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LUCIA MIGLIACCIO GRIFEO: LA SPOSA DEL RE

Posted by on Giu 10, 2017

LUCIA MIGLIACCIO GRIFEO: LA SPOSA DEL RE

I SUOI PRIMI 40 ANNI

Lucia nacque a Siracusa il 18 Gennaio 1770 dal Duca di Floridia Vincenzo e dalla Marchesa del Casale Dorotea Borgia Rau; maggiorenti di Siracusa.

Ebbe un fratellino Ignazio, che morì a cinque anni; lasciandola unica erede di una grande fortuna.

Il 12 Febbraio 1775 morì anche il padre.

I Migliaccio provenivano da Firenze ed erano attestati in Sicilia sin dal XIV secolo; sulla loro arma d’origine a fondo azzurro era rappresentato una pianta di miglio d’oro che partiva dalla zolla nodrita di verde.

Di straordinaria e precoce bellezza, appena undicenne, il 19 Aprile 1781 a Palermo, fu data in moglie al Duca di Ciminna Benedetto Grifeo del Bosco, primogenito venticinquenne (essendo nato a Palermo il 17 Novembre 1755) del Principe di Partanna.

Il Principe di Partanna possedeva quel Casato dai tempi di Re Ruggero (come attestavano autentici documenti) che per ricchezze e nobiltà, non aveva uguali in tutta la Sicilia.

Egli fu decorato dell’insigne fascia del Regio Ordine di San Gennaro il 4 Novembre 1802.

La posizione sociale di Benedetto III ( Principe di Partanna, Deputato del Regno, Gentiluomo di Camera e Consigliere di Stato di Sua Maestà) diede a Lucia l’opportunità di frequentare l’Alta Società di Palermo, compresa la Corte Reale durante i lunghi periodi che Ferdinando IV trascorse in Sicilia, e di farsi apprezzare per le sue doti intellettuali, artistiche, e per la sua sfolgorante bellezza.

Il Sacerdote Giuseppe Mendolia nel manoscritto del 1829 “ Memorie dello Stato di Partanna” descrive la Principessa in questi termini: “ (…) donna di vasti talenti: parlava egregiamente la toscana lingua e la francese, ballava, cantava ed in una parola era adorna di tutti i preggi donneschi; meriti questi uniti ad una bellezza che Iddio conservolle fino all’età di cinquanta anni e oltre”.

Lucia dal primo matrimonio ebbe nove figli (non tutti sopravvissero); tra cui Luigi, il settimo, Diplomatico a Madrid, futuro padre della bella Contessa di Castiglione che tanto brillò alla Corte di Napoleone III.

Tra i figli di Lucia anche la Duchessa Marianna, ultimogenita, nata nel 1808 (in pieno corso della relazione sentimentale con Re Ferdinando IV, futuro Sovrano del Regno delle Due Sicilie), che come suggerisce lo Storico Michele Palmieri di Miccichè, probabile figlia di Ferdinando; per la quale il Re, provò un tenerissimo amore paterno.

L’appariscente bellezza di Lucia aveva dato adito alle malelingue, che nel corso del matrimonio col Duca Benedetto le attribuivano diverse infedeltà; la più chiacchierata era col Duca di Roccaromana Lucio Caracciolo “propenso a femminili lascivie” come puntualizzò lo storico Salvo Piccolo (per il quale Lucia avrebbe pregato il Re (da sposati) di farlo tornare dall’esilio a cui era stato costretto accusato di aver favorito il nemico).

Il racconto del Piccolo prosegue: “ Quando nel 1812 Don Benedetto Grifeo morì, Lucia ormai più che quarantenne non perse lo smalto e la gioia di vivere. Ella, che aveva vissuto con grande sfarzo tutta la vita, cadde in un tale bisogno che non le sembrò vera la proposta di matrimonio avanzata da vecchio Sovrano, a sua volta “affranto” (dalla recente perdita); il Mendolia aggiunge: “succedono, quantunque di rado, alquante evoluzioni nel mondo e ciò vien disposto da Dio per far vedere i tratti dell’infinita Sua Provvidenza”.

Lucia e Benedetto vissero d’amore e d’accordo (come attestano le numerose lettere che si scambiarono) fino alla morte di lui a soli cinquantasei anni, avvenuta a Palermo il 28 Marzo 1812.

Nel Settembre 1814 morì anche Maria Carolina moglie di Ferdinando di Borbone. Volendosi risposare, il Re napoletano rivolse le sue attenzioni a quella Principessa di cui aveva apprezzato i “vasti talenti” nei frequenti “incontri” a Corte.

Due anni dopo, a quarantaquattro anni nel 1814 Lucia sposò morganaticamente ( “… riceveva l’onore del talamo e la primazia fra tutte le Dame suddite, ma non l’onore del Trono”. Cit. S. Mendolia) Re Ferdinando IV di Borbone, di anni sessantatre.

 

LUCIA: NATA DUCHESSA, VISSUTA PRINCIPESSA, MORTA REGINA

Non erano passati ancora ottanta giorni dalla morte di Maria Carolina, dopo speciale dispensa arcivescovile, che Ferdinando IV il 27 Novembre 1814 convolava a nuove nozze con la fascinosa Lucia Migliaccio Grifeo alla presenza di due soli testimoni Vincenzo e Carlo De Falco e da Frate Salvatore Maria Caccamo, confessore ed elemosiniere del Re, in una privatissima cerimonia nella Cappella Palatina a Palermo.

L’unico a opporsi alle nozze era stato il Principe Francesco (figlio di Ferdinando IV) che aveva tentato di dissuadere il Re, ricordando i tanti pettegolezzi che giravano intorno a Lucia.

Al che il Re aveva risposto al figlio in dialetto: “ Penza ‘a màmmeta, guagliò, penza ‘a màmmeta!” Alludendo ai conclamati trascorsi di Maria Carolina.

Le malelingue attribuivano infatti alla “Principessa di Partanna” (come la chiamava Denis Mack Smith nella sua “Storia della Sicilia medioevale e moderna”) una certa propensione al libertinaggio.

Pietro Colletta raccontò come venne accolta la notizia dell’avvenuto matrimonio a Napoli:

“ (… ) si udì che Ferdinando di Sicilia avea tolta per moglie una sua soggetta, Lucia Migliaccio vedova del Principe di Partanna, madre di molti figli, di nobile stirpe, di volgare ingegno, e per antiche libidini famosa. Ella, moglie di altri, piacque a Ferdinando, di altra donna marito, ed oggi, per fortuna vedovi entrambi, placar vollero i rimorsi della coscienza con matrimonio tardivo. Lo sacrarono privatamente come in segreto nella Cappella Reggia, 50 giorni poi che fu nota la morte di Carolina d’Austria, duranti ancora nelle chiese dell’isola ed in qualcuna delle città per la defunta Regina gli uffici funerei…”.

Lucia invisa al Principe Francesco, era senza titolo di Regina e dunque non vi erano pretese sul Trono né per sé, né per i figli (“… sui quali tuttavia si accumularono in breve tempo onori e ricchezze, specialmente sul primogenito Vincenzo” Cit. Mendolia).

La nuova consorte del Re di Napoli si rivelò l’opposto della predecessora Maria Carolina: autoritaria e opprimente questa, docile e conciliante la “floridiana”.

Era finito per il Re l’incubo dell’inflessibilità della moglie austriaca, i suoi continui sospetti, l’acida gelosia, la perpetua ingerenza negli affari di Stato; una svolta decisiva per il Sovrano da quel tipo di politica intrigante e soffocante a cui l’aveva incatenato Carolina.

Compiacendosi per questa ventata di libertà, andava ripetendo: “ Che bella cosa! – Ho una moglie che mi lascia fare quello che voglio, e un Ministro che mi lascia poco da fare” (cit. Salvo Piccolo).

 

IL RE TORNA A NAPOLI: RESTAURAZIONE E REGNO DELLE DUE SICILIE

Lord Montgomery, vice di Bentinck, il 23 Aprile 1814 sporgendosi dal parapetto della nave Abukir, annunciò al Re che era accorso al molo, la caduta di Napoleone.

Anche l’era murattiana volgeva al termine. L’esercito di Re Gioacchino venne sgominato nella durissima battaglia di Tolentino; mentre il popolo napoletano inneggiava al ritorno di Re Nasone.

Dopo il Congresso di Vienna e l’applicazione delle norme stabilite e in particolare dopo il Trattato di Casalanza, firmato a Capua il 20 Maggio 1815, consentì a Ferdinando IV, il 7 Giugno 1815 di riprendere possesso del Regno di Napoli.

Ai Borbone non venne restituita Malta, che rimase protettorato inglese, e neppure i Presidii, che furono assegnati al Granducato di Toscana.

Dopo la seconda caduta di Napoleone, Murat aveva cercato riparo a Parigi; non riuscendovi, fuggì a Rodi Garganico protetto dalle mura del castello, da dove tentò di ritornare a Napoli con un manipolo di fedelissimi, confidando in una sollevazione popolare.

Approdò in Calabria spinto da una tempesta, fu arrestato e processato da un tribunale militare nominato dal Generale Vito Nunziante, Governatore delle Calabrie e condannato a morte secondo una legge da lui stesso voluta.

Murat prima di morire pronunciò queste parole: “ Io avrei creduto il Re Ferdinando più grande e più umano. Io avrei agito più generosamente verso di lui se fosse sbarcato nei miei Stati, e che la sorte dell’armi lo avesse fatto cadere nel mio potere!”

Venne fucilato a Pizzo Calabro il 13 Ottobre 1815.

Con la “Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie” alla fine del 1816, Ferdinando, fino ad allora III di Sicilia e IV di Napoli, istituì una nuova entità statuale, il Regno delle Due Sicilie, e assunse il titolo di Re delle Due Sicilie.

Gli ultimi anni di regno di Ferdinando I di Borbone furono caratterizzati da fermenti carbonari che nel Luglio 1820 portarono ai Moti diffusi anche in altre parti d’Europa, durante i quali Ferdinando si vide costretto a firmare la Costituzione (ritirata dopo la repressione dei Moti Carbonari. Anche se lontana dagli intrighi di Corte, Lucia intercesse presso Ferdinando inducendolo a mitigarne i rigori ).

Il tratto caratteristico di Ferdinando era di una certa bontà; non solo si sentiva padre del suo popolo, ma anche amico. Durante la bufera della Rivoluzione, il Re non provava timore, perché si sentiva veramente amato dal suo popolo.

Nel Giugno 1815 dopo dieci anni di dominazione francese Re Ferdinando tornò a Napoli con la nuova moglie. Lucia fu molto amata dai napoletani, e venne ricordata da tutti come la “ Regina Lucia”.

Ferdinando si rivolgeva alla moglie chiamandola col vezzeggiativo di Lùzia.

Il Re amava intensamente la sua sposa, e subito dopo aver riguadagnato il Trono, come pegno d’amore, le intestò Palazzo Partanna con un grande complesso al Vomero denominato “La Floridiana”, corredato da uno zoo con animali esotici, compresi leoni, tigri, canguri; frutto di uno scambio con l’Inghilterra, costato diciotto papiri ercolanensi non ancora svolti.

Inoltre, un diamante talmente grosso che il sacerdote Mendolia riferì essere: “… della grandezza di una fava!” Tanto è vero che Lucia pensando fosse uno scherzo lo fece valutare dal suo gioielliere di fiducia, da cui apprese che Ferdinando lo aveva ricevuto dalla suocera Maria Teresa d’Austria madre di Maria Carolina, come dono di nozze.

Nel giorno del suo onomastico (“Memorie” del Sacerdote Mendolia) Lucia trovò nel suo appartamento un grande braciere d’argento con cenere e fuoco costituiti da dobloni d’oro e d’argento di Spagna, dono di Ferdinando.

Nel 1817 in onore alla sua Lucia Re Ferdinando concesse l’Elevazione di Siracusa a Città Capovalle.

Il Re “lazzarone” che alla moglie confidava in lunghe lettere appassionate (circa 180 datate 1820 – 1824, in “ Lettere di Ferdinando IV alla Duchessa di Floridia” edite nel 1914 – commentate da Di Giacomo) con medesimo slancio, amore, e male allo stomaco.

Lucia seguì spesso il marito nei suoi viaggi diplomatici: a Lubiana, Firenze, Roma, e in molte altre Capitali del Regno.

A Vienna nel 1822 Lucia incontrò la Baronessa Du Montet in occasione di una riunione dei rappresentanti della Santa Alleanza, nei suoi “Souvenirs” scrisse: “ La Duchessa di Floridia se ne sta un po’ appartata. E’ una donna minuta ancora bella e molto ben conservata bene in carne, bruna e che mostra un infinito tatto nelle sue relazioni in pubblico con il Re e la famiglia imperiale, non essendo mai al di sotto della dignità di donna del Re, senza titolo di Regina”.

Michele Palmieri di Miccichè, che frequentò la Corte napoletana riferì: “ La Duchessa di Floridia apportò al Trono lo stesso gusto per la prodigalità e i divertimenti, di cui essa aveva preso l’abitudine; e non si occupò assolutamente di affari di Stato, con grande riconoscenza dei Ministri napoletani. (…) il suo buon cuore è indiscutibile”.

La nuova Regina si era data un solo obiettivo: assicurare un degno futuro alla numerosa prole avuta da Benedetto Grifeo; fu considerata sempre un’intrusa per i figli del Re, più di tutti per il Principe Francesco che la ignorò apertamente.

Per tutelarla il Re costrinse il figlio Francesco a firmare un documento in cui si impegnava ad assicurare a Lucia lo stesso tenore di vita fino al resto dei suoi giorni.

Il testo scritto di proprio pugno dal Re, con una dicitura sulla busta “Carta di somma importanza”

così recitava: “ 30 Maggio 1821 Prometto, dopo la morte ( che Iddio tenga sempre lontana) di mio Padre alla Sua legittima moglie Lucia Migliaccio, Duchessa di Floridia, in considerazione dell’ottima compagnia a Lui fatta, fin dal 27 Novembre 1814, giorno della loro unione, di continuarle, Sua vita durante, esattamente il mensuale assegnamento di ducati quattromilacinquecento compresa la tavola, stalle, ecc; di farla rimanere ad abitare nell’appartamento di lei fino ad ora goduto nel Palazzo di Napoli.

Vostro obbedientissimo e riconoscente figlio.

Francesco.”

Re Ferdinando invitò la moglie ad un pic nic, e dentro un tovagliolo ripiegato, le fece trovare il prezioso scritto che Donna Lucia serbò gelosamente.

Fu un matrimonio felice e per quanto morganatico, cosa che non faceva di Lucia una Regina, come tale fu trattata dalla Corte in virtù della sua signorilità, della sua discrezione, della sua gentilezza. Non in ultimo, della sua decantata bellezza.

Sempre Michele Palmieri di Miccichè a proposito della bellezza delle Dame accreditate alla Corte di Napoli, tra cui la Principessa di Leonforte o la Principessa di Conca, di Lucia Migliaccio scrisse: “ nessuna poteva vantare gli occhi meravigliosi di Lucia, di un fascino classico e vellutato, occhi umidi, come li chiamano i greci, neri come il giavazzo, e in cui la grazia, il sentimento, e la voluttà apparivano fusi armoniosamente, con sguardi che facevano vibrare le fibre più intime e giungevano al midollo delle ossa”.

Gli stessi meravigliosi occhi colpirono il poeta siciliano Giovanni Meli, che compose i versi della famosa ode “ Ucchiuzzi niuri”.

Wolfang Goethe, che aveva ammirato Lucia nel fulgore della sua bellezza di diciasettenne Principessa a Palermo, nel 1787 tradusse in tedesco la celebre lirica del Meli “Sizilianisches Lied”

(Canto Siciliano), in cui descrisse la fascinosa malìa dello sguardo di Lucia Migliaccio.

 

MUORE IL RE

La morte ghermì Ferdinando la mattina del 4 Gennaio 1825.

“L’ora in cui il Re abitualmente suonava per il servo era passata; ciò avveniva di solito alle otto. Chi vegliava sulla vita del Re, nelle stanze vicine, accertava per inteso, alle sei del mattino, tossire il Re due volte. Scorreva il tempo, l’orecchio accostato all’uscio della camera nulla udiva; si fece consiglio dei familiari e fu deciso (erano le dieci ore) che, anche se non chiamati, s’entrasse. Ad ogni passo accrescevano i sospetti, le coltri ed i lenzuoli disordinati ed in essi avvolto il corpo del Re, così stranamente, che pareva aver lottato molto: le braccia e le gambe stravolte, la bocca aperta come a chiamare aiuto, livido e nero il viso, gli occhi aperti e terribili. Egli era morto d’apoplessia come la sua prima moglie Maria Carolina d’Austria”.

Il Re morì all’età di settantaquattro anni e dopo sessantasei anni di Regno, fu sepolto nella Basilica di Santa Chiara, sepolcreto ufficiale dei Borbone delle Due Sicilie

 

LUCIA: IL REGALE CUORE DI UNA MOGLIE

Dopo lunga e penosa malattia che cominciò dall’esser colica biliosa ed è finita col diventare colica infiammatoria, alle tre di questa mattina è mancata ai vivi di questa Dominante, ricevuti tutti i conforti della Religione, S.E. la Signora Duchessa di Floridia vedova di S.M. l’Augusto Nostro defunto Monarca Ferdinando di sempre gloriosa memoria. La morte di questa illustre Signora è universalmente deplorata per le molte sue lodevoli doti intorno intorno alle quali avremo occasione di intrattenerci quando saran renduti alle sue spoglie mortali i funesti onori”.

Il “Giornale delle Due Sicilie” del 26 Aprile 1826

Lucia morì a Napoli, dopo una grave malattia “subbitamente” come riferì il Mendolia durante il pranzo che incautamente, in quanto ancora convalescente, aveva voluto consumare insieme ai figli e alle nuore.

Il grande dolore per la perdita di Ferdinando unito alle furibonde liti con il Marchese Ruffo a causa dei sostanziosi lasciti personali fatti dal Re a Lucia, l’affronto per essere stata scacciata dalla Corte dal nuovo Sovrano, che aveva nei confronti di Lucia moltissimi obblighi, minarono la salute della Duchessa, che a nemmeno quattordici mesi dalla morte del marito, nonostante avesse venti anni meno di lui, si spense a cinquantasei anni.

La morte la colse nell’ammezzato a destra del Palazzo Partanna a Chiaia, dove era andata a risiedere dopo la morte del Re.

Il 5 Maggio i funerali vennero celebrati nella Chiesa di San Ferdinando, alla cui Confraternita Lucia era iscritta; ed ivi sepolta per espressa volontà di Ferdinando che aveva vietato in questo luogo santo altre tumulazioni, fatta eccezione per Lucia.

La messa di requie ed il discorso celebrativo venne pronunciato da Monsignor Porta, confessore del Re. Alla funzione assistette numerosa la Nobiltà napoletana, tutti i Ministri di Corte e quasi tutti i Ministri esteri, insieme ai parenti stretti di Lucia.

Mancava Francesco I che evitò anche di farsi rappresentare, né presenziò alcuno dei membri della famiglia Reale.

Con questo gesto eclatante volle dimostrare una volta per tutte i veri sentimenti che nutriva per Lucia. Sentimenti che il Re, in difesa della moglie, aveva proibito di manifestare.

Una Regina senza corona. Ma con dignità regale aveva saputo mostrarsi degna del grande onore che la sorte le aveva riservato.

Lucia Di Rubbio

 

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