La ragazza della… via Paal
Erminio de Biase
Napoli, 25 marzo 2026, via Caracciolo è in fermento: fervono i preparativi per celebrare il 103° “compleanno” dell’aeronautica militare italiana. Si lavora per allestire le tribune che accoglieranno le “autorità”, politiche e militari, che interverranno alla commemorazione.
Ad un certo punto, qualcuno si accorge che su uno dei due pennoni della Rotonda Diaz sventola la bandiera dell’antico Regno delle Due Sicilie. Nessuno sa che quella bandiera ha continuato – imperterrita – a sventolare persino durante i violenti temporali invernali, spesso accompagnati dai venti fortissimi e dalla pioggia insistente degli ultimi tempi ma, soprattutto, nessuno sa chi abbia issato lassù quello storico emblema. L’unica cosa certa è che bisogna toglierlo e sostituirlo con la bandiera italiana, quella che, nata nel 1797 ad imitazione di quella dei giacobini francesi, nel 1946, fu confermata dall’articolo 12 della Costituzione.
Senza porsi, quindi, tante domande, la si ammainò e, uno del gruppetto dei militari che si davano da fare attorno all’asta in cima alla quale sventolava il vessillo, arrampicatosi sul piedistallo di cemento in cui detta asta era infissa, insieme con altri che gli erano accanto, cominciò a cercare di sciogliere il nodo con cui era legata. Ma non era cosa facile e, visto che nessuno era in grado di slegarla, non si seppe fare di meglio che tirar fuori un coltello e con quello squarciare il drappo da un lato.
Fu a questo punto che, vedendo scorrere giù la corda, intervenne una nostra, “anonima” (ma non tanto) Brigantessa che si trovava a passare di là. E ignorando il divieto di avvicinarsi intimatole da un militare, per tutta risposta, gli disse:
“La prendo io!”.
“È tua?” l’altro le chiese.
“Sì, è mia!” e, senza lasciargli il tempo di replicare, gliela tolse da mano, facendo pure in modo che non cadesse a terra…
Questa scena richiama alla mente quella descritta ne I ragazzi della via Paal,[1] quando l’eroico Nemecsek, l’esile protagonista del romanzo, col volto imporporato dalla foga delle sue parole, in una mano stringeva la bandiera, la piccola bandiera tutta spiegazzata, strappata, ridotta a brandelli, come lacerata in mezzo a una mischia ma, appunto per questo, più bella…e le camicie rosse, incapaci di rinvenire dalla sorpresa, guardavano quel minuscolo biondino piovuto dal cielo in mezzo a loro, che coraggiosamente, ad alta voce gli diceva il fatto loro, a testa alta…
Dopo essersi allontanata indignata e offesa, il livore e la rabbia della nostra animosa “Brigantessa” sfumarono a poco a poco e cominciò a pensare che forse era stato il destino, quello che gli antichi Greci chiamavano Fato ed i Cristiani Provvidenza, a fare in modo che lei, proprio lei, si trovasse lì in quel preciso momento, a recuperare la sua (e nostra) gloriosa bandiera gigliata da mani che sicuramente l’avrebbero distrutta completamente. Perché era stata lei, proprio lei che, il 1° gennaio, con l’aiuto di un amico che si era arrampicato sul piedistallo, dopo averla ben fissata alla corda, l’aveva innalzata per farla garrire al vento che sempre accarezza, spesso increspa e qualche altra volta agita le onde del mare del golfo di Napoli…
[1] Il libro più famoso dello scrittore ungherese Ferenc Molnár


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