Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

ARIANOVA ORA BISOGNA PARLARE DEL LAVORO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Posted by on Set 21, 2018

ARIANOVA ORA BISOGNA PARLARE DEL LAVORO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Anche quest’anno, in quel di Pignataro Maggiore, gli AriaNova ci hanno regalato una due giorni immersi nel mondo della musica popolare tradizionale di altissimo livello per la qualità degli artisti che sono arrivati anche dal nord del Regno, l’Abruzzo.

Nel mio piccolo ho ripreso, con un semplice telefono, tutti gli interventi musicali degli AriaNova

tranne i pezzi dedicati alle vicende delle Mondine Piemontesi perché è arrivato il momento di cominciare, anche con la musica popolare, a narrare le grandi battaglie e i sacrifici dei nostri lavoratori, non solo degni nostri insorgenti, immediatamente dopo l’unità e di come, nel Regno delle Due Sicilie, si lavorava prima del 1860.

Il mondo della musica popolare dagli “70” è stato assoggettato alla lotta di classe di estrazione marxista svuotandolo della sua identitarietà tagliando le vere radici che affondano nella tradizione cattolica napolitana dimenticando che, se è diventata “musica esatta” sulla scia della musica classica, lo si deve ai monarchi cattolici napoletani, anche se i Re venivano da altre parti del mondo quando indossavano la corona diventavano Re Napoletani, che hanno creato le prime accademie musicali (Alfonso d’ Aragona) e che hanno fatto da apripista per la nascita dei primi conservatori musicali, esempio di grande forma di assistenza sociale.

Il mondo giacobino marxista, nel 1992 Achille Occhetto quando trasformò il Pci in Ds affermò che il loro nuovo punto di riferimento non era più la rivoluzione bolscevica ma quella francese, come sempre e con grande abilità, attraverso il mondo sindacale, il partito di riferimento e oggi con i sessantottini è riuscito ad indirizzare anche nella musica, come stanno facendo con il brigantaggio, in un binario morto la voglia di ripristino di verità storica che nasce dal basso e che, immerso scientificamente nella confusione, non riesce a canalizzare le proprie energie in un obiettivo chiaro e ben definito.

Il mondo di sinistra meridionale che troviamo nella politica, nella cultura, nell’arte come nella musica è diventata, alcune volte consapevolmente, la guardia pretoriana degli interessi giacobin-savoiardi non facendo conoscere alla collettività che le prime lotte e i primi martiri del mondo del lavoro sono accadute da noi e che prima del 1860 le cose andavano diversamente. Bisogna far sapere che nel Regno delle Sicilie la classe operaia della nascente industria lottava, come in altri paesi, per avere condizioni di lavoro migliori che erano certamente molto indietro rispetto alle attuali ma all’epoca le più avanzate.

Si festeggia la festa del lavoro il 1 maggio a ricordo degli operai morti a Chicago nel 1886 per difendere il posto di lavoro ma si dimentica che i primi operai caduti per il lavoro sono stati ammazzati dall’esercito italiano a Pietrarsa il 6 agosto 1863 quindi, la domanda sorge spontanea, caro sindacato, caro partito, care istituzioni, cari sindaci meridionali perché non fate modificare il giorno della festa dei lavoratori oppure ne creiamo uno tutto nostro? Sarebbe la cosa più giusta e naturale o mi sbaglio? forse si andrebbe a disturbare il falso mito risorgimentale dell’Italia unita?.

Noi come Ass. Id. Alta Terra di Lavoro, nel nostro piccolo, insieme a tante altre associazioni ogni anno il primo maggio lo ricordiamo a Pietrarsa e il 6 agosto, data che tutti i napoletani dovrebbero imprimere nelle proprie menti e nei propri cuori, cerchiamo di gridare al mondo quegli eventi, ma voi? Pensate che un 6 agosto di qualche anno fa abbiamo ricordato con un minuto di silenzio quella tragica giornata a Roccamonfina, a P.zza Nicola Amore, uno dei protagonisti in negativo di quel giorno, li nato.

Bene cari musicisti meridionali, popolari e non, ma vi sembra normale che un gruppo musicale milanese, dico milanese, Stormy Six, alla fine anni 60 diffondono in musica i tragici fatti del 6 agosto 1863? E voi invece? C’è un vuoto enorme che le suddette figure istituzionali hanno volutamente lasciato perché non andate a riempirlo? forse qualcuno lo avrà fatto ma ho lo ha fatto male oppure ha poca validità artistica oppure per mia grossa ignoranza ma mi è sfuggito.

Molti gruppi popolare continuano a cantare, perché fa moda e cassetta, il brigantaggio pur essendo giacobini marxisti, atei e denigratori del cattolicesimo, della fede e delle monarchie napoletane omettendo di dire che i nostri insorgenti non combattevano per nessuna lotta di classe ma per il proprio Dio, per la propria Terra, per la propria tradizione e per il proprio Re. Se avete voglia di diffondere una lotta di classe meridionalista perché non diffondete i fatti della Repubblica del Matese di Malatesta che si puo definire la prima lotta contadina di classe dopo il 1860 e non tradizionale e realista? Credo che sia più coerente con le vostre posizioni.

Perché non dite come nel Regno i lavoratori avevano una dignità e non avevano bisogno di rivendicare i propri diritti come negli altri paesi perché erano tutelati e protetti dal Re? Non voglio ricordare l’esempio di San Leucio perché sarebbe troppo facile ma vi invito a studiare come è finita la vicenda di Luddismo, secondo caso nella storia dopo quello inglese, nel 1852 ad Isola liri, in Alta Terra di Lavoro che durante il Regno delle Due Sicilie una delle aree più industrializzate in Europa, e di come ne sono usciti gli operai dopo un solo mese dai fatti accaduti. Perché non controllate di come venivano trattati gli operai della Egg a Piedimonte d’Alife e di come era distribuita la forza lavoro tra uomini e donne. Controllate le condizioni di lavoro del Regno rispetto al resto del mondo dell’epoca, vedi cantieri di Castellammare, Mongiana, Pietrarsa, le fabbriche in Alta Terra di Lavoro ecc. ecc.

Perché non parlate dove nascono le prime forme di assistenzialismo e pensionistiche? Certo non sono come quelle di oggi ma per l’epoca erano innovative, insomma fate un salto di qualità e spogliatevi delle ideologie ormai morte e sepolte e attraverso la vostra arte, di primissimo livello, fate conoscere nelle piazze di “quando eravamo Re”. Non è per nostalgia, non siamo cosi fessi ad esserlo, ma perché è giusto cosi, perché lo dovete al vostro pubblico ma soprattutto a voi stessi, il passato non è un porto ma un faro.

Perché non dire di come Ferdinando IV stava superando il feudalesimo con la “prammatica del 23 febbraio 1792” senza spargere sangue e senza espropriare in maniera coatta e violenta le terre a chi le aveva gestite fino a quel momento anticipando di due secoli la nascita della figura del “coltivatore diretto”? perché continuate ad esaltare il motto “libertè  egalitè e fraternitè” dei giacobini francesi che non fecero altro che ammazzare, stuprare, saccheggiare con l’aiuto della rapace nuova classe dirigente meridionale che in cambio ebbe terre demaniali e terre della chiesa senza tirar fuori un euro e avere mano libera nel praticare politiche imprenditoriali basate sullo sfruttamento dei contadini e dei braccianti.

La politica di “Re Nasone” fu ripresa e sviluppata da Ferdinando II attraverso l’attuazione delle politiche innovative che oggi chiameremmo sviluppo sostenibile dove nessuno doveva rimanere indietro nel rispetto delle dignità individuali, rileggete, se non lo avete già fatto, la vicenda del “Luddismo” ad Isola del liri.

Ferdinando II che bonificava i terreni e poi li cedeva ai contadini, se i feudatari non partecipavano alle spese, Ferdinando II che risolse in pochi anni l’enorme debito pubblico partendo dalla casa regnante, Ferdinando II che nel 1853 a seguito della terribile carestia che colpi l’Europa intera mise sul mercato riserve di grano acquistate all’estero per evitare facili speculazioni sui prezzi utilizzando anche la leva dell’ “Annona” mentre, il futuro padre della Patria Cavour, fece il contrario con le scorte di grano delle sue aziende speculando sulla fame della povera gente che addirittura fu presa a fucilate dall’esercito Piemontese dietro gli ordini del suddetto padre della Patria.

Potrei continuare per giorni della politica economica del Regno delle Due Sicilie ma rischierei di annoiare, non vi manca facoltà di approfondire e studiare.

Cari AriaNova voi potete essere i precursori di un nuovo percorso perché siete identitari, capaci ed onesti intellettualmente quindi lasciamo perdere le mondine perché c’è tanto da raccontare e suonare sulla nostra gente, non dovete neppure essere faziosi nel produrre la vostra virtuosa arte perché la grandezza della nostra storia è cosi immensa che basta solo raccontarla. Tra l’altro prima del 1860 tra la Calabria e la Sicilia c’era la più grande produzione di riso in Europa che dopo l’unita viene cancellata per sviluppare quella in Piemonte,  immaginate che fine fecero i lavoratori e le lavoratrici di quelle risaie

Grazie ancora per tutto quello che avete fatto in questi tanti anni e per quello che farete ma spero che accoglierete il mio invito perché sarebbe la ciliegina sulla torta della vostra splendida carriera. Salutandovi con grande affetto e stima vi informo che anni fa ad Eugenio Bennato gli chiesi di scrivere qualcosa sui martiri di Pietrarsa e visto che non c’è ancora nulla e visto i vostri rapporti personali ricordateglielo che farebbe certamente meglio dei Stormy Six a cui comunque diciamo sempre grazie.

L’invito, ovvio, è rivolto a tutti i musicisti di musica popolare che mi daranno l’onore di potermi leggere, gli AriaNova non sono stati un mio bersaglio ma al contrario penso che possono diventare la freccia d’oro che bucherà il muro di gomma del conformismo dei radical chic di sinistra che in Italia regna sovrano anche nella musica.     

Claudio Saltarelli

1 Comment

  1. complimenti all’Autore! così è parlar chiaro!…finalmente qualcuno che puntando sui giovani artisti stimola confronti mettendo a nudo realtà di oggi e di ieri, che tanti, troppi! non conoscono… vittime tutti della propaganda postunitaria che ha diffuso e continua a farlo modelli che non ci appartengono, di ogni tipo, calpestando impunemente quelli magnifici che avevamo in casa nostra!

    Caterina Ossi

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