Alta Terra di Lavoro

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Ferdinando II ed i luciani

Posted by on Ott 17, 2021

Ferdinando II ed i luciani

Dedico questo studio alla memoria dei Luciani che all’indomani dell’unità d’Italia furono costretti ad emigrare perdendo, con l’antico borgo, la memoria della napoletanità.

1. Introduzione

2. La vita quotidiana di Ferdinando II

3. Santa Lucia

4 Ferdinando II ed i Luciani

5.Il risanamento

6. L’azione di Ferdinando Russo

7. Commiato

1 Introduzione


1 Introduzione

Quando nella storia affiorano condanne dettate da ragioni ideologiche presto o tardi, come Tacito insegna, la giustizia trionfa per ristabilire i giudizi. E’ il caso di Ferdinando II sbrigativamente condannato da giudici faziosi che avevano appena smessi i panni di nemici della Nazione Napoletana per indossare quelli di sacerdoti della verità politica. Da molti decenni giungono segnali favorevoli ad una revisone del giudizio sul sovrano borbonico. Gli autorevoli studi di Edmondo Cione, Renato Di Giacomo, Federico Curato, Michele Topa hanno messa in discussione l’immagine negativa costruita dall’oleografia risorgimentale documentando un volto inedito di Ferdinando II.

Le nuove tesi sono stati sufficienti per riaccendere il fuoco d’amore che è covato per un secolo sotto la cenere della nuova Italia e ciò ha dato l’opportunità, alla rinata letteratura meridionale, di recuperare la figura di Ferdinando II quale idea-forza, o simbolo, o ancora archetipo della nostra società ottocentesca. In un romanzo pubblicato quest’anno e scritto da una giornalista di Torre Annunziata si narra la storia di una patriarcale famiglia di pastai che dalla costiera amalfitana si trasferisce nella striscia di terra tra il Vesuvio e il mare. La vicenda prende le mosse dal 1848 per giungere al 1940. L’annesione del regno è narrata con struggente partecipazione e la morte di Ferdinando II, descritta dal patriarca di famiglia alla nipotina prediletta, ci fa comprendere le emozioni provate dai nostri avi 1.

Del resto se si osserva attentamente la fotografia di Ferdinando II sul letto di morte, pubblicata recentemente nel catalogo edito in occasione del centenario della morte di Francesco II 2 , si noterà che essa ricorda molto la morte dei nostri vecchi. Due comuni sedie impagliate messe dirimpetto al letto sorreggono una l’immagine di Gesù che cade sotto la croce e l’altra l’immagine dell’Addolorata. Più in là i parenti vegliano il defunto e tutt’attorno al morto dei ceri illuminano religiosamente la stanza. L’elemento di differenza tra la morte del re e quella dei nostri vecchi è costituito dalla presenza delle Guardie nobili di Palazzo che vegliano sull’attenti il Sovrano defunto. Della scena, tramandataci nel suo verismo dall’arte fotografica agli albori, quel che colpisce di più ci è stato tramandato dal racconto che ne fece Raffaele De Cesare nella sua monumentale “Fine di un Regno” 3 .

Il De Cesare aveva appresi i dettagli degli ultimi momenti di vita del Re dalla diretta voce del medico Capone presente al trapasso. Ferdinando II, venendo a sapere che stava per ricevere l’estrema unzione, non si mostrò sorpreso dell’annunzio, al contrario, volle organizzare la cerimonia. Oltre al rituale cero ordinò che se ne accendessero altri tre: uno della Candelora, uno del Supremo e uno della Santa Casa di Loreto. Poi volle che gli si portassero i quadri, già menzionati, che furono adagiati sulle due sedie impagliate. L’immagine dell’Addolorata fu tolta dalla stanza in cui morì uno dei tre figli scomparsi in tenera età. Il Re volle avere accanto il quadro perchè alla morte del figlioletto aveva chiesto alla Vergine di poter morire con gli occhi rivolti a quella figura 4 . Unto dell’olio santo volle rivedere la famiglia al completo. Baciò e benedisse tutti con queste ultime parole:

“Lascio questa bella, cara ed amata famiglia; il Signore in questo momento mi dà la grazia di essere tranquillo e di non soffrire alcun dispiacere, di distaccarmi dalle persone e dalle cose le più amate; lascio il Regno, le grandezze, onori, ricchezze, e non risento dispiacere alcuno. Ho cercato di compiere, per quanto ho potuto, i doveri di cristiano e di Sovrano. Mi è stata offerta la corona d’Italia, ma non ho voluto accettarla; se io l’avessi accettata, ora soffrirei il rimorso di avere leso i diritti dei Sovrani, e specialmente poi i diritti del Sommo Ponteftce. Signore, vi ringrazio di avermi illuminato Lascio il Regno ed il trono come l’ho ereditato dai miei antenati “5

Dopo poche ore moriva.

Ricorrendo l’antica festa di San Ferdinando, un tempo attesa con gioia in tutto il regno, vogliamo ricordare ancora una volta colui che, secondo i nostri studi, può essere chiamato Padre della Nazione Napoletana: il buon Ferdinando II. E vogliamo ricordarlo per quella borbonica cordialità che praticò verso i più vicini dei suoi sudditi. Vicini non nel senso di appartenenti all’entourage di corte ma in quello di vicini di casa: gli allegri abitanti del borgo di Santa Lucia che si stendeva a ridosso del palazzo reale.

2. La vita quotidiana di Ferdinando II

La morte di Ferdinando II coincise con la scomparsa intellettuale e spirituale dei popoli meridionali dalla storia. Al tempo stesso la morte del Borbone determinò anche la fine della configurazione monarchica nella storia.

Al suo regno ne successe un altro di breve durata e poi venne una nuova dinastia non più rappresentante della legittimità monarchica ma strumento subordinato di una Legge e di una Costituzione nelle quali risiedeva il nuovo potere. Con Ferdinando II, perciò, finisce anche l’idea tradizionale di Monarchia.

Ora, poichè riteniamo maturi i tempi per la ripresa del cammino nella storia dei popoli meridionali è inevitabile che si debba ripartire dal più grande Re che la storia meridionale dei tempi contemporanei abbia conosciuto: Ferdinando II.

E poichè egli non esercitò la Sovranità silenziosamente, cercheremo di comprendere n suo messaggio attraverso la quotidianità dei comportamenti pubblici e privati. Ferdinando II, che conosceva alla perfezione la lingua francese, si esprimeva abitualmente in lingua napoletana e siciliana, ad alta voce, affinchè tutti potessero ascoltarlo e comprenderlo. Queste lingue si prestavano a discorsi gergali, dalla morale sottintesa e ciò gli permetteva di dare lezioni che avevano sempre delle ripercussioni nella pubblica moralità.

Era un modo ben preciso di esercitare la Sovranità.

Ovviamente le due lingue erano usate con reciprocità da tutti: in privato come a corte, tra gli ufficiali e tra i popolani. Era una manifestazione di napoletanità che si estendeva ai gusti. Tutto doveva essere napoletano. I sigari, sua costante passione, erano anch’essi rigorosamente napoletani. Si può, perciò, dire che Ferdinando II fu un principe napoletano in tutto incarnando la figura del pater familiae meridionale ottocentesco. La sua tavola non aveva nulla di sfarzoso: era simile a quella di un qualsiasi benestante napoletano del tempo. Il piatto tipico era rappresentato dai maccheroni. Ghiotto di baccalà, gustava il soffritto e la caponata. Vero cultore della cipolla cruda, ne mangiava ogni giorno convinto delle sue proprietà benefiche. Amante della pizza, aveva fatto costruire un forno a legna nel parco reale di Capodimonte da Domenico Testa, il figlio del più celebre pizzaiolo che aveva fatta fortuna ai tempi di suo nonno, il re Ferdinando I.

Dalla tavola al talamo. Ottimo marito e padre affettuoso fu sempre fedele al sacramento del matrimonio e la critica antiborbonica, che setacciò tutta la sua vita, nella serietà coniugale riconobbe un aspetto del carattere non suscettibile di censura. Devoto sin ‘anche nella ritualità gestuale ed esteriore, con gli anni accentuò gli scrupoli religiosi.

Il De Cesare raccolse tanti aneddoti attorno alla sua pietà religiosa. E’ utile conoscerli per comprendere meglio il personaggio. Se era in carrozza, incontrando un sacerdote che portava il viatico, si fermava, scendeva e, a capo scoperto, si genufletteva su entrambe le ginocchia, restando nella devota posizione sino a quando il viatico era passato. Ascoltava la messa ogni giorno, si confessava spesso e tutte le sere, riunita la famiglia, recitava il rosario. Entrando nella camera matrimoniale, prima di coricarsi, baciava con le mani le immagini sacre che adornavano le pareti ed infine recitava le preghiere inginocchiato ai piedi del letto. Tuttavia non fu mai un bigotto; anzi era attento a smascherare gli impostori che cercavano di attirare la sua benevolenza facendo i bizzochi. Un giorno riprese l’architetto di corte Francesco Gavaudan perchè costui, volendo manifestare zelo religioso aveva messe nel cappello alcune immaginette sacre per farle cadere al passaggio di Ferdinando, scoprendosi il capo. Il Re la prima volta fece fnta di niente; la seconda, persa la pazienza, disse: “don Ciccì, levate sti santi da dinto ‘o cappiello, e finimmo sta cummedia” 6 .

In Ferdinando II si concentrarono tutti gli aspetti del meridionale che visse nella prima metà dell’Ottocento: epoca di fermenti, di speranze e di ottimismo. Valori falliti assieme alla storia del popolo sudista, con la rivoluzione del 1860.

Il Re aveva due tenute nel Tavoliere delle Puglie, a Tressanti e a Santa Cecilia. Quando giungeva il tempo della Fiera di Foggia, la più importante manifestazione agricola della zona, egli ci teneva ad essere presente, girando, orgogliosamente, nel suo bel vestito di velluto verde, comportandosi come un buon latifondista pugliese che andava a comperare cavalli e a vendere i suoi prodotti. Si trovava a proprio agio perchè aveva preso a conoscere i proprietari che giungevano a Foggia per la manifestazione e si divertiva nell’apprendere dei matrimoni che annualmente venivano combinati tra i padiglioni della Fiera. Terminato lo svago foggiano, smetteva l’abito di velluto e tornava ad indossare l’uniforme militare. Con questa immagine è stato consegnato alla storia per quel dipinto, eseguito da Vincenzo De Mita detto il foggiano, che, litografato, troneggiava in tutti gli uffici pubblici del regno.

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E’ un’immagine semplice e bonaria: il Re compare nell’uniforme blu di comandante in “capo dell’esercito con l’immancabile sigaro napoletano nella mano destra.

Cos’altro si può aggiungere per illustrare la personalità ferdinandea? Profondo conoscitore del genere umano, basava le sue osservazioni su elementi semplici: era convinto che per risolvere i problemi bastasse il senso comune e con questo criterio valutava il carattere degli uomini. Dei quali non gli interessava il censo o le virtù quanto le debolezze. Dal comportamento spigoloso e tagliente, nel bene e nel male, non celava mai sentimenti e rancori. A causa della sua diffidenza verso tutti i pubblici funzionari impartiva continuamente rigide disposizioni. Era giunto a proibire, a corte, qualsiasi gioco di denaro mentre nei locali pubblici di tutto il regno erano proibiti i giochi d’azzardo. Obbligato a convivere col difficile mondo di corte ove inevitabilmente si annidavano l’adulazione e l’ipocrisia dei cortigiani, si rifugiava ogni volta che l’occasione lo consentiva, nelle feste popolari, trovandosi a proprio agio. Qui coglieva l’occasione di conoscere e fraternizzare con il popolo, il suo popolo, il popolo napoletano, stringendo solidi rapporti all’insegna di quella che è stata definita la borbonica cordialità. Arduo modo di esercitare la regalità, ma efficiente sistema per comprendere le necessità e le idealità della società civile. Amico del popolo e diffidente verso i ceti agiati, pensò sempre che dalle file di questi ceti fossero usciti i nemici della monarchia e della società cristiana. Non nascose mai la sua antipatia per gli avvocati, i paglietta, sui quali faceva ricadere le responsabilità dei drammatici avvenimenti che portarono ai fatti del 15 maggio 1848. In conseguenza qualcuno, molto opportunamente, lo ha definito re degli umili. Di essi effettivamente si circondò ogni qual volta le circostanze lo consentirono. Dalla scelta dei sacerdoti chiamati ad impartire l’educazione religiosa ai principi reali, tutti di umile origine 7 , ai fedeli marinai della lancia reale provenienti in massima parte dal popolare rione di Santa Lucia.

3. Santa Lucia

Non possiamo parlare dei luciani se non ci soffermiamo sul mondo che li produsse: il popolare borgo di Santa Lucia. All’inizio era una chesetta dedicata alla protettrice degli occhi. Nel 1536, don Pietro di Toledo, il più saggio viceré di Napoli spagnola, tracciò la strada che prese il nome della Santa e subito il luogo divenne la meta preferita dei napoletani per le passeggiate.

I pescatori, che già abitavano le adiacenze della nuova strada, costruirono altre case lungo la nuova via. In seguito venne edificata un’altra chiesa, dedicata a Santa Maria della Catena, omaggio dei devoti pescatori alla padrona del cielo e della terra ed il borgo divenne celebre unitamente ai suoi abitanti, tutti dediti ad attività legate al mare, che i napoletani appellarono affettuosamente Luciani. Santa Lucia, però, oltre ad essere il borgo marinaio, era qualcosa di più e di preesistente perchè li era sorta, nel IX secolo AC., Napoli.

La valorizzazione definitiva dell’intera zona, comunque, avverrà nel 1600, con la costruzione del Palazzo Reale alle immediate adiacenze. Nel secolo successivo il borgo è definitivamente riconosciuto meta di soggjomi turistici grazie alla pittoresca vita che qui si svolge. Sorgono lungo la via Santa Lucia, interamente affacciata sul mare, accoglienti alberghi per turisti facoltosi e nessuno straniero che soggiorna a Napoli dimentica di fare una passeggiata a Santa Lucia. Ma sarà il secolo successivo a decretare il deftnitivo trionfo e, purtroppo, anche n tramonto del suo splendore. Alla metà dell’Ottocento, lo scrittore francese Paul de Musset annota nel suo “Viaggio pittoresco in Italia: “se vi è un luogo della Terra in cui si possa essere felici, questo luogo è Santa Lucia” 8 in contrasto con quello che, nello stesso periodo, scriveva lord Gladstone per il quale il regno e Napoli erano un inferno.

In questa epoca sono due le figure rappresentative del borgo di Santa Lucia: l’ostricaro, per via della prevalente attività marinara dei suoi uomini e l’acquaiolo, per l’acqua sulfurea che sgorga dalle sorgenti situate sotto il Borgo distribuita dai venditori ambulanti.

La vita del borgo scorreva serena. I suoi abitanti traevano i mezzi di sostentamento dalle due prevalenti attività. Qui si svolgevano annualmente due importanti manifestazioni popolari: la ‘Nzegna e la festa di S. Maria della Catena. La ‘Nzegna, giunta sino alla metà del nostro secolo, essendosi svolta per l’ultima volta nel 1952, cadeva il 10 agosto di ogni anno e per l’occasione una coppia, unita da lungo vincolo matrimoniale e con precisi requisiti, perchè lui doveva essere un miticultore e lei un’acquaiola, impersonificava la famiglia reale borbonica di fine settecento, indossando gli abiti di Ferdinando IV e Maria Carolina. Un allegorico corteo, organizzato meticolosamente, con carrozza reale, cortigiani, dignitari, ciambellani. musicanti sfilava per il borgo a ricordo della partenza dei reali per le vacanze. La festa voleva essere un insegnamento perchè i componenti del corteo di tanto in tanto spingevano a mare, con tutti i panni addosso, i passanti che apparivano tra i più impacciati o intimiditi. Di qui l’esigenza di insegnare (‘Nzegna) loro a nuotare.

La festa di Santa Maria della Catena cadeva nell’ultima domenica di agosto. I Luciani vestiti di tutto punto, correvano a tuffarsi nel mare. Dopo pochi muniti di bagno devozionale uscivano fieri dei loro abiti inzuppati. Luigi Coppola narra l’origine della manifestazione 9. Nel periodo in cui le nostre coste erano infestate dai turchi., don Giovanni d’Austria ottenne un’importante vittoria su di essi e liberò tutti i prigionieri cristiani Tra questi vi erano numerosi Luciani che tornarono alle loro case. Alla vista delle navi che li riportavano a casa i parenti e gli amici si tuffarono andando loro incontro. L’episodio diede origine alla popolare festa dell’ultima domenica di agosto.

Edmondo Cione, nelle sue opere su Napoli, ha sempre menzionato il felice borgo che a sua dire ogni napoletano considerava centro dell’Universo. E lo doveva pensare anche Francesco De Boucard che a metà Ottocento, raccolse in una antologia gli usi e i costumi del popolo napoletano: Luigi Coppola che scrisse su Santa Lucia la definì “Sito incantevolissimo” 10. Anche Giacomo Leopardi visitò Santa Lucia ed avvertì, lui che schivava l’allegria, la letizia del posto ove si dimenticava l’ansia quotidiana, passeggiando tra gli ostricari che mettevano in bella mostra le loro gustose mercanzie. Ed Edmondo Cione, che ha dipinto a vivi colori la Napoli ferdinandea, così descrive il piccolo mondo di Santa Lucia: “Gli ostricari mettevan in mostra le spase con le angine del Golfo e le cozze del Fusaro, i cannulicchi di Pozzuoli e le ostriche di Taranto; i maccheronari vendevano al popolino piatti di vermicelli o di ziti al pomodoro aviidamente divorati con le mani; le barche si allontanavano cariche di compari e di maestre in gita; i posteggiatori suonavano e cantavano le canzoni dell’amore“.

Il. Gli ostricari erano ritenuti dai Luciani, e non solo da essi, i saggi del borgo. Abitualmente sedevano a fianco della loro piccola bottega e con un coltellino nelle mani erano pronti a sgusciare celermente dozzine di ostriche. Chiamati a sedare i frequenti litigi che nascevano per vari motivi, tra gli irascibili ambulanti o le altrettanto irritabili venditrici di acqua sulfurea, ristabilivano il quieto vivere con la riconosciuta autorità.

I Luciani formavano una comunità particolare. Anche la lingua che si parlava differiva da quella parlata in altre parti di Napoli. Essi erano fieri di appartenere al piccolo mondo che nasceva e terminava nell’angolo di golfo su cui si affacciava Santa Lucia. Ma non furono mai un corpo separato dalla città. In tutti i momenti di calamità naturali che colpirono Napoli si dimostrarono sempre generosi, affabili, disinteressati. Ed il Re Ferdinando II volle premiare la loro generosità. Tutta l’acqua sulfurea che si vendeva nella provincia, proveniva dall’unica fonte esistente, situata sotto la strada di Santa Lucia. I Luciani, per beneficio del Re, ottennero e conservarono, per lungo tempo anche dopo la caduta del regno, la privativa dell’acqua sulfurea che vendevano traendone sufficienti mezzi di sostentamento.

A Santa Lucia ci si recava per gustare un pranzo, che era sempre identico: i rituali vermicelli al pomodoro, la frittura di pesce, l’insalata, i frutti di mare, i fichi d’india annaffiando il tutto con l’immancabile Asprinio di Aversa. E poi canti di gioia musica e una passeggiata lungo l’incantevole strada.

Santa Lucia suggerì al colonnello Enrico Cossovich, un soldato poeta, di volgere in Italiano la bella canzone diventata subito celebre. Correva l’anno 1850 e prima Napoli e poi tutto il mondo cantarono:

Tu sei l’impero dell’armonia!

Santa Lucia!

Santa Lucia!

Nello stesso secolo, tuttavia, Santa Lucia subisce la metamorfosi. Alla vita gaia e spensierata della prima metà del secolo subentra l’incubo del “Risanamento”, di cui avremo modo di parlare più avanti, della seconda metà del secolo. Un mutamento profondo e radicale documentato dalle cronache degli scrittori che la visitarono e dai pittori che la immortalarono sulle loro tavolozze.

4. Ferdinando II ed i Luciani

Ferdinando II instaurò sin dai primi anni di regno un profondo sodalizio con i Luciani e con Santa Lucia.

Dietro sue precise istruzioni, nel 1834 l’architetto Bartolomeo Grasso costruì, su progetto dell’urbanista Stefano Grasse, una scala per la discesa a mare, edificò nuovi edifici e allargò la strada. La quale fu rifatta una seconda volta ed allargata ancora, nel 1844, unitamente al restauro della Fontana di Santa Lucia, che ora si trova nella villa comunale e che fu costruita nel 1606 dagli scultori Tommaso Montani e Michelangelo Nacchereno, per solennizzare la nascita del conte di Caserta, Alfonso, terzogenito del Re.

L’amore di Ferdinando II per Santa Lucia era tale che egli decise la trasformazione del Casino di Chiatamone, la splendida villa di proprietà reale che si adagiava sul mare di Santa Lucia, in foresteria per gli ospiti illustri. Tra questi vi fu il conte di Chambord, Enrico V per i francesi, che nel suo libro sul viaggio in Italia parlò entuasiasticamente di una sua passeggiata a Santa Lucia. Edmondo Cione, descrivendo la Napoli romantica che portò allo spirito del 1848, ha affermato che la vita di santa Lucia restò estranea al clima liberale e che i Luciani non si fecero influenzare dallo spirito intimistico e dalle interiorizzazioni che sfoceranno negli scontri del 15 maggio.

I Luciani non sognavano come i romantici, vivevano ad occhi aperti essendo felici di quel po’ che avevano.

Quando il Re si impose alla piazza abbattendo le barricate e la città ritornò alle quotidiane ed ordinarie occupazioni, i primi napoletani ad inneggiare a Ferdinando II furono i Luciani che si diressero in corteo verso il rione Montecalvario dove si scontrarono con i camorristi che avevano precedente scelto il partito dei liberali per basse ragioni di bottega. Non a caso, nel 1860, Liborio Romano, in attesa di Garibaldi, escluse dalla Guardia Nazionale i Luciani, ritenendoli troppo fedeli alla dinastia borbonica.

Lo spirito che aleggiò tra i Luciani all’epoca di Ferdinando II è sopravvissuto al tempo. Vittorio Paliotti alcuni anni fa intervistò un nipote di Salvatore Capezzuto, l’ostricaro che riforniva quotidianamente la mensa del re, apprendendo gustosi aneddoti sulla cordialità del Re verso l’avo luciano. Si racconta, inoltre, che la celebre ‘Zi Teresa, fondatrice dell’omonimo ristorante di Santa Lucia, celebre in tutto il mondo, narrava con orgoglio di essere figlia ad un marinaio che aveva servito Ferdinando II sul Fulminante e che poi aveva seguito il suo successore a Gaeta. Testimonianze con le quali si potrebbe riempire un libro intero per dimostrare il fortissimo legame esistente tra il Re ed il suo Popolo. Lo spazio però non permette divagazioni, che sarebbero comunque interessanti per capire la mentalità del tempo. Ci soffermeremo soltanto sugli ultimi mesi di vita del sovrano perchè i Luciani furono protagonisti di una bellissima pagina di alta, disinteressata ed affettuosa fedeltà.

Come è noto Ferdinando II organizzò, nel gennaio 1859, un viaggio in Puglia per andare a ricevere la promessa sposa (Maria Sofia) del primogenito Francesco, duca di Calabria, che giungeva via mare da Trieste.

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Francesco II e Maria Sofia

Purtroppo il viaggio coincise con l’infermità del Re e l’incontro, precedentemente fissato a Manfredonia, avvenne a Bari. Il Re aveva inviata a Trieste la fregata a vapore Fulminante per accogliere la nuora, mentre da Bari usciva incontro al Fulminante la Lancia Reale con a bordo il duca di Calabria.

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Fregata a vapore Fulminante ( dipinto di Salvatore Serio )

A questo punto entrano in scena i Lucjani. La Lancja Reale era ordinarimente comandata dal colonnello dei cannonieri marinai Raffaele Criscuolo, il più popolare luciano dell’epoca, nato al borgo Santa Lucia il 17 luglio 1794, chiamato affettuosamente RAS dal Re e Don Raffaele la Lancia dai luciani. Per la speciale occasione il Re aveva affidato il comando della Lancia Reale al figlio di don Raffaele, Vincenzo, anch’egli ufficiale di marina, perchè suo padre si trovava a bordo del Fulminante che ritornava da Trieste. Il Re aveva voluto che fosse don Raffaele Criscuolo a condurre la Lancia che portava Maria Sofia da Trieste a Bordo del Fulminante. In tale modo i due Luciani, padre e figlio, furono i primi napoletani a servire l’eroina di Gaeta.

Poichè le condizioni di Ferdinando II peggioravano, i due luciani padre e figlio, unitamente agli altri luciani imbarcati sulla Lancia Reale, si misero al capezzale del Re e non lo lasciarono più. Il Sovrano era alloggiato nel palazzo dell’Intendenza. Fu deciso di trasferirlo a Caserta via mare. La nave da guerra destinata al servizio del Re e della famiglia reale era il Tancredi, che aveva fatto servizio di scorta al Fulminante da Trieste a Manfredonia e Bari.

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Pirocorvetta Tancredi

Ma per il trasporto del reale infermo si scelse il Fulminante percbè più grande e di maggiore velocità. Il giorno fissato per la partenza cadeva di lunedì, era il 7 marzo. Per risparmiare ulteriori sofferenze al re, la famiglia decise di farlo trasportare a bordo lasciandolo nel suo letto, una brandina militare da campo. Poichè la brandina non passava dal boccaporto a poppa, i due fidi Criscuolo, lo allargarono a colpi d’ascia.

Narra De Cesare: “tutto questo lavoro fu eseguita con esattezza e sollecitudine dai due Criscuolo, e con tanta discrezione che non se ne seppe nulla” 12.

Sorgeva il problema di evitare che il Re passasse tra la folla di Baresi che sarebbero accorsi per salutarlo. Fu escogitato uno stratagemma, perfettamente riuscito. Fu fatto ormeggiare nel porto il Tancredi, con le insegne reali spiegate, mentre il Fulminante restò ancorato nel porto nuovo, senza alcun segno di imminente partenza. La mattina del 7 le truppe vennero schierate lungo il corso Ferdinando, dall’intendenza all’imbarcatoio del Tancredi. In questo modo la folla si riversò lungo tutto il percorso ove si presumeva che il Re sarebbe passato. Di tanto in tanto qualche carrozza usciva dall’Intendenza dirigendosi all’imbarcatoio. Subito partivano dalla folla delle grida di viva il Re. Alle undici e mezzo si aprì un portoncino laterale dell’Intendenza e di qui uscì un piccolo, mesto, corteo. Era aperto dal sindaco di Bari, seguito dall’Intendente, dal segretario generale, dal comandante militare della provincia, dal commissario di polizia e da poche guardie d’onore. Avanzavano quindi i due Criscuolo che facevano strada al Re portato a spalla, nella sua brandina, da quattro marinai della Lancia Reale. Il lettino era coperto da festoni bianchi e rossi, i colori di Bari voluti dal sindaco per onorare la città. Seguivano la barella la regina, vestita di nero, che avanzava tra la duchessa ed il duca di Calabria. Chiudevano il corteo alcuni gentiluomi1li e due medici. Il Re venne calato a bordo del Fulminante e dopo pochi minuti la nave tirò un colpo di cannone. Era il segnale atteso: si levava l’ancora mentre i cannoni del castello rispondevano al segnale rendendo gli onori militari a Ferdinando II che lasciava Bari. Per tutto il viaggio Raffaele e Vincenzo Criscuolo non si mossero dal capezzale del Re. Dopo cinquanta ore di viaggio la nave gettò l’ancora nelle acque di Portici e dalla villa della Favorita Ferdinando II fu condotto alla stazione, da dove, con un treno speciale, fu trasferito a Caserta. Dalla stazione alla reggia ancora quattro marinai, guidati dai Criscuolo, condussero l’Infermo a spalla. Anche nella reggia i due luciani non si allontanarono mai dal Re. Ad essi si aggiunsero altri due marinai, Tommaso Craus e Francesco Morvillo, anch’essi particolarmente devoti al re, con l’incarico di alleviare le sofferenze dell’infermo. Essi, più volte al giorno, sollevavano il corpo del Re per cambiare la biancheria grondante di pus e di sangue rappreso. Le mani fedeli dei marinai fecero tutto quello che era umanamente fattibile per alleviare le sofferenze del Re agonizzante.

Il 22 maggio il Re, dopo atroci sofferenze, morì.

In attesa di sistemare la camera mortuaria ed eseguire l’imbalsamazione, il suo corpo senza vita fu vegliato esclusivamente dai marinai della Lancia Reale, in massima parte Luciani. Alla lettura del testamento, fatto da Ferdinando II pochi giorni prima di morire, nessuno si meravigliò di leggere i nomi di Raffaele Criscuolo, Tommaso Craus e “gli uomini della Lancia Reale“. Ad essi il Re aveva lasciate delle somme di denaro in segno di riconoscenza per la fedeltà dimostrata. Una fedeltà che andò oltre la morte di Ferdinando poichè i due Criscuolo continuarono a tenere vivo l’attaccamento dei luciani alla dinastia. Nel luglio 1860 la regina vedova Maria Teresa ed i principini reali si trasferirono a Gaeta a bordo dell’avviso Saetta comandato da don Raffaele Criscuolo. Mentre Francesco II e Maria Sofia quando lasciarono Napoli per Gaeta, il 6 settembre, salirono a bordo di un altro avviso, il Messaggero, che era comandato dall’altro Criscuolo, Vincenzo. Don Raffaele ‘a Lancia seguì il Re nell’esilio romano, vivendo a palazzo Farnese. Dopo il 1870 tornò a Santa Lucia per morirvi, in veneranda età, il 9 gennaio 1881. La stampa legittimista rese gli onori al vecchio luciano e ricevette il più bell’epitaffio da Raffaele De Cesare: “Rozzo e bonario, egli era abile e coraggioso uomo di mare e non una  ma cento tolte, avrebbe data la vita per il suo re” 13.

5. Il risanamento 

Alla morte di Ferdinando II fece seguito di lì a poco la scomparsa della monarchia napoletana che coincise con la perdita dell’indipendenza meridionale. Per i luciani la vita durò ancora un ventennio, poi anche per il loro mondo, per il borgo di santa Lucia, fu decretata la morte ad opera degli stessi agenti: i liberali, i risanatori della patria. Alla caduta del regno le cose erano cambiate, soltanto in peggio, per i Luciani come per tutti i napoletani. I Luciani, dal nuovo, non si aspettavano nulla e il peggio apparve subito. Abituati da sempre a vivere del proprio sudore, non avevano mai chiesto nulla ai re Borbone. E per questo motivo avevano goduto sempre della loro fiducia. Ora tutto era cambiato e gli eventi incombevano. Le delusioni giunsero per tutti coloro che attendevano qualcosa dal nuovo. Infatti al clima ottimista di quanti avevano creduto, in buona fede, al nuovo, erano subentrate l’amarezza e la delusione. Uomini che avevano abbracciata la causa liberale ed unitaria, come il duca Proto di Maddaloni o il giornalista Ferdinando Petruccelli, autopredicatosi della Gattina, ebbero una cocente delusione e denunciarono con violenza la società costruita sulle rovine della monarchia borbonica. Per contro, l’intellettualismo ostinatamente novatore, nella sua hegeliana aridità, produsse i Francesco De Sanctis e i Bertrando Spaventa che si distinsero nell’espellere dall’Università di Napoli i più bravi professori perchè si ostinavano, più o meno apertamente, a serbare fedeltà agli antichi ordinamenti.

Questo clima generò l’epoca del freddo positivismo e dello sconcertante materialismo che avrebbero cont:raddistinta tutta l’età umbertina. Un’epoca impregnata di furore demolitore di uomini, idee, monumenti e palazzi in nome del nuovo che doveva rappresentare il principio omologatore della rigenerata razza italiana. Ecco individuato, in sintensi, l’humus dell’Età che fu alla base del Risanamento. Epoca in cui, come scrive felicemente Edmondo Cione, “gli architetti amrnannivano ‘casatielli’ come l’Altare della Patria, presepi come il Palazzo di Giustizia e scatoloni di cartapesta comne la Stazione di Milano” 14 parti infelici della triste immaginazione umbertina che sopravvivono ancora a quell’età. E’ il penultimo decennio dell’Ottocento. A Napoli inizia il cosiddetto risanamento cittadino che altro non fu se non lo sgombero del centro storico e la ricostruzione monumentale all’insegna del cattivo gusto. Il “rinnovamento edilizio” voluto col risanamento eliminò i cinque vicoli che davano sulla via Santa Lucia e che formavano con la strada l’omonimo borgo. I loro nomi vanno ricordati a perpetua memoria: vico S. Anna, vico Sititta, vico del Forno, vico Grotte e vico Grande. Erano antichi antri inavvicinabili ai forestieri e quì, a detta di Vittorio Paliotti, si consumava la vita quotidiana dei luciani, con” abitudini, costumanze e riti del tutto diversi dal resto di Napolt” 15.

Santa Lucia fu stravolta sotto i colpi del piccone innovatore e l’intero borgo subì una metamorfosi topografica . La Società di risanamento a cui furono affidati i lavori nel borgo di Santa Lucia era la Cassa di Sovvenzionamento Genovese, una delle tante imprese del Nord calate nel regno dopo la conquista piemontese. Via Santa Lucia cessò di essere un lungomare per diventare una strada interna; miracoli del progresso unitario. I Luciani, in buon numero, trovarono rifugio al Pallonetto; i più sfortunati furono deportati, perchè si trattò di un vero e proprio trasferimento forzato a norma di legge, verso quartieri lontani ed estranei alla tradizione marinara. La promessa fu quella di un breve allontanamento. Ma quando il risanamento fu completato ci si accorse che i Luciani non disponevano delle alte somme, necessarie, per pagare gli affitti delle case disponibili nei nuovi palazzoni in stile liberty eretti là dove prima sorgevano gli antichi vicoli. Le vittime del risanamento etnico-urbanistico furono 13.000 Luciani. Ostricari, pescatori, sommozzatori, proprietari di barche che stendevano le reti in mare, uomini che non sapevano fare altro se non i marinai furono gettati in mezzo ad una strada per formare il proletariato meridionale sulle cui disgrazie tanti pennaruli di questo secolo hanno costruito le loro personali carriere.

Tre attenti osservatori tedeschi, tra cui un disegnatore, nel 1892 girarono per Napoli raccogliendo in un libro le bellezze della città. Una pagina è dedicata a Santa Lucia: ” Probabilmente fra non molto questo quartiere scomparirà, – essi scrissero – (e con esso parte della vita popolare più autentica di Napoli), sostituito da nuove grandi costruzioniChe pena sarà per i veri Luciani, la distruzione dei tipici vicoletti, dimora dei loro genitori e dei loro nonni. Da quale terrore saranno invasi pensando ai nuovi quartieri di Napoli, così puliti, ariosi ed ampi, dove non potranno essere mai più felici, ma solo tormentati dalla nostalgia per il loro vecchio, sporco quartiere! ” 16 .

Quanta differenza tra il Risanamento unitario e gli interventi di pubblica utilità iniziati da Ferdinando II ed interrotti con la sua morte. Il Re era consapevole del fatto che la città necessitava di un riassetto consono al mutare dei tempi e allo scopo aveva istituito sin dal 1839 un Consiglio Edilizio preposto alla direzione ed al  controllo dell’attività architettonica della capitale. Tutto doveva essere fatto nel pieno rispetto della mentalità, degli usi e dei costumi dei napoletani, mai contro di essi. Purtroppo la precoce morte del re determinò la distruzione di ogni amore per Napoli ed i Napoletani ed il risanamento diventò un colossale affare per il Nord che venne per succhiare il sangue meridionale. Una delle tante imprese a capitale non napoletano fu la torinese Banca Tiberina. Essa, attratta dal grande cantiere che stava per istallarsi in città, acquistò alcune aree sulla collina tra S. .Elmo e l’antico casale del Vomero e fece includere nel piano la costruzione di un nuovo quartiere, originariamente non previsto. Potremmo portare altri esempi, allontanandoci dal nostro tema. Sottolineiamo solamente un fatto di importanza storica: l’Impresa anonima che si aggiudicò l’appalto della ricostruzione umbertina si chiamava “Società per il risanamento di Napoli“. Ebbene, essa era costituita da un gruppo di esponenti di banche ed istituti finanziari non napoletani 17. Non occorree aggiungere altro per dimostrare la colonizzazione del mezzogiorno in generale e di Napoli in particolare venuta assieme al sistema economico liberistico dei piemontesi.

6. L’azione di Ferdinando Russo

Quando i picconi del Risanamento iniziarono l’opera di distruzione dell’antico e dello storico, i napoletani reagirono ricorrendo all’arma tipica dei popoli meridionali: il sogno, aiutati dalle varie muse dell’arte che giunsero in loro aiuto per lenire i dolori del presente. Edoardo Scarpetta e il giovanissimo Raffaele Viviani portarono sulle scene i costumi e la vita del popolo; la stessa interpretazione spensierata della vita venne fissata sulla tela dal Migliaro, mentre i mestieri che stavano scomparendo furono immortalati nel bronzo dal Gemito e Giovanni Capurro andava scrivendo i versi di ‘O Sole mio, musicati poi da Edmondo Di Capua. Nel clima di sogno matura l’azione di Ferdinando Russo in difesa del mondo antico di Santa Lucia.

Ferdinando Russo era un napoletano appartenente alla generazione nata dopo la conquista piemontese. Acuto osservatore degli ambienti popolari, egli sviluppò spiccate attitudini per la poesia in lingua restando, purtroppo, un incompreso esponente della letteratura verista meridionale sino alla sua morte avvenuta nel 1927. Il poeta esplora i bassi, i vicoli, i dormitori pubblici alla ricerca dell’anima napoletana. VuoI verificare, prima di affidare alla letteratura la sua voce, il mondo reale che lo circonda. E scruta, osserva, convive. In età giovanle aveva avuto delle tendenze politiche repubblicane, avvicinandosi agli ambienti progressisti. Poi aveva lasciato perdere: la ricerca del reale aveva preso il sopravvento.

Era un uomo di qualità intellettuali superiori e la originaria ideologia rischiava di intrappolarlo in una gabbia mentale. Nel 1901 scrive un libricino, Santa Lucia, col quale denuncia l’intervento distruttore di un luogo impregnato di napoletanità. Riprende il tema, con maggiore vigore, nel 1910, col poema sul quale soffermeremo la nostra attenzione. Esso ha per titolo ‘O Luciano d’ ‘o Rre e le motivazioni che lo spinsero a scegliere l’argomento sono narrate dall’autore nella prefazione alla prima edizione dell’opera. Ferdinando Russo racconta che verso il 1885 esisteva in Via Nardones una bettola intitolata “Al progresso”. Lì si dava appuntamento un mondo eterogeneo: giornalisti, artisti, scrittori, giocatori, fannulloni. Tutta un’umanità di vario genere, intenta a degustare le varie qualità di Gragnano o di Aleatico che l’oste proponeva. Il garzone del locale, Peppino, serviva i clienti come un equilibrista, correndo instancabilmente da un tavolo all’altro. Alle assidue richieste di frutti di mare (dobbiamo precisare che ci troviamo in prossimità di Santa Lucia) il garzone usciva dal locale chiamando a gran voce l’ostricaro. “Era costui, scrive il Russo, un vecchio marinaio di Santa Lucia, alto, tarchiato, massiccio, color del bronzo, con un paio di spalle che parevano sbozzate dall’accetta, un viso sbarbato, quadratoampio, che ricordava singolarmente quello del gran busto di Vespasiano, una caratteristica bocca larga avente agli angoli i segni d’una perenne amarezza. Pochi capelli grigi gli contornavano la fronte e le tempie; e le mani, enormi, gonfie, rosse e come tumefatte, si stendevano, tutte screpolate dalla salseldine, sui tavoli, per deporre le spaselle con le ostriche, umide, fragranti ed ornate dal trasparente smeraldo dell’alghe” 18. Gli avventori, al vederlo, lo chiamavano per nome, Luigi invitandolo a parlare di Ferdinando II. L’ostricaro, fissando i burloni, si sberrettava dicendo: “Coppola ‘nterra…Coppola e denocchie.’..Chillo, era ‘o Rre.’ ,19. All’ironia degli avvinazzati avventori rispondeva andandosene. Attraversava la piazza san Ferdinando per raggiungere la discesa della sua Santa Lucia. Ferdinando Russo racconta che lui non era tra quelli che lo tormentavano. E dobbiamo credergli perchè il suo spirito era quello dell’osservatore, attento e curioso, che voleva conoscere l’anima di questa umanità, convinto che essa fosse l’espressione della più originale napoletanità.

Il Russo aveva in mente di raccogliere dalle labbra borboniche popolane il racconto dell’ultimo viaggio e della morte di Ferdinando II, per farne oggetto di uno studio. Allo stesso tempo intendeva descrivere il tipo umano del Luciano, persona fedele ed esaltata, come tutti gli appartenenti alla singolarissima popolazione marinara di Santa Lucia ai tempi in cui Ferdinando II li conosceva tutti per nome, da quelli che formavano l’equipaggio della Lancia Reale, a quelli che esercitavano esclusivamente il mestiere di pescatori. Come abbiamo già detto il Russo, benchè poeta, è credibile nella sua ricerca del vero. E credibili sono anche i racconti di Luigi l’ostricaro perchè fatti in un’epoca in cui occorreva coraggio per parlare bene dei Borbone. Luigi l’ostricaro, del quale il Russo dimenticò di annotare il cognome e quando tornò per farlo apprese che nel frattempo era morto, afferma che, contrariamente a quanto scrive il De Cesare, per il quale nessun luciano accompagnò il Re nel suo ultimo viaggio, essendo tutti imbarcati sulla Lancia Reale e sul Fulminante, quattro di essi seguirono segretamente via terra il Re sin dal primo giorno. Fra costoro vi era anche lui. Luigi diventa pertanto un testimone importante della nostra storia per ricavare la figura e il tipo del Luciano vero.. Aggiunge piccoli aneddoti ma pur sempre importanti. Racconta che mentre portavano il Re verso Portici, tutti i Luciani lo accudivano piangendo e il re diceva loro: “Grazie, flglioli! Raccomandatemi alla Madonna della Catena e pregherò per voi ” 20  Luigi l’ostricaro non è un vecchio che vuoI collocare a tutti i costi nel passato il mito di una stagione eroica, come qualcuno ha scritto. Non è questione di stagione eroica, semmai è questione dii napoletanità in corso di estinzione. Una categoria dello spirito a cui il Russo si mostra sensibile. L’ostricaro si guarda attorno e vede un mondo di macerie, non soltanto morali, ma anche materiali e fisiche. A chi attribuire la colpa di tanto sfacelo se non alla unificazione che veniva spacciata per libertà? Allora il suo grido si alza tonante per protestare:

Pare n’ato paese.’ E’ n’ata cosa.’ 

Tu ‘nce cammine e nun te truove cchiù….. 

E pure, è certo, era accussì spassosa, 

Santa Lucia d’ ‘a primma giuventù.’ 21

Dall’apparente nostalgia, che è tale solo alle orecchie e agli occhi di chi non vuoI capire, si passa alla denuncia di un malessere che non è individuale, ma di popolo.

L’ostricaro, nella pienezza espressiva della lingua usata, assurge a simbolo del nuovo cittadino meridionale, impoverito dalla pressione fiscale e dal caro vita introdotti dalle leggi piemontesi. Luigi l’ostricaro è il simbolo del popolo depositario della saggezza di vita, una saggezza dalla quale sono assenti le elucubrazioni filosofiche che l’avrebbero resa finta, non vera; una saggezza che chiama le cose col nome giusto e che fa esprimere all’uomo idee condivise dalla meridionalità tutta:

Cca stammo tuttuquante int’ ‘o spitale!

Tenimmo tutte’ a stessa malatia! 

Simmo rummase tutte mmiezo ‘e scale, 

fora ‘a lucanna d’ ‘a Pezzenteria! 

Che me vuò dì? Ca simmo libberale? 

E addò l’appuoie, sta bafantaria? 

Quanno figlieto chiagne e vò magnà, cerca int’ ‘a sacca e dalle ‘a libbertà! 22.

7. Commiato 

Ferdinando II e Santa Lucia; un uomo ed un borgo, uniti da un profondo rapporto di solidarietà. Per troppo tempo una storia estranea al costume meridionale ha cercato di cancellare il ricordo di Ferdinando II e la napoletanità di Santa Lucia dalla nostra memoria. 

Il tempo rende giustizia e la figura del grande Re ritorna ed essere punto di riferimento per la ricostruzione del tessuto morale meridionale tanto a lungo avvilito soprattutto dall’emigrazione che ha resi estranei alla terra degli avi i figli ed i nipoti di coloro che furono costretti a lasciare il regno all’indomani della conquista. Santa Lucia è stettamente congiunta al ricordo del Re Ferdinando II perchè durante il suo regno visse l’ultimo periodo di splendore.

Dopo, la morte!

E non è casuale che essa sia diventata nelle canzoni, sin dal primo decennio di questo secolo, il punto di riferimento di un’umanità sofferente, rappresentata da chi, con la morte nel cuore, lasciava la sua terra, i suoi affetti, le sue miserie. Ricordiamo, perciò, per l’ultima volta il borgo di Santa Lucia affidandoci alle parole del poeta Giovanni Ermete Gaeta, scritte per Santa Lucia Luntana:

Partono ‘e bastimente 

pe’ terre assaje luntane. 

Cantano a buordo: so’ napulitane! 

Cantano pe’ tramente ‘o golfo già scumpare, 

e ‘a luna, a miezo ‘o mare, 

‘nu poco ‘e Napule 

lle fa vedé… 

Santa Lucia, 

luntano ‘a te 

quanta malincunia! 

NOTE:

(l) Maria Orsini Natale, Francesca e Nunziata, Anabasi. Milano. 1995, pagg. 384 – (2) Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio- Archivio di Stato di Napoli Museo Gaetano Filangieri, Francesco II di Borbone. Immagini, documenti, testimonianze, Electaa, Napoli, 1994, pagg. 112 -(3) Per il presente studio abbiamo utilizzata l’edizione Longanesi, Milano, 1969, pagg. 1207- (4) R. De Cesare, op. cito pago 511- (5) R. De Cesare, op. cito pago 511- (6) R. De Cesare, op. cito pago 243- (7) Due padri scolopi pugliesi, in successione, ebbero un ruolo importante alla corte di Ferdinando II. Uno fu il padre Pompeo Vita, morto a Roma nel 1863, l’altro padre NicoIa Borrelli che seguì la famiglia Borbone in esilio. Entrambi erano di umilissima origine. Padre Borrelli era figlio di un mandriano. II Re confidava nella saggezza del sacerdote ed aveva concesso all’istitutore di suo figlio Francesco la più grande confidenza .- (8) citato da Vittorio Paliotti, Santa Lucia, Tascabili economici Newton, Napoli, 1995, pago 26- (9) Luigi CoppoIa, Santa Lucia, vol Il, pag. 28 in F. De Bourcard, Usi e costumi del popolo napoletano, Napoli, 1856- (10) L. CoppoIa, saggio cit., pago 24- (11) Edmondo Cione, Napoli romantica, Morano, Napoli, 1957, pag. 20, 3a ed.- (12) R. De Cesare, op. cit. pag 491- (13) R. De Cesare, op. cit pag. 495 -(14) Edmondo Cione, Napoli di ieri e di oggi. Morano, Milano-Napoli. 1954, pagg. 31-32 – (15) Vittorio Paliotti, op. cit. pag. 37- (16) C. W. Allers, La bella Napoli, prima traduzione. italiana a cura di Ursula Edith Pannwitz Vincenzo Casertano, Grimaldi & C., Napoli, 1993, pag. 24. (17) Renato De Fusco, Architettura e urbanistia dalla seconda metà dell’ottocento ad oggi, in AA. VV., Storia di Napoli, Società Editrice Storia di Napoli, Napoli, 1971, voI. X, pag. 298 -(18) Ferdinando Russo, O luciano d’ ‘o Ree, per il presente saggio ci siamo serviti dell’edizione Bideri, Napoli, 1963, pagg. 19-20- (19) F. Russo, op. cit. pag. 20- (20) F. Russo, op. cito pago 23- (21) F. Russo, op. cit. pag. 34- (22) F. Russo, op. cito pag. 94

Francesco Maurizio Di Giovine ( Gaeta 1995 )

fonte

Ferdinando II ed i luciani

1 Comment

  1. Grazie del racconto, sintesi degli infiniti documenti citati a pie’ di lista, attraverso i quali con amore dolente ci trasmetti la vita di un Popolo legato al suo Re… destinato a sparire?! Nooo, se lo aiutate a recuperare la memoria di se’! Riaffiorera’ l’orgoglio…e con esso la volonta’ di recupero e di rinascita! caterina ossi

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