Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Vernissage della mostra “il Sacro nella città degli Angeli”

Posted by on Apr 24, 2019

Vernissage della mostra “il Sacro nella città degli Angeli”

Alfio Borghese, ancora instancabile organizzatore di eventi culturali, ha presentato sabato 20 maggio a Boville Ernica la mostra d’arte sacra nell’ambito della manifestazione “Pasqua con Giotto” promossa dall’amministrazione comunale rappresentata dal sindaco Enzo Perciballi e dal consigliere Martina Bocconi con delega al turismo e centro storico.

La kermesse ha visto esposte le opere di 20 artisti nel suggestivo spazio espositivo allestito nella chiesa di San Francesco dal meraviglioso soffitto ligneo a cassettoni. Qui artisti contemporanei si sono inconsapevolmente misurati con maestri del passato che hanno lasciato le loro tracce sulle pareti della chiesa sulle quali ancora sopravvivono porzioni di affreschi che narrano il livello qualitativo, il prestigio, le stratificazioni pittoriche ed architettoniche dell’edificio chiesastico.

Alfio Borghese, nel suo prologo introduttivo, nell’auspicare una prospettiva di successo della esordiente manifestazione, ha anche ricordato come medesime iniziative del più recente passato – fra le quali la biennale d’Arte Sacra di Sora ideata e curata per diverse edizioni da Michele Rosa – abbiano attirato complessivamente migliaia di artisti anche dall’estero. Dunque una “Pasqua con Giotto” che va continuata sulla scia di quella storica esperienza che ha segnato un periodo particolarmente fecondo nel territorio frusinate.

Alla mostra erano presenti anche opere di artisti storici che hanno operato nel nostro territorio e che hanno arricchito il ventaglio di proposte artistiche presenti come G. Filocamo, F. Rea ed il già citato M. Rosa. A questi ultimi due Borghese ha inoltre tributato ufficialmente il riconoscimento alla carriera artistica consegnando ad ognuno una targa al merito.

Fuori questa sede – ma all’interno di altri due àmbiti chiesastici, anch’essi a navata unica e sempre nel centro storico, Elena Sevi e Marco Gizzi hanno allestito due diverse e particolarissime istallazioni artistiche che hanno evidenziato la personalità ed il percorso maturativo di ognuno di essi, proponendo ora suggestioni teatrali, ora effetti scenografici e multisensoriali ove ombre e giochi di luci hanno reso particolarmente coinvolgente l’interazione tra fruitore, istallazione e “contenitore”.

La ricerca dei luoghi espositivi, ha inoltre permesso di apprezzare il suggestivo contesto urbano d’impianto medioevale e preziosa cornice all’iniziativa culturale.

Particolarmente apprezzata è stata inoltre la proiezione di un audiovisivo illustrato da Umberto Messia sugli affreschi di Giotto presenti nella cappella Scrovegni a Padova, con una sequenza fotografica ad alta definizione alternata alla visione di spettacolari immagini dallo spazio di galassie remote. La visione di nebulose dai colori sgargianti e spettacolari quanto inquietanti buchi neri era sapientemente esaltata dalle musiche di accompagnamento firmate da Ennio Morricone.

Ha chiuso piacevolmente la serata il concerto di musica classica tenuto nella stessa chiesa di S. Francesco, dal quartetto di maestri con musiche di Mozart ed altri, eseguite con strumenti ad arco e clarinetto che hanno prodotto emozioni rievocative di forte intensità.

Cassino, 22 aprile 2019                                   

Errico ROSA

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Come Napoli diventò ” un paradiso abitato da diavoli”

Posted by on Apr 23, 2019

Come Napoli diventò ” un paradiso abitato da diavoli”

“E’ un proverbio che non ha più corso”- riferisce Benedetto Croce nel 1923, ma la definizione che ” ebbe corso ” per ben due secoli, il Seicento e il Settecento, in relazione alla città di Napoli di un ” paradiso abitato da diavoli” non è quindi attribuibile a Goethe, come erroneamente è riportato in qualche testo.
Benedetto Croce, il filosofo abruzzese che amava Napoli, ricercò le origini di tale detto riguardo alla città partenopea. In effetti in tali secoli nei libri italiani ed europei tale proverbio, come lo definisce Croce, aveva avuto una sua diffusione rilevante.

Il primo testo in cui si ritrova tale frase è “Descriptio orbis” del polacco Luca di Linda, scritto nel 1655, molto conosciuto a quel tempo in Italia nella traduzione del Bisaccioni. “ Fra tanti beni che abbondano nel paese di Napoli- scrive il Di Linda- ha però luogo il detto universale: “Napoli è un paradiso abitato da demoni”. Successivamente il dizionario di Luigi Moreri, la cui prima edizione è del 1673 riporta, in relazione a Napoli: “ l’aria del paese è estremamente fertile e tutto vi abbonda; il che fa dire agli Italiani che Napoli è un paradiso abitato da diavoli. Dicono ancora: “Napoli odorifera e gentile, ma la gente cattiva”. Tale giudizio fu ripreso dal “Grand dictionnaire géografique et critique”, pubblicato a Venezia nel 1737 nel volume VII alla pagina 30.
Riguardo alla pubblicazione in francese del Grand dictionnaire di Lamartinière, il filosofo e scrittore illuminista Antonio Genovesi si mostrò convinto che tale definizione fosse stata coniata dai francesi.
Invece si trattava di un’ espressione italiana che il Moreri , prima ancora del Seicento, ritrova in una lettera da Napoli di Bernardino Daniello, il noto commentatore di Dante, il quale, scrivendo ad Alessandro Corvino, riportava un lungo commento su Napoli, rimarcando che la natura, per contrasto a tanta bellezza, avesse ben pensato ” di dare questo paradiso ad habitare a diavoli”, per non subìre le rimostranze degli ambasciatori delle altre città che avrebbero potuto accusarla di parzialità.
Come è noto, nel 1707 le arme austriache, dopo aver combattuto e battuto i francesi, conquistando la Lombardia, scacciarono i franco-spagnoli dal Regno di Napoli. Per celebrare tale riunione del Regno di Napoli ai domini della Casa d’Austria, un giovane dotto tedesco, grande cultore di filosofia e filologia, ebbe l’idea di tenere nell’università di Altdorf, nei pressi di Norimberga, una conferenza per dimostrare nei particolari la verità del proverbio volgare, che “il Regno di Napoli è un Paradiso ma abitato da diavoli”.
Tale conferenza a tema, tenutasi a Altdorf, fu molto pubblicizzata e furono invitati, oltre alle autorità politiche e militari del tempo, gli accademici e semplici cittadini studiosi.
Di tale intervento del dotto tedesco Benedetto Croce menziona un” opuscolo in quarto piccolo in lingua latina di pagg. 28″ conservato nell’Università di Nottingen e che era riuscito ad ottenere in prestito per la sua ricerca, mirata anche a sfatare l’erronea convinzione che fosse stato Goethe a coniare il famoso motto.
In effetti il filologo tedesco rammentava i siti geografici del Regno di Napoli, comunicando tanta ammirazione nel descrivere particolarmente i tanti luoghi da favola, esclamando: o mirandam itaquae Campaniae! O stupendam Neapolis opulentiae! Alternava, però, tali parole con la ripugnanza e l’orrore che destavano gli abitanti: O turpissima flagitorum genera! O execrandos pessimorum hominum animos, soffermandosi, riguardo ai “Neapolitaronum facinora” sulla lussuria, sull’ambizione e sulla cupidigia di titoli ed onori di gente “ amantissima delle liti, insolenti e vantatori nel parlare, e pieni di vanità, superbi, prepotenti, sospettosi e grandi giocatori, avidi di vendetta, gelosi, dediti all’ozio”.
Tale discorso molto pubblicizzato contribuì anch’esso a diffondere la vulgata di un Paradiso abitato da diavoli, ma Benedetto Croce, citando le constatazioni di Giovanni Andrea Buhel, che considerava tale proverbio una grossa stupidità, rimarcò che “ siffatti giudizi soffrono di difficoltà obiettive perché mantengono carattere statico dinanzi alla vita dei popoli, che è dinamica e cangevole[…] soffrono dell’altro malanno di venire irrigiditi, resi assoluti, interpretati fantasticamente, e diventano sostegno di leggende o menzogne convenzionali”.

Angelo Martino

fonte http://www.comunedipignataro.it/?p=26137&unapproved=31364&moderation-hash=ab7cff905cff3935471f8ca80d5ce858#comment-31364

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La cavalcata della Banca Nazionale sarda

Posted by on Apr 23, 2019

La cavalcata della Banca Nazionale sarda

Nel 1859 la Banca contava due sedi, Genova e Torino, e  cinque succursali: Alessandria, Cagliari, Cuneo, Nizza e Vercelli. Quell’anno, già prima che gli austriaci fossero battuti da Napoleone III, il capitale sociale venne portato a 80 milioni, in modo da concederne un quinto al padronato lombardo[1].


I trentamila caduti a Solferino e San Martino erano ancora insepolti, quando fu  istituita la sede di Milano. La minaccia del dissesto, conseguente al run dei possessori di banconote, si dissolse fra i vapori agostani della Palude Padana, mercé l’oro che i lombardi portarono in dote.


Non so se Wagner si sia mai interessato alle banche, certo è che il dilagare della Banca Nazionale per le cento città d’Italia ricorda l’impeto incalzante de La cavalcata delle Valchirie. Bombrini corse più veloce dei bersaglieri. Tra il giugno del 1859 e il settembre 1860 venne praticamente realizzata  l’occupazione dell’Emilia, delle Romagne, dell’Umbria, delle Marche. Crollate anche le Due Sicilie, furono immediatamente istituite altre due sedi, Napoli e Palermo. Ma non la Toscana.


Nel 1860, Bombrini inaugurò succursali ad Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Como, Messina, Modena, Parma, Perugia, Porto Maurizio (l’attuale Imperia) e Ravenna;

  • nel 1862 s’insediò a Catania, Cremona, Ferrara, Forlì, Pavia, Piacenza, Reggio Calabria e Sassari;
  • nel 1863 a Bari e Chieti;
  • nel 1864 all’Aquila, Catanzaro, Foggia, Lecce e Savona.

Nel 1865, i toscani scesero a patti, cosicché Bombrini poté aprire  la sede di Firenze. Quell’anno inaugurò succursali anche ad Ascoli Piceno, Carrara, Lodi, Macerata, Pesaro, Reggio Emilia, Siracusa e Vigevano.


Nel 1866 s’insediò a Caltanissetta, Cosenza, Girgenti (Agrigento), Novara, Salerno, Teramo e Trapani.


Nel 1867, acquisito il Veneto ai Savoia, comprò una banca veneziana e la trasformò nella propria sede di Venezia. Aprì inoltre le succursali di Padova, Mantova, Udine e Verona. Al Sud inaugurò la succursale di Avellino. La penetrazione locale proseguì dopo l’annessione di Roma (1870).


Una diffusione così ampia, ad opera di una banca privata, che si era messa in campagna  con appena cinque milioni d’oro in cassa, si spiega soltanto con la fanfara dei bersaglieri. Questa espansione privata, e tuttavia munita del sigillo dello Stato, fu una cosa da Compagnia delle Indie, indegna di un Regno che si autoproclamava fondato sulla  volontà della nazione, oltre che sulla  grazia di Dio.


Evidentemente in quel momento il Sud era coperto di nubi e sfuggiva alla vista e alla grazia di Dio! Per giunta, la consorteria  cavour-bombrinesca inchiodò al remo gli altri istituti di credito esistenti, alcuni dei quali –  sicuramente il Banco delle Due Sicilie e la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde – avrebbero potuto fare d’essa un solo boccone. Persino l’accomodante Di Nardi è costretto ad ammettere che


 “l’espansione [della Banca Nazionale] non avvenne senza contrasti e difficoltà. Negli anti­chi Stati italiani esistevano altre banche […] e potenti isti­tuti di credito radicati nella tradizione locale, che mal volentieri vedevano l’insediamento nelle loro città di un istituto concorrente, che sembrava [sic, zucchero patriottico!, ndr] godesse appoggi e protezioni del governo. Alcune di quelle banche si arresero subito alla rivale piemontese, convinte di non poter reggere a lungo alla lotta con essa sulle stesse piazze. Fu il caso della Banca Parmense e della Banca delle Quattro Legazioni a Bologna, entrambe [da poco, ndr] autorizzate all’emissione di biglietti, che con­cordarono presto la loro fusione con la Banca Nazionale, per cui già nel marzo 1861 le rispettive sedi erano trasformate in succursali della Banca Nazionale. Atteggiamento di resistenza assunsero invece la Banca Nazionale Toscana ed i banchi meridionali. A Firenze la Banca Nazionale ci andò solo nel 1865, quando la sede del governo sì trasferì nella capitale toscana. Nelle provincie meridionali si insediò più presto, ma dovè vincere forti resistenze locali e procedè con ritardo nella fondazione di alcune succursali, per le precarie condizioni  dell’ordine pubblico in quelle provincie, che per alcuni anni furono infestate  dal brigantaggio borbonico” (Di Nardi, pag. 46 e sgg.)[2].

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 Come annotato da Di Nardi nel passo riportato, la Banca Nazionale entrò in Toscana soltanto nel 1865, cioè sette anni dopo l’annessione del Granducato, insieme al re, al governo e al parlamento, allorché la capitale d’Italia venne trasferita da Torino a Firenze. La città dei Bardi e de’ Medici fu l’ultima e sofferta conquista di Bombrini prima della terza guerra cosiddetta d’indipendenza e della conquista del Veneto.


In precedenza i toscani, avendo capito tutto, non avevano permesso che aprisse una delle sue prosciuganti sedi nella loro capitale e delle succursali nelle loro città, insofferenti di dominio forestiero. I banchieri toscani erano consapevoli che per loro sarebbe stato impossibile resistere all’aggressione di un concorrente ammanicato con lo Stato, perciò si difesero sul terreno politico.


Gli storici patrii non sono riusciti a tenere nascosto il contrasto tra toscani e piemontesi. E’ persino divertente il visibile affanno per cercare di addolcirlo con parole melliflue. Non si possono offendere i toscani, perché nessuno in Italia è più italiano dei toscani, ma neppure si può dire male dei piemontesi, essendo essi i padri della patria. Tuttavia fra le contorsioni lessicali, emerge chiaramente che qualcuno, capace di imporre la sua volontà persino al colendissimo e venerato Cavour, vietò a Bombrini di calcare una terra rinascimentale, sacra a ogni forma di usura. E all’usura come opera d’arte.


Infatti la Toscana, fra tante primogeniture, vanta quella  d’aver tenuto a battesimo  la banca moderna. Tuttavia, spenti gli antichi splendori, una sua banca d’emissione era arrivata  ad averla  soltanto nel 1858: la Banca Nazionale Toscana, che era il  prodotto della fusione tra la Banca di Sconto di Firenze e la Banca di Livorno. Plebano e Sanguinetti, gli storici di cose finanziare più accreditati dell’epoca, considerano la Nazionale Toscana una copia della Nazionale Sarda (pag. 114), che l’aveva preceduta di un buon decennio.


Si tratta di un giudizio che mi appare tarato di sabaudismo, in quanto sorvola sul fatto che i biglietti della Banca Toscana erano garantiti dallo Stato, allo stesso modo delle fedi di credito duosiciliane; cosa che non è di poco conto, se si ha presente la funzione sociale e politica della  dalla Banca ligure-piemontese, consistente nel drenaggio del circolante metallico.   


Qualche anno dopo la morte di Cavour, si mise a fare la ruota del gran ministro delle finanze il napoletano Giovanni Manna, uno dei tanti utili idioti che il sistema padano andava mobilitando al suo servizio. E’ probabile che alquanto ingenuamente questi considerasse l’Italia-una una specie di Tavola Rotonda di tutti gli italiani, cosicché immaginò di poter creare un istituto unico d’emissione, più o meno controllato dal padronato di tutte le regioni.


Ovviamente Bombrini, sulle idee dei ministri, specialmente se napoletani, ci faceva la pipì. D’altra parte, piegata la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, non aveva altro avversario degno d’essere veramente temuto se non il Banco delle Due Sicilie, al cui confronto la Banca Toscana era un ringhioso botoletto aizzato da Ricasoli e dal suo avido contorno. I giochi di Bombrini ormai erano fatti: Firenze si sarebbe data per amore o per altro, e Napoli, prima o poi, si sarebbe arresa per fame. Comunque, alle insistenze del ministro Manna il governatore della Nazionale non poté opporre un aperto rifiuto.


Fu così che tra la Banca Nazionale ex sarda e la Banca Nazionale Tosacana si arrivò a un reclamizzato accordo. Manna portò in senato il  disegno di legge governativo.  Dopo lunghe e ampollose discussioni, il senato lo approvò, ma, quando passò alla camera, questa lo lasciò dormire fra le altre scartoffie, finché non sopraggiunse la scadenza della legislatura.


In apparenza, sia alla camera sia al senato, la maggioranza era contraria alle bramosie della Banca Nazionale; nella sostanza era Bombrini a fomentarle perché  si perdesse tempo, in attesa che la Banca Toscana gli cadesse in grembo come una pera matura. Bombrini voleva mangiare, e non accordarsi sul menù.


Tra attacchi e resistenze, la partita tra Juventus e Fiorentina si protrasse dal 1859 al 1865 – cioè un incalcolabile numero di tempi supplementari. Alla fine la cosa ebbe la sua naturale conclusione: il governo, spostando la capitale del Regno da Torino a Firenze, pretese che la sede centrale della Banca bombrinesca (che era sempre una banca privata) lo seguisse nella nuova capitale.


Bombrini assorbì la Banca Toscana in cambio di 15 milioni di azioni della Banca sarda: 10 a copertura del capitale sociale e 5 come regalia, per tappare la bocca ai verbosi discendenti di Savonarola.

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/banca_nazionale.html

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