Alta Terra di Lavoro

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Approfondimenti al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

Posted by on Dic 18, 2018

Approfondimenti al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

L’ approfondimento che segue è un interessante  studio di Ugo Zannini, La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato, pubblicato sulla Rivista Storica del Sannio, 23, 3^ serie – anno XII. Le stesse note a piè di questo articolo sono un ulteriore approfondimento dell’argomento in oggetto per cui, per una miglior lettura, le trascriverò come articolo  a parte.

Nella passio sanctorum Casti et Secondini (5) si narra la storia dei due martiri, appunto Casto (6) e Secondino (7), il primo vescovo di Sessa Aurunca (8) ed il secondo di Sinuessa, imprigionati e torturati dal preside Curvus, il quale pur avendo assistito  ai numerosi miracoli di questi santi, infligge loro ogni sorta di sofferenze. Il preside, però, prima di vedere morti i santi Casto e Secondino perirà sotto le macerie del tempio di Apollo. Solo dopo questo evento voluto da Dio sarà possibile ai “cultori degli idoli” uccidere, nel 292 presso Sinuessa, i santi trafiggendoli con la spada.

La passio, però, se analizzata attentamente, risulta essere stata composta in un tempo relativamente recente (XI sec.), comunque lontanissima dai presunti avvenimenti del III secolo d.C. Il genere letterario è ben noto agli agiografi moderni: la prolissità è in simbiosi con un racconto dai toni drammatici in cui l’elemento prodigioso sovrabbonda senza necessità e verosimiglianza. Ci troviamo, cioè,  di fronte a quelle vite “romanzate” in cui il biografo, a corto di dati sul santo, era costretto a scriverne la storia immaginandosi le persecuzioni, le scene del tribunale, il supplizio ecc.

E’ innegabile, però, che il culto nei confronti dei santi doveva essere molto vivo in quei secoli nella Campania settentrionale se il biografo sente la necessità di redigere una loro vita. Testimonianza ne sono le chiese a loro dedicate che si desumono, ad esempio, dalle Rationes decimarume dalle visite ad sacra liminadelle diocesi sia di Carinola che di Sessa Aurunca. Autorevoli studiosi hanno avanzato l’ipotesi, però, che i santi Casto e Secondino non siano stati martiri locali, ma culti di santi importati dall’Africa (F. Lanzoni). Nel III secolo, infatti, vengono martirizzati in Africa Cassio, Casto e Secondino e conseguentemente i loro culti irradiati in Campania.

Qualcuno potrebbe pensare che ciò è il riflesso di quanto tramandatoci nella vita di S. Castrese in cui si narra di un gruppo di santi, tra cui anche Secondino, abbandonati al largo del mare nostrum dai persecutori africani in una nave rotta e sfasciata che approda incolume, per volere divino, nei lidi campani.

Così non è.

La vita di S. Castrese è un altro di quei “romanzi” agiografici medioevali  in cui non c’è nulla di attendibile: un falso composto nella prima metà del secolo XII.

Se quindi la passio di S. Casto e S. Secondino è un falso, è evidente che non abbiamo nessuna prova che quest’ultimo sia stato un vescovo sinuessano , né che nel III secolo d.C. esistesse a Sinuessauna sede episcopale.

Da: Ugo Zannini

La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suoepiscopato

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IL GIRO D’ITALIA E LE CROCIATE

Posted by on Dic 18, 2018

IL GIRO D’ITALIA E LE CROCIATE

Il paragone azzardato del direttore della Gazzetta dello Sport non tiene conto della vera storia delle Crociate, ma della leggenda nera creata dalla propaganda anticristiana

Quest’anno, chissà perché, il Giro d’Italia è partito daGerusalemme. Giro «della pace» lo hanno definito, pace tra israeliani epalestinesi si suppone, visto quel che accade al confine di Gaza. Dopo ventunotappe terminerà a Roma con una cronometro. Traverserà tutta la Sicilia in lungoe in largo, poi risalirà dalla Calabria, taglierà la Penisola di sghembofinendo sulla costa Est, poi percorrerà la Padania dal Veneto fino al Piemontee alla Liguria, per, infine, sbarcare, appunto, a Roma. Da Gerusalemme a Roma,un tragitto che la Gazzetta dello sport ha individuato come «il cammino delleCrociate all’incontrario».

LE DIFFERENZE
Fatte salve le debite differenze storiche (i crociati del Nord Europapercorrevano la via balcanica), le dissonanze tra i due eventi non sono poche,e val la pena di rifletterci sopra un attimo. Tanto per cominciare, i ciclistidel Giro partecipano con la speranza di tornare onusti di gloria e di soldi. Icrociati, al contrario, si indebitavano spesso oltre ogni sopportazione e tornavano,quelli che riuscivano a tornare, alcuni feriti o mutilati, tutti molto piùpoveri di quando erano partiti.
Lo storico Riley-Smith ha dimostrato che i crociati affrontarono spese enormiper pagarsi il viaggio, fino a quattro-cinque volte il loro reddito annuo,talvolta vendendo o impegnando i loro beni e spesso a scapito della famiglia.Per l’equipaggiamento di un cavaliere si spendeva una cifra pari a quellaoccorrente oggi per comprare un’automobile di grossa cilindrata. I prìncipidovevano affrontare spese da capogiro. Per fare un esempio, Riccardo Cuor diLeone per la sua crociata nel 1190 dovette affittare cento navi, comprarecinquemila cavalli e dotarli di dodici ferri ciascuno, pagare gli estensoridella mappe necessarie, gli interpreti, i manovali capaci di costruire torrid’assedio, eccetera. «Solo la fede poté aver fatto quanto in ciò vi era dibene, l’integra fede di pochi, la fede parziale di molti», scrisse il poetaThomas S. Eliot ne I cori della rocca (VIII). Una fede che indusse migliaia emigliaia di nostri antenati a rovinarsi economicamente per andare a buttarequalche anno della propria vita, o la vita stessa, in un viaggio infinito versole sabbie e le sofferenze e i bollori della Palestina. Con la speranza di unsolo premio: la salvezza della propria anima.
Ed ebbe qualcosa di miracoloso il permanere dei regni cristiani in una esiguafascia di terra stretta al mare e schiacciata per tre lati dell’immensa mareamusulmana. Due secoli resistettero, e finché i crociati furono là, la secolareaggressività islamica segnò il passo, per poi riprendere alla conquistadell’Europa dopo la caduta alla fine del XIII secolo dell’ultimo baluardocristiano in Terrasanta, Acri.

LE SOMIGLIANZE
Ma c’è qualcosa di vero in questo parallelo, della «Gazzetta», tra Gerusalemmee Roma. Fino al 1292 (caduta di Acri) i cristiani ebbero una sola città santa:Gerusalemme. Là aveva vissuto, era morto ed era stato sepolto il loro Dio,Cristo. Che diritto avevano i musulmani? Per questi ultimi, anzi, Gerusalemme era«santa» solo in terza battuta, prima venivano La Mecca e Medina. Non eranemmeno citata nel Corano. Tanto ci tenevano, i cristiani, che il papaInnocenzo III per due volte, nel 1213 e nel 1216, cercò di ottenerla per viadiplomatica, «per evitare ulteriore spargimento di sangue», la chiese«umilmente» a Safadino (fratello di Saladino) «in nome dell’unico Dio».
Addirittura Riccardo Cuor di Leone propose un condominio, offrendo a Safadinola mano di sua sorella Giovanna. I crociati pisani arrivarono a riempire lestive delle loro navi di terra palestinese, «terra santa», e con essaapprontarono il Campo, appunto, Santo, vicino al loro duomo. Così grande era ildesiderio di chi non era potuto partire di essere almeno seppellito in quellaterra. Altre città imitarono Pisa ed ebbero anche loro un camposanto. Perdutaper sempre Gerusalemme, otto anni dopo il papa Bonifacio VIII ebbe l’idea disostituirla con Roma: dal sepolcro di Cristo, ormai impossibile, a quello degliApostoli.
E l’indulgenza plenaria venne applicata al viaggio a Roma. Fu il primoGiubileo, quello del 1300, cui partecipò anche Dante. Caricare tutti questiricordi sulle spalle curve dei ciclisti del Giro è effettivamente troppo eimproprio. L’unica somiglianza è, questo sì, l’internazionalità deipartecipanti: l’olandese Tom Dumoulin, vincitore della passata edizione,contenderà la maglia rosa al favorito, l’inglese Chris Froome. Tutto qui.

Rino Camilleri

fonte http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5165

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PRIMERANO di NICOLA ZITARA

Posted by on Dic 18, 2018

PRIMERANO di NICOLA ZITARA

Anni ’50. Bovalino, andata e ritorno

Non credo che chi, in passato, avviava un’industria in Calabria fosse spinto dallo spirito del profitto. L’avarizia era connessa alla rendita, al commercio, alle libere professioni. Semmai, nelle attività industriali, il profitto era il metro che misurava il successo, mentre le perdite erano l’indicatore opposto. Prima e durante la guerra, nell’antica terra del padronato fondiario, arrivò il tempo dei pastifici e dei mulini. Fu una gara a chi ci sapeva fare, come nelle corse in bicicletta dei dilettanti. Ne sorsero dovunque. In un certo senso fu una rivolta della provincia contro Napoli e il suo hinterland, nonché la messa in discussione di Messina che, con i Molini Gazzi, esercitava una sua indiscussa egemonia sulla panificazione in Calabria. D’altra parte, a quel tempo, il porto di Messina faceva da struttura di sbarco per le merci dirette in Calabria e in partenza dalla Calabria, in particolare per le arance e i limoni che andavano in Inghilterra e nei paesi del Nord. Una rivolta contro il passato rusticano. Da vecchio sidernese, ricordo il successo che ottennero il pastificio e il molino Cataldo; da (in quegli anni) studente di stanza a Locri quello di un altro pastificio Leonardi e del Molino Fiamingo.

Queste imprese partivano con un capitale proprio. La banca (di regola il Banco di Napoli) aggiungeva come è naturale una parte o tutto il capitale d’esercizio. Siccome nuora non fa cosa che suocera non sappia, anche se non ho mai studiato l’argomento, credo di poter dire che il Banco si muoveva in forza di una direttiva del governo. La prevalenza delle imprese a capitale proprio è un indicatore negativo che rivela la modestia del capitale investito e l’involuzione del sistema meridionale rispetto all’ultima età borbonica, allorché la forma della società per azioni ebbe tale e tanta fortuna da sorprendere positivamente un’economista della statura di Ludovico Bianchini. Nel Sud unitario questo tipo d’impresa, che raccoglie i capitali presso il vasto pubblico divenne (ed è) una cosa di cui si legge sui giornali che il Nord ci manda. Comunque, più che il credito bancario, l’agevolazione a favore dell’industria molitoria proveniva da una disposizione legislativa, in base alla quale i molini, dovunque insediati, ottenevano il grano allo stesso prezzo; cosa resa possibile dall’ammasso obbligatorio del grano, con lo Stato che fissava il prezzo di conferimento e il prezzo di vendita. Traducendo la regola in termini di opportunità concrete, avveniva che i grani teneri centrosettentrionali potevano arrivare alle piccole imprese del Sud senza pagare una mediazione ai grossisti e franco magazzino (espressione del gergo commerciale per dire che il trasporto viene effettuato a carico e a rischio del fornitore)

Fino a che non ci fu la levata di scudi contro il Mezzogiorno da parte della Confindustria, del Corriere della Sera, di quel furfante di Montanelli, il quale insaporiva con l’arte della scrittura i peggiori veleni distillati nei laboratori del municipalismo padano, i nostri poveri paesi di Calabria videro un pullulare di piccole iniziative industriali. Mauro-Caffè (in appresso salita di scala), Spatolisano, Canale Costantino, Lecce, D’Alessandro, il saponificio Audino, i lanifici e i cotonifici nell’Alto Tirreno cosentino, le fabbriche di laterizi e le raffinerie delle sanse dovunque, la Calce idrata D’Agotino sono un ricordo personale e non certo un elenco esaustivo, che forse neppure la Camera di Commercio ha mai compilato.

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