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Ernesto De Martino, decifratore della crisi

Posted by on Feb 3, 2017

Ernesto De Martino, decifratore della crisi

Nato a Napoli, nel 1908, Ernesto De Martino studiò la filosofia nell’atmosfera intellettuale dell’idealismo di Benedetto Croce e di Giovanni Gentile. Interessato innanzitutto dalla storia del cristianesimo, il grande antropologo si indirizzò poi verso lo studio delle religioni e verso l’etnologia. Membro del Partito comunista, dal 1949, egli si avvicina alle tesi di Antonio Gramsci e comincia a studiare, con ricerche sul campo e attraverso interviste, le pratiche magico-religiose dei contadini dell’Italia meridionale. Professore all’università di Cagliari, alla fine della sua vita, è l’autore di un’opera diversa, dal saggio alla monografia, dagli articoli giornalistici ai libelli. I suoi ultimi lavori portavano sui temi e sui miti della fine dei tempi e dell’apocalisse. Muore nel 1965.

Un’opera dimenticata riappariva più di trent’anni dopo la scomparsa del suo autore. Essa si impone non solo per la libertà di spirito, per l’erudizione di colui che l’ha prodotta, ma anche per la forza di ciò che aiuta a conoscere e a comprendere oggi. Ernesto De Martino non era né facilmente classificabile né docile. Gli si fece pagare questo poco di compiacenza: ebbe accesso ad una cattedra universitaria in Sardegna solo al termine della sua esistenza. Vi insegnò la storia delle religioni senza confinarsi in questa specializzazione. Ernesto era ribelle ad ogni chiusura. Storico del cristianesimo e delle altre forme della vita religiosa, filosofo, etnologo sul campo e folclorista, condusse ciascuno dei suoi studi ricorrendo all’aspetto pluridisciplinare. Non era né una concessione alle facilitazioni dell’eclettismo né una maniera di giustificare la diversità dei temi trattati.

L’inventario sommario di questi (la magia situata ai confini della religione e dell’ideologia, i culti di possessione e lo sciamanismo, le terapie contadine del sud dell’Italia, i rituali della crisi per il lutto (le lamentatrici funebri di Pisticci e di Ferrandina) e, più tardivamente, le figure dell’apocalisse nella storia culturale e nella patologia individuale) può dare l’impressione della dispersione. Il carattere unitario del progetto ne è mascherato. L’unità proviene innanzitutto da un’esigenza intellettuale, che il costante commercio intrattenuto con i filosofi fortifica. Formatosi sotto l’influenza di Benedetto Croce, dell’idealismo neohegeliano, poi dello storicismo italiano, che lo avvicina al già citato Antonio Gramsci e lo conduce così ad aderire al Partito comunista, De Martino non ha mai interrotto i confronti filosofici per i quali prova le sue proposizioni. In dibattito con l’esistenzialismo di Haeidegger, Ernesto rivela la sua distanza e nello stesso tempo mutua qualche idea. Attento all’opera del filosofo tedesco Ernst Cassirer, uno dei maggiori rappresentanti del neocriticismo, il De Martino precisa maggiormente la sua concezione del simbolico e delle configurazioni culturali che ne ricevono la loro forma. E’, però, Gramsci che lo incita a cambiare l’orientamento delle sue ricerche. Egli studia allora, con rigore, i contadini dell’Italia più sfornita di denari (quella del Mezzogiorno povero, ai margini della modernizzazione) e la pratiche magiche, religiose, che separano questa classe contadina dalla cultura dominante. Il De Martino diviene il suo interprete ed un intellettuale solidale con i suoi combattimenti.

L’unità che si rivela progressivamente risulta dal metodo e dagli intenti, al servizio dei quali essa è messa. Il metodo non dissocia il comparativismo antropologico né dalla storia, permettendo di accedere alla genesi dei dispositivi culturali e di prendere in considerazione gli effetti dell’ambiente storico, né dalla psicologia, permettendo di accedere alle radici soggettive dei fenomeni studiati. E’ questo che conduce De Martino a confutare le antropologie, che escludono la storia, e il soggetto, della loro interpretazione delle configurazioni sociali e culturali. Quanto all’intento, esso ha per origine una constatazione dominante: “La polemica antimagica attraversa il corso della civiltà occidentale… Le nazioni moderne sono moderne nella misura in cui esse hanno partecipato a questo processo in cui siamo ancora impegnati). De Martino, avendo una concezione immanentista della storia e dello spirito umano, affermando una posizione radicalmente laica, afferma altrettanto la necessità di non sottrarre alla giurisdizione della ragione l’interesse per la magia, il mito e la religione. E tantomeno restiamo presi da: “A fianco delle tecniche scientifiche, diamo ancora un valore immediato al campo delle tecniche mitico-rituali, alla potenza magica della parola e del gesto”. Il ragguardevolissimo studio di Silvia Mancini, che accompagna la nuova edizione de Il mondo magico di Ernesto De Martino, restituisce all’opera la sua portata innovatrice e corregge le cattive interpretazioni.

Tre opere principali segnano il percorso scientifico del dopoguerra. Le prime due sono da leggere congiuntamente: una propone l’esplorazione del mondo magico, l’altra applica il procedimento all’interpretazione delle sopravvivenze in Lucania, nell’Italia meridionale, alla ricerca di ciò che fonda il mantenimento di un regime arcaico d’esistenza. La magia è vista nella sua accezione più larga. Essa è come il mito, il rito, la religione, un dispositivo di cui occorre esplorare la genesi, la logica interna, i modi di manifestazione e l’efficacia culturale. In questo senso, la magia appare innanzitutto sotto l’aspetto delle tecniche che essa mette in opera e delle strategie culturali a cui ricorre. L’interpretazione potrebbe sembrare piattamente funzionalista. Essa non lo è, nella misura in cui il ricorso alla magia si comprende in quanto risposta complessa alle crisi della presenza (al mondo, all’ambiente sociale, alla storia in fieri), in quanto reazione di fronte alle situazioni critiche, protezione opposta ai rischi reali ed immaginarii. La magia, come la religione, dà una capacità d’affrontare la potenza del negativo, le situazioni insopportabili, gli impeti nella regressione e nel caos. E’ nel mondo magico che De Martino esamina le condizioni psicologiche spiegando i poteri della magia. Egli raffronta la sua elaborazione teorica con gli apporti dei filosofi contemporanei e ricorre a taluni concetti dell’esistenzialismo.

Sud e magia risulta da un’inchiesta diretta, del 1952, a Tricarico (Matera), che definisce gli ambiti fondamentali della magia in Lucania, oggi Basilicata: la fascinazione esercitata sull’”essere dominato da”, la possessione, l’incantamento, l’esorcismo. E’ anche l’occasione di una duplice dimostrazione. La messa in relazione del momento magico con le prove della vita quotidiana, con un modo d’esistenza fragile e precaria, mantenendo il timore del “naufragio in una negazione che colpisce la possibilità stessa di un comportamento culturale qualsiasi. Questo momento apre delle prospettive di soccorso d’urgenza, quando l’esasperazione della crisi individuale sembra spossessare di ogni capacità di decisione e di scelta. La seconda parte della dimostrazione rivela, con insistenza, che la magia e gli arcaismi, accompagnandola, non sono configurazioni residuali, isolate, incistate. Si stabiliscono dei raccordi con le forme più elevate della vita culturale. Si ritrova la componente magica nel cattolicesimo popolare e fino al centro del culto cattolico stesso.

E’ nella terza opera, La terra del rimorso, che De Martino rivela pienamente il vigore del suo procedimento indagando nel Salento con un’équipe (composta particolarmente da uno psicologo, da un psichiatra e da un musicologo, Diego Carpitella) su quello che sussiste di un culto di possessione, la cui origine rimonta al Medio Evo. Questo complesso religioso, oggi minore, adatto all’ambiente contadino, ma che ha anche riguardato le classi superiori, è conosciuto sotto il nome di tarantismo. Esso associa il tema mitico e il simbolismo della tarantola, che morde ed avvelena, con la pratica rituale che libera il tarantolato dal male, dalla possessione, consegnandolo al disordine dello spirito e del corpo. La spiegazione del fenomeno non dipende dalla competenza medica, ma dall’analisi culturale. La crisi mette in gioco la malattia, la disgrazia, il male, il rimorso e tutte le relazioni simboliche che si tessono dall’uno all’altro. La cura non può adempiersi che ricorrendo ai mezzi dell’efficacia simbolica, che effettuando una catarsi che coniuga la parola, la musica, la danza e la forza dei colori. De Martino sottomette le osservazioni sul campo al suo metodo: utilizzare tutte le risorse del comparativismo, ritrovare il condizionamento storico-culturale del fenomeno e rischiarare questo tramite le reazioni contrarie che esso ha provocato in seno al cattolicesimo o al positivismo. E al di là, a portare una convalida supplementare alla tesi principale formulata e ripresa sotto forme differenti delle pubblicazioni successive. E’ lo stato di crisi, l’esplosione di situazioni critiche risultante da un vissuto di frustrazione o di miseria, che apre la via allo spodestamento di sé.

La terra del rimorso non è solo una regione, è di ogni luogo, di ogni parte dove si effettua il ritorno del cattivo passato. L’antropologia del rimorso ci è anche destinata: essa concerne “quella parte del nostro pianeta che è entrata nella zona d’ombra del suo cattivo passato”.

In ultima analisi, possiamo dire che l’esplorazione del mondo magico (a volte cogliendo in flagrante il documento) fu uno dei compiti di questo professore dell’università di Cagliari, etnologo sul terreno e folclorista aperto alla filosofia e agli apporti della psicologia e della psicopatologia.

Alfredo Saccoccio

 

 

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