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Gli errori dell’illuminismo

Posted byon Nov 4, 2026

Gli errori dell’illuminismo

Che cos’è lacattiva letteratura? Percattiva letteratura, chiarisce in apertura del proprio saggio il conte Gennaro Marulli (1808-1880), io intendo quella che reca la seduzione nella mente e la corruzione nel cuore, che sotto la tinta dell’istru­zione e dell’insegnamento pubblico, muove i cardini ove la società è poggiata, e falsando e corrompendo ogni sano principio, induce l’uomo al disordine ed alla rivolta cominciando col primo latte scientifico a pervertire la gioventù, come quella che, essendo naturalmente meno pratica ed istruita nella vita, più facile si rende ad ingannarla.

In altre parole, è l’opera di propaganda, attraverso gli scritti – che, parafrasando un altro conte, Monaldo Leopardi (1776-1847), potremmo definire “scrittiinsani” – che mirano a diffondere notizie “false e tendenziose”, a corrompere gli animi, a instillare dubbi perniciosi nella mente del lettore.

La natura di tali scritti può essere varia: drammi, poesie, romanzi, racconti, saggi di argomento teologico, storico, giuridico o religioso,pamphlet, libelli, giornali, vignette…

In questo caso, si tratta di uno studio che ai nostri tempi definiremmo dicontrostoria, che partendo da dati oggettivi (in particolar modo da informazioni dei Ministeri di Polizia e della Guerra) intende dimostrare come lo spirito di ribellione che ha caratterizzato il periodo della (mancata) Restaurazione non sia stato naturale, bensì influenzato dalla propaganda, in particolar modo dai giornali stranieri. È il caso dei fratelli Bandiera, spinti alla loro azione da una serie di articoli apparsi sulla stampa, in particolar modo del periodico malteseIl Mediterraneo, che aveva parlato di una estesa rivolta, riguardante tutto il territorio calabrese, con almeno 1.500 insorti, laddove si trattava di appena una decina di congiurati, arrestati dopo un conflitto a fuoco in provincia di Cosenza, quando una loro riunione era stata interrotta dalla forza pubblica[1].

A differenza del fratello Giacomo (1822-1883), letterato di professione, Gennaro era un militare di carriera: dedicarsi a scrivere costituiva quindi, per un ufficiale del regio esercito, una vera e propria operazione militare, condotta con la penna anziché con la spada. A tal fine, già nel 1846 Gennaro Marulli aveva portato a termine la redazione di una ponderosa storia militare del Regno delle Due Sicilie dalla Rivoluzione francese alla (cosiddetta) Restaurazione, in tre volumi per un totale di oltre duemila pagine. Nel 1849 aggiunse a tale opera un testo, approfondito ma agile (120 pagine), dedicato alla descrizione degli avvenimenti militari del 15 maggio 1848 a Napoli (la giornata in cui scoppiò e si concluse la rivolta liberale)[2].

Tre anni dopo, nel 1852, iniziò a lavorare ad un ampio lavoro dedicato agli avvenimenti politici e militari del Regno delle Due Sicilie dal 1847 al 1851, significativamente intitolatoLa cattiva letteratura e le buone truppe[3]. Lo studio si caratterizza per l’ampia visione dell’autore, che non si limita alla descrizione delle vicende del Regno, ma le colloca nella più vasta cornice europea, ed è preceduto da una riflessione, qui riproposta, sugliErrori del secolo XVIII, ben separata dal resto dell’o­pera sia per il carattere tipografico (di corpo maggiore) che per la numerazione romana a sé stante[4].

Tale saggio di Gennaro Marulli sostanzialmente ripropone e sintetizza altre opere, in primo luogo le anonimeLettere sopra la filosofia del secolo XVIII tradotte dall’inedito originale francese in italiano, già apparse all’indomani della Rivoluzione francese[5]e dei primi moti liberali ottocenteschi[6], di cui è in pratica un ben elaborato riassunto.

Se non è contenutisticamente originale, lo è però nella forma perché, passando da 440 (prima edizione) e 492 pagine (seconda edizione) a sole 160 pagine, permette di raggiungere potenzialmente un maggior numero di lettori: il che era appunto l’obiettivo prospettato da Monaldo Leopardi, che decise di produrre non pesanti tomi di erudita dissertazione filosofica, bensì agili scritti che potessero essere letti da e a tutti[7].

Può apparire strano che un testo filosofico preceda un saggio di carattere storico-militare. In realtà, già la seconda edizione dell’opera da cui è tratto si deve ai torchi della Reale Tipografia della Guerra di Napoli (ed è possibile che il Principe di Canosa, allora Ministro di Polizia, non sia stato estraneo al suggerimento di riproporre questo lavoro): evidentemente, ci si era resi ben conto che i moti liberali del 1820-1821, come l’intera Rivoluzione francese e le sue conseguenze, erano l’effet­to della filosofia dei “lumi”, che aveva infettato la cultura del Settecento.

La battaglia culturale, quindi, anche per Gennaro Marulli e per alcuni attenti ufficiali dell’eser­cito napolitano era importante come la formazione di un esercito e i libri erano (allora come ora) un’arma che si affiancava alla spada e al cannone.

Indicativa è infatti la considerazione sulla libertà di stampa, tema ricorrente nella pubblicistica reazionaria dell’epoca:

Gli effetti abbominevoli che la libertà della stampa produsse furono quelli che tante sciagure e vicissitudini donarono allo­ra all’Europa, e tante altre ne diedero po­scia, e ne daranno, se i Governi non si occuperanno con tutte le loro forze e le menti su questo punto, allontanandone il ben che minimo pensiero. (I)

Se gran parte del testo è la sintesi di un’opera precedente, sicuramente della mano di Marulli (o comunque coeva) è laConclusioneche fa riferimento a fatti recentissimi:

Questi tremendi disordini per altro del secolo scorso, hanno essi pure somministrato un vantaggio, se non reale, almeno in qualche maniera utile. Ed è quello che i settari rivoltosi del secolo attuale, nel rinnovare i loro tentativi e nel 1820 e nel 1830 e nel 1847, invece di riaprire la scena con gli antichi furori del secolo scorso, han posta innanzi […] una simulata moderazione, fingendo di chiedere concessioni, le quali ottenute, hanno spinto fino agli antichi furori, non appena si sono veduti padroni del terreno su cui manovravano. Ciò, che in Napoli, in Roma, in Parigi, a Vienna e in Ungheria, nonché in Prussia abbiam veduto negli anni infausti e deplorabili del 1847, ’48, e ’49, ci han dimostrato ad evidenza, che questi germogli rivoluzionari del secolo passato sono sempre gli stessi, ed a se medesimi eguali, e da per tutto uniformi.

Due gli elementi fondamentali di questo passaggio: lasimulata moderazionee l’uniformità ed eguaglianzadei “germogli rivoluzionari”.

La rivoluzione, infatti, va costantemente “imborghesendosi” da (apparentemente) proletaria che era: dal feroce giacobinismo del 1789, infatti, si è passati al carbonarismo del 1820, al mazzinianesimo del 1848, fino (ma questo Marulli non poteva ancora saperlo) al più confortevole cavourrismo del 1860, con la figura del Ministro piemontese che si presentava addirittura quale difesa rispetto agli eccessi di un Garibaldi o alle pretese estremistiche di un Mazzini.

È l’annosa teoria del “male minore”, per cui si preferisce un nemico che sembra (almeno in apparenza) meno pericoloso. La sua accettazione – contro la quale si slanciò il Principe di Canosa[8]– è tra i fondamenti della differenza che passa trareazionarida un lato emoderatieconservatoridall’al­tro, tra chi rifiuta i princìpi della Rivoluzione e chi ne critica solo gli effetti. In sintesi: «I moderati moderano gli impeti della rivoluzione, i conservatori ne conservano gli effetti»[9].

Il vero tradizionalista non accetta ilmale minore, costi quello che costi: nel 1871 Enrico V di Francia rifiutò addirittura il Trono per non dover accettare il vessillo tricolore[10]che per un tradizionalista come lui rappresentava gli eccessi rivoluzionari, mentre per i “moderati” era invece l’emblema della Patria e dell’esercito, contrapposto alla bandiera rossa della Comune di Parigi e degli estremisti rivoluzionari, ma che al di là della disputa simbolistica, consisteva di fatto in un primo cedimento alla mentalità rivoluzionaria a cui ne sarebbero necessariamente seguiti altri.

L’accettazione del vessillo rivoluzionario,mutatis mutandis, avrebbe rappresentato ciò che per il neonato Regno delle Due Sicilie era stato il Trattato di Casa Lanza (20 maggio 1815), che mantenne (in perfetta mentalità da conservatori, anziché reazionari) lostatus quodella Rivoluzione e, inaugurando la cosiddettapolitica dell’amal­gama, impedì il realizzarsi della Restaurazione[11].

Non è un caso che il movimento politico più antico[12]oggi esistente, il Carlismo, debba la propria longevità anche al fatto di essersi sempre distinto per l’assoluto rifiuto di qualsiasi compromesso, giungendo addirittura a deporre il proprio Monarca di riferimento laddove questi abbia deviato dalla retta dottrina, quella della monarchia e del cattolicesimo tradizionali[13].

Del resto, come sosteneva il pensatore tradizionalista Juan Vázquez de Mella (1861-1928), anch’egli carlista, non è coerente «levantar tronos a las causas y cadalsos a las consecuencias»[14], vale a dire «impiccare gli effetti dopo aver incoronato le cause», ovvero, per essere più aderenti al testo originale, prima porre le premesse sopra un trono, poi alzare un patibolo alle conseguenze.

Tornando all’Illuminismo, Marulli considera i vari aspetti della lotta culturale settaria che hanno prima indebolito l’altare per poi attaccare il trono: la messa in discussione “filologica” della Bibbia quale fonte di precetti morali e di convivenza civile; le calunnie contro i gesuiti per giungere alla loro espulsione; la teoria del “contratto sociale” ed il conseguente svilimento della figura del Monarca; la difesa dei principi di uguaglianza e libertà a discapito della gerarchia e dell’ordine naturali; la subordinazione della Chiesa allo Stato e il rifiuto del primato petrino… Tutto l’armamentario culturale deiphilosophesviene passato in rassegna e criticato.

Di particolare interesse l’accenno, nel capitolo XV, a quello che io definiscoidolatemporis[15]: vale a dire l’errore di giudicare con parametri contemporanei altri periodi storici:

V’han taluni che, dotati di scarso ingegno, di corte vedute e di poca istruzione, senza essere malevoli, prendono quello che è per ciò che dovrebbe essere: vale a dire ammettono nel numero dei princìpi naturali ed incontrastabili i loro princìpi di assuefazione.

Abituati al costituzionalismo – ai nostri giorni potremmo dire alla democrazia – vogliono non solo imporla ed “esportarla”, ma pretendono anche di interpretare il passato alla luce delle loro convinzioni, necessariamente legate al periodo in cui tali critici vivono, magari imponendo la propria meschina mentalità economicista ad eroi del passato, trasformando un Fernando de Cordoba, un Hernán Cortés, un Alessandro Farnese o un Ambrogio Spinola in altrettantitravetdell’eser­cito ispanico, desiderosi solo di vare carriera e bottino per assicurarsi una tranquilla “pensione”.

È l’errore che impedisce a tanti studiosi di scuola liberale e marxista di comprendere le reali motivazioni delle Insorgenze antigiacobine, della lotta antiunitaria, delle guerre carliste o, per andare più in là nel tempo, della guerra degli Ottanta anni contro le ribelli province olandesi protestanti che sfiancò l’Impero ispanico e che fu condotta non per motivazioni economiche, bensì per alti ideali di Fede e di Onore.

Infatti, pensando a quest’ultimo esempio, se la Corona delle Spagne avesse nutrito nelle Fiandre solo interessi materiali, sarebbe stato assai più semplice (e soprattutto assai più logico) fare concessioni di culto per mantenere il controllo dei traffici che passavano nei porti olandesi; parimenti, nelle Americhe, se l’intento fosse stato solo quello di sfruttare il territorio e i suoi abitanti – come pretende la “leggenda nera” – non avrebbe prodotto leLeyes de Indiasche tutelavano i diritti dei nativi e che sono considerati i primi antecedenti dei veri diritti umani, cioè reali e concreti, anziché astratti come quelli promulgati nel 1789.

La Corona ispanica, invece, agendo per elevate questioni spirituali e non per bassi interessi materiali, si meritò il titolo di Monarchiamissionaria.

È però necessario staccarsi dalla moderna (in senso cronologico ed assiologico[16]) concezione materialistica (che, in maniera che molti troveranno un po’naïf, ma che non è del tutto errata, si potrebbe definiremachiavellica) per poter giudicare epoche come il Medioevo (o, meglio, laChristianitas maior), la Corona ispanica (laChristianitas minor, come la definiva Francisco Elías de Tejada), le Insorgenze, la lotta antiunitaria nell’ex Regno di Napoli o il Carlismo (seuChristianitas minima, come suggerisce Miguel Ayuso): una necessità metodologica che pochi vogliono riconoscere perché imporrebbe uno sforzo di onestà intellettuale che non tutti gli studiosi sarebbero disposti a compiere.


[1]Cfr. Gennaro Marulli,La cattiva letteratura e le buone truppe, Cannavacciuoli, Napoli 1852, p. 9-10 e 10-26. Il processo, durato quattro mesi, avrebbe sancito sei condanne a morte.

[2]Il lavoro è stato recentemente ripubblicato: Gennaro Marulli,Avvenimenti di Napoli del 15 maggio 1848, a cura di Gianandrea de Antonellis, D’Amico, Nocera Superiore (Salerno) 2018.

[3]Ne uscì solo il primo volume, che in realtà parte dal 1844 e giunge fino al 1847.

[4]Da 1 a 144 (cxliv). Le nove pagine del proemio sono contrassegnate in lettere maiuscole (da a a i).

[5]Presso Giovanni Tomassini, Foligno 1795.

[6]Dalla Reale Tipografia della Guerra, Napoli 1821.

[7]Vale la pena ricordare che, data la diffusione dell’analfabe­tismo, i libri e soprattutto i giornali, «il mezzo più efficace per diffondere le nuove idee politiche presso i ceti più umili […] venivano letti in luoghi pubblici a beneficio degli illetterati.» Vincenzo D’Amico,Rassegna della stampa politica in dialetto a Napoli (1860-1872), «Archivio Storico per le Province Napoletane», cxxxiii (2020), p. 163-196:166.

[8]«Oltre ciò rifletto che permettendosi il sommo potere di cedere, permettendo o facendo un male minore per evitare il maggiore, si va di fallo in fallo, da errore in errore fino al pessimo, non diversamente che quello sventurato che sdrucciolando dalla sommità di ripida alpestre montagna si trova in un istante fatto in brani nel fondo dello spaventevole precipizio». Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa,Un Dottore di Filosofia ed un Uomo di Stato, inRaccolta didialoghi ed altri scritti composti in occasione delle rivoluzioni d’Italia dell’anno 1831, Tipografia Anglo-Maltese, Malta 1845, p. 178-179.

[9]Cfr. Miguel Ayuso Torres,Las murallas de la Ciudad, Nueva Hispanidad, Buenos Aires 2001, p. 124, che riprende una considerazione di Jaime Balmes (1810-1848), tratta dall’operaEl Pensamiento de la Nación(1844).

[10]In una lettera del 24 maggio 1871, Enrico affermò di non voler abbandonare la bandiera dei suoi Padri che rappresentava «rispetto della religione, protezione di tutto ciò che è giusto, di tutto ciò che è buono, di tutto ciò che è giusto, mentre il tricolore rappresenta la bandiera della Rivoluzione sotto tutti i suoi aspetti che, oltre a riempire gli arsenali del nemico, ne aveva fatto un vincitore» aggiungendo che se avesse avuto ancora a che fare con l’eredità della Rivoluzione, sarebbe stato incapace di fare del bene per la sua patria. Cfr. Daniel de Montplaisir,Le Comte de Chambord, dernier Roi de France, Perrin, Paris 2008, p. 423.

[11]Sull’argomento, mi permetto di rimandare al mioIl Principe di Canosa profeta delle Due Sicilie, Il Giglio, Napoli 2018.

[12]I partiti politici di stampo liberale, da quelli social-comunisti a quelli nazionalisti, sono infatti posteriori al 1848.

[13]Infatti il Carlismo si caratterizza per essere l’unico movimento tradizionalista che, a fianco – anzi al di sopra – della legittimità di origine pone la legittimità di esercizio, che addirittura prevale sulla prima. Coerentemente, il suo lemma recita: «Dio, Patria, Fueros e Re». Sottolinea cioè la preminenza della Religione, della Patria, dell’osservanza dei diritti rispetto alla figura del Monarca, che non può essere un Sovrano assoluto (cioèlegibus solutus).

[14]La frase originale, indirizzata ai liberali, recita: «Vosotros levántais tronos a las premisas y cadalsos a las consecuencias». Vázquez de Mella,Crítica del liberalismo. Le ley de jurisdicciones, Discurso en el Congreso de los Diputados, 3 de marzo de 1906, inObras Completas del Excelentísimo Señor Don Juan Vázquez de Mella y Fanjul, volumen IX [Discursos parlamentarios IV], Madrid, Junta del Homenaje a Mella, 1932, p. 141.

[15]Cfr. Gianandrea de Antonellis,Il significato della metodologia tra teoria e pratica, inLezioni di Metodologie e Tecnologie didattiche delle Scienze Giuridiche, a cura di Francesco Petrillo, Maggioli, Santarcangelo di Romagna (Rimini) 2019, p. 22-25.

[16]Sull’argomento, cfr. Giovanni Turco,Protestantesimo e modernità. Soggettivismo religioso e soggettivismo politico nell’analisi di Balmes, de Maistre e Taparelli, in «Espíritu. Cuadernos del Instituto Filosófico de Balmesiana», LX (2011), n. 142, p. 311-377.

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