Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

La rivolta Cilentana del 1828

Posted by on Ott 18, 2019

La rivolta Cilentana del 1828

Ormai il revisionismo sta dilagando e le “carezze” dei fratelli d’Italia non possono essere più negate o minimizzate, per cui si cerca in tutti i modi di mettere in risalto i crimini o presunti tali del governo napoletano. Ad ogni modo tale paragone non ha alcun senso, non potendosi paragonare un’invasione, senza dichirazione di guerra, di uno stato formalmente alleato, con operazioni di polizia interne, seppur eccezionali. Il paragone piuttosto fatelo con il sacco di Genova o con gli stati d’assedio del 1898. Ma abbiamo voluto chiarire questo episodio, riportandolo intgralmente dalla cronaca del Comandini, storico filosabaudo, che per ovvi motivi non aveva alcuna simpatia per il governo delle due Sicilie.
Leggendo il Comandini “scopriamo” che i liberali furono aiutati da volgari banditi (i fratelli Capozzoli e Ricci), che il paese fu distruttto (per poi essere ricostruito nel 1832, con il consenso di Ferdinando II), ma dopo che erano stati espulsi gli abitanti (notizia confemata anche dallo stesso Galotti nelle sue Memorie, ristampate da Galzerano nel 1998); a Pontelandolfo invece le cose andarono diversamente. Infine la “feroce repressione borbonica” si concluse con 8 condanne capitali, 7 secondo fonti borboniche.

La rivolta del 1828 descritta dal Comandini

28, giugno 1828, s. Mentre in Salerno la popolazione, sollevatasi, proclama la costituzione francese, uguale movimento rivoluzionario estendesi nel Cilento; a Palinuro una banda diretta dall’antico carbonaro Antonio Gallotti trae seco pochi soldati, distrugge il telegrafo a segnali. Ad essi unisconsi i fratelli Capozzoli dì Monte forte, viventi banditi dal 21, i fratelli Ricci, pure banditi e a Cammarota spiegano la bandiera tricolore; e nei seguenti cinque giorni portano il movimento a Licosati, S. Giovanni a Pire Bosco, Montano, Guccuro.

– 1. luglio, me. Da Napoli è mandato contro i sollevati del Cilento, con una colonna di truppe, il maresciallo di campo Francesco Saverio del Carretto, con pieni poteri.

11. v. Espulsine gli abitanti, il comandante Del Carretto col fuoco delle artiglierie e con mine fa demolire tutto l’abitato del comune di Bosco (Vallo) facendo spargere sale sulle rovine ed erigere una colonna d’infamia, per il moto rivoluzionario del 28 giugno.

– 28. lRegio decreto sopprimente il comune di Bosco, per avere parteggiato coi rivoltosi Capozzoli e conip. del Cilento. Il territorio di Bosco è unito al Comune di S. Giovanni a Piro; gli  abitanti  di Bosco, potranno  abitare dove vogliano ma mai andare a ricostruire le demolite abitazioni  in  Bosco (cir. di  Cameretta, , distretto di Vallo).

– 13,  agosto ma. A Salerno sono fucilati i preti patriotti Antonio canonico De Luca e suo nipote don Giovanni, imputati come agenti principali nel moto del Cilento.

– 20, me. Pei moti del Cilento del giugno sono condannati a morte: padre Carlo da Celle, guardiano del convento dei cappuccini di Maratea; Arcangelo Bagnini di Palermo, domiciliato in Napoli, impiegato del registro e bollo; Domenico Antonio De Luca, commerciante, nato a Licusali, domiciliato a Napoli; Angelo Lerro di Omignano, domiciliato a Licusati, proprietario; G. B. Mazzara di Licusali, contadino; Giuseppe Bufano dì Polla, domiciliato in Torre Orsaia; all’ergastolo: Carmine, Giovanni, Filippo e Paolo Vallante di Massiccila, contadini; Pasquale d’Urso e Filippo Passarelli di Forio, contadini; a 24 anni di ferri: Domenico Bertone, di Celle, proprietario; a 10 anni di reclusione: don Domenico De Luca, arciprete di Celle; Pietro Bianco, cancelliere dei comune di Montano.

– 27. me. Nella notte i fuggiaschi Domenico, Patrizio e Donato Capuzzoli. Francesco Giardella, Pasquale Rosso, Antonio Galotti e Domenico Antonio Caterina, sfuggendo alle forze regie, arrivano alla marina di Pesto e riescono ad essere raccolti da due barche, salpando per la Toscana.

Alfredo Comandini, L’Italia nei Cento anni del Secolo XIX 1801-1900, giorno per giorno, tomo II 1820-1849, Vallardi, Milano 1902-1907, pp. 88-92.

fonte http://www.nazionenapulitana.org/1828.html

Read More

IL SACCO DELL’URBE E LA FEROCIA DEI LANZICHENECCHI

Posted by on Ott 18, 2019

IL SACCO DELL’URBE E LA FEROCIA DEI LANZICHENECCHI

ALL’ORIGINE del Sacco di Roma condotto a termine dai Lanzichenecchi, c’è il piano di conquista dell’Italia da parte di Carlo V contro la lega di Cognac sottoscritta da papa Clemente VII con Francia, Venezia, Milano e Genova. L’imperatore è sceso dal nord Italia con i suoi 8000 soldati sotto il comando di Filiberto d’Orange, ai quali si sono uniti 14 mila Lanzichenecchi e 500 cavalieri guidati dal capitano di ventura Georg von Frundsberg, che è stato sostituito da Carlo di Borbone quando queste truppe sono entrate nello Stato Pontificio. E al papa è arrivata una richiesta di 300 mila ducati per evitare che arrivinoa Roma; Clemente VII non ha tutti quei soldi e organizza una difesa di Roma sotto il comando di Renzo di Ceri, che ritiene la città «provista e fortificata a bastanza». Si sbaglia. Il pomeriggio del 5 maggio 1527 davanti alle mura si ammassano i soldati imperiali, e in prima fila i Lanzichenecchi; si potrebbe ancora trattare, ma l’artiglieria di Renzo spara per imtimidire gli assalitori. Resta ucciso Carlo di Borbone e allora più che mai l’orda diventa incontenibile; i Lanzichenecchi sono lì sotto, sparpagliati per la scalata delle mura. Clemente VII, venuto a conoscenza della situazione, si chiude nella basilica di San Pietro a pregare.

Poco prima della mezzanotte si ha la scalata dei Lanzichenecchi a fronte di Borgo e Trastevere, senza che sia messo in atto un ostacolo; all’alba del 6 maggio scendono tra i vicoli di Borgo e il papa fa appena in tempo a rifugiarsi a Castel Sant’Angelo, seguito da tredici cardinali e un migliaio di nobili romani. Anche i fanti di Renzo entrano nel castello, mentre i 147 alabardieri della Guardia Svizzera coprono la ritirata; finiranno massacrati.I cittadini si barricano in casa in preda al terrore e attendono che si abbatta su di loro, inesorabile, il “diritto di guerra” degli invasori, con licenza di saccheggio sulla città conquistata, ma anche violenza sui cittadini inermi, autentica carne da macello in un’orgia di sangue, fuoco, stupri, depredazioni e distruzione.

A cominciare dal massacro di circa ottomila romani inermi e dalla feroce violenza sulle donne; sotto gli occhi di genitori e mariti, mogli e madri subiscono stupri dai soldati di cui sono preda. Inutilmente le nobili signore cercano rifugio nei conventi, perché anche le monache finiscono vittime dei Lanzichenecchi.

Poi c’è la depredazione, che inizia dai palazzi, i cui padroni per evitare il saccheggio consegnano denaro in migliaia di ducati; così fanno il marchese di Mantova, l’ambasciatore portogheseei cardinali. Il palazzo Piccolomini viene assediato per quattro ore, perché il cardinale fa resistenza con la servitù armata; ma poi finisce saccheggiato e il porporato è trascinato prigioniero in Borgo. Fa resistenza anche il palazzo Lomellina, ma i Lanzichenecchi uccidono a colpi di fucile la padrona di casa, che tenta di fuggire calandosi nel cortile con una corda. Si salva il palazzo della Biblioteca Vaticana perché Filiberto di Orange vi ha stabilito il suo quartiere generale.

Tra gli atti di vandalismo si ricorda il furto delle reliquie nel Sancta Sanctorum del palazzo Lateranense, con il prepuzio di Gesù che finirà portato da un lanzichenecco a Calcata. Spariscomo anche la testa del Battista a San Silvestro e quella di Sant’Andrea a San Pietro. La profanazione del sepolcro di Giulio II comporta il furto dei gioielli che ricoprono la salma, mentre nella Sala delle Prospettive della Farnesina alla Lungara si registra lo sfregio con il graffito “Babilonia” inciso a caratteri gotici sul campanile, nell’angolo della parete del camino, e la frase “I Lanzichenecchi hanno fatto correre il papa”.

E vengono rubati i tappeti fiamminghi di Raffaello. Poi ci sono le torture agli artisti come il Peruzzi, costrettoa dipingere una tela del Borbone morto; Giovanni da Udine è torturato e derubato; il Parmigianino è costretto a dipingere delle tele per i Lanzichenecchi. Il sacco dura tutto il mese di maggio, ma lo stato d’assedio finisce solo il 15 dicembre, quando Roma viene riconsegnata da Carlo V alle truppe pontificie, anche se il papa è fuggito da Roma già una settimana prima con il sopraggiungere della peste, rifugiandosi a Viterbo;e da lì tornerà solo il6 ottobre del 1528.

CLAUDIO RENDINA

fonte https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/05/05/il-sacco-dellurbe-la-ferocia-dei-lanzichenecchi.html

Read More
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: