Alta Terra di Lavoro

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Napoli Napoli: di lava, porcellana e musica. Dal 21 settembre la mostra a cura di Sylvain Bellenger

Posted by on Ago 15, 2019

Napoli Napoli: di lava, porcellana e musica. Dal 21 settembre la mostra a cura di Sylvain Bellenger

Tié! Sylvain Bellenger, il direttore del Museo e del Real Bosco di Capodimonte, sbatte Napoli in faccia al mondo intero. Pure a quelli che la mortificano … Tiè! E Bellenger fa rivivere, nel prossimo autunno, fino alla primavera del 2020, nella sua regale magnificenza, la Napoli che, per più di un secolo (1734 / 1860), fu la bella libera città Capitale del Regno del Sud Italia. “Vengo a Napoli come un missionario” aveva detto in un’intervista (gennaio 2016). La sua missione? Dare a una Napoli denigrata con Capodimonte marginalizzata, il suo dovuto posto nel mondo. “Napoli è stata una grande Capitale, questo lo si vede e lo si sente ancora; ma bisogna farlo capire” ha ripetuto più volte Bellenger. Che ora crea, nel museo di Capodimonte, uno straordinario evento, di cui è il curatore: “Napoli, Napoli di lava, porcellana e musica”, promossa dal Museo e Real Bosco di Capodimonte, in collaborazione con il Teatro San Carlo di Napoli, con la produzione e organizzazione della casa editrice Electa. Nelle diciotto magnifiche sale dell’appartamento reale della Reggia-Museo di Capodimonte, – dice il comunicato stampa – vi saranno 1000 oggetti preziosi, di cui 600 porcellane, 100 costumi che provengono dal teatro San Carlo e hanno la firma di costumisti famosi, animali tassidermizzati, antichi strumenti, raffinati arredi e tanto d’altro. È una mostra stratosferica, che non necessita di oggetti artistici, che pure vi sono, perché essa stessa è un’opera d’arte, giacché realizza, con i suoi mezzi figurativi e la musica della grande tradizione napoletana (Pergolesi, Cimarosa, Pacini, Paisiello, Leo, Iommelli), l’idea (eidos= immagine) che ha di Napoli il curatore. Che ci racconta, a mo’ di favola, una storia vera, la storia di una grande bellezza.

Dicono che Bellenger sia appassionatamente innamorato della città. È una passione un po’ folle ma non è un innamoramento recente. Lo testimonia Riccardo Muti che, a Chicago, volle conoscere il funzionario, che, in quel museo, aveva voluto un enorme presepio napoletano. E fu allora che il maestro Muti e il funzionario Bellenger divennero amici. Il napoletanissimo ingegnere IBM, poi scrittore e regista scomparso di recente, Luciano De Crescenzo, ha scritto: “Napoli, quella che dico io, non esiste come città ma esiste sicuramente come concetto, come aggettivo. E allora penso che Napoli è la città più napoli che conosco e che dovunque sono andato nel mondo ho visto che c’era bisogno di un po’ di napoli”.

Che è un concetto, si, forse una favola, ma non è un’opinione melensa frutto di un relativismo becero, perché ha la sua testimonianza concreta (non nei libri di quella storia che, come si sa, è scritta dai vincitori) nei fatti e nelle cose. E a settembre la Napoli Capitale ci verrà mostrata nella sua concretezza nella Reggia-Museo di Capodimonte, un edificio anch’esso testimone partecipe di quell’epoca. Ma perché questa città è considerata diversa dalle altre? Perché i turisti ancora oggi dicono che anche il popolo qui è diverso? Un libro dal titolo”Lo spazio a 4 dimensioni nell’arte napoletana. La scoperta di una prospettiva spazio-tempo”, scritto negli anni Ottanta del secolo scorso, presentato all’Electa Napoli nei primi mesi del 1989, ma pubblicato dalla Tullio Pironti Editore soltanto nel 2014, che ha avuto undici entusiasti convegni, a cui hanno partecipato eminenti professori universitari ma non ha avuto neanche un rigo sulla carta stampata, ne svela il segreto, che in poche righe qui tentiamo di rivelare.

Il testo fa una puntuale analisi della storia della città, considerandola nell’ambito europeo. E ricorda che Napoli è la città che ha la più antica ininterrotta continuità storica del mondo occidentale. Lo dimostrano anche i recenti studi del professore architetto Italo Ferraro sulla stratigrafia urbana, riuniti in ponderosi tomi. Mentre la persistenza qui del popolo napoletano, con il suo attaccamento alla propria terra (il fenomeno della sua emigrazione iniziò soltanto dopo il 1860) e la sua tendenza ad affollare il centro storico, risulta anche da recenti indagini sociologiche, come quella sui “bassi” napoletani e quella svolta brillantemente dal sociologo Marcello Anselmo, sul fondaco del Cavone. Napoli, afferma il testo, conserva, nelle sue pietre e nei suoi abitanti, il ricordo delle sue origini marinare. Un’origine che a noi mortali appare lontana nel tempo ma è ancora presente per la Storia, quella che vive nei millenni. Persistono, quindi, a Napoli, le antiche doti di un’antica civiltà marinara, il senso dell’ospitalità, della tolleranza, di un’affettuosa umanità non ancora inficiata dal freddo razionalismo, a cui contrappone una logica diversa, basata sulla consapevolezza profonda della precarietà della vita e su un’apertura mentale derivata dalla visione del libero spazio marino.

Una visione che, come un fil rouge, percorre fino a oggi (o fino a ieri?) tutta la storia napoletana e ne contagia la musica, i riti, la religione, l’arte e la filosofia, dal pitagorico Parmenide a Telesio, Bruno, Campanella, Vico. Una prospettiva del mondo che, nata nella Magna Grecia, contraddice la visione astratta ristretta nei binari di una intollerante e arrogante razionalità dell’attuale civiltà occidentale. Alla quale Napoli contrappone una logica duttile, che si adatta alle circostanze, suggerita da quell’ampia visione dello spazio marino, che è sempre in movimento, la quale fece dire ad Albert Einstein “le origini del nostro pensiero sono nella Magna Grecia”. È una visione prospettica che, nell’illuminato Settecento, si esprime configurandosi nella chiarezza logica di una geniale costruzione matematica nell’arte figurativa napoletana. Che ha un’ironica libertà nelle scene di genere di Gaspare Traversi e l’appagata gioia esistenziale nelle calme ampie curve delle vedute di Gabriele Ricciardelli.

Una prospettiva spazio-temporale che esprime nell’infinito concluso di una meravigliosa stella frattalica, (da cui si potrebbe ricavare un’applicazione informatica) una particolare, corale visione del mondo, che costituisce di Napoli la diversità.

Adriana Dragoni

fonte http://www.agenziaradicale.com/index.php/cultura-e-spettacoli/mostre/5909-napoli-napoli-di-lava-porcellana-e-musica-dal-21-settembre-la-mostra-a-cura-d

Museo e Real Bosco di Capodimonte Napoli, Napoli, Napoli di Lava, Porcellana e Musica © photo Luciano Romano 2019




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Due volte Napoli, in mostra al museo di Capodimonte

Posted by on Ago 7, 2019

Due volte Napoli, in mostra al museo di Capodimonte

Questa non è una mostra normale. Non è fatta per mostrare dipinti, sculture, un qualsiasi oggetto che passi per opera d’arte. Niente. Nelle sale dell’appartamento reale della Reggia-Museo di Capodimonte, all’inizio del prossimo autunno, il 21 settembre, vi sarà “Napoli, Napoli…di lava, porcellana e musica”: la mostra di una città. Che apparirà come la vedono quei napoletani che ne sono lontani e ne soffrono la nostalgia e i tanti stranieri che ne sono innamorati e gli si potrebbe chiedere perché. Quindi di questa mostra su Napoli non è stato creato soltanto l’apparato ma (è un fatto unico) anche il contenuto, che è un’idea, una storia, un sogno. «Questa mostra è pazzesca, è una follia», ci dice il suo autore, Sylvain Bellenger, Direttore del Museo e del Real Bosco di Capodimonte, che fa una pausa mentre socchiude gli occhi immaginandola, «ma è bellissima».

Poi Bellenger fa una proposta spiazzante. Invita exibart a visitarla ora, mentre ancora non è completa, non è ancora da mostrare al pubblico. Ha fiducia che potremo capirla. E non sarà con il ragionamento ma con quell’emozione che ti prende e che immediatamente tutto svela. È una mattina dello scorso luglio, la notte si è dormito poco, figurando l’attesa. Saliamo al primo piano della reggia museo di Capodimonte. Ci accoglie una enorme figura di donna imparruccata che sembra sorgere da una tazza da caffè. Sarà forse la regina Carolina, a cui somiglia tanto nei ritratti, oppure la regina Amalia, quella che volle la famosa fabbrica di porcellane a Capodimonte? Non importa saperlo, qui è soltanto una regina di cartapesta. Mentre reali sono le insegne borboniche sulla parete e gli stemmi. Poi si entra nel sancta sanctorum. Finora è top secret, neanche quelli che lavorano al museo sono ammessi nelle stanze dove è nata e va precisandosi questa visione della città. Entriamo. Ci vuole del riguardo. Stiamo entrando in un’anima. È un’emozione forte. In questa prima sala c’è un’atmosfera potentemente coinvolgente, c’è la Napoli religiosa, dalla fede profonda: il tabernacolo, l’acquasantiera, delle figure di cartapesta dalle lunghe vesti che, il viso celato, ci voltano le spalle e affondano nel muro della parete.

La morte, la summa della vita, la fede di una Napoli storica, antica ed eretica che conserva quel paganesimo che fu – è stato detto – “l’ombrifero prefazio del vero”. E fu una realtà calda, viva, che, riscoperta dagli scavi borbonici nei paesi vesuviani ricoperti dall’eruzione del 79 d. C., ci viene spesso mostrata nelle forme un po’ imbalsamate del neoclassicismo. Che rivoluzionò l’Europa ma non Napoli che, attenta alla sua realtà contemporanea, non vi si attardò. Della vivace società del tempo, qui sono in mostra anche i dipinti di Gaspare Traversi, che rappresenta i personaggi strizzati in uno spazio ristretto, diverso da quello in cui quelli credono di stare: è la beffa ridente di un’arte che crea, di un’intelligenza libera dagli schemi, anche da quelli spaziali.

Ed ecco poi i morbidi spazi circolari delle vedute settecentesche, con il vivere armonioso di una società felice. È la Napoli dai mille volti, che viene rappresentata nelle varie sale: c’è il mondo della natura e quello del teatro e della danza, c’è l’esotico della Cina e l’esoterico dell’Egitto…e tanto altro ancora. E, su tutto, ammiriamo l’eleganza della rappresentazione, l’armonia dei colori, la bellezza dei bianchi delle vesti dei pulcinella e delle ceramiche di Capodimonte. Mentre silenziosi, attenti, concentrati, lavorano gli operai.

Adriana Dragoni

fonte https://www.exibart.com/agenda/due-volte-napoli-al-museo-di-capodimonte/

Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli, Napoli di Lava, Porcellana e Musica. © photo Luciano Romano 2019

Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli, Napoli di Lava, Porcellana e Musica. © photo Luciano Romano 2019
Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli, Napoli di Lava, Porcellana e Musica. © photo Luciano Romano 2019
Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli, Napoli di Lava, Porcellana e Musica. © photo Luciano Romano 2019
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Canova e l’Antico, appunti a fine mostra

Posted by on Lug 5, 2019

Canova e l’Antico, appunti a fine mostra

Nessuna proroga. Il 30 giugno la mostra Canova e l’Antico, al Museo Archeologico di Napoli, ha chiuso. Si era aperta il 28 marzo scorso con grande battage pubblicitario e gli interventi d’importanti esponenti politici e istituzionali. È stata una mostra copiosa e costosa, arricchita dalle opere canoviane dell’Ermitage di Pietroburgo. Perché Canova fu ammirato e amato anche dalla Russia zarista e dalla sua zarina Caterina. In verità, lui fu ammirato e richiesto da tutti i potenti dell’epoca sua. Ora, a mostra conclusa, ci si presentano vari interrogativi e alcune certezze. Antonio Canova fu senza dubbio un importante esponente del Neoclassicismo. Quell’arte che, etimologicamente, significa un nuovo (neo) classicismo, cioè ritorno a quell’arte antica che è stata considerata dai critici di prima classe. In proposito possiamo osservare che, quando un forte potere “centralistico”, quello di un impero o di uno stato, tende ad affermarsi, promuove, generalmente, l’imitazione di quell’arte detta classica, che fu una delle espressioni dell’antica egemonica Atene e della Roma imperiale. Un’imitazione che fu adottata poi, appunto dalla Russia zarista e comunista come dal nazismo e dal fascismo. Perché il classicismo, con il suo rifarsi all’antichità (più romana che greca), con la sua vetustà, dona ai vari regimi un’allure di razionalità, d’imponenza e di sicurezza che ne rafforza la legittimità. Questa mostra all’Archeologico Napoletano prevede forse che vi sarà un ritorno al classicismo quale espressione di un Potere centralistico? Un ritorno impossibile, sebbene sempre più chiaramente si vada delineando l’affermazione di un centralismo globale, con la complicità della debolezza confusionaria dei poteri intermedi, tipo l’Europa. Perché il Neoclassicismo fu, come si sa, di matrice greco-romana e aveva dei principi, un’arkè, che coinvolgeva quei popoli, europei e americani, che da quella cultura erano stati formati. Possiamo anche notare che il Neoclassicismo si poté affermare dappertutto, non rappresentando specifiche realtà. Si può anzi dire che l’estetica neoclassica, programmaticamente, non tende a rappresentare la bellezza delle cose reali, né a cercarla nelle cose reali ma tende a inventare una bellezza astratta, da realizzare servendosi di queste.

Gli anni in cui visse Antonio Canova (1757/1822) furono quelli della Révolution, poi di Napoleone e infine del ritorno degli Stati nazionali. E fu un’epoca che poneva nella polvere quelli che aveva prima messi sull’altare e viceversa. Canova visse e si adeguò molto flessibilmente a questi mutamenti politici. Esempio ne è la statua di Ferdinando IV re di Napoli (III di Sicilia e poi, dal 1815, Primo Re delle Due Sicilie), che Canova, mentre la stava realizzando, tralasciò, a causa dell’affermazione dei Napoleonidi, e che completò soltanto dopo che questi furono eliminati. Cosicché finalmente la scultura di Re Ferdinando potette essere sistemata sulla scalinata del Museo Archeologico Borbonico, dove ancora si trova. Forse questa sua duttilità aiutò Canova a fare carriera. E certo è straordinario come un modesto ragazzotto di Possagno, partito da questo piccolo paese del trevigiano, sia stato in grado di conquistare i personaggi più importanti dell’epoca sua. Rappresentò in pieno l’estetica classicista, tanto da potersi definire alunno degli antichi e maestro dei suoi contemporanei. Molti lo imitarono. Perché il Neoclassicismo incontrava il gusto della società dell’epoca. Quella particolare limitata società, s’intende, fatta di nobili in decadenza e rampanti parvenus. Canova operava secondo un metodo che via via rese sempre più preciso. Dal modellino di creta fatto di sua mano, gli aiutanti ne ricavavano, ingrandito, il modello in gesso e da questo la scultura in marmo, rifinita, poi, dal Maestro. Una tecnica lenta, che si avvaleva di precise misurazioni numeriche, una concezione dell’arte come tecné, come tecnica. Poi, lentamente, l’ammirazione per lo stile canoviano si mutò in insofferenza e si criticò la freddezza, l’astrazione della sua arte, mentre si affermava, in una società diversamente e più ampiamente formata, la libertà della visione, l’espressione vitale del sentimento e dell’inconscio. Allora Canova fu considerato falso e retorico. Ma sincero fu in lui l’amore per l’antico, che conobbe soprattutto a Roma, a Napoli, a Paestum e nei Campi Flegrei.

E può sembrare acconcio il giudizio che di lui diede Stendhal. “Quel grande che a vent’anni non conosceva ancora l’ortografia ha creato cento statue, trenta delle quali sono capolavori”. Cioè più dei due terzi dei suoi lavori non sono nulla di eccezionale ma i restanti, meno di un terzo, sono da ammirare. Nella recente mostra napoletana il curatore, Giuseppe Pavanelli, con molta accortezza aveva posto le opere provenienti dal museo di Possagno, che, in verità, sono le meno suggestive, nell’atrio dell’Archeologico, dove erano a paragone con quelle copie romane di uomini importanti che risentono di una monotona accentuata schematizzazione. A bassa voce, possiamo anche osservare che alcune di queste opere canoviane rasentavano la goffaggine. “No good, no good!” esclamava una visitatrice della mostra al loro cospetto e, preferendo le opere antiche, si indirizzava verso le meravigliose antiche sculture contenute nell’attigua Sala del Toro Farnese. Le quali hanno una vitalità derivante dall’attenzione, il rispetto e l’esaltazione della natura e della realtà umana. Così le copie dipinte dal Canova, tempere su carta, delle danzatrici vesuviane, in mostra sulla parete di fronte all’originale, dimostravano la diversità e la modestia della loro concezione. Le danzatrici antiche danzano liberamente nel vasto e libero spazio indefinito della parete colorata. Quelle canoviane si mettono in posa orizzontalmente come su un palcoscenico. Ma certo destavano la dovuta ammirazione per la raggiunta bellezza alcune sculture di Canova, in genere provenienti dall’Ermitage, collocate nella Sala della Meridiana. Come la “danzatrice con le mani sui fianchi”, “Eros e Psiche”, e le famosissime “Tre Grazie”. Eppure qualcuno ha trovato da ridire sulla figura di Eros, che non avrebbe l’altezza fisica e alcun attributo tradizionalmente maschile che ne giustifichi la presenza. E criticate sono state finanche le “Tre Grazie”, non per la bellezza indiscutibile della loro composizione ma per – come dire?- il loro contenuto, lontano da quello dell’originale greco. Le Tre Grazie, infatti, sono un soggetto molto spesso trattato nell’antichità, che le ritrasse quali ragazze eleganti nella loro castigata e attraente bellezza, che hanno tra loro legami formalmente estetici. Mentre le Grazie canoviane sono accostate l’una all’altra in un abbraccio e sono state viste da alcuni come lesbiche impudiche. Forse questo perché, senza battage pubblicitario, la visione di un’opera d’arte diventa più sincera. Ma sarà la più vera?

Adriana Dragoni

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Il Barocco di Jan Fabre di Adriana Dragoni

Posted by on Lug 3, 2019

Il Barocco di Jan Fabre di Adriana Dragoni

L’artista fiammingo in mostra a Capodimonte, partendo da un “corallo” per parlare e raccontare di sé e di noi, e della nostra vita di esseri umani

Il Barocco di Jan Fabre L’artista fiammingo in mostra a Capodimonte, partendo da un “corallo” per parlare e raccontare di sé e di noi, e della nostra vita di esseri umani Adriana Dragoni pubblicato domenica 30 giugno 2019 Che cos’è? Un cuore? La domanda è di una visitatrice che sta guardando, nella reggia-museo di Capodimonte, un’opera di Jan Fabre. Verrebbe voglia di risponderle di no. Ma non si può negare che quell’oggetto in mostra abbia una forma che molto si avvicina a quella di un cuore. Eppure non è un cuore. Questo oggetto di rosso corallo si ispira alla realtà ma diventa altro, rifugge dall’imitazione e diventa arte, pulsa di vita propria e si trasforma in simbolo, di un intrico di pensieri, sensazioni, sentimenti profondi, viscerali, carnali, veraci, indistinti. Jan Fabre, artista fiammingo di fama mondiale, in questa mostra ricchissima, che, fino al 15 luglio, sarà a Capodimonte, ci parla a lungo e racconta di sé e di noi, della nostra vita di esseri umani. Rappresenta cuori, teschi, crocifissi, spade, pugnali, la guerra, la cattiveria, la bellezza della forza, l’ironia dell’intelligenza. In un insieme di colori luminosi: il bianco tinto di rosso nei disegni tracciati col sangue, il luccicore dell’oro nelle opere eseguite dall’artista dal ’70 in poi, il brillio del corallium ruber del Mediterraneo nelle dieci recentissime opere fatte apposta per Napoli. Questo corallo rosso viene lavorato, in antichi laboratori, nella cittadina vesuviana di Torre del Greco. Sembra abbia un valore esoterico, è considerato un portafortuna e ha una precisa origine nella mitologia. Perseo, figlio di Giove e della bellissima Danae (di lei c’è un ritratto, opera di Tiziano, proprio a Capodimonte), uccide la terribile Medusa, ne prende il capo sanguinante e lo offre a Poseidone, mentre nelle acque del mare scorrono gocce di sangue: il rosso corallo.

A Capodimonte, Fabre già era venuto con una mostra di opere luccicanti del verde cangiante di tantissimi piccoli gusci di scarabei: una grande spada, simbolo di coraggio e di potenza, e un grande quadro che, con il logo delle ferrovie del Congo Belga, sintetizzava la conquista gloriosa e terribile di quella terra e dei suoi abitanti. La mostra era stata curata da Laura Trisorio e dal direttore di Capodimonte, Sylvain Bellenger, che la aveva inserita nella serie “Incontri sensibili”. E vi aveva aggiunto, evidenziandone le analogie, quattro teche che ricordavano l’uso, soprattutto seicentesco, delle Wunderkammer, stanze o scatole di oggetti naturali o artificiali interessanti per loro strane peculiarità. Il Seicento è un secolo di investigazioni sulla natura e di alchimia, di scienze e di religione, di sangue e di guerre. È il Barocco. Fabre ha una sensibilità analoga, tanto da poter essere considerato, forse, un artista barocco contemporaneo. Che suggerisce, con le sue opere, la contemporaneità della storia e quindi, affermando che il passato non passa mai, l’inesistenza di un meccanico tempo progressivo. Anche Stefano Causa, curatore della mostra odierna insieme a Blandine Gwizdala, accosta diverse altre opere a quelle di Fabre, rivelandone le analogie e rafforzandone il significato.

Così aggiunge diversi quadri del Seicento fiammingo, che rappresentano quei peccati capitali che costituiscono anche gli umani piaceri della vita. Contrasti dell’animo umano, che Fabre non manca di evidenziare nelle sue opere. E ancora a Capodimonte continua l’accostamento diretto tra Fabre e il Seicento, con la contemporanea mostra “Caravaggio e Napoli”, fino al 15 settembre. Ancora una volta, Bellenger accoglie a Napoli un grande artista evidenziandone i legami con la città. Se Fabre le si avvicina con l’uso del corallo napoletano, la mostra su Picasso svelava come la cultura popolare napoletana abbia influito su di lui. Caravaggio, Picasso, Fabre. Tutte e tre forti personalità rivoluzionarie, lontane dal classicismo accademico. Che è espresso, invece, in contemporanea, sempre nella reggia di Capodimonte, fino al 30 settembre, in “Un restauro in mostra”, che svela il meccanismo della costruzione delle sculture di Antonio Canova: dal bozzetto in terracotta al gesso precisamente misurato con i calcoli numerici occorrenti alla equipe dei marmorari che realizzavano le opere del Maestro. Due mondi diversi, due modi diversi di concepire la tecnica, l’arte e l’umanità.

Adriana Dragoni

fonte http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=62796&IDCategoria=52

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Frame Ars Artes/Paola Pozzi rilancia la sua galleria: uno spazio da vivere in infinite direzioni

Posted by on Giu 29, 2019

Frame Ars Artes/Paola Pozzi rilancia la sua galleria: uno spazio da vivere in infinite direzioni

Un’atmosfera allegramente conviviale, mercoledì scorso, all’apertura del nuovo “Frame” a Napoli, che da piccola galleria d’arte si è trasformata, spostandosi nell’edificio di fronte, in un vasto locale plurisala, che avrà anche plurifunzioni.
Tanta gente, amici di vecchia data della coppia Antonio Mussari e Paola Pozzi, tra cui quelli del vicinato. Dove, in un luogo di mezza collina, al corso Vittorio Emanuele, nei pressi del numero 525, esiste, chissà perché, un folto gruppo di gente pazza per arte e dintorni.
Al Frame diverse le attività in fieri: ancora mostre d’arte, di una fila di artisti importanti, con installazioni digitali particolari dell’artista Pascal, ma anche laboratorio di teatro, cinema, letture…
Non per nulla “ frame” è parola inglese che significa cornice, telaio. Darà supporto a tante iniziative. Ne vedremo delle belle, mosse da quell’attivo motore che è  Paola. La quale mi dice:  Non voglio la solita galleria con i quadri appesi alle pareti, che stanno lì a farsi guardare da visitatori che vengono il giorno dell’inaugurazione e poi scompaiono. Voglio un locale vivo, nel quale chi ha buone idee e capacità di realizzarle è il benvenuto.
Il locale è stato organizzato e arredato da lei, valente architetto anche di interni: diversi sono gli edifici e le abitazioni che ha creato, a Napoli, in costiera e altrove. Qui, al Frame, appare il suo gusto, che unisce alla praticità un’eleganza non superficiale, espressione della spiritualità del vivere.
Per ora, qui c’è una mostra di belle fotografie degli anni Settanta di Antonio Mussari. “Fermo immagine” si intitola. Ed emblema significativo ne è soprattutto la fotografia della risacca, del momento in cui l’onda del mare che va verso le riva è fotografata mentre si ritira e va indietro: è il ritratto di un istante, quello cercato, individuato e ripreso, forse dopo diversi appostamenti.
Ho guardato queste fotografie prima di conoscerne l’autore. Ho pensato a uno spirito solitario, raffinato, in un certo senso elitario, gentile senza affettazione. Ci sono le fotografie dei suoi viaggi. I cavalli della Camargue bianchi e bellissimi (foto). Uno di loro, solitario, è sullo sfondo ma è quello che attira l’attenzione.
E’ una questione di teleobiettivo- mi spiega poi Antonio. C’è una Francia, di cui si intuisce il ritratto in una fotografia dall’elegante verticalità, una Venezia senza gondole stereotipate ma con il mare e una barca. Un mare che diventa vivissimo in una fotografia astrattizzante.
Ho usato il doppio scatto– mi spiega ancora l’autore Ci sono anche degli straordinari alberi dal fogliame rosso. E ancora Antonio mi dice: Ho usato una semplice pellicola Agfa Crome e una semplice Nikon, che va a prendere e mi mostra maneggiandola con affetto.
Poi mi fa vedere  anche una fotografia che non è al Frame. Rappresenta l’Italsider di Bagnoli ancora funzionante: c’è un’enorme aerea nube di fumo che lui è stato capace di trasformare in materia concreta, rilevata com’è dal contorno più scuro.
Questa dell’Italsider è tra le fotografie di una rivista che negli anni Settanta andava per la maggiore, “Nuova fotografia”, in cui un lungo articolo è dedicato a lui, Antonio. Che vi appare come un osservatore e uno sperimentatore. Non per niente ha una laurea in fisica Che non ha molto sfruttata, preso dalla passione per la fotografia che, a quel tempo, lo ha reso celebre. Non si sofferma su un incidente che lo ha bloccato. Comunque ora– confessa- non mi piacerebbe usare la fotografia digitale, è troppo facilitata.
Le fotografie  in mostra al Frame (fino al primo luglio) sono come dipinti, opere d’arte che indagano sul mondo dei colori e degli affetti, della luce e delle penombre, rielaborazioni affascinanti che narrano questa o quella storia, che captano quell’irripetibile momento, che è un momento di vita.

Adriana Dragoni

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L’arte del fuoco

Posted by on Mag 23, 2019

L’arte del fuoco

Cai Guo Qiang a Napoli. Dopo i fuochi d’artificio a Pompei la mostra al Museo Archeologico, pensando anche ai trucchi della creazione per scuotere la vita

Booaaaam! un boato fortissimo, enorme, orrendo, lo scoppio di una fiammata improvvisa, la folla accalcata dietro le transenne tutta insieme si ritrae, spaventata, con un coro sommesso: ooohh! 

Se l’arte deve dare emozione, questa volta ci è riuscita davvero: c’è un fremito di paura, mentre una nube scura scura, ora, occupa tutto intorno e il cielo. Grandioso! Poi, tra lo scoppiettio dei fuochi d’artificio, un sottile fumo bianco si leva dai vasi antichi ammucchiati lì davanti, ora cocci, che il fuoco, protagonista, ha reso neri e, dietro di loro, emergono lentamente le statue dello Pseudo Seneca, della Venere Callipigia, di Atlante e poi, su tutti, grande, potente, l’Ercole Farnese, non più di marmo bianco e che sembra di bronzo e poi si trasforma. Strisciate di liquido colore scorrono sulla sua pelle, è rinato, non è solo una statua, ha vissuto. Il lenzuolo bianco, steso là in fondo, è macchiato da tante tinte diverse colate dall’alto.

Questo è accaduto nell’anfiteatro di Pompei per la performance Nel Vulcano, una tappa del “Viaggio di un uomo nella storia dell’arte occidentale”, progetto dell’artista cinese Cai Guo Qiang. Curatore della performance è stato Jerome Neutres, che della città antica ha detto «sembra vivesse con l’arte». E si pensa, allora, alla vicina Casa di Afrodite, dove, in un giardino, un uccellino beve l’acqua dalla fontana e la dea, bellissima creazione magnogreca, è una donna che anticipa di secoli la Venere di Giorgione ma anche la Maya desnuda di Goya, ed è protettrice dell’antica Pompei come lo è oggi la Madonna cristiana. Pompei rivive ancora, eterna. Come la sua arte. Questo ci dice anche Cai Guo Qiang con la sua performance.

La cui organizzazione, complessa e dispendiosa, è stata opera della Fondazione Morra e ha impegnato tantissime persone, dai fuochisti ai vigili del fuoco, agli assicuratori e ai trasportatori di grandi oggetti e di persone, giornalisti e non, italiani, stranieri, soprattutto francesi e, naturalmente, cinesi. «Siamo molto soddisfatti del nostro lavoro. Non tutti sarebbero stati in grado di realizzare tutto questo. Straordinaria la scelta del luogo. E Cai Guo Qiang è un artista eccezionale. Credo che la nostra collaborazione con lui continuerà. Faremo grandi cose insieme», ci ha detto il Presidente della Fondazione, Giuseppe Morra.

Poi ci siamo spostati al Museo Archeologico di Napoli. Nell’atrio, ora, ci accolgono le statue severe degli imperatori romani e dei funzionari imperiali che, a volte, stranamente, hanno le teste troppo più piccole del normale. Hanno sostituito, dicono, altre teste, che ritraevano visi di persone non più importanti oppure morte. Siamo qui, all’Archeologico, a cercare le reliquie dell’avvenimento pompeiano, visibili al pubblico fino al 20 maggio. Domandiamo dove si trovino. Sono itineranti, ci informa una giovane addetta all’accoglienza che ama parlar forbito, mentre ci dice che queste reliquie stanno miracolosamente andando motu proprio a spasso per le sale del museo. In realtà, sono state collocate in varie sale. Ma le troviamo soprattutto nella sala del Toro Farnese. Il famoso gruppo scultoreo rappresenta il supplizio di Dirce che, legata a un toro inferocito, da questi sarà trascinata e ne morrà. È in fondo alla lunga sala e nei pressi dell’entrata, invece, vi sono le statue della Venere Callipigia, dello Pseudo Seneca e di Atlante, coperte di fuliggine, ingrigite, come immiserite dal fuoco pompeiano. Raccolgono uno sguardo un po’ distratto, tra il commiserevole e l’interrogativo, dei visitatori non informati. 

Lì accanto, ancora bellissimo, c’è l’Ercole Farnese, rinato dalle fiamme. Il lenzuolo, lunghissimo (32 metri), un tempo bianco, poi variegato da tanti colori dall’esplosione pompeiana, ora è tenuto in alto per fingere un affresco sul soffitto. Lungo le pareti vi sono anche dei quadri di Cai Guo Qiang disegnati con le dita, come sporcate dalle ceneri, alcuni colorati, con il rosso del fuoco che prevale. Intorno, integre, vi sono le antiche sculture dell’Archeologico. I visitatori sembra amino l’insolito e si fermano soprattutto a osservare l’Artemide Efesia, quella dea che ha tante protuberanze pendenti sul petto, mammelle o scroti ed è bellissima comunque, e si mostrano anche interessati all’impudica attrazione sensuale tra Pan e Dafni e a quella tra Ganimede e l’Aquila, e un po’ meno alla sconvolgente bellezza della costruzione intrecciata e unitaria di Eros con il Delfino. 

Su una parete, si vede il filmato della performance pompeiana. Una signora lo sta filmando. È un architetto. Insegna alla scuola media statale. Mi dice: «Porterò il filmato in classe. Spero così di interessare i miei alunni. Ci tento in ogni modo. Purtroppo i ragazzini d’oggi sono refrattari a ogni stimolo. Li trovo apatici». Non lo sono soltanto loro. Perciò l’arte cerca qualcosa in grado di scuotere, è in escalation, siamo arrivati al fuoco. Che cosa inventerà ancora?

Adriana Dragoni

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