Alta Terra di Lavoro

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PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (diciasettesima parte)

Posted by on Feb 26, 2018

PAOLO MENCACCI. UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA (diciasettesima parte)

CAPO IX.

BALDANZA DI SETTARI E TIMORI DI GOVERNI.

Mentre però il Governo di Napoleone felicitava del favorevole accoglimento incontrato dalle idee dei Congresso di Parigi nella parte meno lesiva di diritti altrui, i demagogia non ipocriti proclamavano ad alta voce il loro scontento, ed eccitavano i popoli a rigettare le elucubrazioni interessate del medesimo.

Lettera di Vittor Hugo

Basti su di ciò recare una lettera del famoso Vittor Hugo, il quale gridando miserie col ventre pieno, in mezzo a un fiume di vaporose parole, eccitava gl’Italiani alla rivolta; ed ecco questo bizzarro documento.

Guarnesey, 26 Maggio 1865. Agl’Italiani.

«Italiani! Vi parla un fratello oscuro, ma devoto alla vostra causa. – Diffidate di quanto i Congressi, i Gabinetti e le Diplomazie sembrano preparare in oggi per voi. L’Italia si agita: essa accenna a svegliarsi, e turba ed affaccenda la mente de Re; essi studiano il come riaddormentarla. – Badate; vegliate. – Non è il vostro rappacificamento che cercano; unico fondamento alla pace è la vittoria del diritto. Vogliono il vostro letargo, la vostra morte. Quindi l’insidia. Diffidate. Non sacrificate alle apparenze, quali che siano, la realtà delle cose. – La Diplomazia è tenebrosa; quando essa dice di fare per voi, essa trama contro di vol.

«Che! Riforme, miglioramenti amministrativi, amnistia, perdono al vostro eroismo, una dose di secolarizzazione, un atomo di liberalismo, il codice napoleonico, la democrazia bonapartesca, la vecchia lettera ad Edgardo Nev riscritta col sangue, dalla mano che uccise Roma! Questo è ciò che vi offrono i Principi! E porgereste voi l’orecchio, e direste sia in paghi? Ed accettereste, e porreste giù le armi? E rinunziereste a quella cupa e splendida rivoluzione latente che cova ne’ vostri cuori, che vi fiammeggia negli occhi? E possibile?

«Voi non avreste dunque fede alcuna nello avvenire? non intendereste che l’Impero cadrà domani; che la caduta dello Impero è la Francia risorta; che la Francia risorta è l’Europa libera? Voi, Italiani, eletta di uomini, nazione madre, una delle più raggianti famiglie umane che la terra sostenti; voi, a’ quali niuno può dirsi superiore, non sentireste che noi vi siamo fratelli; fratelli nella idea, fratelli nella lunga prova che l’ecclissi attuale finirà subitamente

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per tutti ad un tempo; che se il domani è nostro, è vostro pure; e che il giorno in cui la Francia sarà, l’Italia anch’essa sarà? – Sì, il primo che sorgerà fra i due popoli, farà sorgere l’altro. Noi siamo uno stesso popolo, siamo una sola umanità. – Voi repubblica romana – noi repubblica francese – viviamo ambo agitati dal soffio di una stessa vita; né possiamo sottrarci noi francesi all’irraggiamento dell’Italia, come non potreste sottrarvi voi italiani all’irraggiamento della Francia. Sta fra voi e noi una profonda comunione umana, che fonderà l’accordo ne’ giorni della battaglia, e l’armonia dopo la comune vittoria. – Italiani! federazione delle nazioni continentali, sorelle e regine, ed incoronata ciascuna della libertà di tutte; fratellanza delle patrie nella unità suprema repubblicana; i popoli uniti di Europa. Ecco il futuro!

«Non disviate un solo istante lo sguardo da quel vasto avvenire. – La grande soluzione è vicina: non tollerate che vi si appresti una soluzione speciale isolata. A voi non si addice muovere innanzi a passi da pigmei, agguinzagliati da’ Principi. I nostri son tempi per quei balzi tremendi, che han nome rivoluzione. I popoli perdono e riconquistano secoli in un’ora di libertà, come il Nilo feconda sommergendo.

«Viva in noi la fede. Bando a’ mezzi termini, alle transazioni, a’ partiti incerti, alle semiconquiste. Come? accettereste condizioni, quando avete per voi il diritto? Accettereste l’appoggio de’ Principi quando avete l’appoggio de’ popoli? Un progresso cosiffatto è un’abdicazione!

«No, miriamo in alto, pensiamo il vero, camminiamo sulla via dritta. I lenti avvicinamenti non bastano. Tutto verrà, e verrà di un passo, in un giorno, in un lampo solo, in un solo colpo di tuono. Viva in noi perenne la fede.

«Quando suonerà l’ora della caduta, la rivoluzione subitamente a piombo, in virtù del suo diritto divino, senza preparazione, senza transazione, senza crepuscolo, cadrà su l’Europa come una vampa di libertà, di entusiasmo e di luce, e non lascerà altro tempo al vecchio mondo, che quello di morire. Non accettate dunque cosa alcuna dal vecchio mondo: esso è morto. – La mano de’ cadaveri è fredda e nulla può dare.

«Fratelli! Quando si è la vecchia razza d’Italia, quando si hanno nelle vene tutti i bei secoli della storia e il sangue stesso dello incivilimento; quando non si è imbastarditi né degeneri; quando si è provato che possono riconquistarsi in un giorno tutte le glorie del passato; quando si è fatto lo sforzo memorando della Costituente e del Triunvirato; quando ieri soltanto (perocché il 1849 è di ieri) si è detto al mondo: Siamo Roma!… quando in una parola si é ciò che siete allora si è dovuto capire che si ha tutto in sé. – Dite a voi stessi che la vostra libertà sta nelle vostre mani; che i vostri fati pendono dalla vostra volontà: sprezzate le seduzioni e le offerte de’ Principi, e non vi conceda parte chi deve darvi tutto.

«Ricordate inoltre quante macchie di sangue e di fango stanno rapprese su le mani di….

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«Ricordate i supplizii, gli assassinii, i delitti, le forme tutte del martirologio, le battiture pubbliche, le battiture in prigione, i tribunali di Caporali, i tribunali di Vescovi, la Sacra Consulta di Roma, la Gran Corte di Napoli, i patiboli di Milano, di Ancona, di Lugo, di Sinigaglia, d’Imola, di Faenza, di Ferrara; la mannaia, lo strangolamento, la forca; 178 fucilazioni in 3 anni (!?), nel nome del Papa, in una sola città, Bologna; il forte Urbano, Castel Sant’Angelo, ed Ischia. Poerio senza sollievo, fuorché quello di mutare su le proprie membra il luogo delle catene; i proscrittori immemori del numero di proscritti, le galere, le segrete, i trabocchetti gl’in Pace, le tombe! (1).

«Poi ricordate il vostro altero e grave programma romano. Siategli fedeli. Soltanto in esso troverete emancipazione e salute.

«Abbiate sempre davanti la mente la esosa parola della Diplomazia: l’Italia non è nazione, essa è una espressione geografica. Non abbiate che un pensiero: vivere della vostra vita nella patria che è vostra: essere l’Italia. E ripetetevi continuamente nell’anima quella tremenda verità: finché l’Italia non sarà un popolo, l’Italiano non sarà un uomo.

«Italiani! l’ora sovrasta, io lo dico onorandovi, sovrasta per opera vostra. Voi siete in oggi la grande cagione d’inquietudine pei Troni continentali. Il punto più minaccioso della vasta solfatara (Etna) europea è oggi l’Italia. Sì, i despoti grandi e piccoli debbono capire, che il loro regno sta per finire; siamo presso all’ora finale. Non lo dimenticate. Voi siete figli di quella terra, predestinata pel bene e fatale pel male, su la quale protendono l’ombra loro due giganti del pensiero umano, Michelangelo e Dante.

«Serbate intera e vergine la vostra sublime missione. Non lasciate che altri vi addormenti, o v’impicciolisca. – Non sonno, non torpore, non tregua mai. Scuotetevi,scuotetevi, scuotetevi! Il dovere per tutti, per voi, come per noi, è oggi l’agitazione risoluta, la insurrezione domani. La vostra è missione di distruzione e d’incivilimento ad un tempo. Essa si compirà, non ne dubitate. Da tutta questa ombra la Provvidenza farà emergere una Italia grande, forte, felice e libera. Voi portate in seno la rivoluzione che divorerà il passato, e la rigenerazione che fonderà l’avvenire. Splendono ad un’ora su l’augusta fronte di questa Italia, che noi intravediamo fra le tenebre, i primi tetri fulgori dello incendio di quella, e i primi candidi fulgori di questa.

«Sdegnate dunque ciò che sembrano pronti ad offrirvi. Vigilanza e fede. Diffidate dei Re, fidate in Dio e in voi stessi.

«Vittore Hugo.»

Pare incredibile che documenti di tale natura, che si confutano da per sé stessi, fossero presi da più d’uno sul serio!

(1) È impossibile che Vittore Hugo non rìdesse egli stesso della balordaggine di chi fosse per credere a simili enormezze.

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La Bilancia di Milano e il Débats di Parigi circa le cose di Napoli

Dopo questa incendiaria lettera dell’agitatore parigino non èsenza interesse il seguente articolo della Bilancia di Milano, del 5 febbraio 1857, a proposito di un articolo del giornale francese Les Débats sulle cose di Napoli.

«Il Journal des Débats, o piuttosto il signor Prévost Paradol, che da qualche tempo schicchera i primi articoli di quel giornale, parla della questione di Napoli. Ei premette, che il Piemonte si associò colla Francia e coll’Inghilterra contro la Russia, facendo assegnamento sulla riconoscenza di quelle due Potenze per acquistare terreno in Italia a spese altrui. Se non che, non potendo ottenere tutto ciò che bramava, il valoroso Piemonte si limitò a voler estendere sull’Italia almeno la sua influenza. Quindi le accuse contro i Governi di Roma e di Napoli nelle Conferenze di Parigi, Governi che l’abilissimo signor Paradol si degna di qualificare siccome i meno abili in Italia, i meno moderati, e i più atti a far nascere rivoluzioni politiche pel Umore esagerato delle riforme.

«Ma queste accuse, che fecero nascere i consigli delle Potenze occidentali, come tutti sanno, non potevano essere sostenute da esse a mano armata, segnatamente, dice l’acutissimo signor Paradol, perché l’Inghilterra, benché fedelissima alleata della Francia, si era accostata all’Austria!

«La resistenza de’ Principi italiani ai ricevuti consigli poteva nascere, e mettere in imbarazzo i consiglieri, e nacque segnatamente da parte del Re di Napoli. Invece d’imitare la Corte di Roma, che il signor Paradol ha l’ingenuità di chiamare piena di discernimento negli affari temporali, e liberale in promesse opportune, (confessione ben singolare nel filosofico giornale dei dibattimenti!) il Re di Napoli rispose ai consiglieri dell’Occidente come tutti sanno, e allora furono tronche le relazioni diplomatiche tra Napoli da una parte, e Francia e Inghilterra dall’altra.

«Il signor Paradol, giudicando alla sua maniera i fatti di Napoli, ci assicura che quella Corte manca assolutamente di saggezza e di buoni consigli] e perciò appunto egli si degna di darlene.

«Egli dice, che la Francia e l’Inghilterra non possono sacrificare la loro dignità; e che non possono essere responsabili del caso, e che la cura della loro dignità, e il caso possono ridurre imprevedutamente in condizioni ben difficili il Re di Napoli!

«Come mai, esclama il signor Paradol, due grandi Nazioni possono limitarsi a discorrere filosoficamente dei loro vicini, o a dar loro consigli che non gioverebbero che a edificazione dei popoli. Esse non possono rimandare a Napoli i loro

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Ambasciatori come ne sono partiti, né far partire le loro navi come vi sono venute) Possono esse non esigere $u$q ciò davano sulle prime, ma non possono ritirarsi colle mani vuote; e le loro risoluzioni più saggie e più determinate cederebbero forse, se fossero spinte agli estremi, alla necessiti di fare almeno qualche cosa, dopo di avere annunciato cose si grandi!

«Queste ragioni formidabili persuadono il signor Paradol, essere un vero miracolo giornaliero, se il Re di Napoli non si è rotto sinora il capo nel cozzo colla Francia e coll’Inghilterra, senza avere con esse relazioni continuate e regolari, senza avere un Ambasciatore che possa scrivere e guadagnar tempo in caso di bisogno, vedendo incrociare lungo le coste del Regno i marinai più impazienti dell’Europa!

«Ed è in forza di questi giornalieri miracoli che il signor Parradol confessa, che S. M. il Re di Napoli ha saputo reprimere l’insurrezione delle Due Sicilie, e che ha mostrato un invitto coraggio quando fu attentato alla sua vita. Il perché la mostrato essere foltissimo, ed è appunto perciò che il signor Paradol si appella alla sua magnanimità, e propone a Ferdinando II l’esempio dell’augusto Francesco Giuseppe I.

«Bisogna confessare, che dalle premesse il signor Paradol trae conseguenze alquanto strane; ma bisogna perdonar tutto alle sue tendenze umanitarie. Egli si crede più forte delle due Potenze occidentali, ed è probabile ch’ei riesca nei suoi pareri, ora che S. M. il Re di Napoli ha pensato di mandare col loro consenso i condannati politici nella Repubblica Argentina.

«Solo dubitiamo che il signor Poerio, che è trattato benissimo come prigioniero politico, voglia accettare il partito di andarsene. Il signor Paradol, che è uno di quelli che non si piccano d’essere inflessibili, chiama uomo onorevole il signor Poerio, che probabilmente non conosce, e lo considera come una vittima illustre e interessante!! Egli crede Poerio carico di catene!!, e sostiene, che in Inghilterra e in Francia v’è qualche simpatia per lui, che è uno di coloro che nel mezzodì di Europa hanno tentato di fondare Governi liberi, e sono stati vinti dall’accordio del Sovrano colla moltitudine!! A queste ragioni, che al signor Paradol paiono capitali in favore di Poerio, egli ne aggiunge un’altra molto calzante, ed è che generalmente non si ama di vedere siffatti uomini messi alle galere.

«Dopo tutto questo sforzo di logica e di politica del signor Paradol, egli conchiude benissimo il suo articolo raccomandandosi alla clemenza del Re. Il signor Paradol avrebbe potuto limitare

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il suo vuotò e meschino articolo alle sue ultime parole, cioè a supplicare la reale clemenza.

«Ma sembra che raccomandare a S. M. il Re di Napoli la clemenza sia superfluo, essendo positivo che dal principio di decembre egli abbia fatto 74 nuove grazie a condannati politici. La Gazzetta del Mezzodì ne ha pubblicato i nomi desumendoli da documenti officiali. In breve le prigioni di Napoli non avranno più detenuti politici, se i rivoluzionar! non turberanno di nuovo le parifiche condizioni di quel Reame.»

La cuffia del silenzio e le supposte torture di Napoli

A proposito però delle supposte torture del Governo di Napoli, troviamo un recente articolo dell’Unità Cattolica che, deplorando il silenzio imposto ai Cattolici dal Ministro Mancini circa gli atti del Papa, reca un fatto che ben si connette col nostro assunto.

L’articolo è il seguente:

«Vent’anni fa, in questo stesso mese di Marzo, era un gran parlare su tutti i giornali, principalmente degli Stati sardi ed inglesi per la scoperta, che dicevasi fatta, di uno strumento di tortura adoperato in Sicilia dalla polizia di Ferdinando II, e lo chiamavano la Cuffia del silenzio, come quello che al paziente impediva l’uso della parola. Il Corriere Mercantile del 19 di marzo 1857 fu il primo che prese a parlare di questo nuovo genere di tortura, e gli fé’ eco l’Italia e Popolo del Mazzini e La Libera parola, giornale liberale unitario (Italia, Aprile 1857, anno II n. 3.). E poco dopo il Morning Post, giornale di Lord Palmerston, il Siede ed il Charivari in Francia mostravansi tutti inorriditi per questa Cuffia del silenzio, e piangevano sugli strazii di un De Medici e di un Lo Re, ambedue tormentati con questa tortura, «r Ma era una favola destramente inventata e mandata attorno dai fautori della rivoluzione. Il Nord, giornale Russo, non tardava a riconoscere la calunnia; e apertamente la smentiva il Giornale Officiale di Sicilia, che, oltre al negare che esistesse la Cuffia del silenzio, notava che quel De Medici «non era arrestato né profugo, anzi non esisteva: e Lo Re, interrogato da tre stranieri (tra quali un Prussiano, il cavaliere Subiti) non ebbe che a lodarsi del modo come fu trattato nelle prigioni». Gli stessi arrestati, diceva il Giornale officiale di Sicilia, smentiscono a quanti vogliono interrogarli tutta la falsità delle imputazioni addebitate al governo di Sicilia dal Corriere Mercantile di Genova, che scriveva sulla fede di notizie pervenutegli da sicura fonte, e dal Morning Posi che riproduceva frase per frase quell’articolo, mentendo bassamente

 

 

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col dargli le apparenze di una lettera pervenutagli da Palermo».

«Però a que’ giorni noi notavamo che, se la Cuffia del silenzio non esisteva nel Regno delle Due Sicilie, un simile istrumento di tortura conservavasi in altre parti di Europa, cioè in Inghilterra; e citavamo in prova il Rapport sur les prisons de l’Angleterre, de l’Ecosse ecc. di M. Moreau Christophe, fatto al Ministro di Francia, per cui ordine aveva visitato le carceri inglesi. Il signor Moreau a pag. 53 della sua relazione, parlando delle carceri di Manchester, diceva cosi:

«Una delle cose che più mi colpirono nel corso della mia visita si è la quantità prodigiosa di manette, manichini, catene d’ogni foggia, che stanno appese e minacciose in una delle camere della segreteria. L’ordigno più curioso e significante, che vede si in questo arsenale disciplinare, è uno strumento di silenzio composto di varie bande di ferro circolari che serrano la testa del colpevole dalla nuca alla fronte, riunite fra di loro da un’altra banda di ferro, che si parte in due per dar passaggio al naso, ed è terminata al di sotto da una lingua di ferro curva che entra nella bocca fino al palato».

«Quel che dicemmo della cuffia del silenzio è da dire egualmente delle verghe, delle unghie strappate, dell’olio bollente versato sui pazienti, e di tutte le altre torture inventate dalla immaginazione barbaramente ferace dei settarii, che nella loro impazienza se la prendevano con tutti, si scagliavano contro tutti, perfino contro i loro più fedeli alleati.»

Esitanze dei governi agitatori

Infrattanto gli stessi Governi favoreggiatori del movimento italiano, principiavano ad allarmarsi e ad esitare e a ragione, latori. Curioso è il vedere, tra altri giornali del movimento, La libera parola assalire il Cavour, non sai se per spingerlo ad agire più energicamente, o se non forse per velarne la politica, e dire come dopo il Congresso di Parigi Cavour fosse creduto propugnatore della causa italiana;» nelle nostre interpellanze però di quell’anno, (sono parole del foglio mazzziniano) le illusioni cadono, egli si protesta contrario ad ogni moto rivoluzionario, e contento che la polizia del Piemonte avesse modificato l’opinione degli stranieri sul conto nostro, afferma eziandio la cordiale amicizia della Francia. Il dispaccio di Ravneval lo smentisce immediatamente; gli Italiani sono calunniati, come mai non lo furono; le istituzioni del Piemonte disapprovate. Sopravviene la Nota del Buoi, in cui si muovono lagnanze contro la stampa piemontese e le manifestazioni del Cavour. Ognuno avrebbe creduto che i sacrifici, che avea costato la guerra d’Oriente,

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avessero dato diritto al Ministro piemontese, non già di essere italiano, ma almeno di seguire una politica piemontese, rispettando i trattati, ma dignitosa e ferma; quindi a quella Nota bastava rispondere, che in’ Piemonte la manifestazione del pensiero è libera; ma bene altrimenti andarono le cose. Cavour risponde come il reo potrebbe discolparsi dinanzi ad un giudice, come un dipendente dal superiore, e contuttoció la vantata benevolenza di Francia e d’Inghilterra non si manifesta punto: queste due Potenze t»i limatane» a dire alteramente: finitela, non vogliamo pettegolezzi, la pace d’Europa non può essere turbata. – Come finirà? con una restrizione delle libertà costituzionali, ciò è indubitato. – Ecco i vantaggi della politica di Cavour».

Ma nella parte che intitola nostre corrispondenze, il citato giornale sembra inveire viemmaggiormente contro gli alleati occidentali, quando scrive: «Ora, a rappresentare sotto il vero loro aspetto, non solo il Governo borbonico, ma più ancora i governi di Francia e d’Inghilterra, banditori di civiltà, alleati del nostro Piemonte, che i partigiani d’ella Monarchia andavano magnificando come i restauratori della libertà, coloro dai quali le popolazioni delle Due Sicilie dovessero aspettarsi una valida protezione contro il loro governo, trascriviamo la lettera di un profugo Siciliano, che dalla terra d’esilio impreca alla sua fiducia, e ci raccomanda di render nota la condotta del Governo francese a riguardo suo e dei suoi compagni di sventura».

La lettera per verità non manca né di curiosità, né d’interesse, e perciò anche noi la trascriviamo.

«Malta, 12 Marzo.

Lettera di un Profugo Siciliano

«Dopo tanti e strani rivolgimenti di sorte, eccoci in esilio, e per maggior dolore divisi.

«Non vò tacerti due circostanze della mia fuga. Il battelliere che mi trasportava, preso da vigliacca paura, o indotto in errore dalle tenebre della notte, invece di depormi sulla costa, mi abbandonò sull’arido scoglio di S. Paolo. Fatto giorno, tolto il mio piccolo baule sulle spalle, muoveva per la Valletta, quando mi vidi d’ogni intorno circuito dalle acque, in luogo dove non verdeggia un filo di erba, né sconto un sorso di acqua dolce.

«Passò tutto quel giorno; in sulla sera vinto dalla disperazione e dalla fame, stava volgendo truce risoluzione, incerto fra il fracassanti la testa, o l’annegarmi;, quando, creduto dai doganieri un contrabbandiere, messo sopra una piccola barca e tratto in arresto, fui condannato ad una multa di dieci lire. Così volle la mia bizzarra fortuito.

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«Stordito ancora ed inabile, nonché alla meditazione, alla materiale espressione dei miei pensieri, non ho potuto consacrare alla debita infamia la fregata francese, che, trovandosi in Palermo negli ultimi dello scorso mese di decembre, ci respinse barbaramente, atteso gli ordini precisi dell’Imperatore di non ricevere a bordo alcun emigrato Siciliano.

«La pubblicazione di un tal fatto disingannerà i nostri amici, e i Siciliani tutti, della mal collocata fiducia nell’Inghilterra e nella Francia. E come no? Si richiamano gli Ambasciatori, e si abbandonano alla polizia ed al carnefice gli sventurati che implorano aiuto! Così flagrante contraddizione tra il pomposo far diplomatico, e quello che io chiamerei tendenza e vita abituale della politica, debbono sempre più convincerci, che gli alleati accorrono dopo della vittoria per raccoglierne il frutto, e che è follia sperare nello straniero, e che dai signori alleati si volle rappresentare una commedia colla ipocrita maschera della morale e della virtù.

«Appena qui giunsi, gli amici si rallegrarono meco che fosse così e non altrimenti andata la faccenda; convinti che i funzionarii del Governo francese avessero l’ordine di avvertirne la polizia».

Il Daily News e le società segrete in Francia

«Avv. Antinori.»

Cosi reclamava imperiosamente allora l’interesse di Napoleone, il quale, vedendo lo scapestrare delle società segrete sbrigliato in seguito del Congresso di Parigi, incominciava ad esserne allarmato, e quindi volle più che mai attiva la sua polizia ad allontanare od arrestare gli uomini più pericolosi. Nello stesso mese di aprile 1857, l’autorevole Daily News recava una sua corrispondenza da Parigi, abbastanza importante, come quella che rivela l’attitudine delle società segrete in Francia, e il perché dell’esitanza di Napoleone III in quel momento, esitanza che nel seguente gennaio 1858 gli valse il famoso attentato di Orsini. – Rechiamo a verbo que sta corrispondenza:

«Fra le persone arrestate a Parigi nella settimana scorsa, come membri di società segrete, furono i signori Morin e Ancaigne, scrittori della Revue de Paris. Il Morin fu già uno dei direttori àell’Avenir. Fu emesso un mandato d’arresto contro Lefort, lo studente che scrisse i Chants de haine, e fu poco dopo condannato a sei mesi di prigionia per la parte che ebbe nelle dimostrazioni contro il professor Nisard all’Università. Ma Lefort ha avuto sentore di ciò che lo minacciava, e quando fu perquisita la sua abitazione, l’uccello se ne era fuggito.

«Parrebbe che l’alta vendita (per adoperare stile carbonaresco) sia diretta da alcuno degli esuli più autorevoli rifugiati in Inghilterra. Fra loro e i direttori all’interno sono spesso dissensioni;

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perché questi accettano volentieri la cooperazione di quelli, ma non vogliono farsi dettar la legge. In Francia l’ordinamento è ristretto quasi del tutto fra le basse classi, le quali sono come impazienti e gelose della specie di suzerainetè, cui pretendono per condizione sociale e per educazione i loro capi. – Sappiam noi che cosa possiamo aspettarci dai vestiti in falde, dress cooats e dagli uomini di pretesa capacità; li vedemmo all’opera (dicono essi con disprezzo) e non li vogliamo più che come ausiliarii. – Varie modificazioni sono Étate introdotte di recente nell’ordinamento delle associazioni. Non sono più divise in decurie o centurie. Nessun membro può avere relazione con più di tre altri membri; e, ad imitazione delle società segrete sotto la restaurazione, essi occupano respettivamente gli estremi di un triangolo immaginario, che coi lati tocca un altro triangolo, e così di seguito diffondendosi per tutti i dipartimenti.

«Il linguaggio politico commerciale adoperato per trasmettere gli ordini da un luogo ad un altro, per la posta e per telegrafo elettrico, é stato mutato del tutto. Le parole mercanzia, viaggiatori commercianti, azioni, che significano armi, emissarii, sottoscrizioni ecc. eran note da un pezzo alla polizia, e in conseguenza detter luogo ad altre espressioni. Ora le comunicazioni sono diffuse per quanto è possibile per mezzo di affiliati che appartengono alle società detta Bureau du tour de France. É noto, che numero considerevole di operaii fanno ogni anno il viaggio dei Dipartimenti collo scopo di perfezionarsi nei loro mestieri. Quelli che sono affigliati, e che godono grande fiducia, sono adoperati come messi per far giungere le istruzioni al comitati. Quando questi ordini sono pressanti, gli emissarii viaggiano per la strada ferrata, essendo loro pagate le spese. Con questi mezzi il caso di essere scoperti dalla polizia é assai più difficile. La nuova società, che dicesi scoperta testò e che diede causa a tutti gli ultimi arresti, era forse un ramo della grande associazione, secondo il nuovo ordinamento.

«In una corrispondenza di Parigi al Times si leggevano giorni sono i seguenti particolari a proposito delle società segrete chiamate credo dei Bons hommes, bons enfants o alcun che di simile. Molti arresti furono fatti ultimamente; metà degli arrestati appartengono probabilmente alla polizia stessa.

«L’Imperatore si è molto adoperato a sradicare il male dal paese; fu restituita la quiete, ma vi è chi afferma, che ciò è solo apparentemente, e che il male, sebbene non si vegga, non fa minore progresso.»

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Il Governo francese aveva ragione di allacciarsi. Oltre questa corrispondenza del Times, da altri giornali e da corrispondenze particolari del foglietto succitato si hanno queste ulteriori notizie:

«la Parigi la polizia ha scoperte le file di una congiura diretta contro la persona dell’Imperatore; gli arresti sino ad ora giungono a 200, e tra questi persone colte e già note nei passati avvenimenti.

«Luigi Napoleone e Ferdinando II, conchiude il foglietto Mazziniano, si trovano al presente nelle medesime condizioni» – Vale a dire, egualmente esposti al pugnale della setta, sebbene per ragioni del tutto opposte. Ed era infatti così, come siamo per vedere.

CAPO X.

I RAPPRESENTANTI INGLESE E FRANCESE: LASCIANO NAPOLI.

Il vero stato del reame delle Due Sicilie, e i fatti che seguirono togliendoci il fastidio di raccogliere ed esaminare i sofismi accumulati nella surriferita Nota dell’ufficiale Moniteur, osserviamo soltanto che non da alterigia, ma dalla propria dignità il Governo napolitano, conscio delle trame tesegli dalla frammassoneria, dovette rispondere come si conveniva alle esigenze di stranieri Governi che, proclamato il principio del non intervento, lo violavano intanto diplomaticamente. Che la pace di Europa fosse compromessa, non dall’attitudine dignitosa del Re di Napoli, ma sì dalle mene dei settari, non v’ha più ora uomo leale che noi vegga. Anche i fatti hanno mostrato se i gabinetti di Londra e di Parigi si fossero bene apposti, quando strepitavano affermando che, senza la vieta panacea dell’amnistia e delle pronte riforme, era inevitabile e imminente la rivoluzione; ovvero se non piuttosto avesse avuto ragione il regio Governo di Napoli quando rispondeva, che la rivoluzione sarebbe stata allora imminente e inevitabile, quando il Re avesse accordato e l’amnistia e le pronte riforme. Alle quali concessioni avendo finalmente condisceso, nel 1860, il Re Francesco II, riconciliatosi coll’Inghilterra e colla Francia, seguendo gl’interessati consigli del Ministro francese, si trovò tosto obbligato di chiedere l’appoggio di quei Potentati, che lo garantissero dalle tristi conseguenze che ne vennero. – Ma una prova assai splendida del vero spirito dei popoli napolitani si ebbe nel medesimo tempo appunto, che Inghilterra e Francia maggiormente si affannavano per liberarli dalla supposta tirannia del Re Ferdinando; e l’istesso conte di Cavour ebbe a rendere testimonianza in qualche lucido intervallo della sua malvagia politica, delle felici condizioni del Reame napolitano e dei veri sentimenti delle sue popolazioni

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Attitudine del popolo napolitano

Se fosse stato vero, che i sudditi di quel Re fossero malcontenti del suo governo, ed amanti di un nuovo ordine di cose, spinti napolitano, come erano a ribellione dalle subdole mene e da tutti i mezzi di corruzione delle società segrete, si sarebbero approfittati certamente della rottura diplomatica, seguita tra Napoli e gli alleati occidentali, per muoversi a ribellione e disfarsi di un Sovrano cui, secondo le cento trombe della rivoluzione, abbonivano. Ma i Napolitani invece rimanevano incrollabili nella loro antica devozione alla dinastia, e senza gli eccitamenti e le insidie di cospiratori stranieri, nessun paese m Italia sarebbe rimasto più tranquillo, come era il più prospero, quanto il regno delle Due Sicilie. Il Napolitano è un popolo cristianamente docile a chi lo governa a nome di Dio; è sottomesso senza bassezza, ama e rispetta gli uomini e le istituzioni, amate e rispettate da suoi padri. Questo popolo però, come ogni altro popolo che sente la propria dignità e che vuole la libertà dei figli di Dio, ama l’energia e la fermezza in chi lo governa, maggiormente quando sia per opporsi a perturbatori stranieri. Il popolo napolitano, come per verità ogni altro popolo d’Italia, prima del presente caos europeo, accoglieva con istintiva diffidenza gli avventurieri, commessi viaggiatori della frammassoneria, i quali malgrado di tutte le loro arti e di tutta la loro eloquenza, mai non riuscirono a’ farlo persuaso di esser governato da un tiranno, finché un’invasore filibustiere, sostenuto da flotte straniere, non glie l’ebbe persuaso col fuoco dei cannoni e coll’oro dei tradimenti.

L’Austria erasi destramente intromessa, affine di distogliere la Francia e l’Inghilterra dal recare in atto le loro minacce contro il Re di Napoli, in quello che la Russia, che aveva mantenuto dignitoso contegno nel Congresso di Parigi, sembrò arrestarne le flotte nell’atto di spiegare le vele, colla Nota da noi arrecata; sebbene le gelosie tra Francia e Inghilterra le tenessero già paralizzate.

Ma se nobile e dignitosa fu l’attitudine del Re Ferdinando e del suo governo, in quella altrettanto critica quanto nuova circostanza; non meno dignitosa fu la condotta dei suoi popoli, i quali ben mostrarono allora, salvo qualche spregevole eccezione, di nutrire sentimenti veramente nazionali, sacrificando qualunque interno dissidio alla dignità offesa del loro Re e della patria, lasciando al Governo tutta la sua forza e la sua piena libertà di azione. Un sollevamento in quel tempo era scelleratezza da tutti riconosciuta; se vi fu epoca in cui lo spirito di ribellione sembrasse scomparso e spento, fu appunto quello in cui

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la minacciosa attitudine delle Potenze occidentali sembrava maggiormente eccitarlo ed assicurarlo.

Il popolo napolitano infatti sembrò non avvedersi nemmeno della partenza dei Rappresentanti di Francia e d’Inghilterra, quando lasciarono Napoli nell’ottobre 1856; avvegnaché con artificioso apparato si fossero argomentati quegli strani diplomatici di richiamare la pubblica attenzione, percorrendo il Regno con un lungo itinerario terrestre, piuttostochè approfittarsi delle navi pronte in porto delle proprie nazioni. E qui giova segnalare al giudizio della storia alcune rivelazioni, pregio principale delle quali è l’odio implacabile contro il proprio governo di chi le faceva, il quale anzi prendeva diletto a raccogliere ogni sorta di vituperi e calunnie a. suo danno, gloriandosi poscia di aver cospirato lunghi anni per ridurlo al nulla. Costui narra i particolari dell’incidente diplomatico di nuovo genere, di cui è parola, nei seguenti termini:

Confessioni per la partenza dei Ministri

Già da parecchi giorni per la città erasi diffusa la voce, che gli Ambasciatori d’Inghilterra e di Francia avrebbero abbassate le armi. Ogni giorno si andava ai loro palazzi per verificare il fatto, ed ogni giorno si ritornava disingannati e dolenti, perché le armi si vedevano ancora sulle loro case. Finalmente il fatto fu veramente incontrastabile: le armi di Francia e d’Inghilterra più non vi erano, quindi era già cominciato un intervento più serio, erasi dato un passo più ardito, e quindi maggiori le speranze dei liberali. Tra questi erasi pensato fare una dimostrazione di simpatia ai due Ministri nel giorno che sarebbero partiti, e non si lasciò mezzo alcuno intentato per eseguirla. Anzi io so, che qualcuno di essi, ripromettendosi più di quel che la conoscenza del paese avrebbe potuto autorizzare a credere, pervenne ad assicurare il Brenier che una dimostrazione gli si sarebbe fatta. Il Brenier, invece d’imbarcarsi per Civitavecchia, prese la via di terra, appunto per aver modo di passare tra la popolazione. – Nulla vi fu, nessuno osò non solo emettere un grido, ma togliersi il cappello: lo spettacolo, che diede allora la popolazione napolitana, fu desolante. Vedere una città intera che quasi tutta (sic) abborriva il Borbone, e sperava nella Francia e nell’Inghilterra, non osare mostrarsi neanche per un saluto a’ Rappresentanti di quelle Potenze, era ciò il massimo punto della degradazione morale, a cui potesse arrivare ed era arrivato il popolo; (massima degradazione la fedeltà al suo Re?!) il quale naturalmente, per quanto meno osasse far esso, tanto più desiderava e sperava che facessero gli altri.

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Quindi, partiti gli Ambasciatori, ogni giorno si aspettava la squadra riunita delle due Potenze…. Ed in realtà erano esse venute un momento sulla eventualità di agire sopra Napoli; ma dopo quel primo momento sursero gravi dissidenze, e le gelosie antiche ed i fini diversi, da cui entrambe erano mosse per le cose di Napoli, si manifestarono, sicché lo invio delle squadre navali rimase speranza. Né peraltro poteva avvenire diversamente; imperocché se il Re di Napoli anche dopo lo invio de’ vascelli si fosse ostinato a resistere, era il caso di accendere una guerra che avrebbe potuto diventare europea. E gl’interessi di Francia erano diversi da quelli d’Inghilterra nelle cose di Napoli, anzi opposti ed escludentisi l’un l’altro. La squadra alleata dunque non venne, non apparve e non parti neanche allora dai porti di Malta e di Tolone. E la diversità degli interessi anglo-francesi col volgere del tempo più si manifestò, tanto che, resistendo sempre il Re di Napoli, le due Potenze si sentirono umiliate agli occhi del mondo, e subirono anche esse le conseguenze di quella politica incerta, irresoluta e poco veggente, la quale si spinge oggi ma non prevede il domani, ed é costretta a mostrare al mondo la sua impotenza. Insomma la storia (quale!), se da una parte lancia un anatema sulla politica di Re Ferdinando, e sullo scopo che lo spingeva alla resistenza, dall’altra non può non apprezzarne il carattere» e disprezzare quello di Francia e d’Inghilterra, che rimasero umiliate agli occhi del mondo. E la umiliazione non si arrestò, perché accortesi del passo falso, e temendo che dalla situazione da loro creata, potesse l’una vantaggiarsi a danno dell’altra, si affrettarono a rimandare a Napoli i loro Rappresentanti non appena un’occasione si presentò; e questa fu la morte del Re Ferdinando. Con tal fatto due anni dopo esse assistettero agli atti di quell’istessa politica, contro la quale avevano protestato due anni prima. Era la perdita di ogni coscienza morale, di ogni sentimento di decoro che si manifestava in quel tempo nei governi dell’Europa civile (1)».

Sono queste parole preziose; e chi ha occhi per leggere e mente per intendere comprenderà di leggieri il significato delle doglianze del rivoluzionario scrittore.

Re Ferdinando intanto nobilmente ordinava, che si usassero

(1) Cosi si disfoga nelle sue Memorie della rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860, pag. 290. 291, (fascicolo 16 e 17, 15 aprile 1863 della rivista napoletana Il Progresso, di L. Aponte) il napolitano Giuseppe Lazzaro, che, in premio di aver cospirato contro il governo delle Due Sicilie, fu fatto deputato al parlamento di Torino.

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ovunque i più cortesi riguardi verso i sudditi inglesi e francesi in tutto il Reame, del che rechiamo più sotto un documento. Questo Sovrano forte della rettitudine e lealtà del suo agire, intende prevenire ogni benché menomo pretesto di risentimento da parte de due Governi, che, con inqualificabile misura ritiravano i loro Rappresentanti da Napoli e rompevano ogni relazione diplomatica con lui. Un reale rescritto veniva comunicato alle diverse gerarchie de’ pubblici impiegati, affinchè avessero, ne’ limiti di giustizia e di equità, usati tutti i possibili riguardi a’ naturali francesi ed inglesi sul territorio del Reame. U testo originale di codesto provvido ordinamento è passato più volte sotto i nostri occhi, ma a noi piace di riprodurlo come viene riferito nella collezione dei documenti diplomatici dei Parlamenti inglese e francese:

Rescritto reale per la protezione dei sudditi inglesi e francesi.

«Naples le 21 Octobre 1856 = Le Président des Ministres ete. ete.

«Je dois vous recommander la plus extrème vigilance dans les affaires de votre administration, à fin d’empécher l’origine de la plus légère discussion avec les sujets anglais et francais, et dans le cas ou des differendo de cette nature s’èlèveraient, il est à désirer que vous emplovez tous vos efforts pour les apaiserv et que vous fissiez tout votre possible pour défendre et protèger activement les droits, les personnes, les bien» et les intèrèts des Francais et des Anglais. Enfin vous étes positvoement chargè d’empécher tout inddent fdeheux: vous pourrez pour le prevenir emplover tous les movens qui sont à la disposition des Autorités, et s’ ils se produisaient vous lesferiez cesser aussitót Vous étes trop pmdent pour ne pas comprendre combien il vous faudra de soin et de vigilance pour bien éxécuter ces instructions, et la lourde responsabilità qui peserait sur les Autorités, qui par négligence, ou autrement,permetteraient d des diffèrends de cette nature de se produire; ou qui étant informées de leur èxistenceì ne les feraientpas cesser immèdiatement. Vous accuserez reception de cet ordre, ete.

Fin qui il documento. Non fu però mestieri né di aumentare cure, né di accrescere sollecitudini per raggiungere quello scopo di civiltà internazionale e di delicatezza politica. Gl’Inglesi e i Francesi, residenti nel reame di Napoli o di passaggio sul suo territorio, espressero in più di un incontro la loro piena soddisfazione per i riguardi e le cortesie ricevute dal governo di Ferdinando II; vi fu anzi chi dichiarò apertamente trovarsi assai più contento e meglio tutelato nei propri interessi, senza la officiale protezione diplomatica del Rappresentante del proprio paese.

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– Ora è venuto il tempo che un Inglese, o qualunque altro viaggiatore, sia pure estero o regnicolo, non può dare un passo senza incontrare pericoli e violenze su quel medesimo territorio, divenuto provincia del neoregno d’Italia, alla cui malaugurata costituzione influirono tanto, e con tanto abbominevoli modi, i governi di Francia e d’Inghilterra. Oggi non vi sono più i sovrani rescritti di Ferdinando n, né gli speciali riguardi del dignitoso Governo napolitano e delle ospitali popolazioni a prò ed a tutela dei sudditi di quei Governi, e le famiglie costernate di cittadini britannici sequestrati da’ malviventi, non vengono più baldanzose a minacciare il Governo napolitano; ma supplichevoli corrono a pagare le migliaia di sterline per ottenerne umilmente la liberazione, mentre gli agenti officiali della potente Inghilterra intervengono in tali umilianti trattative, anzi taluno di essi sarà anche catturato egli stesso, come avvenne appunto di questi giorni nell’agro palermitano. Eppure di presente l’abborrito governo del Re Ferdinando è cessato da un pezzo; e gli antichi cospiratori, tanto protetti e difesi dalle Note diplomaliche anglo-francesi nell’anno 1856, dominano da assoluti padroni nella rigenerata Italia! – Ma rimettiamoci in via.

Giudizi di personaggi inglesi

Lungi adunque dal destarsi ribellioni per la partenza dei due Plenipotenziari di Francia è d’Inghilterra, la quiete e la pace si consolidavano n,elle Due Sicilie, e il Re di Napoli otteneva encomi perfino nell’ìstesso Parlamento britannico. Infatti nella Camera dei Lords, seduta del 3 febbraio 1857, si udirono risuonare le seguenti parole:

«Noi avevamo fatto al Piemonte promesse impossibili a mantenersi, e per uscire da queste difficoltà ci siamo impigliati in una politica d’intervento, e sotto pretesto di conservare la pace d’Europa, abbiamo elevato la pretensione d’immischiarci nell’interno regime del regno delle Due Sicilie. Voi dite che la sua condizione era un pericolo, una minaccia per la tranquillità generale novellamente stabilita. Ma saremmo curiosi di vedere sorgere qui i Ministri inglesi, e dire sul serio a quest’assemblea, che la condotta seguita dal Re di Napoli verso i suoi sudditi potesse arrecare il benché menomo disturbo alla pace di Europa. Questo non era che un pretesto, e un pretesto senza alcun fondamento.… Voi siete intervenuti negli affari di Napoli per obbedire alla necessità di rimanere fedeli a certe dichiarazioni che avevate fatte anteriormente, e sospinti nel medesimo tempo da quella disgraziata mania d’intervento, da cui il nobile Visconte (Palmerston) che sta alla testa del governo, trovasi così potentemente invasato. –

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Se taluno del sudditi inglesi avesse avuto a lagnarsi degli atti del Governo di Napoli, o di qualche altro Governo d’Italia, il vostro dovere era d’intervenire e difenderlo; ma quanto a ciò che avviene tra un Sovrano e i proprì sudditi, diciamo che, secondo le regole del diritto internazionale, non ci è permesso altro che qualche rimostranza. E rompere ogni relazione amichevole con un Sovrano, per la sola ragione che egli rifiuta di accettare i vostri consigli relativi all’amministrazione del suo Regno, è una condotta che non può esser difesa da chiunque abbia la menoma conoscenza dei principi di diritto internazionale. Ci duole sinceramente, che la politica seguita in questi ultimi tempi abbia tolto al nostro paese ogni amicizia. E pensiamo, che l’intervento dei Ministri della Gran Brettagna in Napoli fu indegna della politica del nostro paese, e crediamo che quest’affare incominciato con un assalto ingiusto, si terminerà con una conclusione senza onore (1).»

Né in modo diverso ragionavasi nella Camera dei Comuni l’istesso giorno 3 febbraio 1857, e il famoso Gladstone diceva: «Negli ultimi sei mesi siamo stati in continue liti. È strano che, quando Lord Palmerston trovasi alla testa degli affari, abbiamo dieci volte più liti che negli altri tempi. Cominciamo sempre col menare molto rumore e mettere innanzi grandissime pretensioni, e terminiamo in ultimo col cadere a un dipresso di accordo coi nostri avversar!. Io non so comprendere con quale diritto i Plenipotenziari si siano occupati nelle conferenze di Parigi della condizione intèrna del regno di Napoli che non vi era rappresentato. Ella è questa una questione assai grave, e credo io una totale innovazione nella storia dei Congressi di pacificazione quella d’ingerirsi in simiglianti materie: i Plenipotenziari non avrebbero dovuto occuparsi in modo officiale di argomenti estranei al Congresso, né rendere di pubblica ragione le risoluzioni prese. – Qual è la posizione delle Potenze non rappresentate nel Congresso di Parigi? Quale posizione si è loro fatta, quando gli affari di loro interesse, le relazioni del Sovrano coi sudditi, lo stato delle loro legislazioni vengono discussi in assenza dei loro Rappresentanti come si è ora praticato? E ciò per opera di uomini che si sono riuniti per un oggetto del tutto differente, e che sono nella impossibilità di avere le informazioni necessario per rendere giustizia a coloro di cui si vogliono incaricare!»

Il deputato Milner Gibson alla sua volta osservava, che, sulle rimostranze indirizzate dall’Inghilterra, il Re di Napoli aveva

(1) Discorso di Lord Deroy.

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data quella risposta che aveva il diritto di fare. La causa della umanità e della libertà sarebbe meglio servita, astenendosi interamente dallo spedire reclami simili a quelli che testé venivano presentati. Noi non interveniamo che per tradire; non facciamo promesse, che per mancare alla data parola.»

E Lord John Russel ripigliava: «Il Re di Napoli ha creduto che fra due pericoli fosse meglio rigettare le fattegli proposte; e io debbo soggiungere, che molte persone le quali non lo avevano in considerazione, lo stimarono poi per la fermezza da lui mostrata in simili circostanze.» II nobile Lord concludeva, tributando elogi all’animo conciliatore del Re Ferdinando, verso del quale, se le grandi Potenze avessero presa altra via, [e al quale dato avessero consigli veramente amichevoli, «egli avrebbe sicuramente acconsentito, perché il suo onore era salvo.» Invece col metodo che tennero, col mezzo termine che adottarono, lasciarono al Re di Napoli ogni possibilità di rifiuto, e per soprappiù gli offrirono il destro di farne un argomento di onore e di orgoglio.

La Gazzetta Piemontese riferiva un brano di questo discorso di Lord Russel; ma si guardava bene dal riferire ai Piemontesi intere le sue parole; come ancora le precedenti con cui l’istesso Lord dichiarava:» Se Francia ed Inghilterra non avessero voluto fare un solennissimo fiasco verso la Corte di Napoli, avrebbero dovuto mettersi d’accordo con l’Austria.»

Esitanze del governo inglese

Sembra che siffatte dichiarazioni nel Parlamento inglese, insieme con l’ascendente che sembrava acquistare ogni giorno più la politica egoista di Napoleone III, il quale alla fin dei conti voleva rassodata la sua dinastia sul trono di Francia, e conquistarne uno comunque ai suoi torbidi parenti, scuotessero il Governo inglese e lo facessero esitare.

Così ai 21 febbraio 1857 il regio Rappresentante napolitano presso il governo di S. M. britannica scriveva al suo Governo: «Il Gabinetto inglese stretto come é ora all’Austria, non ammette cambiamento di dinastia nelle Due Sicilie; ha abbandonato la protezione della rivoluzione italiana, e rinunzia alle sue idee sulla indipendenza della Sicilia. Lord Clarendon me ne ha fatto assicurare sulla parola di gentiluomo.» L’accordo dell’Austria coll’Inghilterra e colla Francia avrebbe infatti contrariati i subdoli maneggi del Piemonte. Ma fu un lucido intervallo, fu un istante di sosta per la società che correva al precipizio; quindi l’esitare di Napoleone III, quindi l’attentato di Orsini dell’anno seguente 1858.

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Ma la setta tirava innanzi arditamente, sicura, come era, che la setta tirava innanzi arditamente, sicura, come era, che i Fratelli delle Tuilleries e di S. James avrebbero ubbidito. Il Piemonte perciò coi soliti mezzi faceva assalire più che mai e per ogni via i governi di Napoli e di Roma, avvegnaché regolare e tranquillo ne fosse l’andamento, e progressivi i miglioramenti attuati e da attuarsi a pro dei loro popoli.

Seduzioni di Cavour

Nell’istesso tempo Cavour alla più raffinata simulazione aggiungeva la seduzione. – «Il vostro Sovrano, diceva egli allo Inviato napolitano, il vostro Sovrano ha fatto un’ assai brillante figura, ha approfittato bene delle circostanze, ha sciolto a suo vantaggio un nodo assai intricato. Ora dovrebbe vendicarsi delle Potenze che lo hanno molestato, e di quelle che lo hanno mollemente sostenuto; ravvicinandosi al Piemonte, Napoli e Piemonte bene uniti avrebbero dato legge all’Italia.» Il Rappresentante regio rispose, come aveva fatto altra volta a D’Azeglio e a Dabormida: non essere il Re delle Due Sicilie quello che si tenera lontano dal Piemonte, ma sì questo da lui. I reali domini non servire di residenza ad alcun nemico del Re di Sardegna. In Napoli non esservi officine occulte e notorie di calunnie sistematiche e di macchinazioni di rivolture contro gli Stati di S. M. Sarda (ed accentuava bene queste parole). La longanimità del Re delle Due Sicilie, il suo dignitoso e costante silenzio, la maniera con che sono serbate nei suoi Stati le relazioni internazionali e commerciali colla Sardegna, fanno ben palesi i suoi sentimenti amichevoli. – Cavour si limitò a replicare poche parole inconcludenti, e il relatore faceva notare: «Il Piemonte pel momento è troppo dilaniato dai partiti, dalle pretensioni de’ Potentati, dalle influenze di ogni genere, dall’odio contro l’Austria, dai debiti, dalle tasse esorbitanti. Il suo contatto è troppo pericoloso per principi cattivi in religione e in politica; cosicché da più stretti vincoli col Piemonte nulla vi è da guadagnare e molto da perdere.» (1) Savissime riflessioni!

Due giorni dopo il medesimo Rappresentante regio aggiungeva un altro dispaccio, e diceva:» II generale Lamarmora incontrandomi mi ha tenuto un discorso quasi simile a quello tenutomi da Cavour, e io mi sono trincerato nel maggiore riserbo di parole.»

Il Governo di S. M. il Re di Napoli, approvando la condotta del suo Rappresentante, ai 9 di decembre del 1856 gli scriveva: «il Governo di Sua Maestà non domanda di avvicinarsi ad alcuna Potenza, e mette ogni studio per star bene con tutti; a condizione però, che niuno s’ingerisca negli affari della sua interna amministrazione.»

(1) Dispaccio del Rappresentante napolitano a Torino 24 Novembre 1856.

 

 

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La cavalleresca lealtà del Re di Napoli nel rispetto pei trattati internazionali e nei riguardi verso le Potenze estere, a fronte di queste e di altre tentazioni per rimuoverlo dal retto sentiero, avrebbe meritato ben altra mercede e ben altra considerazione da parte della politica europea!

Però gli apologisti del Cavour vorrebbero dare ad intendere, che quel tentativo da lui fatto col Rappresentante napolitano avesse in mira di eludere le mene dei partigiani di Mazzini e di Murat. Ma fra i tanti argomenti, che smentiscono codesta opinione, avremo in seguito a recarne più d’uno. Si vedrà che con Mazzini si andava in fondo d’accordo, essendo allora istrumento opportuno ai disegni del Cavour. Quanto a Murat si era espliciti e nello stesso Parlamento di Torino si proclamava:

Dichiarazioni della Libera parola e del Morning Star.

«L’Europa rimarrebbe scandolezzata dei tentativi fatti dal partito murattiano; ma l’Imperatore Napoleone dovrebbe sapere che, se i Napolitani avessero a scegliere tra un Borbone o un Bonaparte, non esiterebbero a scegliere un Borbone (1).»

Cavour, pensiamo noi, era perla prima volta se non leale, almeno sincero, quando tentava la lega col Re di Napoli. Nei suoi disegni forse non era l’unità italiana, conquistata col denaro che non aveva e con armi che non bastavano; chiamare nella propria orbita di azione Napoli, per assorbire i Ducati e sbarazzarsi dell’Austria coll’appoggio e non coll’intervento di Napoleone III, di cui diffidava, era il suo sogno dorato di quel momento. Spacciatosi dell’Austria, il Re di Napoli era troppo leale per fargli paura; il tempo e le società segrete avrebbero fatto il resto senza sparare un fucile.

E qui è da aggiungere quanto scriveva il foglietto clandestino La Libera Parola (Italia – aprile 1857 – n. 5.) inserito in una delle raccolte di documenti che abbiamo avute tra le mani:

«Siamo finalmente, si legge in esso, allo sviluppo di quella famosa commedia, rappresentata dai Potentati d’Europa a danno dei popoli, la quale ebbe principio colla colleganza anglo-francese che doveva condurre, secondo gli ottimisti, alla rigenerazione d’Italia. E, passando a rassegna gli ultimi avvenimenti del giorno, segue a dire:» Dopo le interpellanze del Parlamento piemontese e le esplicite dichiarazioni di Cavour, già note a’ nostri lettori, vennero quelle del Parlamento inglese relative alla questione italiana,

(1) Tornata del 28 Nov. 1862.

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le quali costrinsero il primo Ministro a confessare di aver tollerato durante la guerra d’Oriente, che Francia ed Austria conchiudessero un trattato volto a reprimere qualunque movimento rivoluzionario in Italia. Questi fatti scossero la sua autorità; le ostilità contro la Cina gli diedero il crollo: mentre una parte del Parlamento era rimasta scontenta della condotta obliqua e poco dignitosa, che il Governo inglese aveva tenuto nella questione italiana, e l’altra parte, quelli che vogliono la pace ad ogni costo, riprovava completamente la guerra intrapresa in Persia e nella Cina; Palmerston fu costretto a sciogliere il Parlamento. Intanto i varii partiti accordavansi nel disapprovare il primo Ministro; ma non già nella politica da tenersi in avvenire: i liberali, dovendo scegliere fra il partito Tory e la scuola di Manchester, ovvero la pace ad ogni costo e Palmerston, preferivano quest’ultimo, e però si diedero a difenderlo ed a giustificare la sua condotta nella questione italiana che era la più importante, come che paresse occupare un secondo luogo. Tra i giornali che assalirono apertamente Palmerston eravi il Morning Star. Scrivevasi in questo giornale: «Il naviglio anglo-francese era pronto a sciogliere alla volta di Napoli, quando Palmerston comunicò alla Francia, che l’Inghilterra non era punto disposta a riconoscere Murat re di quel Regno, e sperava che il Bonaparte avesse palesato le sue opinioni. La Francia rispose, non inclinare né ad una parte né all’altra: «non cerchiamo né incoraggiare né rigettare Murat; il solo governo che non riconosceremo a Napoli é la repubblica.»

«Venne la fatale risposta dell’Inghilterra, che obbligavasi a non riconoscere la repubblica, se la Francia promettesse di non riconoscere Murat. «No» rispose la Francia; e cosi la dimostrazione nella baia di Napoli non ebbe luogo. Quindi il Morning Star accusa Palmerston di avere offerto alla Francia il suo concorso, per abbattere le istituzioni repubblicane, se fossero surte.

«Sotto il peso di una simile accusa Palmerston difficilmente sarebbesi rilevato; quindi il Leader ne assume le difese. Egli conferma quanto dice il Morning Star, che la dimostrazione non ebbe luogo per non dar campo a Bonaparte di porre a Napoli un suo delegato; nega poi recisamente che Palmerston sarebbesi mostrato ostile alla repubblica; anzi conchiude: – noi dubitiamo persino, che Palmerston sarebbe per tollerare l’intervento francese. –

«Ora le elezioni sono compiute, Palmerston ha quasi trionfato, e la pubblica opinione si é chiaramente manifestata avversa ad ogni costo a Murat, da preferire piuttosto la parte poco dignitosa che l’Inghilterra ha avuto nella vertenza col Borbone,

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al dubbio che Murat potesse succedere a quel tiranno, avversa eziandio a qualunque intervento armato contro la volontà del popolo, e con manifesta tendenza d’imporre alle altre Potenze il medesimo principio; imperocché Cobden, Bright, Gibson non essendo stati ancora rieletti, è un indizio che la pubblica opinione riprova il non intervento passivo dell’Inghilterra propugnato dalla scuola di Manchester. Quindi se il mezzogiorno della nostra patria, come è suo dovere, come richiede l’onore e l’utile di un popolo così operoso, darà il segnale della rivolta, il primo fatto che ne sarà conseguenza è la rottura della colleganza anglo-francese; e mentre l’eco della rivoluzione italiana risuonerà potente in Francia, l’Inghilterra dovrà immediatamente porsi all’opera, onde sbarazzarsi di L. Bonaparte, come seppe sbarazzarsi, fomentando le passioni interne degli altri despoti di Francia che l’osteggiarono.

«Staccato dalla Francia, staccato dall’Austria che interverrebbe ovunque in favore della tirannide, il governo inglese trascinato dalla forza degli avvenimenti (e dalla serpe della frammassoneria, che da più di un secolo si sta covando in seno) dovrà necessariamente, costretto dalla pubblica opinione, abbracciare la causa dei popoli. Palmerston e Bonaparte riconoscono chiaramente, che tale è la inesorabile logica dei fatti, (o piuttosto dei principii perversi accettati) e si adoperano a tutt’uomo a rimuovere ogni causa di discordia in Europa; eglino sanno benissimo, che la loro colleganza non può durare che quanto dura la pace; di quivi l’interesse di spegnere l’incendio che minaccia divampare dalla questione di Neuchàtel; di quivi Note or ora comunicate all’Austria e al Piemonte, onde fare che cessino dal loro importuno e puerile litigio. – Mentre questi fatti di alta politica si compiono in Inghilterra, una giovane gentile signorina Miss I. Meriton White (famosa agitatrice della setta) percorre la Scozia dando letture in favore della causa italiana col doppio scopo, di raccogliere danaro e di guadagnare sempre più agl’Italiani le simpatie del popolo inglese; lo spazio per rimprodurre le sue generose parole ci manca, ne citeremo alcune del suo esordio: «I popoli liberi denno prendere il loro luogo, dice la virile donzella, le nazioni oppresse con ogni nuovo sforzo si avvicinano sempre più allo scopo: preferiamo alzarci coi popoli, o cadere coi tiranni? L’Italia è oggi l’antesignana delle nazioni che combattono, e noi dobbiamo occuparci di essa» – Ed ora l’Italia fatta (diciam noi) per opera di quei Governi che si occuparono di essa, è divenuta il loro castigo e il fomite della ruina universale. Quanto alla Francia è strano il rileggere le parole del citato foglietto clandestino, ispirazione purissima del Mazzini,

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il quale, tutt’altro che soddisfatto del contegno del Bonaparte, imprecava contro la poca libertà accordata da esso alla stampa. Egli è che non si può servire ad un tempo a due padroni: e Napoleone III, licenziando i settari a malfare, e frenandone poi i conati molesti per lui, offendeva ad un tempo i Cattolici e i frammassoni, e scontentava tutti.

Ma continuiamo a citare la Libera Parola, nella quale sono ancora altre cose degne di essere consegnate alla storia.

«Se gli avvenimenti, prosegue a scrivere, hanno chiaramente manifestato quale sia la pubblica opinione in Inghilterra, in Francia ov’è interdetta la manifestazione del pensiero, ove regna l’arbitrio il pia sfrenato, mascherato della più grande ipocrisia, altro non si conoscono che gli atti ufficiali, e questi bastano per manifestare quali siano le tendenze della politica del Bonaparte.

«Quando al Congresso di Parigi il conte Walewski fece plauso al Memorandum di Cavour; quando questo Ministro assicurava il Parlamento del buon volere del Governo imperiale verso l’Italia; quando finalmente si videro rotte le relazioni diplomatiche con Ferdinando II, il volgo credette che Bonaparte sinceramente mirava a migliorare le condizioni dei popoli d’Italia. Ma ora la maschera è caduta. Quello che la tirannide non permetteva che si sapesse in Francia, si è saputo in Inghilterra: se Bonaparte fosse stato indotto a questa dimostrazione ostile contro il Re di Napoli dalla sola idea di temperare la tirannide, e rimuovere così una cagione di torbidi in Europa, gli sarebbe stato facile accordarsi coll’Inghilterra; avrebbe dovuto bastargli la promessa di Palmerston di non riconoscere la repubblica. Mai no; Bonaparte non volle promettere di non riconoscere Murat, quindi le sue mire erano di profittare degli avvenimenti, e far di quel Regno una provincia francese; ma, vedendo decisamente ostile a questa idea la sua alleata, che avrebbe avuto l’Austria con so, conobbe che tale impresa non era da compiersi senza una guerra europea; quindi si ritirò, e, come ora corre fama, sarà il primo a ristabilire col Borbone le relazioni diplomatiche, ed a poco a poco ne diverrà sviscerato protettore. Quali poi sarebbero stati i miglioramenti che avrebbe ottenuto quella provincia d’Italia col regno di Murat, la Francia lo ha già detto. Il dispaccio del conte di Rayneval mostra chiaramente quali siano le opinioni del Governo imperiale relativamente alle condizioni dei popoli italiani. In questo importante documento si laudano contro gl’Italiani le accuse le più assurde e villane; si tesse l’apologia del Governo papale; si condanna apertamente la libertà in Piemonte;

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si asserisce stoltamente, che se in Piemonte reggono appena le forme costituzionali, ciò ha luogo perché i Piemontesi non sono Italiani, ma una razza mista fra Svizzeri e Francesi; mentre qualunque forma in Italia condurrebbe al sistema costituzionale, e questo a sua volta darebbe luogo alla repubblica. – Crediamo che tali prove, aggiunge il foglio clandestino, basteranno agli ottimisti, se le loro opinioni sono coscienziose, per convincersi che Luigi Bonaparte, non solo non permetterebbe mai a Murat di essere un Re costituzionale; imperocché, riprovando un tale sistema nel Piemonte, non lo permetterebbe certamente in Napoli ove egli comanderebbe da padrone; ma non permetterebbe neppure le riforme per tema che queste, atteso il carattere turbolento degli Italiani, menassero alla costituzione, donde poi si andrebbe alla repubblica. Noi non solo ci compiacciamo di porre a nudo la perfidia del Lue Dicembre, ma ci compiacciamo eziandio dell’opinione da lui manifestata, dichiarandoci un popolo presso cui non può reggere che la tirannide con la forza, o la completa libertà; è questo il più grande elogio che possano farci gli stranieri, affermando che noi o sottostiamo nostro malgrado alla forza, o, se abbiamo campo di ragionare, la corruzione dei governi semiliberi non è capace di trarci di passo, non gitta radice fra noi, e che naturalmente la nostra logica e il nostro istinto ci conduce alla repubblica.»

Era questo un parlar chiaro, e pure basato sopra un falso supposto, o almeno sopra disposizioni d’animo che ben potevano essere quelle del Bonaparte in quel momento; ma che furono tosto rigettate, e rigettato con esse il celebre dispaccio del conte di Rayneval che valse al cattolico diplomatico Tessere rimosso dall’ambasceria di Roma e mandato nel cuore dell’inverno in Russia, dove la malferma salute presto lo condusse alla tomba. Ma i Cattolici, come gli uomini onesti di ogni paese, rendono un omaggio di gratitudine al magnanimo Conte, e il suo dispaccio rimarrà in onore nella memoria dei popoli non pervertiti. – II foglio mazziniano conchiudeva con una ultima considerazione che rivolge a quel partito, che in Napoli aveva riposto ogni speranza nell’intervento straniero: «Se Saliceti e i suoi seguaci, esso scrive, non avessero gettato in campo la stupida e vergognosa idea del murattismo, la Francia e l’Inghilterra avrebbero potuto facilmente accordarsi nella questione napolitana, e il desiderato intervento avrebbe avuto luogo;

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e se esso è andato in dileguo, è d’uopo ringraziarne i Murattini, e noi repubblicani per questa parte li ringraziamo di cuore; ma non dovrebbero fare lo stesso i Costituzionali.»

Fin qui la Libera Parola, la quale non immaginava allora che Napoleone III fosse, come difatti era, quell’obbediente servo della setta che, inveendo contro di lui insieme con tutti gli organi del mazzinismo, produceva il famoso attentato di Orsini, che sciaguratamente converti senza riserva il Bonaparte ai disegni della rivoluzione, come vedremo.

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fonte

eleaml.org

 

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