Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

IL SOLDATO NAPOLITANO

Posted by on Apr 6, 2016

IL SOLDATO NAPOLITANO

tempo fa dal blog degli amici del Comitato delle Due Sicilie di Fiore Marro trovai un bellissimo articolo, a firma di Mario Montalto, che oggi pubblico dove si parla del soldato napolitano. in molti hanno già scritto sui soldati napolitani ma non sempre ho trovato un’attenzione per quelli morti durante le due grandi guerre e addirittura napoli è stata la città al mondo che ha dato più vittime. vorrei dire a tutti quelli che parlano del soldato napolitano come soldato imboscato facesse silenzio perché la storia ci dice il contrario, il più eroico il più audace e il più fedele. di seguito il bell’articolo.

 

Dei soldati delle Due Sicilie si è parlato poco e, nella maggior parte dei casi, con tono beffardo o di sprezzante sufficienza, alimentando così la novellistica sull’“esercito di Franceschiello”.

Chi non ricorda le numerose barzellette di cui erano oggetto i soldati napoletani? Quella che si riferisce al vario grado di marzialità che la truppa doveva assumere durante le sfilate: “Facite a faccia feroce!”; un po’ più avanti: “Facite a faccia cchiù feroce!”; poco prima di passare davanti alle autorità: “Facite a faccia ferocissima!”; subito dopo: “Facite a faccia e’ fessi”. E quel soldato che, durante la battaglia, chiede al suo capitano: “Capità fuimme?” e si sente rispondere dal suo comandante: “Aspettate l’ordine!”. E l’altra secondo cui, quando dovevano fare addestramento formale, non riuscendo le reclute a distinguere il piede destro da quello sinistro, si legava su uno di essi un pennacchietto e poi l’ordine di marciare veniva così scandito: “C’u pilo e senz’u pilo c’u pilo e senz’u pilo”. Così come l’allineamento, a destra e a sinistra, diventava: “Allineamento ‘ncoppa a panza ‘e don Ciccillo!”.

Questo è il soldato borbonico che ci tramanda la storiografia ufficiale: imbelle, ignorante, furbastro,gretto e bigotto. In una parola, militarmente inesistente: nullo come soldato e come uomo.

Non abbiamo molto da imparare dagli statunitensi, ma una cosa certamente sì: il rispetto per lo sconfitto soldato del Sud.

L’occupazione yankee nel territorio degli Stati Confederati d’America non fu meno dura di quella piemontese nelle provincie del Regno, ma fu ed è esplicitamente riconosciuto il valore di quei vinti.

Lo dimostrano un’ampia produzione letteraria, storica come romanzesca, ed una altrettanto vasta filmografia (anche in vicende cinematografiche ambientate nella seconda guerra mondiale o in quella di Corea, si vede il soldato originario degli stati meridionali che custodisce in tasca o nello

zaino la “Dixie Flag”). In campo militare, poi, è significativa l’attribuzione a tipi di mezzi corazzati del nome di comandanti sudisti quali Lee e Stuart. Nel nostro esercito non si assegnano ai carri armati nomi di condottieri, ma, se così non fosse, sarebbe ipotizzabile un carro “Ritucci” o”Bosco”? Basti pensare che, mentre la nascita dei reggimenti di origine piemontese viene fatta risalire ai più remoti manipoli di armigeri1, nessun legame è mai stato riconosciuto tra i reggimenti di fanteria napoletani “Napoli”, “Calabria”, “Puglia”, “Abruzzo”, “Palermo”, “Messina” e i loro omologhi dell’esercito italiano.

Questi ultimi, infatti, nascono soltanto ad unificazione avvenuta: prima c’era il nulla.Il nostro grande sovrano Ferdinando II dette, sotto questo profilo, una lezione di civiltà e di stile allegenerazioni future quando consentì che uscissero dall’oblio le gesta dei soldati napoletani che avevano combattuto sotto Gioacchino Murat. Con la pubblicazione dell’ “Antologia Militare”, diretta da Antonio Ulloa e iniziata nel 1835, cominciò infatti la rievocazione degli eventi passati anche se soltanto sotto i profili storico e tecnico-militare.

E’ ormai patrimonio universale l’amaro principio secondo cui le verità dei vinti sono bugie e le bugie dei vincitori sono verità e di queste ultime conosciamo il concetto informatore, espresso dall’umorista catanese Massimo Simili nel romanzo “Lei Elena”, ambientato nella Troia postbellica,

con le parole che egli pone sulla bocca del supremo condottiero acheo Agamennone: “Il sommo Zeus ci è testimone che la Grecia visse sempre nel culto delle arti e dei lavori domestici e non cercò mai l’espansione.

Se la Grecia si è espansa, ciò è stato solo per portare la civiltà e l’uguaglianza là ove dominava la barbarie”.

L’amara ironia di Simili ci chiarisce bene le idee: il vinto è incivile e barbaro e, allora, che cosa vuole? Taccia.

E, se non gli riesce di redimersi, si faccia almeno dimenticare.

Noi, invece, non vogliamo dimenticare il soldato napoletano, ma anzi ricordarlo e tramandarne alle nuove generazioni la memoria.

Questo, perché un popolo non può rinnegare il proprio passato a pena di rinnegare sé stesso.

Ciò, anche se è stato sconfitto, perché crediamo con Walt Whitman che “le battaglie si vincono o si perdono con identico cuore” e, con Rostand, che “più bello è battersi quando è invano”.

1 Emblematico è, al riguardo l’articolo “La nascita della Cavalleria Sabauda”, di Umberto Burla, apparso sulla “Rivista Storica”, aprile 1996.

NASCITA DELL’ESERCITO DELLE DUE SICILIE

La sua data di nascita va collegata alla legge del 25 novembre del 1743, con la quale il re Carlo III dispose la costituzione di 12 reggimenti provinciali, tutti composti da cittadini del Regno, nonché di una compagnia di fucilieri da montagna, lontana antenata delle truppe alpine e le cui caratteristiche ordinative, di armamento e di equipaggiamento ne fecero il primo modello del genere nella storia moderna italiana.

Il 25 marzo dell’anno successivo, il neonato esercito subì il primo collaudo, contro gli austriaci, alla battaglia di Velletri. Essa segnò la sua prima, grande vittoria, cui parteciparono reggimenti interamente napoletani, come il “Corona” ed il “Terra di Lavoro”, comandato dal duca di Ariccia, che ressero magnificamente il confronto con i reggimenti stranieri di più antica tradizione. In quel periodo – piccola curiosità storica – prestò servizio nel reggimento “Fonseca” Pasquale Paoli, il futuro capo dell’irredentismo corso: allorché era ufficiale gli furono concessi sei mesi di congedo ed egli si recò nella sua isola a guidarne la lotta per l’indipendenza.

Negli ultimi anni del regno di Carlo III l’esercito era stato, però, trascurato e tale stato di cose si protrasse anche con il nuovo sovrano Ferdinando 1 finché la regina Maria Carolina non si fece promotrice del potenziamento e del sostanziale rinnovamento delle forze armate delle Due Sicilie, avvalendosi dell’ammiraglio irlandese John Acton, che, giunto a Napoli, nel 1778 e nominato ministro della guerra e della marina, riorganizzò dapprima quest’ultima e successivamente le forze terrestri, iniziando la sua opera col formare una classe di ufficiali – quasi inesistente in quel momento – che conoscesse veramente il mestiere delle armi. A questo scopo istituì nel 1786 la ”Reale Accademia Militare”, che il 18 novembre 1787 iniziò i propri corsi nell’ex collegio dei Gesuiti presso la chiesa dell’Annunziatella a Pizzofalcone.

Le forze armate, così rinnovate, sostennero più che degnamente la loro prova del fuoco all’assedio di Tolone, nel quadro dell’alleanza con l’Inghilterra contro la Francia. Seimila soldati napoletani parteciparono alla difesa della città e furono gli ultimi a reimbarcarsi. Il corpo di spedizione rientrò in patria il 2 febbraio 1794, avendo avuto circa 200 caduti e 400 feriti. Ugualmente degna fu l’attività della componente navale, fornita dal Re di Napoli per le operazioni in Mediterraneo e consistenti in quattro navi di linea, quattro fregate e altrettante unità minori.

GIOACCHINO MURAT

Le vicende che portarono al regno di Murat dettero anche vita ad un nuovo strumento militare che fornì ottime prove di sé, partecipando alla campagne di Spagna, Tirolo, Germania, Russia, nonché a quelle italiane del 1814 e del 1815 e fu l’ultimo – tra gli eserciti non francesi, ma di matrice napoleonica – a cedere le armi. Per tutti valga l’esempio del 5 dicembre 1813, in Russia, quando la  cavalleria napoletana scortò Napoleone da Ochmiana a Vilno: ufficiali e soldati indossarono la grande uniforme, come per una parata, e, senza mantelli né pellicce, con una dimostrazione tipica dell’amore delle nostre genti per il bel gesto, in una gelida notte accompagnarono l’imperatore.

Su trecento cavalieri ne giunsero a Vilno solo trenta; gli altri erano rimasti lungo il cammino: uccisi dal freddo o negli scontri con la cavalleria cosacca; gli stessi comandanti, il generale Florestano Pepe e i colonnelli Campana e Roccaromana riportarono congelamenti alle dita delle mani e dei piedi e ne rimasero mutilati.

Il generale Bianchi, comandante delle forze austriache nella campagna contro Murat, ebbe, nella sua relazione, queste parole per i nostri soldati: “Il soldato napoletano ha combattuto con molto valore in Ispagna, in Russia e in Germania, per interessi a lui estranei e anche nel corso di questa campagna ha dimostrato elevate capacità, specialmente nella battaglia di Tolentino, nella quale gli austriaci hanno dovuto compiere sforzi considerevoli e affrontare penosi sacrifici per strappare la vittoria”.

FERDINANDO II

Ferdinando II salì al trono 1′ 8 settembre del 1830 e, fino dai primi anni del suo regno, dimostrò sia un vivo interesse per le forze armate sia il possesso di notevoli capacità militari.

Paragonabile in questo a Federico Guglielmo I di Prussia, non ebbe però la fortuna di un successore che, al pari di Federico il Grande, sapesse utilizzare al meglio, nelle competizioni internazionali, quello strumento militare che il suo predecessore aveva costruito e perfezionato in ogni dettaglio. Re Ferdinando si fece promotore di una legge sul reclutamento completa ed esauriente e migliorò moltissimo il sistema disciplinare, l’armamento e l’equipaggiamento.

Nel 1835 il generale francese Oudinot, in un libro intitolato “De l’Italie et de ses forces militaires”, scrisse: L’esercito napoletano è istruito e molto bello. Le truppe che lo compongono sono oggetto di una sollecitudine attiva e illuminata da parte di un sovrano dotato di inclinazioni militari Infine esso possiede, in tutte le armi, ufficiali di alto merito”.

Nel 1848, poi il capitano Le Messon, critico militare svizzero di fama europea, scriveva che gli italiani sarebbero stati grati a Ferdinando II per avere dato inizio alla nuova formazione dello spirito militare nella penisola.

In sostanza l’esercito fu rinnovato moralmente, materialmente e tecnicamente in meno di dieci anni.

Del suo valore offrì, tra le altre, due prove particolarmente significative: i combattimenti di Curtatone-Montanara-Goito e l’operazione anfibia su Messina. I primi si svolsero nel quadro della partecipazione, politicamente discutibile, dell’esercito borbonico alla guerra del 1848 (quella che poi passerà alla storia come I guerra d’indipendenza). Il 29 maggio il maresciallo Radetzky, uscito in forze da Verona, lanciò all’attacco ventimila uomini, appoggiatidal fuoco di cinquantadue pezzi d’artiglieria, contro cinquemilaquattrocento tosco-napoletani. I soldati delle Due Sicilie, in particolare, consistevano in 1516 combattenti del 10° Reggimento Fanteria di Linea “Abruzzo” e di un battaglione di volontari. Malgrado la forte inferiorità numerica le truppe si batterono con slancio; tra i napoletani caduti vi fu anche il professor Pilla, comandante degli “allievi volontari pisani”.

A Montanara il nemico occupò il cimitero e vi pose in batteria quattro cannoni, che sparavano a mitraglia, con alzo zero. I napoletani contrattaccarono alla baionetta numerose volte per riconquistare la posizione, guidati dal comandante del II/10° magg. Spedicati e, dopo che questi fu ferito, dal cap. Catalano. Caddero 183 uomini tra i quali cinque ufficiali e un portastendardo (ma la bandiera del battaglione fu salva). Il sessantenne capitano Cantarella fu decorato da Carlo Alberto e onorifiche distinzioni toccarono ad altri ufficiali napoletani.

Il successivo giorno trenta i soldati meridionali tornarono a ricoprire il ruolo di protagonisti: questa volta a Goito. Il col. Rodriguez, comandante del 10′ “Abruzzo”, ricevé l’ordine di tenere la posizione ad ogni costo. E la tenne, arginando l’avanzata austriaca e favorendo così la vittoria. Al termine della battaglia il comandante piemontese del settore, generale Bava, strinse la mano alcolonnello napoletano e lo ringraziò per quanto egli e i suoi soldati avevano fatto. Qualche giorno dopo Rodriguez fu insignito della Croce dei Santi Maurizio e Lazzaro mentre alcuni suoi ufficiali furono decorati.

Nel quarto volume della “Storia del Risorgimento italiano” di Cesare Spellanzon, i combattenti di Curtatone e Montanara sono sempre citati come “i valorosi toscani e napoletani”, ma nella storia ufficiale e specialmente in quella ad uso delle scuole, i napoletani sono ignorati, al pari del lorovaloroso comandante. Sull’obelisco, poi, eretto sui luoghi della battaglia, sono scolpiti soltanto i nomi dei toscani, mentre sono stati deliberatamente omessi quelli dei combattenti delle Due Sicilie.

Unico commento adeguato sembra essere un verso di Ernesto Murolo: “E cchesta è a Storia, ca ioca a palla e a chiamma verità!”.

Ma passiamo allo sbarco di Messina.

Nel biennio cruciale 1848-1849 l’esercito borbonico fu impegnato anche nell’interno, domando la rivolta a Napoli e in Sicilia. Affrontò queste prove, che non potevano non disorientare anche gli spiriti più solidi, con compattezza globale e si dimostrò una forza efficiente, pronta, fedele alle istituzioni.

In Sicilia, dopo il reimbarco delle truppe napoletane, si era costituito un esercito locale, comandato dal generale polacco Mieroslawsk2. Il 30 agosto del 1848 uscì dal Golfo di Napoli una forza navale, comandata dal brigadiere Cavalcanti e composta da tre fregate a vela (Regina, Isabella e Amalia), sei a vapore (Sannita, Roberto il Guiscardo, Ruggero il Normanno, Archimede, Carlo III, Ercole), due corvette a vapore (Stromboli e Nettuno), otto cannoniere ed altro naviglio minore per complessivi 246 cannoni di vario calibro. La componente anfibia era costituita da sette piroscafi per il trasporto delle truppe mentre venti barconi fungevano da mezzi da sbarco. Comandante del corpo di spedizione era il generale Filangieri. Alle otto e trenta del mattino del 6 settembre, dopo che le artiglierie navali ebbero provveduto ad un adeguato “ammorbidimento” delle posizioni avversarle, il reggimento “Real Marina” (i “marines” borbonici) prese terra e costituì una testa di sbarco, consentendo l’afflusso dei reparti terrestri. I combattimenti furono accaniti, feroci addirittura, ma alle diciassette del giorno successivo il Filangieri telegrafò al Re: “Messina riconquistata rientra sotto il giogo del suo legittimo sovrano. La spaventevole difesa di due giorni non ha potuto arrestare la mirabile bravura delle truppe reali, che al grido di “Viva il Re!” hanno superato tutti gli ostacoli”. Al Sovrano, inoltre, il generale inviò 64 cannoni, 12 mortai e 21 bandiere. Nel maggio del 1849, poi, il generale riuscì a fare capitolare Palermo.

La riconquista di Messina fu elogiata dalla stampa e dal critici militari stranieri, che la indicarono come un’operazione bellica persino più interessante di quella condotta dall’esercito di Napoleone all’assedio di Saragozza.

Vale, peraltro, la pena di osservare che Re Ferdinando si vide affibbiare l’appellativo di “re bomba”, mentre Vittorio Emanuele II, che farà bombardare Genova, si accingeva a passare alla storia come ”re galantuomo”.

LA FINE

La sfortunata campagna del 1860, che portò alla fine del Regno, è fin troppo nota perché su di essa ci si debba soffermare a lungo. E’ il caso di accennare soltanto ad alcuni episodi e ricordare qualche nome.

2 Leggere “Mierosuafschi”.A Caiazzo i soldati borbonici del generale Colonna di Stigliano e del colonnello La Rocca conseguirono un brillante successo sui garibaldini dell’ungherese TÜrr, che perdette un migliaio di uomini e dovette ritirarsi, lasciando una gran quantità di prigionieri, tra cui otto ufficiali che avevano cercato rifugio presso il da loro bistrattato vescovo di Capua (quest’ultimo episodio è magistralmente rievocato da Carlo Alianello ne ”L’Alfiere”). Da ricordare l’alfiere Dioguardi, che presentò a Sua Maestà Francesco II due bandiere prese al nemico.

Il 1 ottobre le truppe napoletane attaccarono da Capua, travolgendo le prime linee garibaldine. Lo stesso Garibaldi fu sorpreso da un attacco dei cacciatori napoletani ed ebbe ucciso il cocchiere e ferito un ufficiale del suo stato maggiore. I garibaldini, di fronte ai reggimenti borbonici entusiasticamente decisi a difendere il loro re e la loro patria, ebbero a rodere un osso veramente duro e capirono che la fortezza di Capua difficilmente avrebbe capitolato. Per prenderla, infatti, occorreranno poi il bombardamento e le truppe piemontesi.

Quella del Volturno, combattuta in quel giorno e nel successivo, fu la battaglia decisiva, condotta offensivamente dai borbonici e difensivamente dai garibaldini. Fu assai dura e cruenta per entrambe le parti: l’una puntava a riaprire la strada per Napoli, rientrare nella città e sollevare la popolazione contro gli invasori; l’altra ad impedirlo, atteso anche che la liberazione della capitale avrebbe potuto segnare l’inizio di un’insurrezione generale (e che questo potesse avvenire fu confermato da diversi tumulti pro borbonici che scoppiarono nell’immediata periferia di Napoli quando giunse voce che l’esercito delle Due Sicilie aveva attaccato battaglia e stava vincendo). Per entrambi i contendenti fu l’unica, vera, importante battaglia campale combattuta dallo sbarco di Marsala e ad essa parteciparono anche reparti piemontesi. La strada per Napoli non fu aperta e questo segnò la fine. Le nostre truppe caddero ancora una volta nell’errore di frazionare le loro forze e non seppero individuare quello che i tedeschi definiscono “Schwerpunkt” concentrando tutto lo sforzo su di esso. Tuttavia i soldati si batterono con coraggio e determinazione (con la sola negativa eccezione, secondo qualche fonte, dei reggimenti della guardia). Il generale von Meckel, comandante la brigata carabinieri esteri, vi perse il proprio figlio, giovane tenente, ne vide il corpo senza vita, gridò: “Vive le Roi!” e continuò a combattere.

Al largo del Golfo di Gaeta bordeggiavano le navi della Marina Sarda. Avevano sostituito quelle francesi, che avrebbero dovuto coprire dal mare il fianco destro dell’esercito napoletano, disteso a difesa sul Garigliano. Questo aveva promesso Napoleone III al Re, ma poi si era rimangiato la parola, scoprendo irrimediabilmente lo schieramento borbonico. Sulla marina e lungo l’Appia, fra Traetto e Mola di Gaeta, con l’ordine di ritirarsi appena fosse venuto a contatto con i piemontesi, un leggerissimo velo di truppe. Tra queste due compagnie del VI Btg. Cacciatori, comandate dal cap. Bozzelli e attestate tra i canneti, lungo la riva del fiume.

Il nemico tentò di attraversare il Garigliano in forze, avvalendosi di due ponti di barche, costruiti più a valle di quello in ferro che credeva minato.

“Erano un pugno di uomini ostinati a fronteggiar tutto un esercito”, racconta Alianello ne ”L’alfiere”, “su quel quadratino di verde fra il bigio della sabbia e il bruno dei campi le granate scoppiavano una dopo l’altra, come se piovesse. … Volevano far vedere ai signori piemontesi, ai vincitori di San Martino e di Castelfidardo, dell’Austria e degli zuavi internazionali del Papa, come sappia morire l’umile gente napoletana. Epperciò la moschetteria rintronava sulla sponda del fiume e fra le nubi degli spari, che di lontano parevan diafane, danzavano i lampi rossi. Allora contro quel poco di uomini aprì il fuoco anche la flotta; i piemontesi avevan fretta davvero… Da tutte le parti tiravan su quel poco di terra e quel manipolo di uomini. Poi si levò un bagliore chiaro, paglierino, traslucido: i fusti avevano preso fuoco e del canneto la metà già ardeva. Ma le carabine rispondevano ancora, una di meno, due, dieci di meno ad ogni scarica, come un singulto staccato, spezzato da pause sempre più lunghe… Ancora qualche colpo di carabina, due, tre… Il frastuono delle cannonate occupava sempre più il mare e la terra… Schioccò un altro colpo e più nulla…

Bozzelli non poteva rispondere né tornare, che era rimasto lì, come aveva deciso. E l’intero esercito piemontese aveva dovuto attendere un’ora per passare”.

Gaeta è l’epopea di cento giorni di resistenza ad un bombardamento fatto con artiglierie rigate contro cannoni ad anima liscia, nella quasi totalità, e con gittate sensibilmente inferiori. L’epopea di una giovane coppia regale, che, circondata da valorosi soldati, votati al sacrificio ed alla morte, vedeva smantellare giorno dopo giorno, bastioni, batterie, polveriere e poi infierire il tifo, mentre le navi di Persano (il futuro “condottiero” di Lissa)  ombardavano agevolmente le pattuglie borboniche che si spingevano in esplorazione lungo il litorale. Ma i soldati e gli ufficiali napoletani non volevano arrendersi e questo, certamente, non per la speranza di carriere o di futuri benefici.

Resistevano e morivano ed i superstiti resistevano ancora: il tenente d’artiglieria Savio, morto mentre puntava un cannone, era immediatamente sostituito dal fratello, che poco dopo cadeva anch’egli sul suo cadavere.

Le perdite degli assediati consistettero in 506 morti per ferite e 307 per malattia, 743 dispersi -da considerare parimenti morti – e 800 feriti fuori della piazzaforte. Quelle nemiche si limitarono a 50 e 350 feriti 3.

E’ il caso di rilevare come, mai nella storia, dalla notte dei tempi a vicende abbastanza recenti, una coppia regale o principesca abbia saputo dimostrare tanto sublime coraggio quanto Sua Maestà Francesco II e la Regina Maria Sofia, i quali, oltre tutto, erano pienamente consapevoli d’avere già perduto la loro battaglia ed il loro trono.

La piazzaforte di Messina, al comando del brigadiere, poi, maresciallo di campo, Gennaro Fergola, si arrese il 12 marzo 1861, quasi un mese dopo la caduta di Gaeta. Degna di memoria è la dignitosa e composta fermezza del generale Fergola a fronte della banditesca arroganza di Cialdini, il quale aveva minacciato – ove non si fosse arreso – di trattare lui e i suoi uomini come ribelli e che, dopo la cessazione delle ostilità, sottopose ad un consiglio di guerra quattro ufficiali borbonici. Consiglio di guerra, che – forse per un residuo senso del pudore – si concluse con il proscioglimento. E’ uno dei primi esempi, anche se incompiuto stante l’esito incruento, di quella criminalizzazione dell’avversario e del vinto che, figlia legittima degli “immortali principi dell ’89″, domina il mondo moderno.

E’, infine, da ricordare che nessuna bandiera cadde in mano al nemico: quelle del forte, dei reggimenti di fanteria 3° Principe, 5° Borbone e 7° Napoli, nonché dei 2° Artiglieria Regina erano state lacerate dai soldati napoletani in piccoli pezzi e i frammenti distribuiti e gelosamente custoditi.

La fortezza di Civitella del Tronto ricordava gli assedi sostenuti contro i francesi del Duca di Guisa, che fu respinto nel 1557, e contro le truppe napoleoniche nel 1806. In questa seconda occasione si era distinto il comandante della rocca, il maggiore irlandese Matteo Wade (o Wood).

Nel 1860, però, l’importanza strategica di Civitella era quasi nulla, perché nuove strade

3 Salta agli occhi lo squilibrio tra le perdite napoletane e quelle piemontesi e non si può fare a meno di pensare che, da parte nostra, ad un grande valore si sia affiancata un’intelligenza tattica di livello sensibilmente inferiore.consentivano l’accesso in Abruzzo, passandole al largo e la fortezza era ridotta in pessime condizioni tant’è che vi fu inviato il capitano del genio Carlo Mensingher per urgenti lavori di riparazione.

La guarnigione contava, secondo le diverse fonti, dai 450 ai 650 uomini tra veterani, artiglieri, artiglieri litorali, volontari armati e due compagnie del 3° Reggimento Gendarmeria, agli ordini del capitano Giuseppe Giovine, in ripiegamento da Teramo. L’artiglieria consisteva in 26 vecchie bocche da fuoco4 . Comandante della guarnigione era un anziano ufficiale richiamato, il maggiore della fanteria sedentaria Luigi Ascione; suo vice il pari grado Domenico Salinas e aiutante maggiore il quarantaduenne capitano Giovanni Raffaele Tiscar, distaccato dal XII Cacciatori5 .

L’effettivo comando della difesa fu ben presto assunto dal capitano Giovine, ufficiale di solida tempra.

Le vicende di Civitella del Tronto sono, in realtà, assimilabili più alla resistenza armata che si sarebbe successivamente sviluppata nel Regno che non ad un capitolo dell’ultima campagna di guerra dell’Esercito borbonico. Ciò, sia per la mancanza di prospettive strategiche nella resistenza della rocca sia per la composizione della guarnigione (truppe territoriali), per l’intervento di paesani armati, per l’opposizione senza esclusione di colpi al piemontese generale Pinelli, che spinge ad una lotta feroce e senza quartiere con il suo reprimere duramente e  ommariamente. “Contro tali nemici la pietà è un delitto”, scriverà nel suo proclama alle truppe del 3 febbraio.

L’assedio subì alterne vicende, con sortite degli assediati, lotte tra fazioni interne (risoluti e tiepidi), presenza nelle file nemiche anche di meridionali (guardie nazionali e “Battaglione Sannita”), fucilazione facile nei confronti dei contadini, che, eccessiva anche per un piemontese, portò alla sostituzione del Pinelli con il generale Mezzacapo. Il 20 marzo la fortezza finalmente si arrese e l’episodio finale consisté nella vendetta consumata da una commissione di guerra che fucilò per ”brigantaggio” l’alfiere Angelo (o Domenico) Messinelli, il volontario Supino di Bonaventura ed il frate Leonardo Zilli. L’aiutante d’artiglieria Santomartino fu temporaneamente salvato dall’intervento di alcuni ufficiali francesi (che avevano  accompagnato il generale borbonico Della Rocca, latore dell’ordine di resa firmato dal Re), ma la vendetta piemontese lo colpì ugualmente: fu ucciso a Savona, durante un preteso tentativo di fuga dal carcere. Così finì l’avventura militare dei soldati delle Due Sicilie, i quali avevano dimostrato valore e capacità militari di prim’ordine dalla battaglia di Velletri, sotto il re Carlo III all’epilogo che, pur se contenuto in pochi mesi, raggiunse toni epici.

Nel complesso il soldato risultò migliore dei quadri: fu sempre fedele al Trono e compì interamente il suo dovere. I quadri minori, poi, furono migliori di quelli più elevati. Nel 1860 alcuni capi tradirono, come Nunziante e Briganti; altri furono inetti come Ghio, Lanza e Melendez. Alcuni furono fedelissimi come Bosco, Di Marco, Negri e von Meckel. Di Marco, in particolare, invitato a cedere il forte di Sant’Elmo con la promessa di promozioni ed altri benefici, rispose: “L’onore di un soldato non si compra”. Altri furono valorosi come Dusmet, che cadde sul 4 I pezzi efficienti erano, infatti, 20 cannoni, tre obici, due mortai e una colubrina risalente addirittura ad epoca rinascimentale.

5 Il De Sivo li definisce seccamente “uomini da nulla”. L’Evangelista scrive: il maggiore Ascione è un debole, un opportunista… poi c’è il capitano Tiscar, tutta un’altra personalità, simpaticissimo e cordiale, ma qui non siamo davanti al tavolino del Caffè Reale di Teramo.campo con il figlio, come Bosco e come von Meckel e Rossaroll, che in veneranda età combatté sul Volturno, “perché”, disse,”il soldato non è mai in ritiro in tempo di guerra”. Alcuni fuggirono, come Vial e Castellucci. Altri dimostrarono buone doti di comando, come Salzano e Ritucci. I piemontesi, dal loro canto, avevano portato la guerra moderna: totale e ideologica, nella quale cavalleria, moralità, rispetto del diritto non trovavano e non trovano più cittadinanza. Questo fu, probabilmente, l’aspetto veramente nuovo ed anticipatore del futuro che fu svelato a noi meridionali. Noi non sapemmo adeguarci e se è vero – com’è vero – che non esiste disfatta innocente, fu questa la nostra non lieve colpa.

Appendice

….E LA STORIA CONTINUA.

La caduta di Civitella del Tronto e la guerriglia che divampò contro l’invasore nelle provincie del Regno, non posero ovviamente termine al tributo di sangue e di valore che, sotto nuove bandiere, i meridionali avrebbero continuato a dare sui campi di battaglia: dalle guerre coloniali (in quella libica guadagnerà la Medaglia d’Oro al Valor Militare l’abruzzese Giovanni Esposito, che nell’ultima guerra sarebbe stato valoroso comandante della Divisione Alpina “Pusteria”) ai due conflitti mondiali.

Sul primo basta citare le parole di uno studioso che certamente non ci ama, il professor Miglio, che, in un’intervista al quotidiano “Il Giornale” del 7 maggio di quest’anno, (1996) ha dichiarato: “Il Sud … ha sacrificato centinaia di migliaia di uomini sul Carso e sulle nostre montagne … Le Tofane colavano di sangue”. Non possiedo dati complessivi sui militari delle nostre regioni, ma sono indicativi. e supportano le parole del professor Miglio, quelli relativi alla sola città di Napoli, raccolti nell’“Albo d’oro dei napoletani caduti nella Grande Guerra”, edito dal Comune nel 1924, e che sono i seguenti: 4.493 caduti, dei quali 319 decorati al Valor Militare alla Memoria (19 Medaglie d’Oro, 201 d’Argento e 99 di Bronzo).

L’ultima guerra, poi, ha visto i soldati del Sud combattere coraggiosamente e spesso morire sui vari fronti: dalla Russia all’Africa Settentrionale, dall’Impero all’Albania e alla Jugoslavia. Le sabbie nordafricane hanno raccolto il sangue dei napoletani della Divisione “Bologna”, dei campani della ”Savona”, dei calabresi della “Brescia”, dei siciliani del 10° Reggimento Bersaglieri; il loro valore frutterà due citazioni nei bollettini di guerra (545 del 1941 e 825 del 1942) alla Divisione ”Bologna”, oltre alla Medaglia d’Argento ed una di Bronzo al suo 40° Fanteria, così come i calabresi guadagneranno una Medaglia d’Oro al 20° Fanteria “Brescia”. Tutti sopporteranno il logorio quotidiano di oltre trenta mesi di guerra nel deserto contro un avversario molto meglio equipaggiato ed armato.

Il fronte greco-albanese vedrà le gesta dei napoletani della Divisione “Siena” e dei siciliani della Divisione “Piemonte”, mentre gli abruzzesi della Divisione “Pinerolo” conquisteranno una Medaglia d’Oro alla Bandiera del 13° Fanteria. E, a proposito di Abruzzesi, non si può dimenticare il valore dimostrato, in Grecia prima e in Russia poi, dal Battaglione Alpino “L’Aquila” e il suo sanguinoso sacrificio a Selenii Jar, in terra ucraina. Vanno, inoltre, ricordati i pugliesi della Divisione “Ferrara”, a ciascuno dei cui tre eggimenti (47° e 48° Fanteria e 14° Artiglieria) otterranno la massima decorazione al valore. Napoletano è, infine, il 1° Reggimento Bersaglieri, che conquista un Ordine Militare di Savoia e due Medaglie d’Argento.

Per il mare e per l’aria, i nomi di due Medaglie d’Oro alla Memoria: il messinese capitano di corvetta Salvatore Todaro (cui la Marina dedicherà, poi, una nave), valoroso e cavalleresco sommergibilista atlantico, passato in seguito ai Mezzi d’Assalto e ucciso da un mitragliamento aereo sulle secche di Kerkennah, in Tunisia6, ed il colonnello pilota Riccardo Helmuth Seidl, napoletano malgrado il nome, caduto in Mediterraneo alla testa del suo 36° Stormo Aerosiluranti. Dal suo esempio il 36° che in quell’occasione guadagnò anche la Medaglia d’Oro per la propria bandiera, ha preso il motto “Con l’ala tesa a gloria o morte”.

Molti anni sono passati ed oggi che l’Italia è impegnata in missioni all’estero, come nell’ex Jugoslavia, con propri contingenti, gran parte degli uomini che ne costituiscono il nerbo, parla dialetti meridionali e, in particolare, campani.

 

Mario Montalto

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