Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Episodi della vita militare del bersagliere Margolfo Carlo

Posted by on Gen 1, 2024

Episodi della vita militare del bersagliere Margolfo Carlo

INTRODUZIONE

II manoscritto degli episodi della vita militare del bersagliere Margolfo Carlo giaceva fra le vecchie cose che in ogni famiglia si conservano «per ricordo», ma delle quali si finisce poi per perdere la memoria.

Un nipote del Margolfo, o Margolfi – egli si nomina sia nell’uno, sia nell’altro modo, secondo l’antica declinazione dei cognomi che resiste dal tempo in cui i registri parrocchiali  in latino tenevano luogo di anagrafe – ritrovò il vecchio diario del nonno materno, insieme col Libretto di deconto (che si chiame- rebbe oggi foglio matricolare) e altri scritti coevi, e lo mostrò al maestro Gino Fistolera, ricercatore e studioso delle memorie lo- cali. Egli lo giudicò molto interessante e, nel 1975, ne ricavò un edizione al ciclostile, apportando alla forma qualche indispen- sabile adattamento, ad uso dei suoi scolari – i quali, dal canto loro, la illustrarono con appropriati e gustosi disegni – e ne fece quindi menzione nella sua recente monografia su Delebio (1).

Ma discutendone assieme, l’amico Fistolera ed io, abbiamo riconosciuto che questo vecchio diario è anche più di una me- moria locale, di una piccola epopea paesana: esso è la testimo- nianza di un uomo cui toccò di vivere i suoi vent’anni nel mo- mento del passaggio del Lombardo-Veneto al Regno Sardo prima, e d’Italia poi; è un documento dell’epoca travagliata dai gravissimi problemi della nazione appena unificata – i quali, a ben vedere, sono alla radice di molti problemi nostri – è l’espressione di una mentalità militare, ma non militaresca, che appare oggi quasi incomprensibile.

Carlo Margolfo nacque a Delebio, borgata della bassa Val- tellina, da Giovanni Antonio e Marta Ruffoni, il 10 agosto 1837, come risulta dal Libretto di deconto. Frequentò sicuramente la scuola elementare dell’Imperiai Regio Governo Austriaco e im- parò a leggere e a scrivere, o almeno a compitare e a tracciare  la propria firma. Lo stesso Libretto ci informa che, quando andò soldato, il Margolfo era filatore di seta, residente a Sondrio, e ci rende noto anche il suo aspetto: statura un metro e settanta, capelli castani, occhi bigi. Era un uomo prestante, con fronte alta, folti mustacchi, sguardo fiero e intelligente, come appare in due fotografie: la prima, all’inizio del manoscritto, lo rappresenta nel vigore degli anni, entro una cornicetta ovale di stagnola do- rata; la seconda, nelle ultime pagine, lo raffigura anziano, con le sue medaglie appuntate sul petto. In entrambe egli appare vestito con una certa eleganza, con la cravatta bene annodata e la catena dell’orologio infilata in un occhiello del panciotto.

La vita militare del Margolfo incomincia nel 1858, col servizio di leva nel corpo dei Cacciatori dell’esercito austro-ungarico. Secondo il metodo di chi, a dirla col Giusti, «regna dividendo e teme / popoli avversi affratellati insieme», lui, che probabilmente non era mai uscito dalla sua valle, viene spedito nientemeno che in Ungheria. Dopo l’armistizio di Villafranca e la pace di Zurigo, che concludono la seconda guerra per l’indipendenza, egli passa nel corpo dei Bersaglieri dell’esercito sabaudo, e partecipa alla guerra per la conquista dell’Italia del Sud, durante la quale l’esercito regolare discende lungo la Penisola, incontro a Garibaldi che la risale, reduce dall’impresa dei Mille.

Di questa guerra, oltre alla battaglia di Castelfidardo, si ricorda soprattutto, e comunque lo si voglia interpretare, l’éncon- tro di Teano» fra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, ma il Margolfo narra diffusamente altri importanti episodi, come gli assedi  della fortezza pontificia di Ancona e di quelle borboniche di Gaeta e di Messina.

Quindi, fra il ’61 e il ’64, il nostro bersagliere partecipa a sei spedizioni per la repressione del brigantaggio, sui monti del Sannio, dell’Irpinia, del Molise, del Matese, in alta Terra di Lavoro, della Penisola Sorrentina, e sono queste le vicende più interessanti e drammatiche.

Infine è richiamato alle armi nel ’66 in occasione della terza guerra per l’indipendenza.

Negli avventurosi spostamenti, per lo più a piedi, ma anche per ferrovia e su navi a vapore, il Margolfo, che per certo non avrebbe avuto altre occasioni di «divenir del mondo esperto», dopo la puntata in Ungheria percorre l’Italia in lungo e in largo, da Sondrio a Messina, da Cuneo a Udine e a Trieste, conosce gente diversa, vede montagne e boschi, paesi e borgate così differenti dalla sua Valtellina, e grandi città di mare da cui rimane affascinato. Anche la descrizione di questi luoghi è un aspetto interessante del suo racconto.

Del bersagliere ritornato alla vita civile non sappiamo molto: il 15 giugno 1869, nell’anno stesso in cui ottenne il congedo asso- luto, sposò Barbara Vaninetti vedova Corti, negoziante, dalla quale ebbe due figli, Elvira e Giovanni. Continuò a condurre la sua piccola azienda contadina, aiutando la moglie che gestiva l’unico bazar del paese, dove si trovava di tutto, dalle spezie agli attrezzi di lavoro. Gli anziani della passata generazione lo ricor- davano come conversatore inesauribile e brillante, che teneva banco sia nella ‘Osteria del Benedèt’, gestita dal suo amico e compagno d’armi Benedetto Corti, sia sulla panchina pubblica  di fronte, dove era solito leggere il giornale anche a beneficio degli illetterati. Morì a Delebio il 9 ottobre 1924, a 87 anni, un traguardo che pochi a quel tempo raggiungevano.

Le campagne contro il brigantaggio meridionale sono un ca- pitolo di storia nazionale che un tempo, per carità di patria, si preferiva ignorare. Con ciò non si vuoi dire che quella vera e propria guerra civile tra il Nord e il Sud d’Italia – «quella sporca guerra», come efficacemente la definisce Salvatore Scarpino – fosse trascurata dagli storici. La vastissima letteratura sull’ar- gomento è fondata su documenti copiosi: relazioni militari e par- lamentari, verbali giudiziari, diarii, lettere, e perfino l’autobiogra- fia, dettata in carcere, di uno dei più potenti e feroci briganti, Carmine Donatelli, detto Crocco. E fra le centinaia di opere pubblicate a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si contano quelle di meridionalisti insigni, quali Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti.

Ma i fatti e le loro cause non erano divulgati fuori dalla cerchia degli studiosi, e sui libri scolastici erano appena accennati  nel contesto della «questione meridionale». Si incominciò a parlarne solo in anni relativamente recenti, quando si prese a spogliare il Risorgimento del suo parato retorico, a giudicare crìti- camente l’idea dell’unità nazionale, a scrivere «patria» con l’ini- ziale minuscola. Si conobbero così episodi di un’efferatezza in- immaginabile, come i massacri di Pontelandolfo e le fucilazioni in massa del generale Pinelli a Noia, descritte anche dal bersagliere delebiese, si videro le fotografie di briganti uccisi e  ostentati  come trofei di caccia, monito atroce ai «manutengoli» che li sostentavano.

Il Margolfo non aggiunge nulla ai fatti che già si conoscono, anzi, limitandosi a quelli di cui è stato partecipe, ne ignora altri che gli storici si compiacciono di raccontare – come le temerarie apparizioni di Maria Sofia, diciassettenne regina di Napoli, sugli spalti di Gaeta – e riferisce come semplice notizia di cronaca il celeberrimo incontro di Teano. Si noti, a questo proposito, che l’Eroe dei due mondi lo lascia indifferente. Non ha limiti, invece, la sua ammirazione per il «bravissimo generale Cialdini», para- gonato quasi al martire guerriero S. Carpoforo, patrono di De- lebio: e perciò il bersagliere non tralascia di ricordare ogni occa- sione in cui le truppe hanno l’onore di essere passate in rasse- gna da lui, che più di una volta è a fianco del re.

Più dei fatti narrati conta per noi il modo in cui il Margolfo li narra, impassibile fra bombe, cannonate e mitraglia, senza batter ciglio davanti alla morte dei compagni o alle atrocità della repressione del brigantaggio. Se non manca chi denuncia l’orro-  re e il disgusto per quella guerra – come Gaetano Negri, giovane ufficiale, nelle lettere ai familiari – il nostro bersagliere non può permettersi questi sentimentalismi: soldato semplice, egli esegue gli ordini senza commenti, si tratti di un semplice servizio o del massacro di civili inermi. La sua è la testimonianza, forse unica,  di uno degli innumerevoli, sconosciuti soldati semplici che, nel bene e nel male, hanno «fatto l’Italia», documentando allo stesso tempo, quanto la guerra sia barbara e disumanizzante.

Tuttavia il Margolfo non è affato un personaggio brutale, privo di sentimenti umani: egli racconta anche i gagliardi piaceri della vita militare, gli incontri con i «patrioti» delebiesi, le bevute in compagnia, la «legrìa», le pericolose trasgressioni che ce lo rendono simpatico. Fame, sete, freddo, calura, febbre, marce massacranti e pioggia da terzo cerchio dantesco sono poi temi ricorrenti dell’avventuroso diario.

Il manoscritto occupa 177 pagine, non numerate, di un qua- derno a righe di 20 x 13 x 2 centimentri, dalla copertina rigida di colore nero marmorizzato.

Nel frontespizio un ingenuo calligrafo presenta il titolo com- pleto: EPISODI / DELLA VITA MILITARE / DEL / BERSA- GLIERE I MARGOLFO CARLO / DEL ó.sto BATTAGLIONE

2.a COMPAGNIA / 4° CORPO D’ARMATA COMANDATA /

DAL I GENERARALE [sic] CIALDINI, in caratteri di varia grandezza e spessore, diritti o inclinati; ma mentre li infioretta   con fregi, riccioli e puntini, secondo il gusto dell’epoca, non si avvede della sillaba distrattamente ripetuta.

Segue il diario, scritto con grafia chiara e regolare, se non elegante, inclinata da sinistra a destra, con margini e capoversi bene ordinati. L’amanuense non è il Margolfo, di cui conosciamo la firma, vergata con mano pesante. Si potrebbe ipotizzare che   sia la moglie, più esperta di lui nel maneggiare la penna, ma non abbiamo riscontri grafologici sufficienti per sostenerlo.

La narrazione si svolge per lo più a mo’ di cronaca, con scrupolosa annotazione del giorno della settimana e del mese: essa ha inizio con la conquista dei domini pontifici e borbonici e termina con la campagna del’66 e il successivo addio alle armi. In appendice è raccontato anche il servizio di leva nell’esercito austro-ungarico e sono riportati i brevetti di due medaglie commemorative.

La straordinaria precisione delle date, e perfino delle ore, puntualmente riscontrabile negli scrìtti degli storici, pone il pro- blema della redazione del diario. U Margolfo sapeva appena scrivere, ed è impensabile che egli stesso, fra marce e battaglie, lo redigesse quotidianamente. Due documenti ritrovati insieme agli Episodi suggeriscono qualche ipotesi.

Il primo, che chiameremo Cronaca I, è un quadernetto di 75 pagine numerate, divise verticalmente in due colonne, dove sono concisamente annotate, giorno per giorno, le vicende dal ’60 fino  al termine della quinta spedizione contro i briganti. Lo scrivano dimostra familiarità con la penna, perché la grafia è diritta, sottile, con qualche tratto ricercato, le date e i nomi dei luoghi sono  scritti a caratteri più grandi e corposi, ma l’espressione è appesantita da frequenti solecismi dialettali. L’estensore potrebbe essere il bersagliere Giuseppe Mosca, il quale festeggia il ottobre del ’60 i galloni di caporale e riferisce in prima persona l avvenimento che, nella stessa data, il Margolfo riferisce in terza persona. A pagina 32 lo scrivente dichiara di avere annotato le vicende giorno per giorno, utilizzando il proprio «portafoglio» (il termine sembra indicare uno scrittoio portatile). La Cronaca I potrebbe essere la trascrizione in bella copia di quelle note ver- gate sotto la tenda o in ricoveri di fortuna.

Ci sono poi due quadernetti a righe dove sono esposte, nello stesso ordine, con parole quasi identiche e parimenti scorrette, rna con grafia corsiva più sciolta, le stesse vicende. Nel primo si giunge fino alla presa di Gaeta, nel secondo fino alla quinta spe- dizione contro i briganti. Questa, che chiameremo Cronaca II, potrebbe essere un’altra trascrizione di note prese immediata- mente sul posto.

Certamente il Margolfo attinse ai due manoscritti per collo- care in luoghi e tempi precisi le sue memorie: nel racconto di episodi non compresi dalle due Cronache, ossia della milizia nell’esercito austro-ungarico e della sesta spedizione contro i bri- ganti, le connotazioni spazio-temporali sono infatti più scarse e vaghe. Ma delle Cronache egli si valse soltanto come di uno schema nel quale inserire le proprie personali avventure – gli Episodi, appunto, dichiarati dal titolo – che sono la vera ragione del suo narrare.

Il problema della redazione si complica poi considerando l’impiego di termini e locuzioni che non appartengono alla parlata lombarda, e nemmeno al linguaggio militare, ma ad un italiano a volte quasi toscaneggiante, come  giustamente osserva l’amico Fistolera, proprio di una persona «letterata». Ma bisogna considerare che il nostro bersagliere aveva  ascoltato la parlata di molte regioni italiane, e inoltre, come s’è visto, leggeva il giornale.

Conviene in ogni modo riconoscere che non gli manca una vena di rustica poesia, affiorante nel linguaggio colorito, in alcuni sorprendenti aggettivi, immagini e paragoni che il lettore scoprirà da sé, nelle vigorose esclamazioni, nelle domande retoriche che tengono in sospeso l’uditorio. Vien fatto di ricordare il manzoniano mercante di Bergamo, che racconta le «novità» di Milano agli avventori dell’osteria, davanti a Renzo  in fuga verso l’Adda. E sembra proprio di vederlo, il nostro Margolfo, all’«O-steria del Benedèh>, tener banco davanti a un boccale di vino, sotto la lampada a petrolio o al riverbero della fiamma del patriarcale camino; sembra di vedere i volti  arrossati e gli occhi lustri degli ascoltatori, di sentire le loro  voci rudi ed eccitate prorompere in esclamazioni e commenti.

Nella trascrizione degli Episodi sono aggiunte, fra parentesi quadre, poche parole necessarie alla comprensione del testo. Le   t parentesi tonde appartengono invece all’originale.

Nei casi frequenti di toponimi errati, o storpiati – ma si tenga presente che sono nominate quasi 250 località – dove è stato possibile interpretarli seguendo gli itinerari su carte al 10.000, si aggiunge, tra parentesi quadre e in corsivo, la dizione esatta o moderna, che viene usata in seguito ogni volta che il toponimo ricompare.

Si è pensato bene di ridurre a minuscole le maiuscole so- vrabbondanti, di rendere più scorrevole la punteggiatura, di e- mendare i più vistosi errori di distrazione, di ortografia e di lin- gua: chiaro di l’una, allagamento, pellustrazione, remistizio per «armistizio», plutone per «plotone», rifucilarsi per «rifocillarsi», ecc. sono accettabili e debitamente apprezzabili in un mano- scritto, ma lo sono meno in uno stampato, dove potrebbero anche essere giudicati errori del proto.

Sono stati invece mantenuti i molti «di» usati a sproposito, le pittoresche licenze grammaticali, la sintassi sbilenca dei gerundi,  i termini dialettali scrupolosamente tradotti in lingua: correggerli avrebbe significato togliere sapidità e colore a un testo che si direbbe registrato dalla viva voce.

È poi sembrato opportuno collocare all’inizio i fatti, cronolo- gicamente anteriori, raccontati in appendice.

Il testo, infine, che nel manoscritto è suddiviso in capitoli di varia lunghezza secondo criteri alquanto vaghi, è stato articolato in capitoli, argomento per argomento, e i singoli episodi vengono introdotti con brevi citazioni del testo.

Un doveroso ringraziamento alla famiglia del defunto Giuseppe (Zepìn) Mazzoletti che, tramite il maestro Fistolera, ha fatto dono del manoscritto alla Biblioteca Comunale di Delebio,  e alla famiglia del Sig. Paride Fransci che ha messo gentilmente   a disposizione i quaderni delle due Cronache e il Libretto di de- conto.

Grazie anche alla Direzione e al personale della Civica Raccolta di Stampe «Bertarelli» di Milano, del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano e dell’archivio del Touring Club Italiano, che con efficienza e cortesia hanno agevolato la raccolta dei documenti iconografici.

Introduzionee note di Laura Meli Bassi e Gino Fistolera

continua……

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.