La reazione di Isernia del 1860
Gianandrea de Antonellis
La reazione d’Isernia consiste in un movimento controrivoluzionario svoltosi nella città molisana all’inizio dell’ottobre del 1860, quando il governo ufficialmente in carica era ancora quello borbonico.
Nonostante il pieno diritto di chi difendeva la legittima autorità contro l’aggressione garibaldina (giudicata tale – ufficialmente – anche dal Regno di Sardegna, almeno fino all’incontro di Teano del 26 ottobre successivo), i difensori dell’ordine costituito vennero accusati di «attentato per cambiare e distruggere la forma del governo ed eccitare i sudditi ad armarsi contro i Poteri dello Stato [sabaudo]; di suscitare la guerra civile fra i cittadini; di discorsi e fatti pubblici tendenti ad eccitare lo sprezzo contro la Sacra Persona del Re [Vittorio Emanuele]».
Malgrado l’assurdità dell’accusa, considerando la data in cui si erano svolti i fatti, ben 411 persone finirono sotto processo.
In quell’oscuro periodo, la pubblicistica legittimista diede alle stampe tre opuscoli, un’arringa difensiva e un manifesto, qui riprodotti integralmente assieme per la prima volta, che risultano di grande importanza per una serena analisi degli avvenimenti. Il volume contiene anche la trascrizione di due lettere inedite indirizzate a Giovanni Maria d’Alessandro, Duca di Pescolanciano, che testimoniano la presenza attiva della migliore aristocrazia nel difendere il Regno dall’invasione straniera.
Francesco Bax (1818-1906), brillante avvocato penalista di Isernia, nonostante fosse considerato una delle migliori menti del Foro napoletano, non disdegnò di dedicarsi anche al patrocinio gratuito dei poveri. Dopo il 1860 difese molti accusati di cospirazione contro il nuovo governo.
Dalla Premessa al volume:
« Difficile impresa è riuscire raccontare la verità, quando il regime impone a chi scrive una propria versione, punendo i trasgressori. Che si tratti della legge Mancino (25 giugno 1993, n. 205 e successivi ampliamenti) in Italia, della legge Gayssot (13 luglio 1990) in Francia, della legge “per la memoria storica” (legge 52 del 26 dicembre 2007, poi evoluta nella legge “sulla memoria democratica”, n. 20 del 19 ottobre 2022), tutte queste imposizioni statali non solo puniscono un semplice reato d’opinione, ma impongono agli storici di uniformarsi a ciò che è stabilito politicamente, nonostante ricerche documentarie possano dimostrare il contrario di quanto stabilito dal legislatore.
Nell’Ottocento non si era ancora pensato a rendere materia di legge la ricostruzione storiografica o, nel caso di avvenimenti molto recenti, la descrizione cronachistica. Ma poiché la storia viene scritta dal vincitore, affinché si trasformi in vulgata e quindi si inculchi fin dalla più età nelle menti dei fanciulli, è necessario preservarla da qualsiasi contaminazione, in particolare se quest’ultima racconta una verità contraria a quella che deve essere la verità ufficiale.
Così, nel risorgimento, la favola della insurrezione popolare e spontanea degli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie contro il governo borbonico (naturalmente, intrinsecamente corrotto ed odiato da tutti) non dev’essere alterata dalla pur minima critica al regime piemontese, alla sua asfissiante burocrazia (altro che quella borbonica!), alla sua opprimente tassazione, alle violenze delle truppe garibaldine e alla brutalità del corpo dei bersaglieri e dei Piemontesi in generale (che non a caso Carlo Alianello definì «le SS del 1860»)[1].
Preceduta da una imponente “macchina da guerra” propagandistica (alimentata, va riconosciuto, da molti fuoriusciti napolitani del 1848), l’invasione italiana stroncò ogni tentativo di critica, per bonaria che fosse, al nuovo regime: un esempio è quello della rivista «La Tragicommedia» diretta da Giacinto de’ Sivo, che vide la propria tipografia distrutta da squadristi in camicia rossa (almeno metaforicamente)[2] o del giornale Il Trovatore che si vedeva spesso sequestrare i propri numeri e il cui gerente nel febbraio 1869 fu sottoposto a un mese di arresto preventivo senza che gli fosse contestata alcuna accusa[3].
In questo clima di terrorismo culturale (e non solo culturale), è chiaro che la critica diretta era impossibile. Si doveva passare per l’ironia (come nel caso delle due testate citate, anche se con scarsi risultati, soprattutto per la prima) oppure optare per una “maschera”, come quella apparentemente adottata dallo scaltro estensore della prima di queste memorie […]».
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Il volume di Francesco Bax et Alii, La reazione d’Isernia del 1860 nel racconto di tre testimoni oculari, a cura di Gianandrea de Antonellis e Rosa Carnevale è stato pubblicato da D’Amico (Nocera Superiore, 2025)
https://www.damicoeditore.it/2342-la-rivolta-di-isernia-del-1860.html
[1] Carlo Alianello, La conquista del Sud. Il Risorgimento nell’Italia meridionale, Rusconi, Milano 1972, cap. XIX, Giustizia è fatta, p. 261:«Finiamola di definirci i “buoni” d’Europa; e nessuno dei nostri fratelli del Nord venga a lamentarsi delle stragi naziste. Le SS del 1860 e degli anni successivi si chiamarono, almeno per gli abitanti dell’ex reame, Piemontesi. Perciò smettiamo di sbarrare gli occhi, di spalancare all’urlo le bocche, di stringere i pugni e di tendere il collo a deprecare violenze altrui in questo e in altri continenti. Ci bastino le nostre, per sentire un solo brivido di pudore. Noi abbiamo saputo fare di più e peggio».
[2] Cfr. Giacinto de’ Sivo, La Tragicommedia. L’unificazione dell’Italia vista dalla parte del Sud, a cura di Francesco Maurizio Di Giovine e Gabriele Marzocco, Il Giglio, Napoli 19962.
[3] Cfr. Lo Trovatore carcerato,editoriale del 16 marzo 1869.


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