Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Francesco d’Assisi a Carinola

Posted by on Giu 14, 2019

Francesco d’Assisi a Carinola

Un apostolo di Cristo  come lo era  S. Francesco non poteva lasciare l’importantissimo e vasto Regno di Sicilia senza evangelizzazione. E infatti non lo aveva lasciato senza: già vi evangelizzavano i suoi frati fin dal 1216. Tuttavia, nel 1222 intraprese personalmente un viaggio apostolico-penitenziale nel Regno per rafforzare nella fede i suoi frati e per recarsi, come pellegrino, al Santuario dedicato a San Michele Arcangelo, sul Gargano, di cui era devotissimo.

I primi biografi del Santo e le cronache dell’Ordine, soprattutto quelle di fra’ Mariano da Firenze e fra’ Francesco Gonzaga, riprese poi dal teologo e storico francescano del XVI secolo Luca Wadding nei suoi Annales, attestano la presenza di San Francesco a Carinola nei primi mesi del XIII secolo. 

Così scrive il Wadding:  
Il Santo uomo venne a Carinola, o Caleno, città della Campania felice, distante circa quattromila passi dalla conosciutissima città di Mondragone, e predicò con grande profitto delle anime e con incremento del suo Ordine, accettò per i suoi un’abitazione sotto il titolo di Giovanni Battista, che dopo la sua morte fu dedicata al nome stesso del Santo uomo.

Era molto probabilmente la primavera del 1222 quando Francesco d’Assisi arrivò a Carinola, proveniente da Gaeta. Non sappiamo chi fosse il vescovo della diocesi calinense in quel periodo; era appena stato deposto per ignoranza, nel 1221, l’anonimo vescovo voluto dalla contessa di Caserta, Adelagia,  e sembra non ci siano i documenti  che ci  dicano chi fosse il nuovo vescovo. Sappiamo però che egli accolse Francesco con tutti gli onori del caso e gli diede il permesso di predicare nella sua diocesi, secondo le istruzioni di una lettera che papa Onorio III aveva mandato a tutti i vescovi, invitandoli ad accogliere e a lasciar predicare senza timore quest’umile frate.

Luca Menna, notaio e storico locale del XIX secolo,  ci dice che San Francesco rimase in territorio carinolese per sette anni. 

Questa affermazione mi sembra un po’ azzardata e non so a quali fonti il Menna abbia attinto l’ informazione. E’ pur vero che il Regno di Sicilia era importantissimo e vasto, ma proprio perché lo era, sette anni a Carinola per uno come Francesco, votato all’evangelizzazione continua, sono effettivamente un po’ troppi.  Inoltre, le date della sua sicura presenza in altri luoghi si accavallano e non coincidono con la sua presenza a Carinola. 

Comunque il periodo di permanenza di Francesco a Carinola non deve essere stato brevissimo. Carinola era un feudo importante, situato sulla via principale che univa Roma e Napoli, e probabilmente Francesco lo usò come base logistica per evangelizzare i dintorni. Lo troviamo infatti anche a Sessa Aurunca dove  fece il bellissimo miracolo di risuscitare un ragazzo morto per un terremoto, miracolo affrescato poi da Giotto nella Basilica di Assisi

Tenendo anche presente le condizioni fisiche di Francesco, che morirà quattro anni dopo, nel 1226, macerato dalle penitenze, è possibilissimo che si sia dovuto fermare qualche mese. 

Francesco accettò in dono dal vescovo (o dai Signori di Carinola) un luogo ai piedi della collina di Sant’Arcangelo, a Casanova, dove seppellire i suoi frati e lui stesso  edificò le mura perimetrali del piccolo cimitero. Su questo “primitivo luogo” francescano, dedicato inizialmente a San Giovanni Battista è poi sorto il Convento che, alla morte di San Francesco, fu dedicato a lui. 

Nello stesso luogo era una piccola grotta nella roccia viva e il Santo la usò, e forse l’adattò,  per il suo bisogno di isolamento e di preghiera. Il Menna ci dice che nella grotta era possibile vedere i segni delle ginocchia e delle braccia lasciati da un uomo prostrato in preghiera. Al momento, la grotta  non è visibile al pubblico perché situata all’interno di una cappella laterale pericolante che aspetta di essere restaurata, ma i segni della penitenza del Santo sono stati “cancellati” da interventi di restauro inopportuni ed incompetenti. Spero che un adeguato restauro possa recuperarli, in futuro.

Più che documenti ufficiali sulla permanenza del Santo a Carinola, esiste una fioritura di storie e leggende riportate dal Wadding nei suoi Annales e riprese anche da Sant’Alfonso Maria dei Liguori. Le storie furono poi affrescate nel Chiostro del Convento francescano di Casanova. Molti  affreschi  sono però andati perduti.

Protagonista delle storie che riguardano la permanenza del Santo a Casanova è fra’ Giunipero, diventato poi nella lingua volgare fra’ Ginepro, un frate semplice e buono della provincia francescana napoletana, che accompagnò Francesco nel suo viaggio nel Regno di Sicilia. 

Sembra che un giorno, fra’ Ginepro stesse piantando un alberello di ginepro nell’orto del primitivo luogo, quando fu chiamato da San Francesco. Fra’ Ginepro non ubbidì subito, ma volle prima terminare di piantare l’alberello e poi accorse alla chiamata del Santo. Allora Francesco, per fargli capire che aveva mancato alla santa ubbidienza, maledisse il ginepro ordinandogli di non crescere mai più di tanto per essere d’esempio agli altri frati. Il ginepro non crebbe mai pur rimanendo sempre verde e Luca Wadding precisa che esso era sopravvissuto sino ai suoi giorni.

Il Wadding racconta anche che nell’orto del primitivo luogo francescano di Casanova, il Santo piantò un melo che crebbe con triplice tronco e ciascun tronco dava frutti ad anni alterni, mentre gli altri due riposavano. I frutti di questo straordinario albero guarivano moltissime malattie, così la loro corteccia  mescolata all’acqua. Qualcuno, in quello strano tronco, ha voluto vederci la simbologia dei tre Ordini fondati da San Francesco: il Primo (i frati), il Secondo (le clarisse) e il Terzo (i  secolari), ciascuno dei quali ha prodotto i suoi benefici frutti. L’albero, se mai c’è stato, purtroppo non esiste più.

Sempre a Carinola, il Santo domò la rabbia di una volpe che rapiva galline e polli ad una vecchietta. 

Le storie che riguardano Francesco a Carinola sono diverse e tutte tramandate oralmente fino ai nostri giorni. Quello che è certo è che il Convento francescano sorse subito, già in quella prima metà del XIII secolo, ad opera degli stessi frati.    Esso viene citato per la prima volta nel 1330, nel Provinciale di fra’ Paolino da Venezia, vescovo di Pozzuoli, ed è poi riportato in un elenco di conventi francescani del XIV secolo, il De Conformitate di Bartolomeo dei Rinonicchi da Pisa, mentre il Wadding lo cita ancora, nel 1506, come Convento n° 10 dei Minori Osservanti.  

Fra’ Francesco Gonzaga, nella sua opera De Origine Seraphicae Religionis, ci fa invece sapere che nel 1587 vi abitavano 12 frati. Sempre 12 frati, fino alla chiusura del periodo napoleonico; come gli apostoli di Cristo.

Dalla sua fondazione, il Convento francescano è stato costantemente abitato dai Frati Minori Osservanti ed ha visto, tra le sue mura, numerose personalità e santi: Guglielmo da Ockham il filosofo francescano che, per le sue idee, vi fu confinato nel XIV secolo e forse vi morì; San Bernardino da Siena; San Giacomo della Marca, che nel 1479 guarì il re Ferdinando I d’Aragona che versava in fin di vita a Carinola. 

Il Convento, nei secoli,  è  passato attraverso fasi storiche molto travagliate, conoscendo l’abbandono, la distruzione bellica e l’incuria dell’uomo, ma alla fine è ancora lì a testimoniare, con la sua semplicità e la sua bellezza, la presenza di un uomo straordinario come Francesco d’Assisi.

c.d.l.

Anche: http://carinolastoria.blogspot.it/2012/04/guglielmo-da-ockham-confinato-carinola.html

Alcuni testi consultati

Alfoso Maria de’ Liguori – La vera sposa di Gesù Cristo ossia la monaca Santa – Napoli, 1838

Cantarella E.- Guidorizzi G. – La cultura della storia – Milano, 1998

Castrichino G.- Supino G. – San Francesco d’Assisi a Gaeta e a Casanova di Carinola – Formia, 1991

Gemelli fr. Agostino – Il francescanesimo – 7ma ediz. Milano, 1956

Gonzaga fra’ Francesco- De Origini Seraphicae Religionis – Roma, 1587

Marchese Angelo – Storia intertestuale della letteratura italiana – Messina/Firenze, 1997

Marcos De Lisboa – Croniche degli ordini istituiti dal Padre S. Francesco – Venezia 1591

Mazzara Benedetto – Leggendario francescano – Venezia, 1721

Menna Luca – (a cura di Adele Marini Ceraldi) – Saggio Istorico della città di Carinola – Scauri, 1980

Sperelli Alessandro – Ragionamenti pastorali – Roma, 1664

Wadding Luca – Annales Ordinis Minorum – 1222, n° 11 – Lugduni, 1625-54

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Settimana Santa 2019 al Ducato di Sessa

Posted by on Apr 14, 2019

Settimana Santa 2019  al Ducato di Sessa

La Settimana Santa si svolgerà dal 15 al 22 aprile 2019 a Sessa Aurunca

Programma

Domenica 14 aprile
11:00 Benedizione delle Palme in Piazza Ercole
11:30 Santa Messa in Cattedrale
18:00 Santa Messa in Cattedrale
19:00 Concerto “marce della Settimana Santa” Orchestra di fiati Città di Sessa Aurunca

Lunedì Santo (15 aprile 2019):
ore 11:00 Esposizione Eucaristica e Adorazione in Cattedrale
ore 18.00 Adorazione e celebrazione Eucaristica in Cattedrale
Martedì Santo (16 aprile 2019):
alle ore 10.00 – Santa Messa (nella Chiesa di San Giovanni a Villa);
alle ore 11.00 – PROCESSIONE PENITENZIALE dell’Arciconfraternita del SS. Crocifisso.
alle ore 17.30 – PROCESSIONE PENITENZIALE dell’Arciconfraternita della SS. Concezione;
alle ore 18.00 – Santa Messa (in Cattedrale).

Mercoledì Santo (17 aprile 2019):
alle ore 10.00 – Santa Messa (nella Chiesa di San Carlo Borromeo);
alle ore 11.00 – PROCESSIONE PENITENZIALE della Confraternita di San Carlo Borromeo.
alle ore 16.45 – PROCESSIONE PENITENZIALE dell’Arciconfraternita del SS. Rosario:
alle ore 17.15 – Santa Messa (in Cattedrale).
alle ore 18.30 – Santa Messa Crismale, Benedizione degli Oli (in Cattedrale);
alle ore 20.000 – UFFICIO DELLE TENEBRE (detto “TERREMOTO”) presso la Chiesa Francescana di San Giovanni a Villa.

Giovedì Santo (18 aprile 2019):
alle ore 18.00 – Santa Messa in Coena Domini con Rito della Lavanda dei piedi (in Cattedrale);
in serata – Visita agli Altari della Reposizione (detti “Sepolcri”) presso alcune Chiese del Centro Storico di Sessa Aurunca.

Venerdì Santo (19 aprile 2019):

alle ore 15.00 – Liturgia della Passione (in Cattedrale);
dalle ore 18.45 alle ore 01.30 – PROCESSIONE DEI MISTERI della Passione alla luce di caratteristici falò.

Sabato Santo (20 aprile 2019):
alle ore 07.00 – Recita delle Laudi (nelle Chiese di San Carlo Borromeo e del SS. Rifugio);
dalle ore 07.30 alle ore 13.00 – PROCESSIONE DEI MISTERI della Deposizione del Cristo dalla Croce e della Vergine Addolorata.
alle ore 23.00 – Solenne veglia pasquale (in Cattedrale).

Lunedì in Albis (22 aprile 2019):
alle ore 9.30 – Preghiera ora media (in Cattedrale);
alle ore 9.45 – Inizio PROCESSIONE della Madonna del Popolo e di San Leone IX (Santi protettori della Città di Sessa Aurunca) (dalla Cattedrale);
alle ore 11.00 – Santa Messa (in Piazza XX Settembre) celebrata da S. E. Mons. Orazio

Francesco Piazza (Vescovo della Diocesi di Sessa Aurunca) e Canonici

https://www.altaterradilavoro.com/?s=settimana+santa+sessa+

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Approfondimento al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

Posted by on Apr 12, 2019

Approfondimento al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

L’ approfondimento che segue è un interessante  studio di Ugo Zannini, La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato, pubblicato sulla Rivista Storica del Sannio, 23, 3^ serie – anno XII. Le stesse note a piè di questo articolo sono un ulteriore approfondimento dell’argomento in oggetto per cui, per una miglior lettura, le trascriverò come articolo  a parte.

Nella passio sanctorum Casti et Secondini (5) si narra la storia dei due martiri, appuntoCasto (6) e Secondino (7), il primo vescovo di Sessa Aurunca (8) ed il secondo di Sinuessa, imprigionati e torturati dal preside Curvus, il quale pur avendo assistito  ai numerosi miracoli di questi santi, infligge loro ogni sorta di sofferenze. Il preside, però, prima di vedere morti i santi Casto e Secondino perirà sotto le macerie del tempio di Apollo. Solo dopo questo evento voluto da Dio sarà possibile ai “cultori degli idoli” uccidere, nel 292 presso Sinuessa, i santi trafiggendoli con la spada.

La passio, però, se analizzata attentamente, risulta essere stata composta in un tempo relativamente recente (XI sec.), comunque lontanissima dai presunti avvenimenti del III secolo d.C. Il genere letterario è ben noto agli agiografi moderni: la prolissità è in simbiosi con un racconto dai toni drammatici in cui l’elemento prodigioso sovrabbonda senza necessità e verosimiglianza. Ci troviamo, cioè,  di fronte a quelle vite “romanzate” in cui il biografo, a corto di dati sul santo, era costretto a scriverne la storia immaginandosi le persecuzioni, le scene del tribunale, il supplizio ecc.

E’ innegabile, però, che il culto nei confronti dei santi doveva essere molto vivo in quei secoli nella Campania settentrionale se il biografo sente la necessità di redigere una loro vita. Testimonianza ne sono le chiese a loro dedicate che si desumono, ad esempio, dalle Rationes decimarum e dalle visite ad sacra limina delle diocesi sia di Carinola che di Sessa Aurunca. Autorevoli studiosi hanno avanzato l’ipotesi, però, che i santi Casto e Secondino non siano stati martiri locali, ma culti di santi importati dall’Africa (F. Lanzoni). Nel III secolo, infatti, vengono martirizzati in Africa Cassio, Casto e Secondino e conseguentemente i loro culti irradiati in Campania.

Qualcuno potrebbe pensare che ciò è il riflesso di quanto tramandatoci nella vita di S. Castrese in cui si narra di un gruppo di santi, tra cui anche Secondino, abbandonati al largo del mare nostrum dai persecutori africani in una nave rotta e sfasciata che approda incolume, per volere divino, nei lidi campani.

Così non è.

La vita di S. Castrese è un altro di quei “romanzi” agiografici medioevali  in cui non c’è nulla di attendibile: un falso composto nella prima metà del secolo XII.

Se quindi la passio di S. Casto e S. Secondino è un falso, è evidente che non abbiamo nessuna prova che quest’ultimo sia stato un vescovo sinuessano , né che nel III secolo d.C. esistesse a Sinuessa una sede episcopale.

Sotto il nome di Casto sono ricordati in Campania  numerosi vescovi della prima cristianità. Certo c’è da dire che la confusione regna sovrana e reduplicazioni e sovrapposizioni sono quanto mai probabili. Ad un Casto vescovo del III secolo a Benevento, si aggiunge un omonimo vescovo di Calvi martirizzato a Sinuessa nel 66 d.C. che non è però il vescovo di Sessa Aurunca  perché questi sarebbe stato martirizzato insieme a Secondino, sì a Sinuessa, ma  nel 292 d.C.

Oltre che insieme a Secondino, Casto lo troviamo in coppia con Cassio sempre in Campania e nel Lazio. 

In quel di Sessa sarebbero state trovate le tombe dei SS. Casto e Secondino. In verità tale asserzione non appare confortata da prove inconfutabili. Cosimo Storniolo afferma, a seguito di  ispezione in loco, di essere convinto che il cimitero cristiano ritrovato a Sessa Aurunca era anche il luogo di sepoltura dei SS. Casto e Secondino […].  Secondo il Testini, per l’identificazione  della tomba di un martire che almeno uno dei seguenti elementi debba provare inconfutabilmente: 1) Presenza di una cappella o basilica presso o sul sepolcro ancora integro; 2) Iscrizione in situ; 3) Graffiti tracciati sull’intonaco delle pareti della cripta o della basilica sotterranea e sui muri prossimi alla tomba del martire; 4) Altare eretto in onore del Santo; 5) Eventuali pitture raffiguranti il Santo o presenza di elementi architettonici attestanti il culto (scale di accesso per i visitatori ecc.). A ben osservare, nessuno di questi elementi è testimoniato con chiarezza a Sessa Aurunca. L’ ubicazione  in questo sito della chiesa dedicata a  S. Casto, che tra l’altro è ricordata nella Bolla di Atenulfo e nelle Rationes Decimarum poi, non è cosa certa neanche per gli storici locali. 

Non può sfuggire a tal proposito come le chiese di S. Casto e S. Secondino siano riportate, nei due predetti documenti, separatamente mentre sarebbe stato più logico trovare una chiesa martoriale con la doppia denominazione. Non vi sono, poi, né graffiti, né altari e né  le pitture medioevali e rinascimentali sono in grado di offrirci alcun dato; infine, il ritrovamento dei resti di un sarcofago non dimostra alcunché  in quanto esso è pre-cristiano ed evidentemente riutilizzato. L’unica prova, che questo cimitero cristiano fosse sorto presso le tombe  martoriali dei SS. Casto e Secondino, era un’ iscrizione riportata dal solo De Masi (alla p. 244 del suo libro: CORPORA SS. MARTYRUM CASTI CIVIS/ ET EPI SUESSANI, ET SECUNDINI  EPI/ SINUESSANI HIC REQUIESCUNT/ IN DOMINO). Pur volendo ritenere fededegna la notizia del De Masi, va precisato che la formula utilizzata nell’ iscrizione non è ascrivibile al IV-V secolo d.C. ma sicuramente è successiva. La notizia che vuole S. Casto cittadino di Suessa poi, è palesemente attinta dalla passio che è un terminus ante quem non. 

Va poi considerato che le due iscrizioni riportate dal Menna (II p. 53) che si conservano  scolpite  sugli scalini dell’atrio della chiesa cattedrale di Carinola, oggi non più esistenti, ci attestano una tradizione diversa e forse più antica: OSSA. MARTYRIS. CASSII / EPISCOPI. SINUESSANI HIC IN PACE / QUIESCUNT. e

CORPUS. MARTYRIS. SECUNDINI. / EPISCOPI. SINUESSANI. HEIC./ REQUIESCIT. IN. DOMINO.  In questo caso, non troviamo in coppia Casto e Secondino, ma ambedue vescovi di Sinuessa presenti, però, in due distinte epigrafi. Anche questa evidenza sembra confermare quella intuizione che avevano avuto i Bollandisti (AA.SS., Julii, I, p.20) e di cui successivamente Lanzoni  tratterà più ampiamente: Casto, Casto e Secondini sono martiri africani; successivamente il loro culto si diffonde in Campania e infine gli agiografi dell’XI-XII secolo li fanno diventare martiri campani. Il ricordo della loro originaria comune provenienza è rimasta testimoniata, a nostro avviso, anche nelle diverse tradizioni che vedono questa triade presente a coppie variabili:

–         Cassio/ Casto (Passio sanctorum Cassi et Casti);

–         Casto/Secondino (Passio sanctorum Casti et Secondini);

–         Cassio e Secondino (Menna 1848, II, p. 53).

 Da: Ugo Zannini

La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato  

Alcuni testi consultati dall’autore 

Actasanctorum, Julii I – Parigi 1719

Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812

Balducci A. inBibliotheca Sanctorum – coll. 935-940

De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell’Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa – Napoli, 1761

Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 – Sessa Aurunca, 1996

Mazzeo F. – Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca – in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989

Menna Luca – Saggio istorico ossia piccola raccolta dell’istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro – Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)

Stornaiolo C.– Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897

Testini P. – Acheologia Cristiana – Bari, 1980

Ughelli F. Italia Sacra, vol X – Venezia 1790 

Zona M.- Il santuario caleno – Napoli, 1809

Actasanctorum, Julii I – Parigi 1719
Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812
Balducci A. inBibliotheca Sanctorum – coll. 935-940
De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell’Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa – Napoli, 1761
Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 – Sessa Aurunca, 1996
Lanzoni F. – Le diocesi d’ Italia dalle origini al principio del secolo VII – Faenza, 1927
Mazzeo F. – Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca – in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989
Menna Luca – Saggio istorico ossia piccola raccolta dell’istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro – Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)
Stornaiolo C.– Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897
Testini P. – Acheologia Cristiana – Bari, 1980
Ughelli F. Italia Sacra, vol X – Venezia 1790 
Zona M.- Il santuario caleno – Napoli, 1809

fonte http://carinolastoria.blogspot.com/2011/


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Il Concilio di Sinuessa

Posted by on Mar 14, 2019

Il Concilio di Sinuessa

L’antica città di Sinuessa è venuta a trovarsi più volte  nel pieno di una discussione storica che ancora non è stata definitivamente chiarita: è effettivamente esistito  un episcopato  sinuessano o si è trattato  solo di una montatura storica?  Molti sono stati gli studiosi che hanno accolto la tesi dell’esistenza di una diocesi a Sinuessa, altri studiosi l’hanno caldamente respinta. Ma andiamo per gradi.

Furono forse gli onnipresenti Pelasgi a fondare l’ antica Sinope, più tardi divenuta colonia romana col nome di Sinuessa. Secondo lo storico greco Strabone, la città fu  fondata da coloni provenienti dalla Tessaglia, gli Aminei, che la chiamarono Sinope per la molle sinuosità della costa su cui sorse e che per primi iniziarono la coltivazione della vite e che più tardi rese celebre il vino Falerno.  Nel 296 a.C. arrivarono i romani e ne fecero una colonia marittima, gemella della vicina Minturnae,  e ne cambiarono il nome in Sinuessa, dal nome della nutrice di Nettuno, Sinoessa.  

La funzione principale della colonia era quella di controllo del territorio e di  difesa dagli attacchi dei Sanniti, ma l’ ubicazione sulla via Appia, il porto e le salutari acque sulfuree fecero sì che essa diventasse ben presto città di supremazia commerciale dell’ area e luogo di villeggiatura del patriziato romano.

A Sinuessa affluivano tutte produzioni della Campania settentrionale per essere ridistribuite altrove. Vi affluiva soprattutto  la produzione vinicola del Falerno per essere esportata verso la capitale. Light

Secondo Nugnes, qui morì l’imperatore Claudio, e non a Roma come comunemente si crede, avvelenato dalla  consorte Agrippina che volle così assicurare l’impero a Nerone, suo figlio di primo letto. Nel 69 d.C. vi morì anche il feroce Tigellino, ministro di Nerone. 

L’abbandono di Sinuessa non fu un fenomeno rapido, ma un fenomeno che richiese del tempo e a cui contribuirono diverse concause. Una di queste fu senz’altro un aggiramento della via Appia a favore di Suessa Aurunca che fece perdere a Sinuessa  la sua posizione di supremazia  commerciale e ne favorì l’abbandono. A questa causa economica vanno aggiunti  i notevoli  fenomeni di bradisismo che interessavano la zona e che dimezzarono di molto l’attività commerciale, ma anche i continui assalti delle feroci bande barbariche che ormai scorrazzavano lungo la penisola. La città fu probabilmente abbandonata definitivamente verso la fine del V sec. a causa delle strutture portuali rese inutilizzabili dall’insabbiamento (Eliodoro Savino). 

  Tra i ruderi della città, nei secoli passati fu scoperta una lapide marmorea con un epigramma in greco attribuito al poeta Pompeo Teofane Giuniore e tradotto in latino dall’ Abate Ottaviani:

Litoribus finitimam Sinuessanis Venerem

Hospes, rursus pelago cerne egredientem.

Templa mihi collucent per Eonem, quan olim sinu

Drusi, et uxoris enutrivit delicium domus.

Morum vero suadela, et desiderium abstraxit illius

Totus locus hilari aptus laetitiae,

Bacchi enim sedibus me contubernalem coronavit,

Ad me calicum tumorem attrahens.

Fontes vero circa pedem scatent lavacrorum,

Quos meus filius urit cum igne natans.

Ne me frustra, hostites, praetereatis vicinam

Mari, et Nymphis Venerem, et Baccho.

Eone,  ancella o liberta di Druso ed Antonia, eresse un tempio a Venere per mettere sotto la sua protezione i commerci che in questa città aveva, tra cui terme ed alberghi, e invita gli ospiti ad onorare, con Ciprigna e Bacco, le Ninfe della salute di queste acque sinuessane. La statua della Venere posta nel tempio rappresentava la dea che emergeva dalle acque e perciò fu detta Anadiomene, o marina.
Come ben sappiamo, la Venere di cui parla l’epigramma, fu rinvenuta nel 1911 duranti dei lavori di sterro. Dopo una breve sosta  al Museo Civico Archeologico “Biagio Greco” di Mondragone, ora è conservata al Museo Archeologico di Napoli.

Non si sa molto dell’evoluzione che la colonia subì dopo il periodo romano. Molti studiosi ci raccontano alcuni avvenimenti legati ad una supposta diocesi di Sinuessa, basandosi su documenti che probabilmente sono dei falsi medioevali, come disserta il nostro  Ugo Zannini in un suo studio molto interessante.

Lo studioso del XVII secolo Cesare Baronio, nei suoi Annali Ecclesiastici, è molto minuzioso nell’esporre le vicende legate a Marcellino papa, avvenute durante la feroce persecuzione di Diocleziano contro i cristiani.

Il Baronio ci dice che all’anno 303 di Diocleziano sono datati gli atti di un concilio fatto a Sinuessa contro papa Marcellino I, accusato da due presbiteri e un diacono di aver incensato agli dei pagani così come imposto da un editto dell’imperatore. Il concilio si svolse nella Grotta di Cleopatra, nei pressi di Sinuessa, perchè tutte le chiese cristiane erano state distrutte e bruciate per ordine imperiale. Nella grotta si radunarono 300 vescovi, cinquanta per volta al giorno, secondo la capienza del luogo. In un primo tempo Marcellino negò la sua colpa, ma poi fu costretto ad ammetterla e chiese ai vescovi di giudicarlo.  La risposta definitiva dei vescovi riportata negli atti fu: prima sedes non iudicabitur a quoquam, la prima sede non può essere giudicata da alcuno.

Gli atti terminano dicendo che Diocleziano, saputo di questo Concilio in cui si erano radunati 300 vescovi, trenta preti e tre diaconi della chiesa romana, ne fece martirizzare molti di loro.

Se si accoglie la tesi che questi documenti siano dei falsi storici, allora sorge una domanda molto spontanea. Qual’era lo scopo di queste falsificazioni documentarie? Cosa volevano provare?

Due sono le posizioni che circolavano tra gli studiosi. La prima asseriva che furono i donatisti, zelanti scismatici, il cui ideale era una chiesa che soffre e il totale distacco  del clero dalla politica, a confezionare la storia del Concilio di Sinuessa al fine di sostenere il loro pensiero. La seconda tesi riguardava l’affermazione dell’ infallibilità papale che non può e non deve essere giudicata da alcuno di inferiore posizione.

Anche le notizie riguardanti i martiri della supposta chiesa sinuessana e quella sessana, S. Casto e Secondino, potrebbero non essere veritiere, ma studi specifici al riguardo ci chiariranno meglio le idee.

fonte http://carinolastoria.blogspot.com/2011/

Alcuni testi consultati

Joannes Bollandus – Acta Sanctorum Maii – vol. 18 –  Roma. 1866

Acta Sanctorum Martii – vol. 6  – ? -1668

Acta Sanctorum Julii  –  vol. I,  Parigi, 1719

Arthur Paul – Romans in Northern Campania – Rome, 1991

Baronio Cesare – Annali ecclesiastici – vol. I,  Roma, 1656

Citti Francesco – Orazio, invito a Torquato – Bari, 1994
Corcia Nicola – Storia delle Due Sicilie dall’antichità più remota al 1789, vol 2 – Napoli, 1845

De Luca Giuseppe – L’Italia meridionale o l’antico Reame delle Due Sicilie – Napoli, 1860

Giannone Pietro – Istoria civile del Regno di Napoli – Italia, 1821

Odescalchi Carlo – Difesa della causa di S. Marcellino I – Roma 1819

Romanelli Domenico – Antica topografia istorica del Regno di Napoli – Napoli, 1818

Salzano Maestro – Corso di storia ecclesiastica – Milano, 1856        

Savino Eliodoro – La Campania tardoantica – Bari, 2005

Vacca Salvatore – Prima sedes a nemine iudicatur –  Roma, 1993

Zaccaria Francesco A. –  Raccolta di dissertazioni di storia ecclesiastica –  Vol II – Roma, 1840

Zannini Ugo – La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato – in Rivista Storica del Sannio 23 – Napoli, 2005

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Approfondimento al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

Posted by on Gen 31, 2019

Approfondimento al Concilio di Sinuessa: Passio sanctorum Casti et Secondini

L’ approfondimento che segue è un interessante  studio di Ugo Zannini, La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato, pubblicato sulla Rivista Storica del Sannio, 23, 3^ serie – anno XII. Le stesse note a piè di questo articolo sono un ulteriore approfondimento dell’argomento in oggetto per cui, per una miglior lettura, le trascriverò come articolo  a parte.

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Nella passio sanctorum Casti et Secondini (5) si narra la storia dei due martiri, appuntoCasto (6) e Secondino (7), il primo vescovo di Sessa Aurunca (8) ed il secondo di Sinuessa, imprigionati e torturati dal preside Curvus, il quale pur avendo assistito  ai numerosi miracoli di questi santi, infligge loro ogni sorta di sofferenze. Il preside, però, prima di vedere morti i santi Casto e Secondino perirà sotto le macerie del tempio di Apollo. Solo dopo questo evento voluto da Dio sarà possibile ai “cultori degli idoli” uccidere, nel 292 presso Sinuessa, i santi trafiggendoli con la spada.

La passio, però, se analizzata attentamente, risulta essere stata composta in un tempo relativamente recente (XI sec.), comunque lontanissima dai presunti avvenimenti del III secolo d.C. Il genere letterario è ben noto agli agiografi moderni: la prolissità è in simbiosi con un racconto dai toni drammatici in cui l’elemento prodigioso sovrabbonda senza necessità e verosimiglianza. Ci troviamo, cioè,  di fronte a quelle vite “romanzate” in cui il biografo, a corto di dati sul santo, era costretto a scriverne la storia immaginandosi le persecuzioni, le scene del tribunale, il supplizio ecc.

E’ innegabile, però, che il culto nei confronti dei santi doveva essere molto vivo in quei secoli nella Campania settentrionale se il biografo sente la necessità di redigere una loro vita. Testimonianza ne sono le chiese a loro dedicate che si desumono, ad esempio, dalle Rationes decimarum e dalle visite ad sacra limina delle diocesi sia di Carinola che di Sessa Aurunca. Autorevoli studiosi hanno avanzato l’ipotesi, però, che i santi Casto e Secondino non siano stati martiri locali, ma culti di santi importati dall’Africa (F. Lanzoni). Nel III secolo, infatti, vengono martirizzati in Africa Cassio, Casto e Secondino e conseguentemente i loro culti irradiati in Campania.

Qualcuno potrebbe pensare che ciò è il riflesso di quanto tramandatoci nella vita di S. Castrese in cui si narra di un gruppo di santi, tra cui anche Secondino, abbandonati al largo del mare nostrum dai persecutori africani in una nave rotta e sfasciata che approda incolume, per volere divino, nei lidi campani.

Così non è.

La vita di S. Castrese è un altro di quei “romanzi” agiografici medioevali  in cui non c’è nulla di attendibile: un falso composto nella prima metà del secolo XII.

Se quindi la passio di S. Casto e S. Secondino è un falso, è evidente che non abbiamo nessuna prova che quest’ultimo sia stato un vescovo sinuessano , né che nel III secolo d.C. esistesse a Sinuessa una sede episcopale.

Sotto il nome di Casto sono ricordati in Campania  numerosi vescovi della prima cristianità. Certo c’è da dire che la confusione regna sovrana e reduplicazioni e sovrapposizioni sono quanto mai probabili. Ad un Casto vescovo del III secolo a Benevento, si aggiunge un omonimo vescovo di Calvi martirizzato a Sinuessa nel 66 d.C. che non è però il vescovo di Sessa Aurunca  perché questi sarebbe stato martirizzato insieme a Secondino, sì a Sinuessa, ma  nel 292 d.C.

Oltre che insieme a Secondino, Casto lo troviamo in coppia con Cassio sempre in Campania e nel Lazio. 

In quel di Sessa sarebbero state trovate le tombe dei SS. Casto e Secondino. In verità tale asserzione non appare confortata da prove inconfutabili. Cosimo Storniolo afferma, a seguito di  ispezione in loco, di essere convinto che il cimitero cristiano ritrovato a Sessa Aurunca era anche il luogo di sepoltura dei SS. Casto e Secondino […].  Secondo il Testini, per l’identificazione  della tomba di un martire che almeno uno dei seguenti elementi debba provare inconfutabilmente: 1) Presenza di una cappella o basilica presso o sul sepolcro ancora integro; 2) Iscrizione in situ; 3) Graffiti tracciati sull’intonaco delle pareti della cripta o della basilica sotterranea e sui muri prossimi alla tomba del martire; 4) Altare eretto in onore del Santo; 5) Eventuali pitture raffiguranti il Santo o presenza di elementi architettonici attestanti il culto (scale di accesso per i visitatori ecc.). A ben osservare, nessuno di questi elementi è testimoniato con chiarezza a Sessa Aurunca. L’ ubicazione  in questo sito della chiesa dedicata a  S. Casto, che tra l’altro è ricordata nella Bolla di Atenulfo e nelle Rationes Decimarum poi, non è cosa certa neanche per gli storici locali. 

Non può sfuggire a tal proposito come le chiese di S. Casto e S. Secondino siano riportate, nei due predetti documenti, separatamente mentre sarebbe stato più logico trovare una chiesa martoriale con la doppia denominazione. Non vi sono, poi, né graffiti, né altari e né  le pitture medioevali e rinascimentali sono in grado di offrirci alcun dato; infine, il ritrovamento dei resti di un sarcofago non dimostra alcunché  in quanto esso è pre-cristiano ed evidentemente riutilizzato. L’unica prova, che questo cimitero cristiano fosse sorto presso le tombe  martoriali dei SS. Casto e Secondino, era un’ iscrizione riportata dal solo De Masi (alla p. 244 del suo libro: CORPORA SS. MARTYRUM CASTI CIVIS/ ET EPI SUESSANI, ET SECUNDINI  EPI/ SINUESSANI HIC REQUIESCUNT/ IN DOMINO). Pur volendo ritenere fededegna la notizia del De Masi, va precisato che la formula utilizzata nell’ iscrizione non è ascrivibile al IV-V secolo d.C. ma sicuramente è successiva. La notizia che vuole S. Casto cittadino di Suessa poi, è palesemente attinta dalla passio che è un terminus ante quem non. 

Va poi considerato che le due iscrizioni riportate dal Menna (II p. 53) che si conservano  scolpite  sugli scalini dell’atrio della chiesa cattedrale di Carinola, oggi non più esistenti, ci attestano una tradizione diversa e forse più antica: OSSA. MARTYRIS. CASSII / EPISCOPI. SINUESSANI HIC IN PACE / QUIESCUNT. e

CORPUS. MARTYRIS. SECUNDINI. / EPISCOPI. SINUESSANI. HEIC./ REQUIESCIT. IN. DOMINO.  In questo caso, non troviamo in coppia Casto e Secondino, ma ambedue vescovi di Sinuessa presenti, però, in due distinte epigrafi. Anche questa evidenza sembra confermare quella intuizione che avevano avuto i Bollandisti (AA.SS., Julii, I, p.20) e di cui successivamente Lanzoni  tratterà più ampiamente: Casto, Casto e Secondini sono martiri africani; successivamente il loro culto si diffonde in Campania e infine gli agiografi dell’XI-XII secolo li fanno diventare martiri campani. Il ricordo della loro originaria comune provenienza è rimasta testimoniata, a nostro avviso, anche nelle diverse tradizioni che vedono questa triade presente a coppie variabili:

–         Cassio/ Casto (Passio sanctorum Cassi et Casti);

–         Casto/Secondino (Passio sanctorum Casti et Secondini);

–         Cassio e Secondino (Menna 1848, II, p. 53).

Da: Ugo Zannini

La scomparsa di Sinuessa e l’invenzione del suo episcopato

Concetta Di Lorenzo

Fonte

http://carinolastoria.blogspot.com/2011/

Alcuni testi consultati dall’autore 

Actasanctorum, Julii I – Parigi 1719

Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812

Balducci A. inBibliotheca Sanctorum – coll. 935-940

De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell’Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa – Napoli, 1761

Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 – Sessa Aurunca, 1996

Mazzeo F. – Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca – in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989

Menna Luca – Saggio istorico ossia piccola raccolta dell’istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro – Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)

Stornaiolo C.– Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897

Testini P. – Acheologia Cristiana – Bari, 1980

Ughelli F. Italia Sacra, vol X – Venezia 1790 

Zona M.- Il santuario caleno – Napoli, 1809

Actasanctorum, Julii I – Parigi 1719
Ambrasi D. in Bibliotheca Sanctorum -coll. 811-812
Balducci A. inBibliotheca Sanctorum – coll. 935-940
De Masi T.- Memorie istoriche degli Aurunci antichissimi popoli dell’Italia e delle loro principali città Aurunca e Sessa – Napoli, 1761
Di Silvestro L.- Diocesi di Sessa Aurunca. Il cammino della Chiesa locale dalle origini al 1939 – Sessa Aurunca, 1996
Lanzoni F. – Le diocesi d’ Italia dalle origini al principio del secolo VII – Faenza, 1927
Mazzeo F. – Il complesso cimiteriale dei Santi Casto e Secondino in Sessa Aurunca – in Fede e Cultura, 1, Sessa Aurunca, 1987-1989
Menna Luca – Saggio istorico ossia piccola raccolta dell’istoria antica e moderna della città di Carinola in Terra di Lavoro – Aversa, 1848 (rist. a cura di Adele Marini Ceraldi, Napoli 1970)
Stornaiolo C.– Conferenze di archeologia cristiana. anno XXII, 1896-1897 in Nuovo Bullettino di archeologia cristiana, III, Roma, 1897
Testini P. – Acheologia Cristiana – Bari, 1980
Ughelli F. Italia Sacra, vol X – Venezia 1790 
Zona M.- Il santuario caleno – Napoli, 1809 Pr

Napoli, catacombe di San Gennaro, affresco IX sec d.C., Santi Desiderio e Acuzio
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Luigi Toro: la storia e le Opere – Parte III (a cura di C. A. Del Mastro)

Posted by on Gen 2, 2019

Luigi Toro: la storia e le Opere – Parte III (a cura di C. A. Del Mastro)

La giovane Giulia e le due nipotine presero via “Da Capo” e arrivarono a casa. Questo incontro, per me, spiega la vera anima del pittore e fa capire, chiaramente, come aveva vissuto e viveva la delusione dei suoi sogni patriottici. A casa Giulia raccontò tutto ad Antonio e i due sposi ripresero a piangere, poi pensarono alle bimbe e Giulia preparò la cena. Dopo alcuni mesi anche la masseria di Leverano con tutto il terreno intorno fu venduta e fu l’ultimo boccone della famiglia del Mastro ad essere ingoiato dal Dinosauro Piemontese.

Papà diceva che a comprare la masseria di Leverano era stato il signor Andrea Casale,il solo che non aveva approfittato della disgrazia e l’aveva pagata quanto realmente valeva. Tanto che papà era molto amico del figlio del signor Andrea Casale che si chiamava Giovannino ed io, da piccola, rispettando la buona educazione laurese che i figli chiamano zii gli amici dei genitori lo chiamavo “zio Giovannino” e papà spesso mi portava a visitare la masseria dei miei bisnonni e “zio Giovannino” me la faceva visitare tutta e a me bambina sembrava un piccolo e turrito castello. Ritornando al pittore, quel pianto fatto alla masseria di Leverano in memoria dell’amico Titta del Mastro dovette fargli bene, perché riprese a dipingere con più lena e dalle sue mani uscirono tre quadri capolavori. Terminò il primo quadro Agostino Nifo alla corte di Carlo V. 2) Taddeo da Sessa al concilio di Lione. 3)La morte di Pilade Bronzetti alla battaglia di Castel Morrone.

Il pittore terminò il quadro “Agostino Nifo alla corte di Carlo V” ed è uscito un vero capolavoro. Il quadro è lungo 3m ed alto 3m. Chi lo guarda viene trasportato in una vera reggia cinquecentesca. I vestiti dei personaggi sono perfetti,ma quello che colpisce di più è il parlare dei personaggi e la sorpresa che traspare dai volti dei nobili, perché il filosofo, non solo non si è tolto il cappello come hanno fatto tutti i presenti, ma si è addirittura seduto davanti all’imperatore, mentre tutti i presenti sono in piedi. L’imperatore è sorpreso, ma non irato, si nota che stima molto il filosofo a cui ha affidato l’educazione dei suoi figli. Luigi Toro con questo quadro non solo ha voluto dimostrare le sue idee riguardo all’istruzione e alla nobiltà ma ha voluto lasciare anche un ottimo insegnamento alle future generazioni: l’istruzione è superiore a tutti i titoli nobiliari, l’uomo dotto, colto e onesto è addirittura uguale all’Imperatore. Questo quadro per la mia famiglia paterna è stato sempre considerato sacro ed ogni volta che qualcuno della nostra famiglia lo guardava non poteva non recitare un eterno riposo per l’anima di zio Titta presente nel quadro (è alto, il primo a sinistra, un po’ di spalle). Il quadro è stato offerto al comune di Sessa e si trova sulla parete più importante del nostro Senato Cittadino. Il pittore alla fine del decennio 1860 si trasferì a Roma e prese casa a via Margutta, la strada degli artisti e lì dipinse i suoi ultimi quadri.

La cultura e l’uomo dotto sono anche i protagonisti del quadro “Il Concilio di Lione” lungo 6m e alto 4m, che occupa tutta una parete del nostro Senato Cittadino; ma per meglio capire ed apprezzare questo capolavoro, bisogna fare una breve introduzione storica. Siamo nel secolo XIII: é Re di Sicilia e Imperatore di Germania (Sacro Romano Impero) il grande Federico II, che con le sue leggi e il suo ottimo governo ha fatto diventare il Regno delle Due Sicilie il più ricco fra tutti i regni europei e la stessa cosa si prepara a fare, come Imperatore per la Germania, ma l’unione delle due corone: Re di Sicilia e Re di Germania non era gradita al Pontefice Gregorio IX, perché il papa non voleva che il territorio governato dallo stato pontificio fosse stretto e confinante con i possedimenti dello stesso sovrano a Nord e a Sud. Perciò Federico II doveva rinunziare o al regno di Sicilia o alla Corona Imperiale.

I Pontefici si potevano permettere di fare questa richiesta, perché tutto era stato già confermato durante la minorità di Federico II, che nato nel 1194, rimasto orfano del padre, l’imperatore Enrico VI morto nel 1197, fu affidato dalla madre, l’imperatrice Costanza d’Altavilla al pontefice Innocenzo III, che rimase il solo a prendersi cura del piccolo principe quando anche la madre nel 1198 morì. Nel 1208 Innocenzo III dichiarò maggiorenne Federico a 14 anni e lo incoronò Re delle Due Sicilie, facendogli, però, promettere di rinunziare alla Corona Imperiale di Germania. Tutto procedeva bene, quando nel 1216 Innocenzo III morì e fu eletto papa Onorio III molto legato a Federico che nel 1220 incoronò Federico II anche Imperatore di Germania (Sacro Romano Impero). Morto Onorio III nel 1227 fu incoronato papa Gregorio IX, che subito ordinò a Federico di deporre una delle due Corone e rispettare gli accordi stabiliti nel 1208. Poiché Federico, appoggiato dai Siciliani e dai Germani resisteva, il Papa ricorse all’arma della scomunica: lo scomunicò perché Federico ritardava a organizzare la sesta crociata promessa e liberare la Terra Santa dai Musulmani.

Nel 1228 Federico organizzò la crociata e partì, ma invece di combattere con le armi, risolvette tutto diplomaticamente. Si incontrò in Egitto con sultano al-MaliK al Kamil a cui Federico cedette tutti i porti dell’Egitto e dal sultano ebbe libera la Terra Santa. Poi i due sovrani firmarono l’accordo e si salutarono con una stretta di mano. Quando Federico II consegnò al Papa la Terra Santa liberata, Gregorio IX gridò come un pazzo: <Cosa hai fatto?! Sei venuto con le spade pulite!? Tu dovevi venire con le spade sporche di sangue musulmano. Gli infedeli si uccidono! Tu hai stretto la mano del sultano! Tu sei un Anticristo scomunicato e scomunicato resterai>. Furono tempi duri fra il Papa e Federico II anche se i due nel 1230 arrivarono ad un accordo firmato a San Germano (Montecassino ).

Morto Gregorio IX nel 1241, dopo un anno e mezzo di sede vacante fu eletto papa Innocenzo IV nel 1243 e mentre continuavano le trattative con Federico II e il Papa, Innocenzo IV fuggì improvvisamente a Lione dove convocò un concilio nel quale scomunicò e depose Federico II, bandendo, addirittura, contro di lui una crociata e chiese aiuto alla Francia alla quale promise il Regno delle Due Sicilie. A questo punto entrò in scena il più grande giurista del tempo,(oggi 2016 possiamo dire il più grande giurista di tutti i tempi) il nostro concittadino Taddeo da Sessa, nato a Sessa nel 1190. Taddeo da Sessa era il più grande giustiziere della Curia Imperiale, giurista eminente, tenuto in gran conto alla corte di Federico II, che gli affidò nel 1243 la sua difesa presso Innocenzo IV al Concilio di Lione 1243. Il nostro giurista difese l’imperatore con un’arringa in Latino degna di Cicerone, ma tutto fu inutile. Innocenzo IV non solo non tolse la scomunica a Federico II, ma lo considerò decaduto e bandì contro di lui addirittura una crociata. Chi guarda questo quadro si trova subito fra i prelati presenti nel duomo di Lione, illuminato dalle luci delle candele. A sinistra di chi guarda sta il Papa in trono solo, brutto, cattivo. La folla dei chierici, in bianco, sembra un ammasso di statue, più spaventati che cantanti il Te Deum. I prelati non sanno dove guardare, né dove correre.

Alcuni hanno il coraggio di raggiungere (sulla destra guardando) il giurista Taddeo da Sessa, che il pittore ci presenta disgustato, irato al punto che sta per strappare le carte con i documenti, che ha tra le mani. Questo quadro, che, veramente, per come è fatto, è un vero capolavoro, perché anche in questo quadro tutti i personaggi non solo sono -loquaces- ma arrivano a mostrare anche il loro carattere. Un quadro bellissimo di cui noi Suessani siamo orgogliosi.

Non così, purtroppo è stato per la Chiesa Cattolica, che non ha mai dato il suo sostegno al nostro pittore, perché la Chiesa non ama far conoscere i suoi peccati. Per avere il sostegno della Chiesa il nostro pittore doveva seguire l’esempio di Michelangelo, di Signorelli ed altri: tutti osannanti… Tutti protetti. Il nostro pittore invece, presentando il Concilio di Lione non solo ha voluto far conoscere il grande giurista Taddeo da Sessa, ma ha dimostrato anche la sua libertà di pensiero, qualità importante per l’artista.

Il quadro ” La morte di Pilade Bronzetti”.                                                                                       Anche questo quadro è grandissimo è lungo 6m e alto 4m, il pittore ci presenta il campo di Castel Morrone dopo la battaglia e la morte del suo amico Pilade Bronzetti. Anche questo quadro fu dipinto a Roma, dove Luigi Toro si era trasferito e abitava in via Margutta, la strada dei pittori. Il pittore per fare questo quadro chiese un prestito al Banco di Napoli, ma il prestito non potette essere saldato perché il quadro non fu venduto. Il quadro è stato solo poche volte esposto ed è stato sempre conservato dal Banco di Napoli.

I perché sono tanti: chi dice che è troppo grande- chi dice che mette sotto gli occhi di chi lo guarda quella terribile <accisaglia> di italiani contro italiani che portò alla conquista del Regno delle Due Sicilie. Tanto è vero che il re Vittorio Emanuele II arrivò addirittura ad ordinare di far bruciare il quadro, perché non voleva far vedere quello che era avvenuto per la conquista dell’Italia Meridionale. Fortunatamente il Banco di Napoli si oppose e noi oggi possiamo ammirare questo grande capolavoro. Che il quadro sia un vero capolavoro lo conferma la bellissima critica di Gabriele d’Annunzio, scritta sulla Tribuna di Roma, ne riporto alcuni pensieri: “le figure sono disegnate con bravura… il paesaggio pare partecipare al triste destino degli uomini in guerra. Il paesaggio occupa uno spazio rilevante nella composizione. Scegliendo, dunque, il versante del Naturalismo più aggiornato il pittore aurunco riuscì ancor meglio a descrivere e caratterizzare l’episodio storico”- Gabriele D’Annunzio.

Fra tutte le critiche su questo sfortunato quadro ho scelto quella del poeta Gabriele D’Annunzio per far capire agli italiani del 2016 che depositato nei forzieri del Banco di Napoli c’è un vero capolavoro, che merita di essere esposto ed ammirato. Questo quadro causò anche la rovina economica del pittore, perché, per farlo, non solo consumò tutti i suoi risparmi, ma chiese prestiti anche al Banco di Napoli, che non vendendo il quadro non poté saldare. Trascorse gli ultimi anni della sua vita povero e triste. anche se aveva ottenuto il primo posto il suo dipinto “Riposo dei cacciatori” all’Esposizione Internazionale di Vienna.

Luigi Toro non ebbe mai il coraggio di ritornare a Lauro, per fortuna un suo carissimo alunno Nicola Borrelli ne ebbe pietà, lo prese e lo portò a casa sua a Pignataro Maggiore, dove il giorno 13 aprile del 1900 alle due antimeridiane l’alunno raccolse le sue ultime parole: <Ho sempre pregato Iddio perché mi avesse concesso di morire in mezzo agli amici> e tali, più che fratelli furono quelli che lo assistettero e lo piansero. Fu sepolto a Pignataro nella tomba della famiglia Borrelli. Il Consiglio Comunale di Sessa Aurunca lo commemorò nella seduta del successivo 18 aprile. <Il giorno 13… spegnevasi in Pignataro Maggiore il nostro illustre concittadino Cav. Luigi Toro con Lui Sessa perde un patriota preclare, un cittadino integerrimo, un artista di fama nazionale… Sessa piangendone la perdita rende il dovuto omaggio alla memoria di un suo cittadino che le accrebbe lustro e nome>.

I resti mortali del pittore il 12 maggio 1973 furono traslati da Pignataro Maggiore a Lauro, il paese che gli aveva dato i natali ed ora riposano in pace nell’antica tomba di famiglia: La tomba dei suoi cugini i colonnelli Toro, nel cimitero antico di Lauro.

A cura della Prof. Cecilia Aida Maria Del Mastro, tratto da “Archivi Storici, archivi domestici”-

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fonte

https://www.generazioneaurunca.it/turismo-cultura/luigi-toro-la-storia-e-le-opere-parte-iii-a-cura-di-c-a-del-mastro/

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