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Gossip alla Corte di Ferdinando II: Penelope Smyth chi era costei?

Posted by on Gen 1, 2023

Gossip alla Corte di Ferdinando II: Penelope Smyth chi era costei?

In questi travagliatissimi tempi di tempeste finanziarie e patemi d’animo dell’economia internazionale, capita singolarmente a noi italiani, come sempre stravaganti in tutto, di trovarci inopinatamente al centro di un vortice inarrestabile di pettegolezzo e congetture scandalistiche che avvolgono il vertice delle nostre istituzioni. Mentre l’occidente s’interroga sulle possibili soluzioni della crisi in atto, la Penisola domanda angosciata dove sfocierà il turbine familiare e di lusinghe femminili che impegna strenuamente l’apice della nostra amministrazione.


All’interno, con opportuna manipolazione di stampa e reti televisive, si riesce a mettere la sordina alle voci e alle insinuazioni più penetranti, mentre all’estero, naturalmente, i commenti sono più liberi e autentici e non ci vedono davvero far bella figura, stante la notorietà pubblica del galante attempato protagonista del gossip internazionale.
In questa ottica di liaison fittiziamente sentimentale, coinvolgente personaggi simbolo dello Stato, è possibile rinvenire augusti antecedenti perfino nella morigeratissima conduzione del pubblico e privato seguita da Ferdinando II di Borbone: questi, se può essere tuttora di modello per le attuali settuagenarie leve del potere quanto a irreprensibilità e integrità personale e familiare, ebbe la ventura di avere un parentado che non seppe accoglierne in pieno il solido esempio.
Proprio agli inizi del suo regno, infatti, quando era appena ventiseienne, Ferdinando si trovò alle prese con lo scalpore suscitato dalla vicenda sentimentale del fratello Carlo, Principe di Capua, abbagliato dall’affascinante Penelope Smyth, giovane irlandese di passaggio a Napoli ma destinata a rimanere nella storia delle Due Sicilie.
Il Principe di Capua era sempre stato il beniamino dei genitori, Francesco I e Maria Isabella, nondimeno era di carattere piuttosto frivolo, arrendevole nei confronti della bellezza femminile e lusingato nella sua giovanile vanità dagli oppositori del Re, facili alla simpatia nei suoi confronti. Nell’austera Corte di Ferdinando le sue periodiche scappatelle sentimentali costituivano un ilare elemento di distensione, mentre chi per vantaggio personale desiderava dividere i due fratelli lasciava Carlo seguire imperterrito i propri capricci, per accentuare il solco esistente fra di loro.
Nell’inverno del 1935 il Principe di Capua si era invaghito di Penelope Smyth, seducente irlandese giunta nella capitale partenopea in compagnia della sorella e di una signora loro amica, dopo aver passato i due inverni precedenti a Parigi e a Roma. Non appena ebbe occasione di fare conoscenza delle attraenti anglosassoni, Carlo divenne assiduo frequentatore della loro abitazione napoletana, essendo già nota, d’altronde, la predilezione del principe per le gentili signore inglesi. Si riteneva che le attenzioni ben presto riservate a Penelope, la maggiore delle sorelle, non dovessero condurre ad un comportamento più serio di quello manifestato in simili casi. Invece, a dispetto dei pronostici, questo attaccamento si rivelò tanto insistente da indurlo, qualche mese dopo, a chiedere al fratello Ferdinando e alla Regina Madre Maria Isabella il permesso di sposare la signorina Smyth, nonostante la profonda disparità di rango che divideva i due spasimanti.
Carlo scelse il giorno del ventiseiesimo compleanno del fratello, 12 gennaio 1936, per informarlo dell’intenzione di sposare Penelope, ma si scontrò con lo spiccatissimo orgoglio familiare di Ferdinando: la sola idea di una mesalliance, una unione male assortita, un matrimonio mal combinato bastò ad offenderlo e mandarlo su tutte la furie, sulla scia di un carattere impetuoso. Fra i due fratelli si accese un violento litigio, in cui trovò sfogo anche il nascosto antagonismo alimentato ad arte dai torbidi oppositori del Sovrano.
Come logico la richiesta di Carlo venne respinta, provocando la sua folle collera e le  imprevedibili conseguenze che ne seguirono.
La stessa sera del 12 gennaio del 1836, dopo aver assistito alla rappresentazione di gala per il genetliaco del Re al teatro San Carlo, il Principe di Capua raggiunse come d’accordo l’amata Penelope e con lei lasciò in gran segreto la città. Quando Ferdinando lo venne a sapere, in un primo momento pensò di far fermare i fuggitivi alla frontiera, poi, riflettendo, inviò un corriere privato con una lettera per il fratello in cui lo esortava a rimanere a Napoli. Ma Carlo non se ne dette per inteso, letta la missiva e reso sordo e cieco dall’amore affermò che avrebbe mandato successivamente una risposta, varcando in tutta fretta il confine.
Dopo aver tentato inutilmente di comporre la vicenda e favorire il ritorno del fratello nella capitale, Ferdinando II, a marzo dello stesso anno, firmò un decreto con cui disponeva  tassativamente a tutti i membri della casa reale di non uscire dal Regno senza permesso, sotto pena di perdita dell’appannaggio che dopo sei mesi di permanenza all’estero sarebbe stato devoluto alla Corona, inoltre nessun matrimonio sarebbe stato considerato valido senza il consenso del Re, poichè al Sovrano competeva la necessaria autorità per preservare nella sua purezza lo splendore del trono. Di questo provvedimento fu informato il Principe Carlo e tutti gli agenti consolari, allo scopo di impedire la celebrazione delle nozze.
Qualora fosse stato ugualmente celebrato un matrimonio legittimo di fronte alla Chiesa Cattolica, tuttavia, questo sarebbe rimasto privo di valore quanto ai diritti civili e politici: Penelope Smyth non avrebbe potuto portare né il titolo né il nome del marito, mentre i figli non sarebbero stati considerati come appartenenti alla famiglia reale.
Come si vede una vicenda che avrebbe riempito oggi pagine di quotidiani e periodici, infarcito innumerevoli talk show televisivi con il commento dei soliti opinionisti in servizio permanente. All’epoca i riflessi sulla scena napoletana furono più contenuti, anche se venne ulteriormente alimentato il gossip della società partenopea: non c’era Internet ma le voci si infilavano ugualmente per le vie e i salotti della capitale.
Sordo a tutti gli avvertimenti pervenutigli, il Principe Carlo sposò infine Penelope Smyth a Gretna Green, celebre località al confine scozzese dove ci si poteva unire in matrimonio senza troppe formalità, esprimendo semplicemente il proprio desiderio al cospetto di testimoni, mentre successivamente si svolsero le nozze con rito religioso a Londra.
Ferdinando, tenace nel suo profondo orgoglio familiare, non perdonò mai quel gesto di sfida del fratello, si rifiutò di riconoscere il matrimonio come legale e fece porre sotto sequestro tutte le proprietà di Carlo, il quale, in breve tempo, si trovò in ristrettezze economiche.
Iniziò così una tribolata vita d’esilio per il Principe di Capua, interrotta nel maggio 1836 da un tentativo di far ritorno a Napoli in assenza di Ferdinando, alle prese con un imprevisto viaggio a Vienna. Al confine della Toscana, però, fu comunicato al fuggiasco che per proseguire verso sud avrebbe dovuto rinunciare alla compagnia di tutte le persone straniere fecenti parte del suo seguito, sicché, non volendosi separare dalla moglie, Carlo preferì recarsi a Genova. Fu mandato intanto un messaggero a Vienna, per conoscere le intenzioni del Re nei confronti del fratello, ma la risposta tardò, fino a quando, in settembre, i due riuscirono ad avere un breve colloquio. Le condizioni a cui il marito di Penelope Smyth avrebbe dovuto assoggettarsi per rientrare a Napoli, tuttavia, furono da lui ritenute inaccettabili in qualche punto essenziale, permanendo così una situazione di stallo. Anche la moglie irlandese, dal canto suo, inviò una lettera alla Regina Madre, desiderosa quest’ultima di una riconciliazione tra i fratelli, in cui dichiarava di essere pronta ad accettare qualunque patto affinché le si consentisse di rientrare a Napoli con il marito, come privata cittadina e sotto qualunque nome che il Re le avesse ordinato di assumere. Nel frattempo la coppia si spostò a Malta, per avvicinarsi a Napoli e aspettare nell’isola la decisione finale del Re.
Il feuilleton di Casa Borbone si svolgeva quindi sotto l’occhio del pubblico e della diplomazia internazionale, senza tuttavia quegli eccessi oggi consueti quanto a morbosità della stampa e dei moderni mezzi d’informazione. Al più ne poteva approfittare chi, sullo scacchiere politico europeo, intravedeva nella vicenda del Principe di Capua un’opportunità per nuocere a regnanti sgraditi.
Infatti, more solito, apparve sulla scena l’intrigante solerzia politica inglese, sempre attenta alle cose napoletane non certo per sottolinearne gli aspetti migliori. Il Ministro degli Esteri britannico, Lord Palmerston, puntualmente informato sullo sviluppo degli eventi dal fratello William Temple, rappresentante diplomatico a Napoli, si schierò opportunisticamente dalla parte del Principe di Capua soltanto perché questo poteva favorire certi suoi piani politici. Si condannò come meschino e vendicativo l’atteggiamento di Ferdinando, come se in Inghilterra non fosse già in vigore un Royal Marriage Act parente prossimo del decreto emanato in marzo dal Re di Napoli e che aveva penalizzato pesantemente Giorgio IV e i suoi fratelli, quando avevano contratto matrimoni morganatici. Per di più il Principe di Capua non poteva dire di non essere stato avvisato per tempo delle conseguenze del proprio agire…
Henry John Temple visconte di Palmerston, in realtà, era del tutto inadatto a rispettare la suscettibilità di Ferdinando II, pareva anzi si fosse prefisso proprio di esasperarlo: decidendo di sostenere il ribelle Principe di Capua il Ministro inglese aveva assunto un atteggiamento decisamente offensivo nei confronti del Re di Napoli, sdegnato da tali arie di presunzione.
Il Principe Carlo, intanto, continuava a respingere tutte le proposte del fratello mentre Palmerston, essendo la moglie del Principe cittadina britannica, si ritenne conseguentemente autorizzato ad intervenire. Rimproverò a Ferdinando di costringere il neo marito a vivere a spese della famiglia acquisita, sollecitando il Re di Napoli perché provvedesse a saldare i debiti accumulati per circa 36.000 ducati. La diplomazia britannica, allo stesso tempo, agiva con il suo rappresentante a Napoli per perorare la causa del Principe. L’incaricato d’affari John Kennedy, che sostituiva temporaneamente William Temple, era in continuo contatto con la Regina Madre Maria Isabella, sempre affezionata a Carlo, nonché con lo stesso Ferdinando II, per fugare la sua irritazione e indurlo al perdono.
Il Ministro degli Affari Esteri napoletano, Principe Cassaro, comunicò infine al Kennedy che il Re, meglio disposto anche in seguito ad una lettera di Maria Isabella, avrebbe fissato al Principe di Capua un appannaggio degno del suo rango, concedendo un titolo alla moglie e riservandosi, giunto il momento, di fare qualcosa per i figli. Era indispensabile però, da parte del profugo, un impegno al rispetto delle prescrizioni legislative con  particolare riferimento alla moglie e ai figli nascituri, affinchè fosse possibile concedere appannaggio e titolo.
Fu inviato un emissario speciale a Londra, l’aristocratico Paolo Versace, con le descritte proposte fatte dal Re al fratello, ovvero l’offerta del titolo di Duchessa di Villalta alla sua sposa, un appannaggio di 6.000 ducati annui a ciascun figlio maschio, la costituzione di una dote di 30.000 ducati per ogni figlia, l’anticipo di 30.000 ducati perchè il Principe potesse saldare i suoi debiti e la possibilità di fissare la residenza in qualsiasi parte d’Italia esclusi gli Stati Pontifici e il Regno delle Due Sicilie. Lo stesso incaricato d’affari Kennedy, compiaciuto per il rispetto di quanto promesso da parte di Ferdinando, comunicò all’impaziente Lord Palmerston come sarebbe stato augurabile che il Principe di Capua accettasse tali offerte con riconoscenza, eliminando gradualmente ogni motivo di risentimento da parte del Re.
Palmerston affermò di voler esaminare i documenti di cui il Versace era latore, eccependo sul titolo di Duchessa di Villalta della moglie di Carlo da trasmettere a tutti i figli e non solo al primogenito, ostacolando altresì un immediato accoglimento delle offerte del Sovrano di Napoli. Infine, tramite lo stesso Ministro degli Esteri inglese, il Principe di Capua rispose pretendendo che la moglie venisse fatta principessa anziché duchessa, che i suoi figli portassero il nome dei Borbone, che la cifra stabilita per i loro futuri appannaggi venisse aumentata e che gli fosse permesso di rimanere in Inghilterra. L’istanza fu appoggiata da Palmerston in termini quasi oltraggiosi per il Re di Napoli, con l’aggiunta che la partenza dell’emissario partenopeo avrebbe risvegliato i creditori del Principe, sino ad allora cauti nella speranza di un prossimo pagamento: alcuni di essi che avevano già minacciato di far incarcerare Carlo come debitore insolvente. Tale posizione umiliante offriva all’esule l’opportunità di atteggiarsi a vittima dinanzi a tutta l’Europa, influenzando spiacevolmente la pubblica opinione nei confronti di Ferdinando.
Pur di comporre la lite il Sovrano partenopeo si dichiarò, in ultimo, disposto a fare tutte le concessioni possibili al fratello, purché tanto lui quanto la moglie gli scrivessero una lettera di sottomissione, pentendosi del passato di ribellione alla Corona e promettendo di mostrarsi ossequienti all’augusto capo della famiglia reale: ma essi non vollero farlo, ormai in balìa dal solito Palmerston.
Ferdinando rimase molto dispiaciuto del rifiuto del Principe di Capua riguardo il compromesso offertogli dall’intermediario inviato a Londra, sicché la lunga disputa si concluse in definitiva con uno smacco per il Principe, ma con un rivalersi di Ferdinando nei confronti di Palmerston e dell’esasperazione in cui quest’ultimo lo aveva trascinato.
Alla luce del preteso fare privato eppure di uso pubblico dei moderni uomini di Stato, c’è forse da rimpiangere tempi più romantici ma, certamente, più assennati di quelli odierni.

Francesco Antonio Schiraldi

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