Alta Terra di Lavoro

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Maschio e femmina li creò

Posted by on Giu 15, 2019

Maschio e femmina li creò

È uscito un documento della Congregazione per l’educazione cattolica sul gender, firmato il 2 febbraio 2019 dal Prefetto card. Giuseppe Versaldi, ma reso pubblico solo poche ore fa. Si intitola “Maschio e femmina li creò”. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione, dovedialogo significa «promuovere una metodologia articolata nei tre atteggiamenti dell’ascoltare, del ragionare e del proporre».

Ascoltare, dunque, anzitutto la realtà e dunque le esigenze delle persone che gli educatori incontrano, con le loro difficoltà inerenti alla sessualità. Così il testo inizia ripercorrendo la storia della penetrazione dell’ideologia gender nella società del XX secolo fino «alla contrapposizione tra natura e cultura, sfociate infine nella teoria queer, “cioè in una dimensione fluida, flessibile, nomade, al punto da sostenere la completa emancipazione dell’individuo da ogni definizione sessuale data a priori» (n. 12), per quindi giungere ai «poliamori» che appunto «includono più di due individui» (n. 13). Queste teorie sono arrivate a pretendere il «riconoscimento pubblico della libertà di scelta del genere nonché della pluralità di unioni in contrapposizione al matrimonio tra uomo e donna, considerato retaggio della società patriarcale» (n. 14).

Naturalmente il documento non cade nella trappola della contrapposizione ideologica, e ricorda come le ideologie gender e la lotta contro il matrimonio naturale si siano potute avvantaggiare grazie a un clima culturale che, nonostante l’insegnamento di Gesù sulla «pari dignità tra uomo e donna» (n. 15) recepito progressivamente dal senso comune dell’Europa cristiana, ha visto anchel’affacciarsi di «forme di ingiusta subordinazione che hanno tristemente segnato la storia, e che hanno avuto influsso anche all’interno della Chiesa» (n. 15).

Sempre nella prospettiva di ascoltare la realtà, il documento individua alcune criticità dell’epoca post-moderna nella quale ci troviamo a vivere, in particolare il progressivo allontanamento dalla natura «verso una opzione totale per la decisione del soggetto emotivo», il «dualismo antropologico» che riduce il corpo a materia manipolabile e che sfocia in una forma di gnosticismo relativista, per quindi arrivare a «progetti educativi e orientamenti legislativi» (n. 22) che promuovono una radicale negazione della «differenza biologica fra maschio e femmina» (n. 22).

Dopo avere analizzato la realtà, ascoltando il profilo storico, i possibili punti di incontro con le esigenze delle persone del nostro tempo e le criticità delle risposteideologiche, il testo invita a ragionare, cioè a usare argomenti razionali che «chiariscono la centralità del corpo come elemento integrante dell’identità personale e dei rapporti familiari. Il corpo è soggettività che comunica l’identità dell’essere (San Giovanni Paolo II, Veritatissplendor, 48)» (n. 24).

Dopo il ragionamento, arriva la proposta, fatta dalla Chiesa alla luce di un’antropologia cristiana fondata sul fatto che, come sosteneva Papa Benedetto XVI, «anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere» (22 settembre 2011).

La Bibbia dunque, ma anche la metafisica inducono a riconoscere la differenza sessuale, «le due modalità in cui si esprime e realizza la realtà ontologica della persona umana» (n. 34). Contestare questo significa negare il progetto insito nella creazione, e quindi mettere in discussione l’esistenza stessa della famiglia «come realtà prestabilita dalla creazione» (n. 34).

Il dialogo ritorna nelle conclusioni del documento, laddove si invitano gli educatori cattolici «a trasformare positivamente le sfide attuali in opportunità» (n. 54), all’interno di scuole cattoliche che non devono mai perdere la loro identità e devono formare formatori «che non perdano la propria visione della sessualità umana» e così permettano alle famiglie di trovare scuole che garantiscano l’educazione dei loro figli sulla base di «un’antropologia integrale» (n. 55).

E questo diritto naturale dei genitori dovrebbe essere garantito, conclude il testo, da uno Stato democratico che non permetta che la proposta educativa sia ridotta «ad un pensiero unico specialmente in una materia così delicata che tocca la visione fondamentale della natura umana ed il diritto naturale da parte dei genitori di una libera scelta educativa, sempre secondo la dignità della persona umana» (n. 55).

Un testo importante, se verrà usato e non lasciato cadere, anzitutto per tutti gli educatori, per i docenti delle scuole cattoliche e per i docenti cattolici nelle scuole statali, ma utile a tutti coloro, dai vescovi, ai sacerdoti e ai laici, che credono nel valore dell’insegnamento costante della Chiesa, così come appare nella sua continuità e coerenza proprio in questo documento, che si fonda su molti dei testi che gli ultimi tre pontefici, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, hanno dedicato al tema.

Marco Invernizzi

fonte https://alleanzacattolica.org/maschio-femmina-li-creo/

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ALTRO CHE EPOPEA DEL RISORGIMENTO NAZIONALE

Posted by on Giu 15, 2019

ALTRO CHE EPOPEA DEL RISORGIMENTO NAZIONALE

In questo periodo c’è un gran parlare delle varie Foibe, Campi di  concentramento nazisti (lager), gulag staliniani e in Italia tutti si  dicono commossi e tutti sono pronti a ricordare.  

Ebbene, almeno queste vittime hanno un testo scolastico di Storia che li  menziona, una stele e una lapide per il ricordo; invece c’è qualcuno che  è stato barbaramente ucciso ma nessuno si ricorda di loro. 

Sto parlando dei soldati dell’ex Regno delle Due Sicilie deportati nei  campi di concentramento del Nord. 

Fino a qualche decennio or sono nessuno scriveva di questo, poi poco per  volta vennero a galla delle notizie storiche sempre più precise e  abbinate alla ricerca di alcuni “irriducibili” duo-siciliani si riuscì a  scoprire la dura realtà. 

Finalmente il 23 gennaio scorso un quotidiano nazionale,  “L’Indipendente” si ricorda di loro: I LAGER DEI SAVOIA il titolo  principale e come sottotitolo: Dal sud dell’Italia furono deportati in  migliaia. Gli “incivili beduini” morirono in fortezze e galere del nord.  Il numero esatto delle vittime nessuno lo sa perché i registri furono  distrutti. 

La storia inizia proprio nel 1860, l’esercito piemontese scende nel sud  e ci fu una guerra regolare ed irregolare; tutti i soldati dell’allora  esercito duo-siciliano combatterono regolarmente.  Poi, dopo la caduta di Gaeta, la guerra finì con la vittoria  dell’esercito piemontese e c’era il problema dei soldati fatti  prigionieri. 

All’inizio l’allora primo ministro, il barone Ricasoli, propose al  governo argentino l’affitto delle gelide terre della Patagonia dove  deportare i soldati meridionali. Il governo argentino rifiutò l’offerta  e forse, senza saperlo, riuscirono a bloccare la più criminale  deportazione di massa della storia. Allora si decise di internarli nelle  fortezze del Nord-Italia; le prime deportazioni incominciarono  nell’ottobre del 1860.

Stipati come bestie sulle navi, furono fatti  sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri e affamati la via  Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a  Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte S. Benigno in  Genova, a Milano, a Bergamo e in varie altre località del nord. In quei  luoghi, appena coperti di cenci di tela, vissero in condizioni  terribili. Per oltre dieci anni, oltre 40.000, rei solo di aver tenuto  fede al loro giuramento, morirono per fame stenti e malattie. 

Quelli deportati a Fenetrelle, ufficiali, sottufficiali e soldati  semplici, subirono il trattamento più feroce; il 22 Agosto 1861  tentarono anche una rivolta per impadronirsi della fortezza.  La rivolta fu scoperta prima dell’azione e il tentativo ebbe come  risultato l’inasprimento delle pene con i più costretti con una palla al  piede da 16 kg., ceppi e catene. Pochissimi riuscirono a sopravvivere:  la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature invernali  a 1.600 metri  d’altezza che dovevano sopportare senza alcun riparo, non  superava i tre mesi. La liberazione avveniva solo con la morte e i corpi  venivano disciolti nella calce viva. 

Ancora oggi, nell’archivio storico della fortezza, ci sono i registri  dei prigionieri e ognuno di loro porta la dicitura “prigionieri di  guerra” in francese con le date (1861, 1862) di un’Italia già unita. 

Oggi i libri di testo osannano i vari Garibaldi, Cavour, Re Vittorio  Emanuele II, ma nessuno si ricorda di questi meridionali, nostri avi,  morti  senza onore, senza tombe, senza ricordo, neanche una stele alla  memoria. 

Se una nazione si ritiene democratica è anche giusto che divulga ai suoi  concittadini la vera storia e soprattutto che vengano ricordati i primi  centri di deportazione di massa.  

Queste brevi note dovrebbero soprattutto far riflettere gli innumerevoli  meridionali che vivono e producono al nord – non ci riferiamo solo agli  operai ma anche ai laureati e gente cosiddetta di cultura – e che  vituperano spesso la loro terra d’origine.  Se  l’argomento stimolerà la curiosità dei lettori saremo lieti di  approfondire con successivi interventi la storia di questo vessato Sud,  marchiata anche dai lager dei Savoia.


Alessandro Morelli – “Il piccolo del Mezzogiorno”

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Appunti sul Risorgimento /4 Camillo e il suo re

Posted by on Giu 15, 2019

Appunti sul Risorgimento /4 Camillo e il suo re

Per capire perché il Risorgimento è andato come è andato, almeno a partire da una certa data, ritengo sia chiave la figura del conte di Cavour.

Cavour è una figura apparentemente dimessa, di basso profilo, di scarso carisma, ben diversa dal supercilioso Mazzini, dal roboante re Vittorio Emanuele II e dal corrusco Garibaldi.

Eppure, se non vi fosse stato “il tessitore” probabilmente gli eredi di Francesco II regnerebbero ancora a Napoli e i granduchi in Toscana. Solo grazie alla sua spregiudicata abilità di giostrare fra le potenze europee, di saper toccare le “corde giuste” dell’animo dei potenti, di contrapporre, di simulare, di obbligare è stata possibile la costruzione di un regno nuovo sotto il suo sovrano.

Ma, possiamo chiederci, quali erano gl’ideali, i progetti, le cose per le quali spendeva l’esistenza —purtroppo breve — questo piccolo esponente della nobiltà agraria, questo fedele funzionario del governo sabaudo e questo parlamentare moderato eletto con poche centinaia di voti?

Questa dimensione della sua biografia di uomo pubblico eminentemente attivo è forse quella più in ombra.

Cavour non era certo un radicale, né nel senso di liberale dogmatico, né nel senso di democratico alla Mazzini. Era un liberale moderato, dal penchant economico, dagl’interessi molti concreti, molto pragmatico, di poco rilievo intellettuale, non particolarmente ostile alla Chiesa e alla religione. Ma questo suo understatement si coniugava con una presa di distanza radicale da tutto quello che non era liberale moderato, tanto sul versante “destro” quanto su quello “sinistro”. Non amava i reazionari clericali alla Solaro della Margarita — che combatterà sempre con durezza —, ma avversava i repubblicani democratici — anche se saprà servirsene come pochi

Soprattutto, Cavour era un uomo della monarchia. Fra i suoi obiettivi giganteggiavano il bene e le sorti del suo re. Tutto quello che, da un lato, minacciava il regno sabaudo era suo nemico; e, dall’altro, tutto quello che poteva rendere più grande il regno andava perseguito con tutte le forze — sue e dei sudditi — e a qualunque costo, anche a costo d’impiegare l’inganno, anche a costo di corrompere e di fare la guerra.

Lo si vede bene quando, nel 1859, ha sconfitto — o, meglio, ha fatto sconfiggere da Napoleone III — l’Austria e l’imperatore francese vorrebbe imporre al nuovo regno sabaudo formato dal Piemonte, dalla Lombardia e dall’Emilia di dar vita nuovamente al disegno federalistico-unitario in auge nel 1848. Cavour allora prende tempo, si tiene le mani libere, si disimpegna dal progetto federativo — l’adesione al quale forse avrebbe consentito a Vittorio Emanuele II di conservare Nizza e la Savoia — e preferisce scagliare Garibaldi contro il Regno delle Due Sicilie per tentare la via di una unità fondata sul primato assoluto del suo Regno. E si sa che la sua scommessa fu vinta. Probabilmente l’azzardo era ridotto da solide assicurazioni diplomatiche — e non solo — che l’Inghilterra avrebbe sostenuto l’impresa antinapoletana e le ire di Napoleone potevano sempre essere sedate — come in effetti fu — concedendogli le sospirate Nizza e Savoia.

Quindi, pur di estendere il regno del suo sovrano, “il tessitore” non esitò allora a buttare a mare il progetto unitario paritetico e federato caldeggiato da Luigi Napoleone. Quel progetto che da più parti si considerava — e si continuava a considerare persino da parte dell’antico carbonaro, ora imperatore dei francesi — l’unico in armonia con radici dell’italianità e con la salvaguardia dei diritti. Quel progetto, in aggiunta, che l’espulsione dello straniero dalla Valle Padana — cosa che nel 1848 era stata un indubbio ostacolo alla federazione — rendeva allora ancor più praticabile.

Forse dietro questa scelta si cela anche il timore che il suo bonario ma ferreo liberalismo avrebbe rischiato di restar confinato, nella federazione, al solo Piemonte invece che estendersi, come nel caso della conquista regia, all’intero Paese.

Tutto, nella sua proteiforme politica, pare obbedire a questo disegno di fondo mai teorizzato: fare grande il suo re e, attraverso questa grandezza ¾ ma solo dopo ¾ fare l’unità della nazione, introdurvi le libertà costituzionali, limitare la Chiesa, stabilire alleanze, agevolare i commerci, e tutto quel che segue.

Cavour è forse il politico monarchico più radicalmente fedele al suo sovrano del suo secolo. Il Cavour politico non si muoverà mai da Torino, neanche quando le truppe piemontesi entreranno a Napoli e a Palermo. Il suo background è svizzero e nordeuropeo, il suo orizzonte sono i confini sempre più estesi del regno al quale ha giurato obbedienza. Niente di più.

Oscar Sanguinetti

fonte http://www.identitanazionale.it/riso_3010.php

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