 nel territorio montano tra Marche e Toscana (40), è emersa la presenza di vivaci «esperienze autonomistiche [che rappresentaronoun] motivo in più per sottrarsi all’avviluppante abbraccio giacobino» (41). Dallo stesso studio si apprende come non furono pochi i casi in cui le incipienti forme di organizzazione politica degli insorgentiitaliani —per esempio nel Montefeltro e nell’Urbinate o in Arezzo nel 1799—presentarono ai legittimi sovrani proposte di correzione di quel centralismo, lesivo delle autonomie, iniziato ben prima dell’invasione francese e della Repubblica, con la politica assolutistica e giurisdizionalistica.

Lo scontro più cruento tra insorgenti e francesi avvenne ad Amàndola tra il 9 e l㤓 giugno. Sul paese ascolano, dove si erano concentrati i contadini dei centri di tutto il cantone, piombarono diverse colonne francesi reduci dalla spedizione a Città di Castello, provenienti da Macerata e da Fermo. Il paese fu messo a sacco per tre giorni, le chiese saccheggiate, il corpo incorrotto del beato Antonio Migliorati (1355-1450), patrono del luogo, spogliato di ogni oggetto prezioso. Tra i paesi del cantone di Amandola vi era il piccolo centro montano di San Gallo che diventerà il quartier generale dell’insorgenza nei mesi autunnali e invernali del 1798. Lì venne condotto nella primavera del 1799 il generale Giuseppe Lahoz Ortiz, passato dal comando delle truppe della Repubblica Cisalpina all’insorgenza marchigiana, di cui divenne guida e comandante. E da lì cominciarono, nel 1799, le iniziative che portarono al controllo dell’Ascolano (42).

7. L’INSORGENZA DEL DIPARTIMENTO DEL CIRCEO

Nella seconda metà di luglio del 1798 il Dipartimento del Circeo fu interessato da improvvise esplosioni di rivolta che si ripeterono a distanza di pochi giorni. Questo fenomeno mette in luce come nelle insorgenze esistessero sia motivazioni localistiche e particolaristiche, sia la capacità di propagarsi con rapidità. L’insurrezione del Circeo infatti si allargò con tale facilità da porre in breve tutto il territorio del dipartimento fuori dal controllo militare e politico repubblicano. I moti del Circeo presentano sia tratti di spontaneità che di direzione politica. Essi impegnarono duramente i comandi francesi, che si trovarono in difficoltà a reperire soldati da inviare in quel dipartimento, anche perché si poteva contare poco o nulla sull’arruolamento dei cittadini della Repubblica Romana, che era ritenuti inaffidabili, dal momento che—si legge in un documento del Tribunato— «[…] la Rivoluzione a Roma è opera più della forza che del sentimento» (43). La sconfitta degli insorgenti e la repressione dei paesi interessati furono indicate come esempio e monito a tutta la Repubblica Romana e fu ordinato che in ogni cantone venisse resa nota la sconfitta degli insorti di Ferentino—,come pure che si rendessero pubbliche, con manifesti, le sentenze di morte dei capi dell’insorgenza del Circeo.

Questa la sequenza cronologica delle rivolte di luglio nel dipartimento del Circeo. Il 16 luglio: Frosinone, al grido «Viva Maria!»;il 25: Alatri, agli ordini di Angelo Maria Cataldi; il 26: Ferentino; il 27: Veroli e Trisulti, dove 800 insorgenti di Alatri, guidati da quattro cappellani, si unirono a quelli di Veroli e di Ferentino per marciare su Anagni; il 29: Ceccano e Patrica, dove gli insorgenti difesero il convento dei passionisti di Santa Maria di Comiano — eretto da San Paolo della Croce, fondatore dell’ordine —, minacciato più volte dal giacobini locali, nonostante il remissivo comportamento dei frati, che pure salvarono da sicura morte alcuni di essi; poi Torre Caetani, Trivigliano, Vico, Fumone e la zona della Ciociaria.

Vi era una ripetitività di forme quasi rituale nelle rivolte popolari. Ci si affollava attorno all’albero della libertà, simbolo di un potere e di una cultura estranei, e lo si sostituiva con la croce; quindi si passava ad azioni di violenza contro i giacobini e all’assalto dei depositi di armi; in alcuni paesi si dava vita a processioni espiatorie con le statue dei santi e se ne esponevano le reliquie. Le notizie delle rivolte del Circeo giunsero rapidamente a Roma dove cominciarono a circolare volantini che invitavano a imitare quegli insorgenti. Nella capitale serpeggiava una certa preoccupazione, anche perché né la truppa sedentaria né i patrioti alla notizia degli scontri volevano partire per il Circeo: il malcontento per il governo era infatti assai diffuso negli ambienti militari. In un primo tempo la rivolta fu sottovalutata dalle autorità della Repubblica: vennero inviati solo 200 legionari polacchi; ma gli ultimi giorni di luglio partirono 1.200 uomini guidati dal generale Antoine Girardon (1758-1806), il quale giunto sul luogo, scrisse: «C’est la Vandée [sic]» (43). Il numero degli insorgenti arrivava a diverse migliaia, forse 6.000. Il già citato Sala, alla notizia dello stato d’assedio del Circeo, il 1° agosto scrisse nel suo diario, che gli insorgenti «[…]verranno superati dalle milizie, tantopiù che queste li batteranno, in dettaglio, poiché dordinario glInsorgenti medesimi in luogo di riunirsi, si limitano alla difesa derispettivi Paesi» (45). Ma Sala poco conosceva delle vicende del Circeo e quando scrisse quella pagina del suo diario pensava a quanto era accaduto a febbraio, nei Colli romani, a seguito del moto nato nel quartiere di Trastevere. Il caso del Circeo presenta invece caratteristiche diverse e invita a qualche correzione della sempre ripetuta tesi relativa alla frammentarietà dei moti dell’insorgenza.

Fonte d’eccezione, che ha permesso una riconsiderazione dell’insorgenza del Circeo, di cui cerco di offrire le principali conclusioni, sono i registri delle operazioni compilati dal generale Girardon, incaricato dal comandante delle truppe occupanti, generale Jacques-ètienne Macdonald (1765-1840), di sottomettere gl’insorti del Circeo, del cui dipartimento divenne poi comandante. Con le dovute cautele, tenendo conto della parzialità del punto di vista, repressivo e non esplicativo, questa fonte ha permesso di comprendere in un contesto più ampio e unitario gli episodi locali(46). A leggere soltanto i registri di Girardon, sempre alla ricerca del regista occulto, l’insorgenza può apparire espressione dei capi, dei preti, dei nobili, di Napoli; a leggere invece le sentenze della commissione militare, i movimenti insurrezionali presentavano un carattere di spontaneità e di improvvisazione: come ho detto, i due caratteri convivono. Il generale Girardon si trovò di fronte a forze considerevoli, abilmente condotte all’attacco delle truppe francesi e polacche, poste a difesa delle posizioni strategiche, con capacità tattiche notevoli e con l’utilizzo di forze provenienti da paesi diversi, concentrate in luoghi strategicamente rilevanti come Ferentino o Anagni. Nel frangente i francesi si trovarono infatti di fronte a una rivolta che non si frantumò immediatamente in un’infinità di situazioni, ma che si concentrò in luoghi significativi. è stato osservato che nel Circeo vi fu un tentativo consapevole di allargare le basi della rivolta, tentativo reso possibile dai contatti e dalle relazioni fra i paesi coinvolti, relazioni alla cui base vi erano rapporti parentali e personali. Gli insorgenti diedero alla loro organizzazione il nome di «Armata cattolica»:questa armata ebbe i suoi generali, i suoi colonnelli, i suoi elemosinieri, i suoi capi, i suoi segretari, che stendevano proclami, tutti ricordati nella documentazione del generale Girardon. Uno di questi proclami, datato 29 luglio, invitava i popoli dei singoli paesi a unirsi in Anagni e si chiudeva con il seguente invito: «Estote fortes in fide, in proelio et in fidelitate». Insieme ai proclami, gli slogan: «Viva Maria, evviva Gesù, evviva il Papa e il re di Napoli»,gli stendardi, le bandiere con i simboli del Papa, puntualmente registrati e sequestrati dai francesi, le immagini della Madonna della Vittoria al posto della coccarda, le statue dei santi portate in processione. Capi dell’insurrezione diventavano coloro che conquistavano una posizione di rilievo sul campo o chi ricopriva un riconosciuto ruolo sociale nella comunità. Non mancarono elementi che avevano avuto un ruolo nelle insorgenze di febbraio a Roma, come Paolo di Cola. Numerosa la presenza di «sbirri» scontenti per le decisioni del governo. Il coordinamento fra le diverse situazioni locali fu reso possibile anche dal ruolo assunto da alcuni ufficiali napoletani. Emersero in queste rivolte personaggi che continuarono l’opera di mobilitazione, anche se in tono minore, fino al 1799, e tra questi alcuni sacerdoti. Questi aspetti di coordinamento e di direzione devono spingere a correggere l’idea di forti differenze tra i moti del 1798 e il più generale movimento del 1799. Chi ha studiato, soprattutto su fonti francesi, l’insorgenza del Circeo del 1798, ha potuto concludere: «[…] sono proprio le formazioni armate, i grossi movimenti di masse insorte, le «compagnie» dei vari paesi del Circeo che costituiscono con la loro «Armata Cattolica» un modello, un antecedente delle truppe a massa che nel affiancano i Napoletani durante la seconda invasione» (47).

Alla data del 30 luglio i paesi in armi erano Veroli, Frosinone, Ferentino, Alatri, Supino, Collepardo, Torrice, ma altri nei giorni precedenti avevano tagliato l’«albore». I motivi della rivolta,secondo quanto riferiscono sia i giornali o le autorità militari repubblicane — che parlano sempre di «pretesti» —,sia i diari dei contemporanei, furono l’abolizione delle confraternite, la soppressione dei monasteri, la svalutazione delle cedole nazionali e la leva militare forzata. A Terracina, oltre alla nuova tassa per il mantenimento della guardia nazionale e all’arresto di canonici perché montassero la guardia nonostante l’esenzione dalla leva, le cause della rivolta vanno individuate nel provvedimenti che colpirono le tradizioni religiose della popolazione, come il divieto di seppellire i morti vicino alle chiese. La situazione economica del Circeo si era notevolmente aggravata per la mancanza di denaro con cui pagare i coltivatori stagionali provenienti dal Regno di Napoli, che rifiutavano le cedole della Repubblica: una situazione che portò alla carestia gran parte del Lazio.

Le relazioni ufficiali insistono su una rappresentazione delle insorgenze del Circeo come volute, alimentate ed organizzate dalla corte di Napoli e dagli ufficiali napoletani. La presenza di ufficiali partenopei è confermata da molte fonti, così come i controversi rapporti tra re Ferdinando e i paesi in rivolta. Sul ruolo della corte napoletana, si deve innanzitutto osservare che alle promesse non seguirono iniziative chiare, ma rimane comunque la rilevante presenza di ufficiali napoletani, importante soprattutto per la direzione tattica e per l’organizzazione data alla rivolta: è il caso dell’ufficiale Vincenzo Fortuna, capitano della cavalleria regia ad Alatri, città centro dell’insurrezione. La contemporaneità e la generalità della insorgenza non possono però spiegarsi con questi pur importanti interventi. è stato scritto di recente: «Pur considerando il peso avuto nell’insorgenza della corte di Napoli e la volontà del re deciso ad agire da solo con le sue armi per sostenere i popoli insorti non si spiegherebbe l’ampiezza e la totalità del moto senza considerare il retroterra che lo rendeva possibile, duraturo e, seppure sedato, pronto a rinnovarsi anche sotto forme diverse» (48). Quel retroterra viene individuato dalla storica Maria Pia Critelli nei rapporti umani, parentali—ma anche culturali e religiosi—delle popolazioni insorgenti, e tra questi rapporti non vanno trascurati quelli che legavano la zona del Circeo al Napoletano, al Regno borbonico, così che la presenza napoletana non appare operata da un centro direttivo lontano ed estraneo. La presenza di quadri napoletani e i rapporti tra i paesi in rivolta e il Regno di Napoli non devono essere liquidati come strumentalizzazioni di elementi militari e politici. Terracina, per esempio, era una cittadina già appartenuta al Regno di Napoli, la sua popolazione era per la maggior parte di origine napoletana o unita in matrimonio a napoletani. Gli insorgenti si rifugiavano nel Regno di Napoli, raggiunto anche da donne e fanciulli, per scappare davanti alle repressioni francesi. Il Circeo è un territorio intriso di napoletanità, il re di Napoli poi «[…] non era estraneo alla cultura del Circeo», come è stato osservato da Maria Pia Critelli (49). In queste terre limitrofe alla Repubblica, i punti di riferimento della popolazione erano sia il Papa che il re. La realtà costituita dalle relazioni familiari e tradizionali superava i confini dei due Stati e si opponeva alle disposizioni della Repubblica per cui ogni forestiero doveva lasciare il territorio repubblicano, il che, come è noto, comportò a molti vescovi l’imposizione dell’esilio. Vi erano anche relazioni religiose, tra le quali possono ricordarsi i questuanti passionisti che ogni giorno dal Regno raggiungevano i paesi del Circeo e il ruolo dell’abbazia di Casamari, il cui abate era un nobile napoletano e sembra tenesse relazioni con la corte di Ferdinando IV e sostenesse gli insorgenti. La resistenza degli insorgenti del Circeo fu notevole: a Romagiungevano da quella zona non pochi carri carichi di feriti, di cui molti poco dopo morivano. E nella stessa Roma continuavano a concentrarsi truppe provenienti dal territorio della Repubblica, per essere poi destinate al Circeo. Il 2 agosto, presa Frosinone, il generale Girardon comunicava che «[…] la maledetta guerra del Circeo è finita» (50). L’insorgenza però non si era affatto estinta. Gli insorti si raccolsero a Terracina, dove il 6 agosto furono cacciate le truppe francesi e i circa 3.000 insorgenti organizzarono la resistenza. Sicuramente per volontà degli ex ufficiali napoletani fu alzata la bandiera del Regno, sebbene la corte borbonica non volesse ingerirsi nell’insorgenza. Ricevuta la benedizione nel convento dei passionisti posto sopra la città, gli insorgenti sostituirono il simbolo repubblicano dell’albero della libertà con un grosso crocifisso. Quindi trasportarono una gran quantità di grano e di bestiame in città per affrontare l’assedio, potendosi avvalere allo scopo di 12 cannoni; allagarono quindi i terreni e abbatterono il ponte maggiore. Conosciute le iniziative degli insorgenti di Terracina, il cronista Sala commenta nel suo Diario: «Se così è, venderanno essi ben cara la vittoria dei Francesi» (51). Infatti la città il 9 agosto venne ripresa dai francesi dopo sei ore di terribile combattimento, cui seguì il consueto saccheggio. Nelle campagne però i movimenti degli insorgenti proseguirono, rendendo difficile il controllo militare del territorio ai repubblicani.

Il Dipartimento del Circeo venne posto in stato d’assedio; fu istituito un Consiglio di guerra in Anagni per punire gli istigatori della ribellionee in particolare i preti. I condannati alla fucilazione furono 80. Dalle sentenze dei tribunali risulta che bastava avere tagliato l’albero della libertà, o addirittura averne impedito un nuovo innalzamento per meritare la fucilazione. Oltre ad alcuni religiosi, i fucilati erano contadini e artigiani, ma si incontra anche un mercante di Alatri e un tale definito «benestante» di Ferentino, colpevole di aver scritto un manifesto in cui invitava alla sollevazione Anagni e di tenere una bandiera pontificia in casa.

Delle fucilazioni degli insorgenti si ha ricordo per i mesi di agosto e settembre, quando le preoccupazioni dei francesi per nuovi movimenti non erano ancora cessate. Le campagne erano tranquille, ma regnava un sordo fermento che si attendeva scoppiasse da un momento all’altro. Questo fermento era ancora avvertito dal generale Macdonald, il 10 ottobre, quando esprimeva la sua contrarietà alla fine dello stato d’assedio nel Circeo.

Le rivolte di Viterbo e di Civitavecchia, nel Dipartimento del Cimino, alla fine del 1798 sono da mettere in più diretta relazione con le sconfitte di Bonaparte in Egitto e con la prima invasione napoletana nello Stato Pontificio, che si concluse non solo con la riconquista francese di Roma, ma anche con la conquista di Napoli.

Viterbo, al momento della proclamazione della Repubblica Romana, manifestò sostegno e devozione a Papa Pio VI, esule verso Siena, di passaggio in città il 22 febbraio. Le stesse manifestazioni popolari, con commoventi episodi, si ricordano negli altri paesi attraversati dal Pontefice. Nei mesi successivi la popolazione subì le solite innumerevoli requisizioni. Non mancarono segnali di reazione, come quelli offerti da alcuni cittadini che si rifiutarono di giurare fedeltà alla Repubblica e ottennero di formulare solo un giuramento condizionato, che non si opponesse alla loro coscienza. Il 26 novembre del 1798 giunse in città un nuovo commissario francese per raccogliere quanto era rimasto delle precedenti requisizioni: le mire si appuntarono sugli oggetti sacri e i repubblicani entrarono nei monasteri per requisirli. Durante la notte però fermentò già qualche movimento nel popolo. Il giorno seguente giunse in città il commissario direttoriale per l’isola di Malta con 30 persone al seguito. Viterbo insorse allora al grido di «Viva Santa Rosa»,invocando così la patrona cittadina. Fu eletto un governo provvisorio il cui presidente, il conte Giuseppe Zelli-Pazzaglia, insieme al vescovo locale mons. Muzio Gallo (1721-1801), mise in salvo i francesi. Gli insorgenti, allora, capeggiati dal giovane Vincenzo Dominioni, nominarono una nuova congregazione cittadina e organizzarono una difesa che si rivelò capace di respingere gli attacchi del generale François-Cristophe Kellermann (1735-1820). Con il ritorno del generale François-ètienne Championnet (1770-1835), impegnato nel Napoletano, riprese il conflitto, che si concluse il 27 dicembre con un accordo per cui i francesi rientrarono in città (52). Civitavecchia, pur favorita dal ruolo affidatole da Bonaparte, di base di primo piano per la spedizione in Egitto, non appena il 25 novembre partì la guarnigione francese si rivoltò e chiese aiuto al re di Napoli e all’ammiraglio inglese Horatio Nelson (1758-1805), resistendo fino al mese di marzo del 1799, quando fu ripresa dai francesi (53).

8. CONCLUSIONE

Chi ha avuto la pazienza di seguire le mie considerazioni forse avrà potuto individuare qualche linea direttrice, che attraversato il racconto degli avvenimenti. Vorrei indicare tre punti, in conclusione.

Per prima cosa, mi pare che debba essere corretta l’idea relativa al carattere del tutto frammentario dell’insorgenza precedente il 1799. Essa spesso deriva da uno studio localistico delle fonti: la ricostruzione invece cambia quando si parte da una fonte capace di mostrare un quadro complessivo, fosse anche di parte francese. I principali moti non solo del 1798, ma anche del 1797, mostrano una chiara tendenza a coordinarsi, a collegarsi, a darsi un’organizzazione politico-militare. Le radici di questi tentavi di coordinamento vanno ricercate nella storia del territorio e degli uomini interessati all’insorgenza.

Le cause delle rivolte del 1798 sono state poi considerate «endogene», organiche al territorio di cui sono espressione, mentre quelle del 1799 sarebbero invece state «esogene», sollecitate dall’esterno, organizzate e dirette dall’alto, ispirate e guidate da forze estranee o straniere. è quanto risulta soprattutto dal citato lavoro di Cecilia Minciotti Tsoukas per le insorgenze il Trasimeno, nel quale si parla di discontinuità tra 1798 e 1799: altri studi, però, per esempio quelli sul Circeo, presentano i collegamenti con elementi esterni—Napoli—non come imposizione, ma come dovuti a più antichi legami. Tutte le insorgenze nascono spontanee e popolari, ma esprimono subito una richiesta di guida politico-militare. La direzione politico-militare del re di Napoli o dei comandi austriaci si inseriscono in una situazione già in movimento. Lo studio dell’insorgenza del 1797-98 mi pare metta in evidenza elementi di continuità. Sarebbe utile studiare l’emergere dei tanti «capimassa» che la documentazione ci fa conoscere per il 1799: spesso ci si ferma al momento terminale quando essi sono già inquadrati nell’organizzazione regia o imperiale, mentre ci sfugge il momento germinale.

Più volte, infine, mi è capitato di citare documenti dell’epoca in cui gli insorgenti sono descritti come intenti a difendere il sovrano, la religione e la patria. Difensori della patria: è il tema che emerge già nei primissimi moti. Esso sarà oggetto di riflessione in quelle cronache, diari, memorie che bisogna studiare non solo per ricavarne preziose notizie, ma anche per capire lo spirito dell’epoca.

In conclusione voglio ricordare quanto si legge in uno di essi. Si tratta delle memorie coeve dell’assedio di Ancona del 1799 redatte da Camillo Albertini, il quale ha voluto premettervi una sintesi delle principali vicende dell’insorgenza marchigiana e, dovendo stabilire il termine con cui chiamare gli insorgenti, fa la seguente considerazione: «[…] e dovendosi nel progresso nominare sovente larme italiane [appunto gli insorgenti], che si sono unite allestere Truppe [gli austriaci, i russi e i turchi] nellAssedio di Ancona, non si farà adesso certamente il gran torto di darle il nome di briganti, di ribelli appropriato loro dal Despota Francese, e dai suoi scelerati Proseliti, ma saranno distinti col nome di Difensori della Patria [infatti essi hanno espresso, continua il cronista, il] più giusto risentimento d’una nazione oppressa colle più ricercate, e pungenti maniere [,e a tale nazione hanno assicurato] 1a sua politica esistenza minacciata sotto ferreo Despotismo» (54).

Sandro Petrucci

Note

(1) Cfr. Eric J. Hobsbawn, I banditi. Il banditismo sociale nell’età moderna,Einaudi, Torino 1971
(2) Gino Troli, Spunti metodologici da un caso di «permanenza»: il banditismo nellascolano, in Annali dell’Istituto Alcide Cervi, 2 (1980), pp. 241-262.
(3) Giustino Filippone, Le relazioni tra lo Stato pontificio e la Francia rivoluzionaria. Storia politica del trattato di Tolentino,2 voll., Giuffré, Milano 1961-1967.
(4) Ibid., vol. II, p. 628.
(5) Monaldo Leopardi, Autobiografia, a cura di A. Leopardi, pref. di A. Valentini, Transeuropa, Ancona 1993, p. 47.
(6) Crescentino Fiorini, Diario delle cose di Urbino, ms. della Biblioteca Universitaria di Urbino, vol. 89, pp. 22-23.
(7) Cfr. Renzo De Felice, Paura e religiosità popolare nello Stato della Chiesa alla fine del XVIII secolo,in idem, Italia giacobina, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1965, pp. 289-316.
(8) Nazzareno Trovanelli, Introduzione a Eduardo Fabbri, Sei anni e due mesi della mia vita, Bontempelli, Roma 1915, p. LIX.
(9) Alessandro verri, Vicende memorabili 1789-1801, Guglielmini, Urbino 1858, p. 256.
(10) Bramante Ligi, I Vescovi e gli arcivescovi di Urbino, STEU, Urbino 1953, p. 231.
(11) C. Fiorini, op. cit., p. 12.
(12) Archivio di Stato di Pesaro, Legazione. Lettere da Roma, busta n. 101 (16-9-1797).
(13) Cfr. ibid., vol. 50 (Urbino, 9-6-1797)
(14) Cit. in Francesco Mario Agnoli, Ravenna e il sacco di Lugo, in Le insorgenze antifrancesi in Italia nel triennio giacobino (1796-1799),Apes, Roma 1992, p. 187.
(15) Cit. in Sandro Petrucci, Insorgenti marchigiani. Il trattato di Tolentino e i moti antifrancesi del 1797, con una prefazione di Marco Tangheroni, SICO, Macerata 1996, pp. 169-170.
(16) Archivio di Stato di Pesaro, Legazione. Lettere delle comunità. Urbania, b. 132 (Urbania, 31-3-1797).
(17) Cfr. F. M. Agnoli, Gli insorgenti, Reverdito, Trento 1989.
(18) Cit. in S. Petrucci, op. cit., pp. 174-184.
(19) Cit. ibid., pp. 187-193.
(20) Cit. ibid., p. 216.
(21) Cfr. ibid., pp. 217 e ss.
(22) Cfr. ibid., pp. 132-133.
(23) Maria Savini, La Repubblica Anconitana (1797-1798), Carnasecchi, Firenze 1907, p. 32.
(24) Cfr. S. Petrucci, op. cit., p. 137 e ss.
(25) C. Fiorini, op. cit., p. 57.
(26) Cfr. Carlo Botta, Storia d’Italia dal 1789 al 1814, 9 voll., Italia 1824, vol. IV, p. 235.
(27) Cit. in Dante Cecchi, L’organizzazione amministrativa del Dipartimento del Musone (1798-1799), in Quaderni Storici delle Marche, n. 9 (1968), pp. 523-592; n. 10 (1969), pp. 131-203.
(28) Vittorio Emanuele Giuntella, La giacobina Repubblica romana. Aspetti e momenti, in Archivio della Società Romana di Storia Patria, 3a serie, 1950, fasc. I-IV, p. 7.
(29) Cit. ibid., pp. 167-168.
(30) Cit. in Francesca Falaschi, Francesi e Giacobini in Ancona dallּ febbraio 1797 al 28 febbraio 1798, Luchetti, Cingoli (Macerata) 1928, p. 30, n. 1.
(31) V. E. Giuntella, op. cit., p. 33.
(32) Giuseppe Antonio Sala, Diario romano degli anni 1798-99, Roma 1980, in Scritti pubblicati sugli autografi, Società Romana di Storia patria, Roma 1882-1888 [rist., con una premessa di V. E. Giuntella, Roma 1980], vol. I, p. 32.
(33) Ibid., p. 35.
(34) Armando Lodolini, La Repubblica romana del 1798 in una collezione di bandi,in Rassegna Storica del Risorgimento, anno XVIII, ottobre-dicembre 1931, pp. ????.
(35) Cfr. Andrea Damascelli, Cimarra e gli ebrei nella Repubblica romana del 1798-1799, in La repubblica romana tra giacobinismo e insorgenza 1798-1799, Roma 1992, pp. 39-60.
(36) Cfr. G. A. Sala, op. cit., ad 20-4-1798.
(37) Cfr. Giuseppe Amicizia, Città di Castello alla fine del secolo XVIII o il Viva Maria. Cronistoria delle rivoluzioni del 12 gennaio, 16 aprile, 5 maggio 1798, Lapi, Città di Castello (Perugia) 1899.
(38) Sugli episodi dell’insorgenza umbra riferiti, cfr. soprattutto Cecilia Minciotti Tsoukas, I torbidi del Trasimeno (1798). Analisi di una rivolta, Franco Angeli, Milano 1988; e Idem, Spontaneità e brigantaggio: l’insorgenza contadina in Umbria, in Annali dell’Istituto Alcide Cervi, n. 2, 1980.
(39) Cit. in Carlo Verducci, Alcune note sull’Insorgenza nei Dipartimenti del Tronto e del Musone, alla luce de «Il Banditore della Verità» di Michele Mallio, in Studi maceratesi, n. 9 (1977), pp. 406-414.
(40) Cfr. Giancarlo Renzi, Itinerari del Viva Maria dalla Valtiberina al Montefeltro, Ed. Coop. Culturale «G. La Pira», Sansepolcro (Arezzo) 1980.
(41) Cfr. ibid., p. 77.
(42) Cfr. Antonio Emiliani, I Francesi nelle Marche (1797-1799). Scene-Episodi-Racconti, Menicucci, Falerone (Ascoli Piceno) 1912, pp. 7-28.
(43) Cit. in V. E. Giuntella, op. cit., p. 14.
(44) Maria Pia Critelli, «C’est absolumment la Vandée [sic]». Girardon e l’insorgenza del Circeo, in La Repubblica romana tra giacobinismo e insorgenza, cit., pp. 145-163.
(45) G. A. Sala, op. cit., vol. II, p. 58.
(46) I registri sono stati editi da M. P. Critelli e da Georges Segarini con il titolo Une source inédite de l’histoire de la Republique Romaine: les registres du commandant Girardon. L’«insorgenza» du Latium méridional et la campagne du Circeo, in Mélanges de l’École Française de Rome. Italie et Méditerranée, tome 104, 1992, n. 1, pp. 245-453.
(47) Ibid., p. 265.
(48) Ibid., p. 261.
(49) Ibid., p. 264.
(50) Cit. in Antonella Ercolani, Francesi, briganti e borbonici nel Lazio meridionale, in Le insorgenze antifrancesi in Italia nel triennio giacobino (1796-1799),cit., pp. 257-272.
(51) G. A. Sala, op. cit., vol. II, p. 73.
(52) Cfr. Pietro La Fontaine, Pio sesto e Viterbo durante il periodo della rivoluzione del 1798-99, Donati, Viterbo 1899; Alberto Porretti, L’insorgenza viterbese del 1798-1799, in La Tuscia nell’età giacobina e napoleonica (1789-1815), in Archivi e Cultura, n. s., 1988-1989, anno XXI-XXII [Il Centro di Ricerca, Roma 1990], pp. 15-24; Isabella Rauti, Viterbo, il «Vespro trasteverino» e gli eccidi nelle abbazie, in Insorgenze antifrancesi in Italia nel triennio giacobino (1796-1799), cit., pp. 243-256; e Bruno Barbini, Note di vita viterbese nel biennio repubblicano (1798-1799), in La Repubblica romana tra giacobinismo e insorgenza, cit., pp. 109-122.
(53) Cfr. Donato Tamblé, Civitavecchia giacobina, in La Tuscia nell’età giacobina e napoleonica (1789-1815), cit., pp. 51-68.
(54) Camillo Albertini, Memorie dell’assedio di Ancona e degli avvenimenti che lo hanno preceduto, ms. della Biblioteca Comunale di Ancona, cc. 113-114.

Sandro Petrucci

fonte http://www.identitanazionale.it/inso_1003.php

Read More

Capitolo VIII – Santuario di S. Anatolia

Posted by on Feb 21, 2019

Capitolo VIII – Santuario di S. Anatolia

1. Cronologia – 2. Epigrafi romane – 3. Date impresse nell’edificio – 4. La struttura – 5. Gli affreschi – 6. La cappellina di S.Anatolia – 7. La statua di gesso – 8. Conclusioni

1. Cronologia

Non sappiamo quale sia l’epoca di fondazione del Santuario di S.Anatolia poichè le tracce visibili delle parti più antiche, rapportate con i documenti storici fin’ora visionati, non facilitano l’analisi di ciò che era prima e di come si sia trasformata la chiesa o il monastero nel tempo.

Durante i secoli gli edifici subirono dei crolli e furono ricostruiti più volte. A volte rispettando l’architettura precedente, a volte modificandola drasticamente. I crolli e le demolizioni, avvennero a più riprese, e la causa potrebbe risalire a vari motivi tra i quali:

  • Eventi naturali quali ad esempio terremoti o alluvioni. La zona in cui sorge la chiesa è ad alto pericolo sismico. Gravi terremoti documentati nelle nostre zone (aquilano) avvennero nel 1349, 1456, 1502, 1703, 1742, 1904 oltre a quello del 1915 che distrusse quasi completamente il paese antico (1). Per quanto riguarda le alluvioni nel passato certamente ce ne furono. Indicativo è il fatto che il fontanile quattrocentesco, posto nella valle del Rio (cantu riu) e riscoperto pochi anni or sono, si trovi a circa un metro sotto l’attuale livello stradale. Il Santuario però, trovandosi su di un terrazzamento a circa 5 metri al di sopra della valle, non può aver avuto questo tipo di problema.
  • Invasioni di popoli di religione avversa al cristianesimo. Tra l’850 e il 916 d.C., i Saraceni invasero e saccheggiarono le nostre contrade e, essendo di religione mussulmana, potrebbero essere stati spinti a saccheggiare e distruggere i luoghi di culto cristiano (2).
  • Guerre interne. Nel 1268 Carlo d’Angiò, dopo aver sconfitto Corradino di Svevia nella famosa battaglia di Tagliacozzo, fece saccheggiare e distruggere i villaggi che si erano schierati in favore del suo avversario. Più o meno la stessa cosa accadde qualche decennio prima con Federico II di Svevia. I paesi alleatisi contro l’impero subirono l’ira vendicativa di Federico II che collimò nella marsica con la distruzione completa di Celano che nel 1222 fu rasa al suolo. Fu risparmiata solamente la chiesa di San Giovanni. Gli abitanti di Celano vennero deportati in massa prima in Sicilia e poi nell’isola di Malta. Alcuni anni dopo fu concesso loro di tornare in patria e ricostruire la città (3).

Il primo documento che nomina la chiesa di Sant’Anatolia risale al 1110 e sembra riferibile ad un fatto accaduto all’inizio del secolo VIII d.C. in piena epoca Longobarda (4). Il documento viene riportato sia nel Regesto che nel Chronicon dell’abazia Farfense. In esso si evince che, attorno al 706 d.C., durante la dominazione Longobarda, un vasto territorio nei pressi di Cliviano (Santo Stefano di Corvaro) venne donato da Foroaldo II duca di Spoleto al monastero di Farfa.

continua articolo originale 

Read More

Un po di Giacinto De Sivo

Posted by on Feb 21, 2019

Un po di Giacinto De Sivo

Più rabbie governative.
Là dove i cittadini potevano impunemente far da giudici e da manigoldi, che i tribunali?

S’abborracciavano giudizii di maestà, si condannavano persone a centinaia. 1 soldati magistrati inappellabili.
Il Lamarmora seguitò l’usanza Cialdiniana, e faceva senza legge fucilare e ardere, acciò il terrore supplisse alla forza.

Nullo il segreto postale; il governo copiava i briganti; nulla la libertà di stampa, privilegio di soli rivoluzionarii.

A’ 9 novembre la canaglia che s’appellava studiosa rinnova in via Toledo i falò de’giornali indipendenti,

La stampa meridionale, l’Araldo, la Settimana e l’Alba, dice distruggere il brigantaggio morale; né soddisfatta, visto che seguitavano, la dimane corre alle tipografie, rompe torchi, sperde caratteri, batte gli scrittori.

La polizia stigante guardava.

Ma che. era ardere giornali, dove s’ardevano paesi? Il governo sfacciato, per ricusarne la solidalità in Europa, stampò un manifesto del Procurator Generale riprovante il fatto; ma a’ colpevoli non fu torto un capello.

Il duca di Caianiello, carceralo nove mesi, non trovatasi reità, uscì per sentenza, ed esulò a Parigi.
Il deputato Ricciardi a’ 4 dicembre in parlamento deplorò la trista condizione del napolitano; né sapendosi tenere, sborrò in lodare il governo de’ Borboni, quello contro cui tutta la vita s’ era vantato aver congiuralo; e conchiuse chiedendo l’altr’anno s’aprisse la Camera a Napoli. I colleghi gli risero in faccia a dilungo.

Due giorni dopo ne toccò una al fratel suo, conte de’ Camaldoli, ma legittimista; cui la sera del 6 perquisirono la casa; e benché non trovassero indizio di colpa, il carcerarono.

Mandaronlo alla corte criminale come capo di comitato reazionario; la quale dopo diciassette giorni gli die’ la libertà provvisoria, con obbligo di residenza in città. Egli si tolse a tal vessazione, fuggendo a Roma.

Arrestarono ben altra gente.
Torino servitosi de’ comitali e delle sette per diroccare l’antico, ora temeva di quelle sue arti, né solo de’ legittimisti, ma de’ medesimi suoi settarii: valeva rincatenare la belva.
Il Ricasoli il 20 novembre scriveva a’ prefetti, che «se le società segrete fecero opera di coraggioso patriottismo quando cospiravano, ora che Italia è fatta,
sono ree di fellonia, cospirando contro il governo nazionale» cioè contro esso Ricasoli; però ordinava si sorvegliassero e punissero.

Più rabbie parlamentari.

Quasi tante perpetrate morti e nefandezze non bastassero, i liberaloni del parlamento si scagliavano contro la troppa libertà.

Il Petruccelli a’ 6 dicembre disse: «La libertà talvolta è omicida. Abbiamo bisogno d’un nuovo anno 1793.
A ogni cittadino un moschetto, a ogni traditore un patibolo. » E fu chi diegli del bravo.
Ma come nel 93 il primo patibolo s’alzò pel re, cosi lucida era la conseguenza.

E che meno del 93 nel napolitano? ma colui volea farvi il deserto, acciò vi sguazzassero poche belve come lui: fu lampo della feroce legge Pica uscita 1′ anno appresso.
Il deputato Bertani a’ 7 accusò il ministero di violare il segreto postale, violato anche ad esso.

I ministri se n’ offesero, dichiararono ch’ove fosse vero si terrebbero rei di delitto.

Elessesi una giunta a verificarlo; la quale chiese vedere i registri dell’Interno, e ‘l Ricasoli non li volle mostrare.
Essa trovato vero il delitto, per evitare lo scandalo, fé un ridicoloso rapporto: assicurò violato il segreto postale, e che il Bertani avea ragione, ma che anche i ministri non aveano torto.
Forse /voleva dire che a leggere le lettere de’ cittadini bene, ma d’un deputato no; e non fu rimestato.

Rabbie finanziere.

l guai maggiori di quel governo malversatore stan sempre nelle Finanze.
Proclamata ladra l’amministrazione antica, i liberatori co’ fatti loro si mostrarono ladrissimi.

Stamparono d’uffìzio che nel 1860 riscossero d’entrate lire 471, 499, 722, 60, e ne spesero 829, 875, 728, 10, cioè in più 348 milioni o 376, 005, 50 che raggranellarono vendendo a libito rendite pubbliche.
Ma dicevano quello essere anno anormale. Poi nel 1861 spesero un bilione e undici milioni e 39, 881, 63 lire, cioé in più dell’entrate 533 milioni e 608. 416, 30; cui rimediarono con lo imprestito de’ 700 milioni.

Questo a’ profani manifestarono, il vero chi ‘l seppe mai?
Disonesti scialacquanti di quel del pubblico, avriano arso il mare.
Non bastate le tante cresciute tasse, non il decimo di guerra imposto nel napolitano, esteso il 5 dicembre a tutta Italia, non i debiti fatti allora, quel ministro Bastogi a’ 21 dicembre disse in parlamento, ch’oltre i milioni spesi in più quel!’ anno, ne occorrevano altrettanti da spendere nel 62; però chiedeva altri prestiti, altre imposte.

Propose anche vendere titoli di nobiltà a denari. Febbre era di pigliare e sparnazzare.
La rivoluzione sin oggi s’ha inghiottito e inghiotte un milione e più di disavanzo per ogni giorno che passa; sicché a tutto il 66 gl’Italiani han pagato per tasse quattro bilioni e mezzo al governo rivoluzionario, che ha speso invece otto bilioni.

E quei che celebravano la costituzionalità del vedere i conii, e accusavano di non dare conti i prenci assoluti, che spendevano poco, quelli dico gran costituzionali non hanno poi dato un conio in sette anni, perché forse è in essi un abisso che neppure osano guardare.

Ma quella camera non si sbigottiva di nulla; o anzi il 12 del mese riconfermava il suo voto del 27 marzo, cioè Roma capitale d’Italia; e col deliberamento stesso dichiarava mancare all’Italia, oltre Roma «l’armamento nazionale, l’ordinamento, l’efficace tutela delle persone e della proprietà, un personale onesto, abile e devoto alla causa nazionale, il riordinamento della magistratura, lo sviluppo de’ lavori pubblici e della guardia nazionale.» E volea Roma, per regalarle la felicità. m

Read More
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: