Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Luigi Toro: la storia e le Opere – Parte III (a cura di C. A. Del Mastro)

Posted by on Gen 2, 2019

Luigi Toro: la storia e le Opere – Parte III (a cura di C. A. Del Mastro)

La giovane Giulia e le due nipotine presero via “Da Capo” e arrivarono a casa. Questo incontro, per me, spiega la vera anima del pittore e fa capire, chiaramente, come aveva vissuto e viveva la delusione dei suoi sogni patriottici. A casa Giulia raccontò tutto ad Antonio e i due sposi ripresero a piangere, poi pensarono alle bimbe e Giulia preparò la cena. Dopo alcuni mesi anche la masseria di Leverano con tutto il terreno intorno fu venduta e fu l’ultimo boccone della famiglia del Mastro ad essere ingoiato dal Dinosauro Piemontese.

Papà diceva che a comprare la masseria di Leverano era stato il signor Andrea Casale,il solo che non aveva approfittato della disgrazia e l’aveva pagata quanto realmente valeva. Tanto che papà era molto amico del figlio del signor Andrea Casale che si chiamava Giovannino ed io, da piccola, rispettando la buona educazione laurese che i figli chiamano zii gli amici dei genitori lo chiamavo “zio Giovannino” e papà spesso mi portava a visitare la masseria dei miei bisnonni e “zio Giovannino” me la faceva visitare tutta e a me bambina sembrava un piccolo e turrito castello. Ritornando al pittore, quel pianto fatto alla masseria di Leverano in memoria dell’amico Titta del Mastro dovette fargli bene, perché riprese a dipingere con più lena e dalle sue mani uscirono tre quadri capolavori. Terminò il primo quadro Agostino Nifo alla corte di Carlo V. 2) Taddeo da Sessa al concilio di Lione. 3)La morte di Pilade Bronzetti alla battaglia di Castel Morrone.

Il pittore terminò il quadro “Agostino Nifo alla corte di Carlo V” ed è uscito un vero capolavoro. Il quadro è lungo 3m ed alto 3m. Chi lo guarda viene trasportato in una vera reggia cinquecentesca. I vestiti dei personaggi sono perfetti,ma quello che colpisce di più è il parlare dei personaggi e la sorpresa che traspare dai volti dei nobili, perché il filosofo, non solo non si è tolto il cappello come hanno fatto tutti i presenti, ma si è addirittura seduto davanti all’imperatore, mentre tutti i presenti sono in piedi. L’imperatore è sorpreso, ma non irato, si nota che stima molto il filosofo a cui ha affidato l’educazione dei suoi figli. Luigi Toro con questo quadro non solo ha voluto dimostrare le sue idee riguardo all’istruzione e alla nobiltà ma ha voluto lasciare anche un ottimo insegnamento alle future generazioni: l’istruzione è superiore a tutti i titoli nobiliari, l’uomo dotto, colto e onesto è addirittura uguale all’Imperatore. Questo quadro per la mia famiglia paterna è stato sempre considerato sacro ed ogni volta che qualcuno della nostra famiglia lo guardava non poteva non recitare un eterno riposo per l’anima di zio Titta presente nel quadro (è alto, il primo a sinistra, un po’ di spalle). Il quadro è stato offerto al comune di Sessa e si trova sulla parete più importante del nostro Senato Cittadino. Il pittore alla fine del decennio 1860 si trasferì a Roma e prese casa a via Margutta, la strada degli artisti e lì dipinse i suoi ultimi quadri.

La cultura e l’uomo dotto sono anche i protagonisti del quadro “Il Concilio di Lione” lungo 6m e alto 4m, che occupa tutta una parete del nostro Senato Cittadino; ma per meglio capire ed apprezzare questo capolavoro, bisogna fare una breve introduzione storica. Siamo nel secolo XIII: é Re di Sicilia e Imperatore di Germania (Sacro Romano Impero) il grande Federico II, che con le sue leggi e il suo ottimo governo ha fatto diventare il Regno delle Due Sicilie il più ricco fra tutti i regni europei e la stessa cosa si prepara a fare, come Imperatore per la Germania, ma l’unione delle due corone: Re di Sicilia e Re di Germania non era gradita al Pontefice Gregorio IX, perché il papa non voleva che il territorio governato dallo stato pontificio fosse stretto e confinante con i possedimenti dello stesso sovrano a Nord e a Sud. Perciò Federico II doveva rinunziare o al regno di Sicilia o alla Corona Imperiale.

I Pontefici si potevano permettere di fare questa richiesta, perché tutto era stato già confermato durante la minorità di Federico II, che nato nel 1194, rimasto orfano del padre, l’imperatore Enrico VI morto nel 1197, fu affidato dalla madre, l’imperatrice Costanza d’Altavilla al pontefice Innocenzo III, che rimase il solo a prendersi cura del piccolo principe quando anche la madre nel 1198 morì. Nel 1208 Innocenzo III dichiarò maggiorenne Federico a 14 anni e lo incoronò Re delle Due Sicilie, facendogli, però, promettere di rinunziare alla Corona Imperiale di Germania. Tutto procedeva bene, quando nel 1216 Innocenzo III morì e fu eletto papa Onorio III molto legato a Federico che nel 1220 incoronò Federico II anche Imperatore di Germania (Sacro Romano Impero). Morto Onorio III nel 1227 fu incoronato papa Gregorio IX, che subito ordinò a Federico di deporre una delle due Corone e rispettare gli accordi stabiliti nel 1208. Poiché Federico, appoggiato dai Siciliani e dai Germani resisteva, il Papa ricorse all’arma della scomunica: lo scomunicò perché Federico ritardava a organizzare la sesta crociata promessa e liberare la Terra Santa dai Musulmani.

Nel 1228 Federico organizzò la crociata e partì, ma invece di combattere con le armi, risolvette tutto diplomaticamente. Si incontrò in Egitto con sultano al-MaliK al Kamil a cui Federico cedette tutti i porti dell’Egitto e dal sultano ebbe libera la Terra Santa. Poi i due sovrani firmarono l’accordo e si salutarono con una stretta di mano. Quando Federico II consegnò al Papa la Terra Santa liberata, Gregorio IX gridò come un pazzo: <Cosa hai fatto?! Sei venuto con le spade pulite!? Tu dovevi venire con le spade sporche di sangue musulmano. Gli infedeli si uccidono! Tu hai stretto la mano del sultano! Tu sei un Anticristo scomunicato e scomunicato resterai>. Furono tempi duri fra il Papa e Federico II anche se i due nel 1230 arrivarono ad un accordo firmato a San Germano (Montecassino ).

Morto Gregorio IX nel 1241, dopo un anno e mezzo di sede vacante fu eletto papa Innocenzo IV nel 1243 e mentre continuavano le trattative con Federico II e il Papa, Innocenzo IV fuggì improvvisamente a Lione dove convocò un concilio nel quale scomunicò e depose Federico II, bandendo, addirittura, contro di lui una crociata e chiese aiuto alla Francia alla quale promise il Regno delle Due Sicilie. A questo punto entrò in scena il più grande giurista del tempo,(oggi 2016 possiamo dire il più grande giurista di tutti i tempi) il nostro concittadino Taddeo da Sessa, nato a Sessa nel 1190. Taddeo da Sessa era il più grande giustiziere della Curia Imperiale, giurista eminente, tenuto in gran conto alla corte di Federico II, che gli affidò nel 1243 la sua difesa presso Innocenzo IV al Concilio di Lione 1243. Il nostro giurista difese l’imperatore con un’arringa in Latino degna di Cicerone, ma tutto fu inutile. Innocenzo IV non solo non tolse la scomunica a Federico II, ma lo considerò decaduto e bandì contro di lui addirittura una crociata. Chi guarda questo quadro si trova subito fra i prelati presenti nel duomo di Lione, illuminato dalle luci delle candele. A sinistra di chi guarda sta il Papa in trono solo, brutto, cattivo. La folla dei chierici, in bianco, sembra un ammasso di statue, più spaventati che cantanti il Te Deum. I prelati non sanno dove guardare, né dove correre.

Alcuni hanno il coraggio di raggiungere (sulla destra guardando) il giurista Taddeo da Sessa, che il pittore ci presenta disgustato, irato al punto che sta per strappare le carte con i documenti, che ha tra le mani. Questo quadro, che, veramente, per come è fatto, è un vero capolavoro, perché anche in questo quadro tutti i personaggi non solo sono -loquaces- ma arrivano a mostrare anche il loro carattere. Un quadro bellissimo di cui noi Suessani siamo orgogliosi.

Non così, purtroppo è stato per la Chiesa Cattolica, che non ha mai dato il suo sostegno al nostro pittore, perché la Chiesa non ama far conoscere i suoi peccati. Per avere il sostegno della Chiesa il nostro pittore doveva seguire l’esempio di Michelangelo, di Signorelli ed altri: tutti osannanti… Tutti protetti. Il nostro pittore invece, presentando il Concilio di Lione non solo ha voluto far conoscere il grande giurista Taddeo da Sessa, ma ha dimostrato anche la sua libertà di pensiero, qualità importante per l’artista.

Il quadro ” La morte di Pilade Bronzetti”.                                                                                       Anche questo quadro è grandissimo è lungo 6m e alto 4m, il pittore ci presenta il campo di Castel Morrone dopo la battaglia e la morte del suo amico Pilade Bronzetti. Anche questo quadro fu dipinto a Roma, dove Luigi Toro si era trasferito e abitava in via Margutta, la strada dei pittori. Il pittore per fare questo quadro chiese un prestito al Banco di Napoli, ma il prestito non potette essere saldato perché il quadro non fu venduto. Il quadro è stato solo poche volte esposto ed è stato sempre conservato dal Banco di Napoli.

I perché sono tanti: chi dice che è troppo grande- chi dice che mette sotto gli occhi di chi lo guarda quella terribile <accisaglia> di italiani contro italiani che portò alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Tanto è vero che il re Vittorio Emanuele II arrivò addirittura ad ordinare di far bruciare il quadro, perché non voleva far vedere quello che era avvenuto per la conquista dell’Italia Meridionale. Fortunatamente il Banco di Napoli si oppose e noi oggi possiamo ammirare questo grande capolavoro. Che il quadro sia un vero capolavoro lo conferma la bellissima critica di Gabriele d’Annunzio, scritta sulla Tribuna di Roma, ne riporto alcuni pensieri: “le figure sono disegnate con bravura… il paesaggio pare partecipare al triste destino degli uomini in guerra. Il paesaggio occupa uno spazio rilevante nella composizione. Scegliendo, dunque, il versante del Naturalismo più aggiornato il pittore aurunco riuscì ancor meglio a descrivere e caratterizzare l’episodio storico”- Gabriele D’Annunzio.

Fra tutte le critiche su questo sfortunato quadro ho scelto quella del poeta Gabriele D’Annunzio per far capire agli italiani del 2016 che depositato nei forzieri del Banco di Napoli c’è un vero capolavoro, che merita di essere esposto ed ammirato. Questo quadro causò anche la rovina economica del pittore, perché, per farlo, non solo consumò tutti i suoi risparmi, ma chiese prestiti anche al Banco di Napoli, che non vendendo il quadro non poté saldare. Trascorse gli ultimi anni della sua vita povero e triste. anche se aveva ottenuto il primo posto il suo dipinto “Riposo dei cacciatori” all’Esposizione Internazionale di Vienna.

Luigi Toro non ebbe mai il coraggio di ritornare a Lauro, per fortuna un suo carissimo alunno Nicola Borrelli ne ebbe pietà, lo prese e lo portò a casa sua a Pignataro Maggiore, dove il giorno 13 aprile del 1900 alle due antimeridiane l’alunno raccolse le sue ultime parole: <Ho sempre pregato Iddio perché mi avesse concesso di morire in mezzo agli amici> e tali, più che fratelli furono quelli che lo assistettero e lo piansero. Fu sepolto a Pignataro nella tomba della famiglia Borrelli. Il Consiglio Comunale di Sessa Aurunca lo commemorò nella seduta del successivo 18 aprile. <Il giorno 13… spegnevasi in Pignataro Maggiore il nostro illustre concittadino Cav. Luigi Toro con Lui Sessa perde un patriota preclare, un cittadino integerrimo, un artista di fama nazionale… Sessa piangendone la perdita rende il dovuto omaggio alla memoria di un suo cittadino che le accrebbe lustro e nome>.

I resti mortali del pittore il 12 maggio 1973 furono traslati da Pignataro Maggiore a Lauro, il paese che gli aveva dato i natali ed ora riposano in pace nell’antica tomba di famiglia: La tomba dei suoi cugini i colonnelli Toro, nel cimitero antico di Lauro.

A cura della Prof. Cecilia Aida Maria Del Mastro, tratto da “Archivi Storici, archivi domestici”-

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https://www.generazioneaurunca.it/turismo-cultura/luigi-toro-la-storia-e-le-opere-parte-iii-a-cura-di-c-a-del-mastro/

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Luigi Toro: la storia e le Opere – Parte II (a cura di C. A. Del Mastro)

Posted by on Dic 29, 2018

Luigi Toro: la storia e le Opere – Parte II (a cura di C. A. Del Mastro)

Luigi Toro, pittore Aurunco: la storia e le opere.

Parte II – La gioventù, le opere e la guerra.

Prof.  Cecilia Aida Del Mastro

Quando nel 1853 il giovane Luigi Toro compì 18 anni e diventò maggiorenne poteva vendere e comprare, il diabolico patrigno ne approfittò: gli disse che se voleva andare a Napoli e frequentare l’Accademia Artistica doveva vendergli tutti i suoi diritti sulla proprietà (case e terreni). Egli gli avrebbe depositato i soldi in banca da dove avrebbe ritirato, di volta in volta, il necessario per studiare e incominciare a dipingere. Il giovanissimo Luigi non ci pensò due volte, fece subito quello che il patrigno voleva e partì per Napoli. Tutti i conoscenti e i parenti restarono senza parole, nessuno aveva pensato che il patrigno arrivasse ad una simile espoliazione.

A Napoli il giovanissimo pittore diventò alunno del bravissimo Giuseppe Mancinelli nel 1853. Già nel secondo anno il nostro pittore vinse il secondo premio al “Concorso della seconda classe della Scuola di Disegno”. Durante il soggiorno napoletano conobbe anche Domenico Morelli e Filippo Palizzi. Dopo due anni Luigi Toro fu ammesso alla “Biennale Borbonica di Belle Arti” e partecipò all’esposizione artistica più importante del Regno delle Due Sicilie, inaugurata a Napoli dal re Ferdinando IV il 30 maggio 1855 presso il Real Museo Borbonico.

È commovente notare che nella cerchia di artisti napoletani il nostro giovanissimo pittore occupava il primo posto; stupendi a parer mio e di tanti critici, sono i suoi quadri dipinti in quel periodo, perché rappresentano scene che uscivano dai suoi ricordi: i personaggi, i paesaggi che dipingeva non erano davanti ai suoi occhi, ma erano nel suo cuore ed ecco perché tutti i quadri dipinti in quegli anni sono ancora oggi 2016, pittura e poesia insieme:

  • L’ Ammuto: le giovani lauresi vestite con l’Ammuto che parlano in gruppo e il bellissimo Ammuto viene dipinto davanti e di dietro.
  • La raccolta delle Regne: bellissimo! Una campagna piena di sole, un cielo terso, la terra ammantata di grano dorato. Una contadina miete, un’altra prepara il manipolo di spighe, una terza prepara la regna, la quarta contadina trasporta la regna sull’aia tra voli di uccelli e rossi papaveri. I movimenti sono così sincronizzati che si ha l’impressione che quel lavoro si stia facendo intorno a chi guarda. Ogni gesto parla.
  • E cosa dire del terzo?: “ La scogna all’Aria Nova”? è la sua terra, che rivive in questo quadro, quella terra che non aveva più, ma restava sempre nel suo cuore. Questo quadro non solo fa vedere i movimenti degli <scognatori>, ma ha la magia di far sentire anche il rumore degli <uvigli> sulle spighe di grano sparse sull’aia.
  • Il riposo dei cacciatori: per me questo quadro è commovente, perché ho la certezza di vedere la masseria di Leverano, la bella masseria della mia famiglia paterna, dove il pittore aveva i suoi amici più cari: i fratelli del Mastro e tutti insieme facevano belle partite di caccia e poi mangiavano e si riposavano al fresco degli alberi o fra enormi <metali> di paglia.

Sono tutti quadri “Loquaces” perché dipinti secondo l’anticchisima tecnica greca: “gli artisti – dicevano i greci-, devono far parlare i loro dipinti e le loro sculture altrimenti non è arte”. Negli anni ’58,’59, Toro è invitato anche a Firenze e a Parigi, dove nel cerchio degli artisti parigini completa la sua formazione, ma alla fine del 1859 ritorna a Napoli e lo troviamo a Sessa Aurunca. Gli anni napoletani, però, non solo lo fecero diventare bravissimo pittore e cominciò a fare e a vendere anche molti ritratti, ma lo fecero diventare anche un entusiasta mazziniano, pronto a lottare per l’unità nazionale anche a fianco dei Savoia se questi promettevano di attuarla.

Per quanto riguarda la pittura gli anni 58-59 furono molto belli per il nostro giovanissimo pittore, che pensò di fare un grande quadro per ricordare un episodio storico della amata Sessa “l’incontro dell’imperatore Carlo V con il filosofo suessano Agostino Nifo” avvenuto nel 1500. Agostino Nifo nacque a Sessa nel 1470 e fu grande filosofo, insegnò nelle Università di Padova, di Napoli e di Pisa. Confutò – De Immortalitate Animae- dedicato al papa Leone X, commentò Aristotele e scrisse in latino un’opera bellissima e importantissima “De Regnandi Peritia” che tanto piacque all’imperatore Carlo V tanto da voler conoscere l’autore e chiedergli di diventare precettore dei suoi figli. Carlo V, evidentemente, voleva imitare Filippo di Macedonia quando affidò suo figlio Alessandro al grande filosofo Aristotele, che lo curò fino al sedicesimo anno quando per la morte del padre (340 a.C.), fu nominato imperatore ed è stato, veramente, il più grande imperatore di tutti i tempi, tanto da meritare l’appellativo “Magno”.

Il pittore Luigi Toro decise di rappresentare l’incontro dell’imperatore Carlo V, accompagnato dalla sua corte, col nostro filosofo in un quadro enorme, che tutti i critici considerano un vero capolavoro. Il pittore chiese in prestito al teatro San Carlo di Napoli i costumi di scena del 1500 con i quali fece vestire i suoi amici (chiamò tutti i suoi amici lauresi, perché voleva rappresentarli nel quadro. Molti rappresentano i baroni e i nobili, uno l’imperatore ed un altro il filosofo Agostino Nifo. Fra i lauresi c’era anche il mio prozio: zio Titta, l’amico carissimo del pittore). Il pittore, mentre preparava il quadro, convinse tutti i suoi amici a seguirlo nella guerra che si stava preparando per unificare l’Italia sotto la dinastia Savoia.

L’entusiasmo era tale che tutti si lasciarono convincere, anche i fratelli del Mastro erano pronti a partire con lui. Titta si era sposato con Olimpia Mascolo ed era padre di tre bambine: Maria n.1854, Caterina n.1856 e Brigida n.1858. il fratello Michele non volle fare il prete e, uscito dal seminario, si era fidanzato e poi sposato con Angela Prisco di San Castrese e tutti e due i fratelli, anche se avevano il fratello Antonio militare di carriera nell’esercito borbonico, erano pronti a seguire l’amico pittore e confortavano la loro mamma, che piangeva, dicendole che avrebbero preso anche Antonio e l’avrebbero portato con loro. Sogni! Quanti sogni! Partirono tutti e il quadro restò non finito, ma sul Volturno si trovarono immersi in una carneficina paurosa. L’esercito borbonico dove combattevano i due colonnelli Toro e il giovanissimo (24 anni) sottotenente Antonio del Mastro, si trovò davanti l’esercito savoiardo guidato dal re Vittorio Emanuele II e l’esercito garibaldino guidato da Garibaldi. Titta e Michele non riuscirono ad incontrare il fratello Antonio, ma anche se l’avessero incontrato, Antonio non li avrebbe seguiti.

Il mio caro bisnonno era borbonico nella mente, nel cuore e nell’animo. Lo scontro a cui Titta e Michele parteciparono fu un massacro <una accisaglia di fratelli> che li sconvolse al punto tale che presero i cavalli e scapparono via. Arrivati a casa trovarono la mamma morta, la poveretta non aveva retto al pensiero di avere i figli in due schieramenti opposti. Per Titta e Michele furono giorni di immenso dolore, quando si ripresero, misero da parte le idee garibaldine e ritornarono borbonici e cominciarono a portare con i loro cavalli tutto ciò che poteva essere utile agli assediati di Gaeta, dove si era trasferita la corte da ottobre del ’60 a febbraio del ’61. Gaeta è stata la terza capitale del Regno delle Due Sicilie col titolo onorifico di fedelissima.

I due fratelli del Mastro depositavano i loro carichi di aiuti presso la masseria del barone Dorvè, che era sul lato destro del Garigliano vicino ad una mulattiera, nascosta tra i monti Aurunci da dove facevano arrivare al forte di Gaeta tutti gli aiuti necessari. Il barone Dorvè era il nonno del nostro bravissimo prof. Francesco Volpe, perché padre della sua mamma, la cara signora Lavinia e quindi bisnonno dei nostri carissimi amici l’ing. Gianpaolo Volpe e l’ing. Luciano Volpe.

Tutto fu inutile. Il glorioso Regno delle Due Sicilie finì e cominciarono le punizioni savoiarde e garibaldine che, i libri di storia scolastici non hanno mai portato sia perché fino al 1946 l’Italia è stata governata dai Savoia, sia perché i comunisti atei presero come loro simbolo araldico del partito Garibaldi, che, come tutti sappiamo, era ateo e “mangiapreti”. Finalmente nel 1955 Napoli ha aperto i suoi archivi storici e possiamo conoscere le <punizioni> che i savoiardi e i garibaldini fecero sulla popolazione rimasta fedele ai borboni. Prima <punizione> Eleonoro Negri di Vicenza per ordine di Vittorio Emanuele II fece bruciare le due cittadine Casalduni e Pontelandolfo con tutti i loro abitanti ben 8000, perché erano rimasti fedeli ai Borbone.

Nessuno poté scappare, perché le due cittadine, come è scritto negli archivi, erano circondate da soldati piemontesi, tiratori scelti. La stessa cosa aveva fatto Nino Bixio in Sicilia con la città di Bronte, per ordine di Garibaldi, facendo morire 6000 civili innocenti. La seconda <punizione> tutti i militari borbonici dovevano andare sulle Alpi a scavare trafori a San Maurizio e alle Fenestrelle, chi non voleva partire doveva pagare una tassa in danaro, secondo il grado occupato nell’esercito. Ai colonnelli Toro furono tolti tutti i doni che avevano ricevuto dai Barbone, più la metà del terreno che da millenni era sempre stato della loro famiglia.

Il giovane Antonio del Mastro stava per partire, ma i fratelli Titta e Michele lo fermarono e il Dinosauro Savoiardo ingoiò subito 30 moggia di Maiano, più parte del terreno di Leverano e Casarini e più la fresca dote di Giulia de Tora che, a guerra finita aveva sposato il giovane Antonio, portando in dote ben 10 moggia delle Tora. La terza <punizione> Garibaldi smaniava: voleva arrivare a Roma e voleva infilare la sua spada nel cuore del Papa, ma Vittorio Emanuele II anche se non amava il Papa, capì che non era il momento di marciare su Roma e impedì a Garibaldi di continuare la marcia fino a Roma e per tenerlo sotto controllo lo spedì a Caprera, sempre sotto scorta.

L’esercito Garibaldino, che era formato per la maggior parte da ergastolani, che Garibaldi aveva fatto uscire dalle carceri e indossare la camicia rossa, promettendo a tutti la libertà a guerra finita, restava sbandato per le nostre campagne e gli ergastolani in camicie rosse facevano violenze e rapine di ogni genere. Un gruppo di ergastolani in camicia rossa, la sera del 16 aprile del 1863 uccisero zio Titta, poi assalirono la bella e ricca masseria di Leverano, che da secoli era stata la casa patronale della famiglia del Mastro, e la incendiarono e nel fuoco morirono la moglie di zio Titta e la figlia Caterina, una bella bimba di sette anni, restarono vive Maria di anni nove e Brigida di anni cinque.

La masseria dei miei bisnonni non fu la sola a ricevere il “dono” degli ergastolani in camicia rossa. Quarta <punizione> il Molise era rimasto fedele ai Borbone ed allora doveva essere punito più di tutti, cominciando dalle belle e serie contadine, che tutti i giorni erano costrette a lavorare nei campi. I soldati piemontesi chiamati da tutti con disprezzo < scauzacani> piemontesi le violentavano e se le contadine si ribellavano le uccidevano senza pietà. Ma le contadine molisane impararono a ricambiare i “doni” che ricevevano, la loro maestra era stata la signora Filomena De Caro.

Ogni contadina portava con sé alcuni spilloni di ferro lunghi 15cm ben appuntiti e ben nascosti nei loro abiti un po’ pacchiani, quando lo stupratore era pronto, con sveltezza glieli infilavano nei nervi del collo quando per eccitazione diventava turgido e alcuni, ben appuntiti nel membro ingrossato e poi correvano via, lasciandoli a spasimare sul terreno. I pennivendoli ancora oggi chiamano queste eroine brigantesse e non si vergognano; come chiamano briganti chi difendeva le loro donne e le loro cose dagli <scauzacani> piemontesi e dagli ergastolani garibaldini. Io sono d’accordo con lo storico Angelo Manna, che al suo bellissimo saggio storico dà questo titolo “Briganti Furono Loro Quegli Assassini dei Fratelli D’Italia”.

Dal 1860 al 1865 il pittore che fine aveva fatto? nessuno dei suoi amici e parenti sapeva sue notizie. Oggi gli storici dicono che nella battaglia del primo ottobre ai Ponti della Valle di Maddaloni, sul fronte del Volturno si guadagnò le spalline da ufficiale, dopo l’unificazione d’Italia, col grado di maggiore della Guardia Nazionale, combatté il brigantaggio. Quale brigantaggio? Gli <scauzacani> piemontesi, gli ergastolani garibaldini o i tartassati e onesti italiani meridionali? Poiché non voglio approfondire l’argomento, perché, a me le notizie dei pennivendoli fanno schifo e disgusto, riporto un incontro veramente avvenuto tra il pittore e la mia bisnonna Giulia, che, come tante volte ho detto, era sua prima cugina.

Nonna Giulia de Tora nata il 18 aprile 1842 e nonno Antonio del Mastro nato il 16 gennaio del 1836 si sposarono il 2 settembre 1865 e subito si trovarono a fare i genitori delle due orfanelle Maria e Brigida figlie del povero Titta ucciso con la moglie e l’altra bimba Caterina dagli ergastolani garibaldini. Erano passati due anni dalla tragedia e Antonio non era ancora riuscito ad andare alla masseria dove era stato ucciso il fratello e morte bruciate vive la cognate e la nipotina Caterina. Ogni tanto vi si recava la giovane moglie con le due nipotine. Alla fine di settembre del 1865 in una calda e assolata giornata, Giulia e le due bimbe si recarono alla masseria.

Appena arrivate sul posto, videro un cavallo legato al tronco di un albero e il pittore che piangeva a singhiozzi, seduto su una pietra nel posto dove era stato ucciso l’amico Titta.La cugina e le due bimbe sorprese si fermarono a poca distanza, ma cominciarono a piangere anche loro. Il pittore si girò e le vide, ma subito si coprì con le mani il viso bagnato di lacrime ed era ancora scosso dai singhiozzi. Senza parlare, piangendo, tutti e quattro stettero seduti vicino a quel posto, considerato sacro, perché bagnato dal sangue innocente di un uomo onesto come era da tutti considerato e stimato Titta del Mastro. Il pittore più guardava le due orfanelle e la cugina e più piangeva a singhiozzi.

Quando si fu alquanto calmato, la cugina gli portò una caraffa d’acqua fresca e una bacinella per bere e lavarsi il viso, che era diventato tumido e rosso per le lacrime e un tovagliolo di lino per asciugarsi. Ristoratosi un po’ baciò sulla fronte le due orfanelle e baciò le mani della cugina, dicendole: <non uscire più sola da casa,stai sempre in casa mentre gli scauzacani piemontesi e i diavoli in camicia rossa sono ancora fra noi senza controllo, infatti tutti i giorni fanno scoppiare rivolte e guerre civili che non sappiamo come domarle>.

All’invito della cugina di fermarsi un po’ a casa con loro, fece di no con la testa – <non posso-non posso- non chiedermi altro>. Poi tutti e quattro presero la via per Lauro. Il pittore camminava con loro e con una mano teneva le briglie del cavallo e con l’altra stringeva la manina della piccola Brigida. Arrivati vicino alla Cappella della Madonna del Popolo, si salutarono con gli occhi pieni di lacrime. Il pittore baciò sulla fronte le due orfanelle e baciò nuovamente tutte e due le mani della cugina, poi salì in groppa al cavallo e prese la via di Sessa.

A cura della Prof. Cecilia Aida Maria Del Mastro, tratto da “Archivi Storici, archivi domestici”-

Bibliografia consigliata : “Luigi Toro pittore e patriota dell’800” CARAMANICA EDITORE, 2012 di Gaetano Mastrostefano

prima parte

https://www.altaterradilavoro.com/luigi-toro-la-storia-e-le-opere-a-cura-di-c-a-del-mastro/

fonte

https://www.generazioneaurunca.it/turismo-cultura/luigi-toro-la-storia-e-le-opere-parte-ii-a-cura-di-c-a-del-mastro/

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Luigi Toro: la storia e le Opere – (a cura di C. A. Del Mastro)

Posted by on Dic 26, 2018

Luigi Toro: la storia e le Opere – (a cura di C. A. Del Mastro)

Il pittore Luigi Toro appartiene ad una delle famiglie più antiche e illustri della Regione Aurunca, infatti il suo antico nome era “ Thora”, che deriva dal greco e significa “terreno fertile e solatio”. Infatti venivano chiamati “Thora” i tanti villaggi sorti sulle colline del versante di Roccamonfina, rivolto al Mar Tirreno. Erano i secoli VI e V a.C. quando ancora la Regione Aurunca non era stata occupata da Roma e il nome Thora restò anche quando nel 314 a.C. tutta la Regione Aurunca fu occupata dai Romani ed entrò a far parte dell’orbita romana e veniva governata con leggi romane.

Quando poi l’Impero Romano crollò nel 476 tutte le piccole Thora del versante di Roccamonfina rivolto al Mar Tirreno caddero sotto la giurisdizione di un feudatario di origine longobarda, che unì al Toponimo Thora di origine greco – aurunca l’aggettivo longobardo “aldo-alda-aldi-alde” che significa bellissimo e si ebbe il Toponimo “Toralde” ( in dialetto Toraglie) il feudatario ne prese anche il nome e si chiamò Toraldo e chiamò tutta la zona a lui soggetta “Feudo Toraldo” (oggi gli eredi della nobile famiglia Toraldo vivono a Piedimonte di Sessa Aurunca).

Molto sfortunata, invece, fu una bellissima Thora formata da una villa agricola signorile e da alcune case di contadini con cellai, stalle e fienili e intorno tanto terreno fertile, coltivato a vigneti e ad oliveti. Questa bellissima Thora nell’anno 577 d.C.si trovò sulla traiettoria del duce longobardo Zotone quando il duca si scagliò contro l’Abbazia di Monteccasino e la distrusse e distrusse anche la nostra Thora, i cui abitanti, che da secoli, l’avevano abitata, si rifugiarono nel vicino villaggio di Lauro e dall’anno 577 presero come cognome il nome della propria terra e fino al 1800 si sono sempre chiamati “de Tora”.

Il cognome de Tora fa parte dei cognomi sorti nell’alto medioevo, quando molte famiglie furono costrette a fuggire dalla propria terra, dal proprio paese per le continue e disastrose invasioni barbariche e preferivano prendere come nuovo cognome il nome del loro paese, della propria terra, di un loro antenato illustre o della professione della loro famiglia e tutti questi nuovi cognomi erano preceduti dalla preposizione – de – che indica provenienza.

In realtà il complemento di origine o di allontanamento la grammatica Latina lo preferisce in ablativo semplice senza le preposizioni “de-ex-e “, che si mettono solo quando il luogo da cui ci si allontana è importante e non con nomi di paesi, di famiglia e di familiari, ma nell’animo di quelle persone costrette ad allontanarsi dalla propria casa, dal proprio paese, dalla propria famiglia, il sentimento che provavano era cosi forte che quel – de- scritto in lettera minuscola ci sta di diritto e così scritto, sempre in minuscola acquisterà col tempo anche – sinonimo di nobiltà- e si chiamerà “de nobiliare”.

Per quanto riguarda la famiglia de Tora di Lauro dal 577 fino al 1800 è rimasta sempre – de Tora- e a tutti i figli maschi veniva dato il nome Leone e pur prendendo parte alla vita civile, politica, militare e religiosa ha conservato sempre i suoi valori morali e religiosi e tutte le sue ricchezze economiche: “ Famiglie illustre-economicamente benestante- Proba- di Fede Cristiana Cattolica” come risulta scritto negli archivi del Regno delle due Sicilie. Per quanto riguarda, poi, la mia conoscenza della storia della famiglia de Tora – dall’anno 1800 in poi essa rivive nei ricordi di mio padre, la cui nonna paterna,Giulia de Tora, non solo è stata una erede di questa illustre famiglia, ma è stata anche prima cugina del pittore Luigi Toro e spiegava a mio padre di come avvenne il passaggio del cognome da – de Tora a Toro. Riporto il racconto di nonna Giulia de Tora e di mio padre “ quando nel 1734 diventò Re di Napoli delle Due Sicilie Carlo III di Borbone tutto rifiorì nel nostro Regno.

Le cose andavano, di giorno in giorno, sempre meglio. Alla fine del 1700 il patriarca della famiglia de Tora si chiamava Leone de Tora e aveva due nipoti giovani e tutte e due portavano il suo nome e il suo illustre cognome. Uno restò a fare l’agricoltore come il nonno e i terreni da lavorare erano ancora molti, tutti intorno all’antica Tora: oliveti e vigneti, l’altro nipote partì militare di carriera nel rinnovato e famoso esercito borbonico. Il giovane de Tora fece una brillante carriera e raggiunse il grado di colonnello e si trovò a difendere il Regno dagli assalti francesi del 1798 e seguì il Re Borbone Ferdinando IV quando il re fu costretto nel dicembre 1798, a cercare scampo in Sicilia sotto la protezione della flotta inglese”.

Dalla storia apprendiamo che nel 1799 tutta l’Italia era sotto la Francia, ma grazie all’intervento della III coalizione europea,l’invasione francese fu bloccata e i francesi abbandonarono l’Italia era il 1799-1800. Il Re ritornò a Napoli scortato dalla flotta inglese e dall’ammiraglio Nelson. Nel 1800 ritornò anche il nostro colonnello Leone de Tora che si faceva chiamare Leone Toro. Nonna Giulia diceva che il giovane colonnello Toro aveva ricevuto dal Re anche molti doni: abitazioni a Napoli e alcuni moggi del terreno demaniale del Garigliano.

Per il cognome cambiato il giovane colonnello diceva che era stato desiderio del Re, perché il toro era considerato animale nobile e un giorno sarebbe potuto diventare anche suo simbolo araldico, perché non era lontano il giorno in cui avrebbe ottenuto anche un titolo nobiliare. Stando così le cose un figlio di Leone de Tora rimasto a fare l’agricoltore volle seguire lo zio colonnello ed entrò anche egli nell’esercito borbonico e pure avendo già un bimbo piccolo, che per rispetto del nonno aveva chiamato Leone Carmine de Tora, volle prendere per sè e per i figli che sarebbero nati il nuovo cognome Toro. Ma l’illustre casata de Tora ( purtroppo era destinata a finire, perché Leone Carmine de Tora, fatto grande e sposatosi con la bravissima signorina Olimpia Grasso, ebbe solo tre figlie, una di queste Giulia è stata la mia bisnonna paterna, mamma di nonna Michele, padre del mio papà).

Ritorniamo al 1806. Napoleone non aveva dimenticato il Regno di Napoli e lo riconquistò nel 1806 e il re Ferdinando IV fu costretto nuovamente a scappare a Palermo con la sua corte e con tutti i suoi militari fedelissimi, tra i quali i due ufficiali Toro: Leone Toro padre e Leone Toro figlio e Leopoldo Luca, lasciato il bimbo di pochi anni di nome Leone Carmine de Tora al padre e al nonno, Leopoldo Luca e la giovane moglie Amalia Russo si trasferirono anche loro a Palermo e vi restarono fin quando vi restò il Re: fino al 1815.

Quando Napoleone fu definitivamente sconfitto e il Regno di Napoli, che durante il periodo napoleonico era stato affidato a Murat, cognato di Napoleone, ritornò libero, il re Ferdinando IV vi fece ritorno con tutta la sua corte i suoi militari fedelissimi. Ritornarono anche i nostri colonnelli Toro: Leone Toro padre e Leone Toro figlio; e il giovane ufficiale Leopoldo Luca Toro con la giovane moglie Amalia Russo e il secondo figlio nato a Palermo nel 1810 chiamato Luca Leopoldo Toro. Abbiamo, come vediamo, due fratelli figli dello stesso padre e della stessa madre ma con cognomi diversi: (Leone Carmine de Tora e Luca Leopoldo Toro). Luca Leopoldo viene sempre presentato ancora oggi 2016, come un giovane intelligente, bello e buono e a soli 18 anni sposò Olimpia Scarretta, che di anni ne aveva 16, anche la giovane sposa è ricordata bellissima e ricchissima, infatti la famiglia Sciarretta è stata sempre tra le prime famiglie di Lauro.

I due sposi posero la loro residenza in un antico palazzo nella parte più antica di Lauro: via Pietrabianca, quasi di fronte alla casa dei miei antenati ( dove oggi io abito). I giovanissimi coniugi furono subito allietati dalla nascita di un bimbo (1831) di nome Francesco Leopoldo e il 3 gennaio 1835 ebbero un secondo bimbo chiamato Luigi Leopoldo ( che sarà il nostro pittore), ma il 13 gennaio del 1836 a soli 26 anni morì il giovane padre. La giovane madre restò vedova a 24 anni con due bimbi piccolissimi: uno di cinque anni e l’altro di un anno,ma fu molto aiutata dalle tre famiglie parenti: Scarretta, Toro e Russo.

I bimbi crescevano bene e poiché erano coetanei   con i bimbi del Mastro loro dirimpettai, nacque tra loro una profonda amicizia, che durerà per sempre. Giovanbattista del Mastro era del 1830, i fratelli Michele del 1834 e Antonio del 1836. L’amicizia diventava sempre più salda perché, come in tutte le famiglie benestanti dei piccoli borghi, l’istruzione dei figli veniva affidata ad un ottimo maestro, perché ancora l’istruzione elementare non era obbligatoria e gratuita, lo diventerà con la legge Coppino nel 1882. I fratelli Toro e i fratelli del Mastro frequentavano lo stesso maestro il bravissimo parroco Girolamo Perrotta, che subito notò il genio artistico del piccolo Luigi perché gli bastava un foglio e una matita e riproduceva il volto degli amici e le cose che lo circondavano.

Il bravissimo maestro avrebbe voluto mandarlo a Napoli per fargli frequentare una scuola adatta alle sue capacità artistiche, ma il bravo maestro non veniva ascoltato. Quando poi anche i tre fratellini del Maestro rimasero orfani del padre, infatti il signor Gabriele del Mastro morì il 5 aprile 1844, la comitiva degli amici si ridusse perché Mons.Michele Ceraldi, zio vescovo dei fratelli delMastro mise Michele in seminario, perché desideravo farlo diventare sacerdote e scrisse Antonio alla Regia Academia Militare di Napoli per farne un ufficiale dell’esercito Borbonico, lasciò invece il giovanissimo Giovanbattista, chiamato affettuosamente Titta, in compagnia della madre vedova di nome Olimpia Ceraldi, sorella del signor Michele Ceraldi che abitava a San Castrese e nipote del vescovo Mons. Michele Ceraldi.

Il piccolo Luigi Toro, dopo la partenza dei suoi coetanei Michele e Antonio, si attaccò ancora di più a Titta anche perché nella sua famiglia si erano verificati due avvenimenti importanti, destinati, purtroppo, a condizionare tutta la sua vita futura. Nel 1851 la madre si risposò con Giuseppe Prete. A Lauro vi erano due famiglie che portavano il cognome Prete: una era formata da onesti proprietari terrieri, l’altra era ricchissima ma, tristemente famosa e poco stimata perché i componenti, da sempre, erano stati usurai, tanto che nel 1800 erano arrivati a praticare anche il vergognoso e peccaminoso <Menanno> ( quando il mal capitato non poteva saldare il debito e aveva figlie giovani e belle il debitore gli chiedeva una delle figlie, se il peccaminoso baratto veniva accettato, la ragazza scelta risultava morta per la sua famiglia d’origine e passava tutta la sua vita a fare la schiava del padrone).

Non so a quale delle due famiglie Prete appartenesse il secondo marito di Olimpia, la madre del nostro pittore, ma dal comportamento del signor Prete penso più alla famiglia degli usurai. Il patrigno era anch’egli vedovo e aveva una figlia signorina di nome Angela, che subito fece sposare a Francesco Leopoldo, fratello maggiore del pittore e cominciò così ad impadronirsi delle ricchezze della famiglia di Luca Toro.

Luigi Toro, pittore Aurunco: la storia e le opere.

Parte I – Gli Avi, la sua famiglia e la sua infanzia

Prof. Cecilia Aida Maria Del Mastro

A cura della Prof. Cecilia Aida Maria Del Mastro, tratto da “Archivi Storici, archivi domestici”- l

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Approfondimenti al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

Posted by on Dic 18, 2018

Approfondimenti al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

L’ approfondimento che segue è un interessante  studio di Ugo Zannini, La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato, pubblicato sulla Rivista Storica del Sannio, 23, 3^ serie – anno XII. Le stesse note a piè di questo articolo sono un ulteriore approfondimento dell’argomento in oggetto per cui, per una miglior lettura, le trascriverò come articolo  a parte.

Nella passio sanctorum Casti et Secondini (5) si narra la storia dei due martiri, appunto Casto (6) e Secondino (7), il primo vescovo di Sessa Aurunca (8) ed il secondo di Sinuessa, imprigionati e torturati dal preside Curvus, il quale pur avendo assistito  ai numerosi miracoli di questi santi, infligge loro ogni sorta di sofferenze. Il preside, però, prima di vedere morti i santi Casto e Secondino perirà sotto le macerie del tempio di Apollo. Solo dopo questo evento voluto da Dio sarà possibile ai “cultori degli idoli” uccidere, nel 292 presso Sinuessa, i santi trafiggendoli con la spada.

La passio, però, se analizzata attentamente, risulta essere stata composta in un tempo relativamente recente (XI sec.), comunque lontanissima dai presunti avvenimenti del III secolo d.C. Il genere letterario è ben noto agli agiografi moderni: la prolissità è in simbiosi con un racconto dai toni drammatici in cui l’elemento prodigioso sovrabbonda senza necessità e verosimiglianza. Ci troviamo, cioè,  di fronte a quelle vite “romanzate” in cui il biografo, a corto di dati sul santo, era costretto a scriverne la storia immaginandosi le persecuzioni, le scene del tribunale, il supplizio ecc.

E’ innegabile, però, che il culto nei confronti dei santi doveva essere molto vivo in quei secoli nella Campania settentrionale se il biografo sente la necessità di redigere una loro vita. Testimonianza ne sono le chiese a loro dedicate che si desumono, ad esempio, dalle Rationes decimarume dalle visite ad sacra liminadelle diocesi sia di Carinola che di Sessa Aurunca. Autorevoli studiosi hanno avanzato l’ipotesi, però, che i santi Casto e Secondino non siano stati martiri locali, ma culti di santi importati dall’Africa (F. Lanzoni). Nel III secolo, infatti, vengono martirizzati in Africa Cassio, Casto e Secondino e conseguentemente i loro culti irradiati in Campania.

Qualcuno potrebbe pensare che ciò è il riflesso di quanto tramandatoci nella vita di S. Castrese in cui si narra di un gruppo di santi, tra cui anche Secondino, abbandonati al largo del mare nostrum dai persecutori africani in una nave rotta e sfasciata che approda incolume, per volere divino, nei lidi campani.

Così non è.

La vita di S. Castrese è un altro di quei “romanzi” agiografici medioevali  in cui non c’è nulla di attendibile: un falso composto nella prima metà del secolo XII.

Se quindi la passio di S. Casto e S. Secondino è un falso, è evidente che non abbiamo nessuna prova che quest’ultimo sia stato un vescovo sinuessano , né che nel III secolo d.C. esistesse a Sinuessauna sede episcopale.

Da: Ugo Zannini

La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suoepiscopato

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