Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

I L    T E M P O    N E L L A    S T O R I A

Posted by on Lug 11, 2022

I L    T E M P O    N E L L A    S T O R I A

 P R E M E S S A

Il fine che si propongono queste pagine è quello di dimostrare che l’attuale condizione di colonia, di mercato di consumo interno e l’arretratezza del meridione d’Italia sono diretta conseguenza del modo in cui fu progettata e raggiunta l’unificazione (non unità) dell’Italia e della volontà di quelli che sono passati alla storia come eroi e padri della patria, di asservire, distruggere ed annientare.

     Certo, dopo gli interventi di figure autorevoli come Nitti, Savarese,  De Sivo,  Zitara queste traballanti righe possono apparire come un atto di superbia. Rassicuro subito che l’unico stimolo che mi ha spinto ad osare tanto sono il grande amore che porto alla mia terra ed il mio grande senso di appartenenza. Se poi questi due sentimenti dovessero conquistare alla causa anche una sola adesione, comunque sarebbero serviti a qualcosa.


     Si incontrano ancora molte resistenze a convincere alcune persone sul fatto che l’ intima connessione e la reciproca influenza tra passato, presente e futuro, possono essere la causa  delle attuali condizioni, di benessere o di crisi, di una società o di una nazione, diretta conseguenza di mutamenti generati da eventi verificatisi anche uno, due secoli addietro. Eppure, già la sola esperienza maturata dalla nostra specie nel corso della sua evoluzione, potrebbe rivelarsi utile a sciogliere i dubbi. Infatti, per la conoscenza e la percezione che abbiamo del tempo, sappiamo che le tre unità di cui si compone: passato, presente e futuro, non sono dimensioni a sé stanti, ma sono intimamente legati fra di loro.

     Poiché la tesi da dimostrare riguarda il rapporto tempo/storia, si rende necessario definire sia l’uno che l’altra.

     Per quanto riguarda il tempo fermiamoci a considerare quello della nostra esperienza, costituito dalla tre dimensioni di passato, presente e futuro. Esso è la dimensione nella quale si snodano gli eventi umani che costituiranno la materia propria della storia. Ora vediamo di capire il suo ruolo nell’evolversi delle vicende umane analizzando:

 il suo veloce scorrere;

la connessione reciproca dei tre momenti e  l’impronta che ognuno di essi eredita dal passato e trasferisce in parte al futuro;

il ruolo che esso ha nella storia e nella memoria, individuale o collettiva.

     Per  avere un’idea della velocità con cui passa il tempo è sufficiente immaginare di stare analizzando un evento che si stia svolgendo proprio oggi (quello che definiamo presente) avendo, però, dinnanzi un orologio elettronico che misura i millesimi di secondo. Ci si potrà così  rendere conto che, appena un modesto secondo avrà completata la sua corsa, ha lasciato indietro 999 millesimi di sé. Da ciò possiamo facilmente dedurre ch il passaggio da un istante all’altro è così veloce che ogni giorno, formato da milioni di millesimi di secondo, non può non conservare un residuo degli accadimenti e della spiritualità complessiva del giorno o dei giorni che lo hanno preceduto: elementi che, a loro volta, influenzeranno il giorno o i giorni che lo seguiranno.

     La connessione e l’influenza reciproca tra passato, presente e futuro ci viene chiaramente evidenziata dagli esperimenti condotti da Planck, Wien e Stefan – Boltzmann[1], che hanno avuto come oggetto le onde elettromagnetiche e i raggi infrarossi emessi dai corpi in movimento. Questi raggi  ( o onde elettromagnetiche) sono così intimamente legati tra di loro che ognuno di essi, senza soluzione di continuità, si origina dal precedente ed è origine a sua volta del successivo (come una lunga ed ininterrotta serie di sagome generate da un unico filo di qualunque materiale), per cui, anche in considerazione del velocissimo trascorrere del tempo registrato dall’orologio elettronico, è impossibile non ammettere che ogni momento, avendo ereditato qualcosa dal precedente, non lasci una sua impronta nel momento successivo. E così all’infinito.

     Ora questo ininterrotto  scorrere delle onde elettromagnetiche (o dei raggi infrarossi) offre la possibilità di farsi un’idea sia del trascorrere del tempo sia dell’intima connessione tra passato, presente e futuro, per cui solo intelligenze tendenzialmente portate allo scetticismo possono negare l’evidenza. Ovviamente, intensità e durata, sia delle tracce lasciate dalle onde elettromagnetiche che di quelle lasciate dai raggi infrarossi, dipendono dalla massa radiante e dalla sua durata nel tempo. Se la frazione di tempo presa in considerazione è attraversata da un corpo di massa ridotta e di bassa temperatura, come può essere quella di un solo individuo o di un ridottissimo gruppo di persone, avremo delle emissioni di scarsa intensità e di breve durata. E questo potrebbe essere il caso dell’azione sporadica di un singolo, che non avrà ripercussioni nella storia. Se invece la frazione di tempo presa in considerazione è di lunga durata, come può essere  quella di un’era (della storia, della filosofia, dell’arte, della letteratura) ed è attraversata da una massa molto più consistente, come può essere quella rappresentata da un popolo intero, avremo delle emissioni molto intense e di maggior durata, che, analizzate nel contesto dell’infinito nel quale si svolgono, possono chiarire come mai un fenomeno che stiamo osservando oggi possa avere le sue origini in un periodo lontano anche secoli.

     Resta ora l’ultimo esempio per chiudere la digressione sul tempo, dopo di che cercheremo di trovare una definizione anche per la storia e cercare di arrivare alla dimostrazione della tesi.

          Sempre per quell’esperienza maturata come specie nel corso della nostra evoluzione, prendiamo ad esempio un albero o un’intera foresta. Sappiamo che essi non sono stati sempre così, ma sono il prodotto della lenta evoluzione nel tempo di semi, che, poco alla volta, a seguito di continue modificazioni, hanno dato come risultato quell’albero o quella foresta. I semi che al momento dell’interramento costituivano il presente contenevano già in sé il futuro e quando il futuro è diventato l’albero che osserviamo oggi, i semi sono diventati il passato. L’albero attuale, quindi, le cui radici si sono generate da un determinato seme, non può non recare nel suo DNA (quello che,poi, in un essere umano è anche memoria) tracce di quel seme. Esso, quindi, è una sintesi che racchiude in sé passato, presente e futuro.

      Dobbiamo ora tentare di definire la storia, dopo di che resta da dimostrare in che modo tempo e storia si relazionino, ed approdare così alla dimostrazione della tesi.

     La storia è un ininterrotto dipanarsi nel tempo di azioni singole o collettive che imprimono un nuovo corso al progredire della civiltà Il risultato di queste azioni può giovare o nuocere al progresso civile, a seconda della ideologia di cui sono intrise.

     Potrebbe suonare strana l’affermazione che ravvisa nelle azioni individuali l’origine di eventi  che nel loro divenire acquistano tanta importanza da divenire degni di essere annoverati fra quelli che fanno storia. Ma molti eventi, che partiti come azione di pochi individui (esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, spedizione dei fratelli Bandiera, spedizione di Carlo Pisacane), sono divenuti tanto memorabili da divenire eponimi dell’evento, autorizzano a pensarla così.

     Essendo la storia non altro che la somma di tante azioni singole, alla fine dell’era che prenderà il nome dall’ideale che la caratterizza, a ognuno di quelli che hanno avuto un ruolo se non di protagonisti o comprimari, ma almeno di comparsa, è giusto riconoscergli di aver contribuito a che la epoca che li ha visti come attori ha avuto il corso e il risultato registrati dalla storia. Nella mitizzata “spedizione dei mille”, infatti, hanno avuto il proprio ruolo non solo Garibaldi, Bixio, Nievo e altri, ma anche la massa di anonimi che li seguiva, rendendo possibile che le cose andassero come poi sono  andate.

          Ora, per spiegare la connessione tra eventi di secoli addietro e la situazione attuale, ricorriamo nuovamente all’esempio relativo alla sfera della flora. Se osservando gli alberi abbiamo modo di notare delle differenze di sviluppo: alberi palesemente in ottima salute ed altri storti e rinsecchiti, possiamo avvertire la necessità di cercare una spiegazione sul perché gli stessi semi, piantati nello stesso terreno abbiano dato risultati molto diversi fra di loro. L’analisi ci fa  accertare che gli alberi che hanno avuto uno sviluppo anomalo non avevano alcun difetto di origine contenuto nei semi, ma che  la loro condizione attuale, anteprima di una inesorabile fine, era da imputare a  cause esterne, dato che alcune piante erano state  messe sotto trazione, in modo da piegarsi da una sola parte, altre private di acqua e ad altre erano state addirittura recise le radici.

     Una cosa del genere è stata messa in atto nei confronti della nostra terra d’origine e dei suoi abitanti, che, nati con caratteristiche, civiltà e storia proprie, vennero violentemente modificati per rispondere al modello che avevano in mente coloro che si apprestavano a far scomparire la nostra antica patria dalla storia nazionale e a demonizzare a livello planetario il suo popolo.

        E veniamo ai fatti.

     Nella penisola italiana esistevano fino al 1859 sette stati[2] che, fatta eccezione per il Regno di Sardegna, vivevano in pace, nel senso che ognuno di essi si era accontentato dell’ assetto politico e territoriale stabilito dal Congresso di Vienna, per cui nessuno – escluso sempre il Regno di Sardegna –  era spinto da esigenze di natura economica o da pure frenesie predatorie a dichiarare guerra ad un altro per sanare situazioni economiche fallimentari o soddisfare velleità espansionistiche, e pur nel particolarismo legislativo, culturale e linguistico che li caratterizzava rappresentavano l’Italia molto meglio di quella artificialmente unificata nel cosiddetto Risorgimento, quando, con un processo violento, calato dall’ alto e non condiviso (come era capitato per la Repubblica Napoletana nel 1799), si volle mettere insieme tutte queste entità per formare una nazione unica (questo, però, era solo un alibi), ma rifiutandone altezzosamente il patrimonio di storia, civiltà e cultura immediatamente cancellati dall’ unificazione. Tutti  dovettero unificarsi alle leggi, alla cultura ed ai principi morali di coloro che avevano deciso che tutte quelle piccole entità dovevano scomparire per creare un’unica nazione. Di tutti questi stati, nella parte meridionale della penisola c’era quello che per estensione, per durata e per storia e cultura comuni era il più grande di tutti. Aveva infatti gli stessi confini dal lontano 1130, si estendeva  per 102.700 kmq ed aveva una popolazione di circa nove milioni di abitanti, che, per la citata coesione,non erano lucani, calabresi, pugliesi, ecc. ma erano tutti napolitani (o regnicoli), accomunati dagli stessi confini, dalla stessa storia, dalla stessa cultura e dalla stessa lingua. 

          Come detto, avendo accettato le conclusioni del Congresso di Vienna, questi stati, accontentatisi di quanto aveva deciso per loro la storia, vivevano in pace. Tutti, tranne il Piemonte, che aveva come chiodo fisso la guerra perenne, motivo per il quale, costretto a continue spese per gli armamenti, era ormai sull’orlo della bancarotta.

     Gli economisti chiamati per risolvere la criticità dissero chiaramente che per trovare un rimedio alla disastrosa situazione – considerato che la bancarotta era data per certa – c’era un’unica alternativa: “ confondere le proprie finanze con quelle di uno stato più ricco “. [3]

       Ora, la storia ufficiale cominciata a scrivere dal 1861 in poi[4] ha fatto sapere al mondo intero che l’ex Regno delle Due Sicilie, oltre tutte le altre falsità che sono state inventate sul suo conto, era un regno caratterizzato da miseria e arretratezza.

      Per dimostrare che questa è diffamazione gratuita non occorre consultare alcun archivio storico, ma è sufficiente  ricorrere semplicemente alla ragionevolezza umana. Come mai, di tanti altri stati più ricchi e meno arretrati il Piemonte, visto che era sull’orlo della bancarotta e quindi senza risorse economiche, decise di invadere proprio quello più povero e arretrato e non rivolse le proprie mire alla Lombardia, che anche geograficamente era più vicina ed offriva minori difficoltà per lo spostamento delle truppe?. E come mai, proprio immediatamente dopo l’invasione del Regno delle Due Sicilie e la distruzione della sua economia, la Liguria (Genova), il Piemonte ( Torino) e la Lombardia (Milano), cioè quello che sarebbe diventato l famoso triangolo industriale – divennero le regioni più ricche d’Italia?  

     Un’altra considerazione è affidata alla ragionevolezza umana ed all’onestà intellettuale di persone non plagiate o prevenute ideologicamente. Se davvero i regnicoli, (cioè i sudditi del regno duosiciliano, ovvero i nostri progenitori) non vedevano il momento di essere “liberati”, come mai non accolsero a braccia aperte coloro che – senza essere chiamati – volevano liberarli a tutti i costi? E si badi bene che questo si verificò per ben tre volte (nel 1854, con la spedizione dei fratelli Bandiera; nel 1857, con la spedizione di Carlo Pisacane e dei suoi trecento giovani e forti e per ultimo nel 1860: reazione, questa, che durò per ben dieci anni. Se stavano davvero così male sotto i Borbone, possibile che si facessero sfuggire ben tre occasioni? Ma probabilmente i nostri progenitori avevano intuito quale destino avevano per loro in serbo i liberatori, perché la loro intelligenza pratica aveva posto nel loro animo questo dilemma:<< Si è mai vista una libertà portata e imposta da un esercito invasore con le armi, con proclami, leggi militari, terrore?>>.  E le loro intuizioni ebbero subito la conferma dai fatti, perché tutti quelli che non volevano essere liberati furono giustiziati, incarcerati o mandati al domicilio coatto. La stessa cosa capitò a chi era semplicemente sospettato di non accettare quella libertà. Chi, invece, oltre ad essere contrario a quella libertà non volle rinnegare il giuramento fatto al proprio re e a quel simbolo spirituale rappresentato  dalla propria bandiera fu mandato in villeggiatura a Fenestrelle o ad altre residenze di montagna.

          Ora, poiché le attuali condizioni del sud Italia (per quanto emerso dalle testimonianze degli stessi protagonisti) affondano le radici nell’anno del Signore 1860, a sua volta originato dagli eventi che interessarono la penisola italiana dal marzo 1796 (Campagna d’Italia), che a sua volta derivava dalle ideologia della rivoluzione francese del 1789, già questo potrebbe rivelarsi sufficiente a dimostrare la fondatezza dell’ affermazione iniziale.

     E qui gioca un ruolo importante un altro elemento: la memoria, che, per molti aspetti può essere addirittura sinonimo di storia.


[1] Leggi di Planck, Wien e Stefan – Boltzmann

[2] Regno di Sardegna – Regno lombardo/veneto – Ducato di Parma e Piacenza – Ducato di Modena e Reggio – Granducato di Toscana – Stato pontificio – Regno delle Due Sicilie

[3] Affermazione di Francesco Saverio Nitti. (Fu molto polemico con i governi del suo tempo che, oltre a stanziare fondi di sviluppo maggiormente nelle zone settentrionali, istituirono un regime doganale che favoriva Liguria, Piemonte e Lombardia, accentuando così il divario tra le due parti e mantenendo il sud, a sue parole, come un <<feudo politico>>. << … I debiti furono fusi incondizionatamente e il 1862 fu unificato il sistema tributario ch’era diversissimo. Furono venduti per centinaia di milioni i beni demaniali ed ecclesiastici del Mezzogiorno, e i meridionali che avevano ricchezza monetaria fornirono tutte le loro risorse al tesoro, comprando ciò che in fondo era loro; furon fatte grandi emissioni di rendita nella forma più vantaggiosa al Nord; e si spostò interamente l’asse della finanza. Gli impieghi pubblici furono quasi invasi dagli abitanti di una sola zona. La partecipazione ai vantaggi delle spese dello Stato fu quasi tutta a vantaggio di coloro che avevano avuto la fortuna di nascere nella valle del Po>> (F. Nitti, L’Italia all’alba del sexolo XX Casa Editrice Nazionale Roux e Viarengo, Torino – Roma, 1901, pp. 118/120)

[4] Vedi disposizioni sabaude sull’istituzione dell’Archivio di Storia patria e sulle limitazioni relative alla libertà di stampa, contro cui prese posizione lo stesso Vittorio Alfieri.

continua

Lucio Castrese Schiano

1 Comment

  1. Sviscerando il nostro passato e le fasi che ci hanno portato al presente, lavoro immane anche solo partendo dalla fine del settecento con le incursioni francesi, e poi gli interessi inglesi, il devastante periodo garibaldesco, i successivi spostamenti del centro di potere da Torino e Firenze per arrivare a piazzarsi a Roma con l’idea in testa del caput mundi, e la speranza di liquidare il Papato, quando invece lo possiamo oggi pensare relegato, ma per fortuna protetto, nel Vaticano… resta a noi per ora solo il sogno di recuperare quello che fummo: Popoli autonomi e tutti ricchi di secoli di evoluzione.. e conquiste di inventive e progresso nelle conoscenze scientifiche, produzioni e reciproci scambi… Perche’ mai non lo potremmo ancora essere! Recupereremmo orgoglio, stimolati da desiderio di competizioni scientifiche e liberi di rivalutare le nostre storie per corroborare orgoglio e fiducia col vantaggio che i progressi scientifici di cui oggi potremmo godere tutti sarebbero di stimolo a migliorare la vita e a coltivare rapporti di amicizia e rispetto… caterina ossi

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