Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Il Sud di Pino Aprile. Programma Meridionale di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Ago 25, 2019

Il Sud di Pino Aprile. Programma Meridionale      di Fiorentino Bevilacqua

Non sono andato al Parco della Grangia oggi, all’incontro per la posa della prima pietra di un’azione politica meridionale.

Lì si raccoglievano le idee, si faceva il punto circa il programma da stilare, sulle cose da fare per la salvezza del nostro Sud e, prima ancora, sulle “regole” da seguire.

Se fossi andato avrei detto ciò che, ora, di seguito, scrivo.

Innanzi tutto avrei messo, al centro dell’iniziativa, il “Sud” (un giorno avremo un nome “proprio”) e il Popolo del Meridione. Non ne avrei fatto un corollario del principio dell’equità.

Questo principio può anche rendere più accettabile, persino condivisibile, al popolo del Nord, la nostra lotta per gli eguali diritti tra Nord e Sud Italia; ma non trarrebbe in inganno i nostri competitors del Nord, ai quali l’idea di un Sud che si risveglia e pensa a se stesso, fa venire l’orticaria perché non ne trarrebbero beneficio i loro bilanci, per comunali, regionali, aziendali o bancari che siano.

Non lo sacrificherei, il Popolo meridionale, sull’altare delle necessità dettate dal calcolo politico, se tali sono le motivazioni alla base della scelta operata da Pino Aprile.

Non lo sacrificherei a prescindere.

Interessi del Popolo meridionale, dunque, al centro del programma ed in chiaro. Senza bizantinismi di sorta.

Darebbe consapevolezza al nostro Popolo che, così, si sentirebbe chiamato in causa in prima persona non per un principio dalla cui affermazione e dal cui rispetto discenderebbe, poi, il suo bene, ma per la realizzazione di suoi legittimi interessi che, appunto perché tali, non devono essere nascosti.

Troppo a lungo, per 150 e più anni, questo Popolo e i suoi interessi sono stati dimenticati e non li si può tenere celati oggi, nella fase di rinascita.

A questo proposito ricordo che, nel suo discorso di insediamento, John Fitzgerald Kennedy ebbe a dire: … concittadini americani, non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese1 … e, dunque, per voi stessi!

Il Popolo partecipe delle azioni della propria rinascita e non del rispetto di un principio “etico”, generale, magari sentito lontano e astratto. Sarà sempre necessario un soggetto – partito o movimento che sia – che, nei luoghi deputati e nei momenti stabiliti, operi concretamente per legiferare, decidere, trattare con altre Istituzioni, Paesi, Entità sovranazionali; ma non in nome di un Principio, bensì nel nome di un Popolo, di una Nazione… una Macroregione o altro.  Quel Popolo, in questo modo, si sentirà investito di una parte della responsabilità necessaria per la realizzazione di quel progetto; non sarà un passivo, attendista, futuro fruitore dei frutti che sono da venire. Deve sentirsi, ed essere, anch’esso nel ruolo di artefice del raggiungimento di quegli agognati frutti.

Insomma, parafrasando Gandhi: dobbiamo essere noi il cambiamento che vogliamo vedere realizzato per noi stessi, non per il rispetto di un principio generale, valido per chicchessia.

Io preferisco questa seconda impostazione.

Salvaguardia, quindi, degli interessi del Popolo Meridionale attraverso la tutela e il potenziamento di…

  1. Industria
  2. agricoltura
  3. turismo
  4. servizi
  5. giustizia
  6. ambiente

L’ordine (1-…-6) non è un ordine di priorità; può essere cambiato, dunque, ma sempre in un’ottica complessiva, non settoriale, di sistema, di lungo respiro, adottando, per esempio, i parametri, già in vigore presso altri Paesi, o altri ancora di nostra ideazione, che permettano di monitorare i risultati in funzione degli obiettivi prefissati e delle iniziative messe in campo per raggiungerli.

Passi preliminari/ prerequisiti / linee guida … “regole”

  1. Sacrifici

Non perdersi in differenziazioni e puntualizzazioni che è meglio affrontare in un momento successivo: è più importante la realizzazione di un ponte, una ferrovia, una strada, una fabbrica, un depuratore, un’azienda, la gestione di una possibile criticità, la salvaguardia delle coste, la messa in sicurezza di un costone, una adeguata politica agricola etc che il credo politico/ religioso/ etico di chi scende in campo per attuare ciò.

Anzi: in una prima fase, questo credo non conta nulla.

Dunque: sacrificio temporaneo di quei valori personali, di gruppo, che, altrimenti, risulterebbero divisivi e potenzialmente in grado di far naufragare ogni iniziativa.

E’ quasi come quando si sta insieme, in un gruppo, accomunati dalla passione per uno stesso passatempo: non si scende, saggiamente, in questioni politiche, non si fa riferimento neanche al lavoro svolto o alla posizione sociale occupata perché non è necessario farlo e, se lo si facesse, si rischierebbe l’integrità e la sopravvivenza stessa del gruppo.

Vale per tutti…

  • Priorità.

Un soggetto colpito da arresto cardiaco che non risponde più al massaggio cardiaco, al pallone che gli insuffla aria nei polmoni etc, può essere anche trattato a terra, in mezzo al fango dove è eventualmente caduto, perché occorre salvargli la vita; poi, e solo poi, se risponde, si pensa a metterlo sulla lettiga e nell’ambulanza nel rispetto di quegli altri principi della buona medicina ai quali però, in quelle condizioni estremamente critiche, si è dovuto anteporre il massaggio cardiaco salvavita.

  • Forza.

A noi “meridionali” (pessima locuzione) occorrerà toglierci di dosso ogni orpello che inquina, avvelena, distorce; e ce ne sono parecchi e di diversi tipi; per fare questo ci vuole forza, la forza di mettere in campo iniziative e risorse opportune.

  • Questioni di metodologia.

Realismo. Esistono competenze diverse, conoscenze varie: il pollice non può fare ciò che fa l’indice e viceversa; in una mano funzionante sono necessari entrambi, assieme alle altre tre dita. Ma non sono equipollenti. Uno non vale uno. Non siamo in Meccanica quantistica o nel campo della Relatività: qui, il realismo (per locale o meno che sia) vale ancora.

Storia del Movimento revisionista: il movimento ha, ormai e meno male, una sua storia: non può essere ignorata.

  • Coraggio

Occorre anche il coraggio della verità, non solo storica: potremo anche aver sviscerato tutto quello che c’è da sapere realmente sulle vicende storiche del Risorgimento del Nord preunitario; potremo anche venirci a trovare nella condizione in cui il revisionismo storico non abbia più nulla da svelare ridotto, come potrebbe essere, ad un filone ormai concluso…ma se ci ritrovassimo con tutti gli altri mali di oggi, interni ed esogeni, staremmo come ora anzi, peggio: non avremmo più, in quel caso, nemmeno la speranza che, capito come sono andate veramente le cose, potremmo migliorarle.

La revisione storica è l’inizio, l’inevitabile, indispensabile inizio: ci dà radici, dignità, orgoglio risvegliandoci nella nostra consapevolezza storica di Popolo. Ma questa consapevolezza, poi, dovrà diventare attuale…basata sulle realizzazioni positive messe in atto.

Il nome di questo Popolo verrà dopo, quando le disquisizioni, i distinguo tra Regno di Napoli, Regno di Sicilia, delle Due Sicilie, Napolitani, Federico II, Ruggero II etc. non potranno fare più male tanto forte sarà, ormai, la coscienza di noi e la nostra autostima collettiva basata, come al tempo dei Borbone, sulle realizzazioni pratiche attuate.

Affrontare oggi questioni simili, quando ancora sta nascendo una coscienza comune che è perciò ancora fragile, incerta, insicura, significa correre il rischio di far naufragare un grande, necessario progetto per questioni di non indispensabile importanza.

E, d’altra parte, noi lo abbiamo già vissuto quando, alcuni dei nostri (anche strumentalizzati dall’esterno), prima del 1860, in nome di principi e libertà astratte, mettevano in discussione uno Stato che creava, concretamente, le condizioni per poter vivere senza dover emigrare, senza indebitarci come invece facevano altri Stati preunitari e, cosa non da poco, per essere orgogliosi di noi come Popolo, come Nazione e, allora, come Monarchia.

Si dice che la storia è maestra di vita: che lo sia anche per noi, oggi.

Io la penso così.

Fiorentino Bevilacqua

24.08.19

…..

  1. http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:XnoJyIlo1bQJ:www.minotariccoinforma.it/cgi-bin/news/J.F.K..pdf+&cd=2&hl=it&ct=clnk&gl=it
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Le sinfonie di Mozart che forse non sono di Mozart: “Quella firma per oscurare l’italiano Luchesi”

Posted by on Ago 24, 2019

Le sinfonie di Mozart che forse non sono di Mozart: “Quella firma per oscurare l’italiano Luchesi”

Dalla Jupiter alla Parigi, le opere che potrebbero essere state composte da altri autori, ma attribuite al genio di Salisburgo. Lo studio di Luca Bianchini e Anna Trombetta: “Chi acquistava la musica ne deteneva i diritti, compreso quello d’attribuirla ad altri, vincolando al silenzio il vero autore”

La Jupiter, la Haffner, la Posthorn, la Parigi, la Praga. Sono tra le sinfonie di maggior successo di Wolfgang Amadeus Mozart. Ma che potrebbero non essere di Mozart. Almeno secondo due ricercatori italiani e studiosi della Wiener KlassikLuca Bianchini e Anna Trombetta che stanno per pubblicare il risultato delle loro ricerche ventennali, Mozart, la caduta degli dei, una biografia critica di Mozart che mette a fuoco “i punti contraddittori della sterminata bibliografia mozartiana: li verifichiamo e li analizziamo”. Su Mozart è stato scritto di tutto, le biografie si sprecano, ma come fa notare il ricercatore e musicologo Luca Bianchini “ciascun biografo ha provato a dipingerci una figura diversa del genio di Salisburgo, rendendo evidente – com’era nello spirito del Romanticismo e dei movimenti nazionalistici del Novecento – quanto di grande e di bello vi fosse contenuto”.

Il loro lavoro, così come La musica del sole del direttore d’orchestra e compositore Enzo Amato, emerge che le sinfonie e serenate di maggior successo di Mozart sarebbero attribuibili ad altri. La Jupiter (Sinfonia n. 41, K 551), la Haffner (Sinfonia n. 35, K 385), la Posthorn (Serenata n. 9, K 320), la Parigi (Sinfonia n. 31, K 297), la Praga (Sinfonia n. 38, K 504) e altre opere. Mozart, scrive Amato, “in soli 35 anni di vita, considerando che nei primi cinque anni la produzione è scarsissima, scrive circa settecento lavori. Una media di ventitré lavori all’anno, due al mese per trent’anni di seguito. Durante i suoi frequenti spostamenti Amadeus passava molti giorni in carrozza: non credo che con le strade sterrate dell’epoca fosse possibile scrivere musica senza errori per giunta”.A corroborare le tesi degli studiosi sono i manoscritti presenti nel fondo musicale della Biblioteca Estense di Modena, nella quale, spiegano Bianchini e Trombetta “ci sono le parti staccate della sinfonia Jupiter, che hanno attribuito a Wolfgang Amadeus Mozart, ma che lì sono anonime. Quelle dell’anonimo autore sono del 1784 o forse precedenti. La partitura di Mozart, stessa musica, è del 1788, quindi Mozart deve aver copiato da una partitura preesistente, che risale almeno al 1784”.

Affermazioni che faranno saltare sulla sedia gli amanti del talento

austriaco e potrebbero aprire orizzonti inediti nella storiografia musicale: “Occorre considerare – aggiungono Bianchini e Trombetta – che i problemi che il fondo di Modena solleva, non si limitano alla Jupiter. Ci sono in quell’archivio modenese altre sinfonie anonime attribuite poi a Mozart e molte anonime attribuite successivamente ad Haydn”, la qual cosa potrebbe essere spiegata solo prendendo in esame alcune delle costanti che regolavano la fruizione e la diffusione musicale ai tempi del cosiddetto classicismo viennese. “La musica poteva essere acquistata da ricchi, arbitrariamente sottratta al vero autore, attribuita ai direttori a servizio dei nobili di turno. Chi acquistava la musica ne deteneva i diritti, compreso quello d’attribuirla ad altri, vincolando al silenzio il vero autore, solennizzando l’accordo col notaio”.

A far supporre che le musiche in questione potessero essere, in mezzo ad altri, anche dell’italiano (veneto) Andrea Luchesi è, oltre a diversi altri indizi, una firma autografa di Mozart sotto la quale emerge quella autografa di Luchesi, come lo stesso compositore, che per circa un ventennio fu Kapellmeister della corte di Bonn ed ebbe tra i suoi allievi Ludwig Van Beethoven, andava firmandosi: “I frontespizi dei lavori di

Modena vennero strappati. Il nome di Luchesi compare nella partitura d’una sinfonia – trattasi della summenzionata ‘Parigi’ – conservata a Regensburg, che è significativamente anche nell’archivio di Modena, ma è stato cancellato da qualcuno, che vi ha sovrapposto la firma di Wolfgang Amadeus Mozart”. Ed è a proposito di questa sinfonia che tanto Amato quanto Bianchini e Trombetta riportano la vicenda secondo la quale Mozart, una volta giunto a Parigi (nel 1777, a 21 anni) fu  cacciato dalla città poi dal barone Melchiorre Von Grimm, dopo che quest’ultimo aveva scoperto che la sinfonia di Mozart era in realtà un falso. Una serie di circostanze e di studi che, se la storia e il tempo dovessero confermare, ridimensionerebbero il numero di composizioni di Mozart, senza di certo sfiorare la grandezza del genio.

Fabrizio Basciano

fonte https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/03/le-sinfonie-di-mozart-che-forse-non-sono-di-mozart-quella-firma-per-oscurare-litaliano-luchesi/2579089/

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MIGLIAIA DI SOLDATI BORBONICI DEPORTATI NEI LAGER DEL NORD

Posted by on Ago 24, 2019

MIGLIAIA DI SOLDATI BORBONICI DEPORTATI NEI LAGER DEL NORD

IL TALLONE DI FERRODEI SAVOIA – Dopo la conquista del Sud, 5212 condanne a morte. Prigionieri e ribelli puniti con decreti e una legge del 1863

Cinquemiladuecentododicicondanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti.Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unitàd’Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentaleoperata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgatadal governo Minghetti del 15 agosto 1863 “… per la repressione del brigantaggio nel Meridione”[1]. Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per ilSud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donnee bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cuiportata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabilecomandamento di destino: “O briganti, o emigranti”. Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: “… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…essointende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggerei fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un pianosiffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali,della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e dellavita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale,della libertà, della salute, della dignità e persino delle vitedegli individui…non a causa delle loro qualità individuali, main quanto membri del gruppo nazionale”. Deportazioni, l’incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica,profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figliedi “briganti”) costretti ai ferri carcerari. Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cuifurono rinchiusi i soldati “vinti”. Il governo piemontese dovetteaffrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell’esercito borbonico(su un giornale satirico dell’epoca era rappresentata la caricatura dell’esercitoborbonico: il soldato con la testa di leone, l’ufficiale con la testa d’asino,il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancoraresistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas chesarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvereil problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazionidei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860,in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e noncoordinati nell’agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampafu presentata come espressione di criminalità comune. Il decreto chiamavaalle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860nell’esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentaronosolo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchiae furono chiamati “briganti”. (nel ’43, dopo l’8 settembre, accaddequasi la stessa cosa, ma dato che vinsero (gli anglo-americani) la lotta lachiamarono di “resistenza” , e gli uomini “partigiani”.Ndr.) A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nellecarceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì “Depositi d’uffiziali d’ogni arma dello scioltoesercito delle Due Sicilie”. La Marmora ordinò ai procuratori di “nonporre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’esercito”. Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anchese molti percorsero a piedi l’intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova,da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistatiin vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese,Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte diPriamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre localitàdel Nord. Presso il Forte di Priamar fu relegato l’aiutante maggiore Giuseppe Santomartino,che difendeva la fortezza di Civitella del Tronto. Alla caduta del baluardoabruzzese, Santomartino fu processato dai (vincitori) Piemontesi e condannatoa morte. In seguito alle pressioni dei francesi la condanna fu commutata in24 anni di carcere da scontare nel forte presso Savona. Poco dopo il suo arrivo,una notte, fu trovato morto, lasciando moglie e cinque figli. Si disse cheaveva tentato di fuggire. Un esempio di morte sospetta su cui non fu mai apertaun’inchiesta per accertare le vere cause del decesso. In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzioneed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cencidi tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo,subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisichee morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamentie malattie. Quelli deportati a Fenestrelle [2], fortezza situata a quasi duemila metridi altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, ufficiali,sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finireil servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo, tutti quelli chesi dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giuraronoaperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce. Fenestrelle (nella foto di apertura) più che un forte, era un insiemedi forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nellaroccia, di 4000 gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturaleasperità dei luoghi ed il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro.Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. I detenuti tentaronoanche di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi dellafortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l’inasprimentodelle pene con i più costretti con palle al piede da 16 chili, ceppie catene. Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolanie uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carceratovenne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiuriecontro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare conil freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiatia ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggisolari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusatied erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano staticatturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Moltinon erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivanoprocessati e condannati senza alcuna spiegazione logica. Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, ancheper le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, nonsuperava i tre mesi. E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionatila maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordiintervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberialla fine delle ostilità. Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infameche incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubatidi tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi. La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora inuso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in unagrande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso del Forte.Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinchénon restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle,su un muro è ancora visibile l’iscrizione: “Ognuno vale nonin quanto è ma in quanto produce”. (ricorda molto la scritta dei lager nazisti ” Non era più gradevole il campo impiantato nelle “lande diSan Martino” presso Torino per la “rieducazione” dei militarisbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà.Così, in questi luoghi terribili, i fratelli “liberati”,maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati daifratelli “liberatori”. Altre migliaia di “liberati” venivano confinati nelle isole, a Gorgonia,Capraia, Giglio, all’Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tuttele atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli AttiParlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d’Inchiesta sul Brigantaggio,nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghidove si svolsero i fatti. Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: “Mache dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali,tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loroRe sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altreinospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti.Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà?Perché abbia a torturare con la fame e con l’inerzia e la prigioneuomini nati in Italia come noi?”. Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli AttiParlamentari, vietandosene la discussione in aula [3]. Il generale EnricoDella Rocca, che condusse l’assedio di Gaeta, nella sua autobiografia riportauna lettera alla moglie, in cui dice: “Partiranno,soldati ed ufficiali, per Napoli e Torino…”, precisando,a proposito della resa di Capua, “…le truppefurono avviate a piedi a Napoli per essere trasportate in uno dei porti diS.M. il Re di Sardegna. Erano11.500 uomini” [4]. Alfredo Comandini, deputato mazziniano dell’età giolittiana, che compilò “L’Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giornoillustrata”, riporta un’incisione del 1861, ripresa da “MondoIllustrato” di quell’anno, raffigurante dei soldati borbonici detenutinel campo di concentramento di S. Maurizio, una località sita a 25chilometri da Torino. Egli annota che, nel settembre del 1861, quando il campofu visitato dai ministri Bastogi e Ricasoli, erano detenuti 3.000 soldatidelle Due Sicilie e nel mese successivo erano arrivati a 12.447 uomini. Il 18 ottobre 1861 alcuni prigionieri militari e civili capitolati a Gaetae prigionieri a Ponza scrissero a Biagio Cognetti, direttore di “StampaMeridionale”, per denunciare lo stato di detenzione in cui versavano,in palese violazione della Capitolazione, che prevedeva il ritorno alle famigliedei prigionieri dopo 15 giorni dalla caduta di Messina e Civitella del Trontoed erano già trascorsi 8 mesi. Il 19 novembre 1861 il generale ManfredoFanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all’esterodei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour cosìscriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: “Hopregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sonoa Milano”, ammettendo, in tal modo, l’esistenza di un altrocampo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani. Questa la risposta del La Marmora: “…nonti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimospirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli cheacconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…equel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio.Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casaperché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltàa Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati,e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, cheerano un branco di car…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione”. Le atrocità commesse dai Piemontesi si volsero anche contro i magistrati,i dipendenti pubblici e le classi colte, che resistettero passivamente conl’astensione ai suffragi elettorali e la diffusione ad ogni livello dellastampa legittimista clandestina contro l’occupazione savoiarda. Particolarmenteeloquente è anche un brano tratto da Civiltà Cattolica: “Per vincere la resistenza dei prigionieridi guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorsoad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appenacoperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razionecon cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nellegelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspriluoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce,come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negrischiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie”. Ancora possiamo leggere dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti,nato a Catanzaro il 14.3.1836 (abbreviato per amor di sintesi): “Nellamia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per avertradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erbadovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí unprete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci volevacondicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamoportato allo notro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesacondicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell’assassinodi Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perchéaveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornareindietro asservire sotto la Bandiera d’ Italia. Il terzo giorno sono scappato,giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi reduttoa quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Reno aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori;siamo fatto questioni e lo sono lasciato”. “Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggionemi anno fatto partire per il Piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portatoaffare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all’ospidalee in pregiona a pane e accua. Principio del 1863 fuggito da sotto le armidi vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienzadel mio desiderato e amato dal Re’, Francesco 2 e li ò raccontato tuttii miei ragioni”[5].

Un ulteriore passoavanti nella studio di questa fase poco “chiara” del post unificazioneè stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò deidocumenti presso l’Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestantiche, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un’isola dall’Argentinaper relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancoratanti [6]. Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile,certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patrialontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi [7]. Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammetterel’esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai “liberati”di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle DueSicilie, i soldati dell’ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei”lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallidamemoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesticoncreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunquesia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendoopporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chinon si lascia asservire dallo “spirito del tempo”. STEFANIA MAFFEO NOTE [1] Legge Pica: ” Art.1: Fino al 31 dicembre nelle province infestate dal brigantaggio,e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva, obanda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubblichestrade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici,saranno giudicati dai tribunali militari; Art.2: I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongonoresistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione; Art.3: Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti, osi costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazionedella presente legge, la diminuzione da uno a tre gradi di pena; Art.4: Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per untempo non maggiore di un anno, un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi,alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonchéai manutengoli e camorristi; Art.5: In aumento dell’articolo 95 del bilancio approvato per 1863 èaperto al Ministero dell’Interno il credito di un milione di lire per sopperirealle spese di repressione del brigantaggio. (Fonte: Atti parlamentari. Cameradei Deputati) [2] Il luogo non era nuovo a situazioni del genere perché giàNapoleone se ne era servito per detenervi i prigionieri politici ed un illustrenapoletano, Don Vincenzo Baccher, il padre degli eroici fratelli realistifucilati dalla Repubblica Partenopea il 13 giugno del 1799, che vi aveva passato9 anni, dal 1806 al 1815, tornando a Napoli alla venerabile età di82 anni. [3] Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento – legittimisti e brigantitra i Borbone ed i Savoia, Guida Editore, Napoli, 2000. [4] Questa informazione e tutte le seguenti sono state reperite nei saggi”I campi di concentramento”, di Francesco Maurizio Di Giovine, nellarivista L’Alfiere, Napoli, novembre 1993, pag. 11 e “A propositodel campo di concentramento di Fenestrelle”, dello stesso autore,pubblicato su L’Alfiere, dicembre 2002, pag. 8. [5] Fulvio Izzo, I Lager dei Savoia, Controcorrente, Napoli 1999. [6] S. Grilli, Cayenna all’italiana, Il Giornale, 22 marzo 1997. [7] Sul sito www.duesicilie.org/Caduti.html è possibile ritrovare i nomi, con data di nascita e provenienza dialcuni martiri di Fenestrelle, nel periodo compreso tra il 1860 ed il 1865.Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, ilpiù vecchio 32.

fonte https://cronologia.leonardo.it/storia/a1863b.htm

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