Alta Terra di Lavoro

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LA TRUFFA DEI PLEBISCITI D’ANNESSIONE

Posted by on Giu 9, 2018

LA TRUFFA DEI PLEBISCITI D’ANNESSIONE

Gridò: Viva Francesco! e fu ucciso all’istante

Cesare Cantù riferisce, da Napoli: “Qui il plebiscito giungea fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l’identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i “si” ed i “no”, lo che rendeva manifesto il voto; e fischi e colpi e coltellate a chi lo desse contrario. Un villano gridò: Viva Francesco II! e fu ucciso all’istante”.

 

Per il Plebiscito votò solo il 19 per cento

” … Moltissimi vogliono l’autonomia, ma sono sforzati a votare per l’annessione; e infatti la formula del voto ed il modo di raccoglierlo sono si disposti, che assicurano la più gran maggioranza possibile per l’annessione, ma non a constatare i desiderii del paese…

E dopo il voto: “I risultati delle votazioni in Napoli e in Sicilia rappresentano appena i diciannove tra i cento votanti designati; e ciò ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate”.

(Dispacci del Ministro d’Inghilterra a Napoli, Eliot, in data 16 ottobre e 10 novembre 1860).

Anarchia e reazione dopo il Plebiscito

Mentre si manipolava il Plebiscito in Napoli e in altri luoghi, parecchie province del Reame erano in completa anarchia e reazione. Il de Virgili governatore di Teramo schiccherava proclami alla turca contro i reazionarii: in uno di que’ proclami conchiudeva: “I villani presi con le armi alle mani saranno considerati reazionari e puniti con rito sommario (cioè fucilati)“. E finiva con questa bella frase liberalesca: Colpite i reazionari senza pietà. E poi si fanno scrupolo degli ordini di Peccheneda e di Maniscalco, ed osano ancora chiamarli tirannici, sol perchè què due funzionarii arrestavano i più sfacciati rivoluzionari. Nel Chietino fece rumore il fatto di Cammerino, paese di seimila anime. Facendosi il Plebiscito, un villano, perchè voleva l’urna anche per Francesco II, ebbe uno schiaffo da un de Dominicis gran liberale annessionista. L’insulto fatto al villano fu la scintilla che destò grande incendio: tutti si armarono di armi rusticane. I soldati piemontesi tiravano schioppettate, la popolazione colpi di scure e pietrate. I villici afforzati da quelli di S. Eufemio, paesello vicino, diedero addosso ai liberali, li disarmarono, uccisero il de Dominicis e cantarono il Tedeum per Francesco II. Però il di seguente accorsero piemontesi, garibaldini e nazionali in maggior numero, e non avendo trovato gli autori della reazione, inveirono contro chi supposero reo, e fucilarono senza giudizio. Saccheggiarono Cammerino, poi S. Eufemio, portando il bottino a Chieti, ove lo vendettero pubblicamente. Nell’Aquilano quasi non si fece il Plebiscito; i popolani davano addosso a chi si avvicinasse alle urne. Quando s’intese che la truppa piemontese era entrata nel Regno, invece di accomodarsi alla circostanza, gridarono, Viva Francesco II. I villani si posero la borbonica coccarda rossa al cappello, e si armarono di arnesi rurali per inveire contro i piemontesi. Il celebre generale Pinelli, piemontese, credé sprezzarli, ma esso non sapeva ancora come nel Napoletano si maneggiano le pietre. Uscì da Aquila con alquanti soldati e cavalieri, e volse a Pizzoli; attorniato da quei villici, e perduto qualche soldato, voltò faccia, ed egli stesso ebbe un colpo di pietra nelle spalle. A Marano, Casaprobe, Campotosto, ed altri paesi i cittadini si levarono contro gli annessionisti, li misero in fuga, e si posero il NO al cappello. Intanto Pinelli, questo redivivo Schedoni, usci’ un’altra volta da Aquila, e sapendo per prova quanto valessero i colpi di pietre, condusse seco un battaglione e due cannoni. Invase Pizzoli, fucilò a capriccio e mise taglie alla musulmana. Alloggiò in casa d’Alessandro Cicchielli; e dopo di aver mangiato alla tavola di costui, sul mattino lo fece fucilare nel giardino della casa, presente la moglie! Il 3 novembre molti garibaldini, che si titolavano cacciatori del Velino, mossero contro Avezzano, capo distretto, ed avvisarono il Sindaco a farsi loro incontro co’ principali del paese, in caso contrario, dicevano, che avrebbero fatto scempio di tutti. Il Sindaco tremante tentò ubbidire, ma la popolazione suonò le campane a stormo, e mosse contro i cosi detti cacciatori del Velino, dando loro addosso a colpi di zappe, e tra gli uccisi fuvvi un tale de Cesare. Il generale Pinelli lo stesso 3 novembre dichiarò lo stato di assedio, ed alzò Corte marziale con tre articoli di una sua Proclamazione da fare invidia ai più truci tiranni. Ecco quegli articoli: “Articolo 1. Chiunque sarà colto con arme di qualunque specie sarà fucilato immediatamente; Art. 2. Ugual pena a chiunque spingesse con parole i villani a sollevarsi; Art. 3. Ugual pena a chi insultasse il ritratto del Re, o lo stemma di Savoia, o la bandiera nazionale”. Napoli dopo il Plebiscito rimase nello stato di quasi anarchia. Questo stato di cose favoriva la politica di Cavour, potendo addurre un altro pretesto per legittimare la preparata invasione piemontese nel Regno amico. Dopo il Plebiscito, le violenze de’ camorristi e dei garibaldini non ebbero più limiti: la gente onesta e pacifica non era più sicura delle sue sostanze, né della vita, né dell’onore… I camorristi padroni d’ogni cosa, viaggiavano gratis sulle ferrovie, allora dello Stato, recando la corruzione e lo spavento ne’ paesi circonvicini: comandavano feste con bandiere e luminarie. Menavano in carcere la gente onesta, schiaffeggiavano a libito le persone più rispettabili, ferivano, uccidevano impunemente; e tutto questo accompagnandolo col solito canto: Si schiudono le tombe ecc. dell’inno di Garibaldi, che si cantava a squarcia gola con musica in cadenza piacevolissima, divenuta noiosa, perché ripetuta ne’ saloni per affettazione, e nelle vie il giorno e la notte dai monelli e manigoldi, spesso foriera di giunterie e di violenze. Ho ripetuto più volte che tra i garibaldini v’erano dei giovani distinti per nascita, per patrimonio e per educazione, e che agivano sempre da cavalieri, ma eran pochi, il resto di quella gente era un’accozzaglia di facinorosi, capaci di perpetrare qualunque nefandezza; quindi costoro si resero padroni dei conventi e di molte case private, pigliavano roba, mogli, figlie che menavano via con pochi scrupoli, e di ogni cosa sacra sparlando, dicevan effetto di libertà e rigenerazione dei popoli. (Giuseppe Buttà: Viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Napoli, 1865)

Gli anni e le formule dei plebisciti

L’appello al popolo attraverso il plebiscito ebbe in Italia il suo banco di prova nei momenti più cruciali dell’unificazione nazionale. Dopo quello avvenuto nel 1848 a Milano durante la prima guerra d’indipendenza per l’annessione al Piemonte, il primo plebiscito si svolse l’11 e il 12 marzo 1860 in Toscana, negli ex ducati di Parma e Modena e nei territori pontifici di Bologna e di Romagna. La formula della domanda rivolta all’elettore era la seguente:

Annessione alla monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II oppure regno separato?

Il secondo plebiscito avvenne il 21 ottobre 1860 nell’ex Regno delle Due Sicilie con il seguente quesito:

Il popolo vuole un’Itala una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?

Altri due plebisciti si tennero il 4 e il 5 novembre 1860 nelle Marche e nell’Umbria con la seguente domanda:

Volete far parte della monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II?

Il 21 e il 22 ottobre 1866 si ebbe quindi il plebiscito nel Veneto e a Mantova. La formula era:

Dichiariamo la nostra unione col Regno d’Italia sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori

Infine, il 2 ottobre 1970, dopo la presa di Roma, con la stessa formula usata per il Veneto, si celebrò nel Lazio il plebiscito per l’annessione alla monarchia italiana.

Quello dei legittimisti

A’ 21 ottobre seguì il plebiscito, a mo’ di Franza, con suffragio universale, fuorché ne’ luoghi tenuti dal Re. Ciò dopo decretata l’annessione, con carceri piene de’ più considerati personaggi del Reame, con la potestà stretta nella setta, con dittatorio governo, con cinquantamila garibaldini, e migliaia di onnipotenti camorristi sparsi per ogni parte; ciò quando Vittorio, re da proclamarsi, stava con altri cinquantamila soldati sardi di guarnigione entro Napoli; con la guerra fervente, col terrore universale, tra il sangue e le persecuzioni. Cotante arme straniere a guarentigia delle fellonie, a sicurezza della conquista, assistevano al “libero” voto. Fu giorno di spavento. In ogni pur minimo paesello i faziosi, prese le sedi municipali ed i gradi Nazionali, sforzavano le volontà. Con essi erano contrabbandieri, speranti sempre durasse la cuccagna, proletari per mangiar senza fatica, ambiziosi per guadagnar soldi e croci, talun possidente illuso da promesse d’abolirsi le tasse fondiarie, galeotti fuor d’ergastolo, e facinorosi credendo più non fosser leggi: cotai genti, che n’ha ogni paese, davano vita al plebiscito. Dall’altra parte nessun uomo onesto metteva importanza legale a quell’abbozzo di comizii non più visti, opera di forza da durare quanto la forza; ciascun buono schifando quei brogli di piazza si serrava in casa. In tempi ch’a un girar di palpebra l’uomo era morto, e che, non che impunità, premio ne veniva all’assassino, salvar la persona era il pensiero generale. Talun minacciato andò per paura a dare la sua scheda; pensava: che guadagna Francesco col mio “No”? metto il “Si”, e sto quieto. In Napoli più giorni prima affissero cartelli, dichiaranti “nemico della patria” chi s’astenesse, o desse il voto contrario. Al mattino del 21 cominciarono i camorristi con suoni e bandiere a scorrere la città; poi primo il Dittatore pose il voto; poi il Prodittatore col municipio in forma pubblica; poi Garibaldini d’ogni nazione e lingua: Sirtori, Bixio, Turr, Eber, Eberardt, Rustow, Peard, Teleky, Megiorody, Dunn, Csudafy e quanti altri di tai barbari nomi eran li. Votarono stranieri quanti ne vollero venire, domiciliati o no; votarano giovincelli imberbi, e donne, e la “Sangiovannara”! In ogni luogo di comizio due urne palesi, acciò la paura vincesse la coscienza; e chi osava stender la mano a “NO”? ne tenevan coperta l’urna Nazionali e camorristi; questi porgevano le cartelle affermative, niuno le leggeva; dove qualche imprudente osò dimandare la cartella del “NO”, provò il bastone e il coltello. Con più ferite fu scacciato dal comizio di Montecalvario un vecchio, presenti gli eletti e i Nazionali. Nulla per far numero i dominatori dimenticarono; solo non piantarono l’urne nelle carceri piene di reazionarii, a sforzarli a’ “SI”. Eppure l’urne eran deserte: sul tardi i camorristi di quartiere in quartiere dettero il voto in tutti i dodici comizii. Non si confrontavano le tessere con le liste, né con le persone; né pure le tessere dimandavano; qualunque compariva era festeggiato. Da ultimo i sovrastanti, impazienti, riempivano l’urna a piene mani. Se ciò in Napoli, che nelle province? Il Rustow garibaldino (nel 2′ vol. pag. 114 delle sue Rimembranze) narra che a Caserta lo stato maggiore della sua divisione, ch’era di 51 uffiziali, né pur tutti presenti, si trovò d’aver dato 167 voti. Ne’ paeselli afferravano i passaggieri, e tiravanli a’ voti; e poi scorrazzando per le comuni vicine andavan per tutto empiendo l’urna. Ingannavano anche i contadini, dicendo i “Si” accennassero al ritorno di Re Francesco; e l’ignaro villico contento si pensava col suo voto richiamare il suo Re. Quei voti, moltiplicati con le mani, fu più lieve moltiplicare con la penna, per aggiustare una bella maggioranza.

“Calabresi vil razza dannata”
La Calabria di fine Ottocento in un pamphlet giornalistico

“Il romanzo di Misdea”, libro che vale la pena di leggere per il fatto che contiene valide fonti di conoscenza delle “diversità” affibbiateci, non per provocare rancori e risentimenti, né per alimentare tentazioni separatistiche, ma solo per cercare di capire quanto alcune teorie “scientifiche”, oggi ritenute semplicistiche, pur avendo lasciato grandi tracce nella complessa materia criminologa e nei metodi di trattamento per i vari “delinquenti”, associate agli scritti dei numerosi letterati e giornalisti, che di quelle teorie si nutrirono e si fecero portavoce, abbiano influito, dal 1860 in poi, a presentare un Sud, la Calabria in particolare, come terra solo di negatività, dove la gente porta già impressa persino nei suoi lineamenti somatici la sua “diversità”.

“Il romanzo di Misdea” di Edoardo Scarfoglio (1860-1917), a cura di Manola Fausti di Arezzo, docente di Lettere nella Scuola secondaria, critico letterario e studiosa di “Scarfoglio novelliere”, con copertina tratta dal volume di Cesare Lombroso “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza e alle discipline carcerarie” (Hoepli, Milano 1876, vol.I, p. 496), raffigurante “un condannato, G., epilettico, già grassatore, che incide in tal modo sopra un vaso il proposito di suicidarsi:” io sono/ un/ disgaziato/ il mio destino/ è di morir/ in prigione/ strangolato”, è stato pubblicato nella Collana “Biblioteca di Medicina e Storia” con il contributo della Regione Toscana e del Centro di Documentazione per la Storia della Medicina e della Sanità fiorentina. In quest’opera di Edoardo Scarfoglio, pubblicata in origine in 38 puntate e un epilogo, dall’11 luglio al 18 ottobre 1884, sul quotidiano “La Riforma” diretto da Primo Levi, giornale politico liberale, nato a Firenze nel 1867 “come manifesto della Sinistra parlamentare e trasferito a Roma nel 1871, sostenuto, anche finanziariamente, da Francesco Crispi” (p.7), protagonista è la Calabria della miseria, del vizio, dei diseredati senza speranza.

Nato a Paganica (L’Aquila) nel 1860 da padre calabrese, Edoardo Scarfoglio frequenta, nel 1878, il Regio Liceo-Ginnasio Torquato Tasso di Salerno, dove il padre, Michele, è giudice presso quel Tribunale e dove inizia la sua attività di giornalista e brillante critico letterario prende di mira i vertici della politica del tempo (Crispi, Giolitti, Di Rudinì). Per poter esprimere sul contenuto del libro un giudizio oggettivo, si rende necessario aprire una parentesi chiarificatrice delle reali cause che sono alla radice di quella teoria definita da alcuni storici, sia laici che cattolici, come la teoria della “razza maledetta”, e che Antonio Gramsci nei “Quaderni del carcere” ha messo nel dovuto risalto tutta la pericolosità di una ideologia. Padre di detta teoria è Cesare Lombroso, psichiatra e antropologo, che nel libro di Edoardo Scarfoglio avrà un ruolo di primo piano, in quanto “perito di parte al processo contro Misdea”. Nato a Verona nel 1835, Cesare Lombroso, conseguita la laurea in medicina nel 1858, presso l’Università di Pavia, prende parte alla seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria (1859), come ufficiale medico, e poi, nel 1866, anche alla seconda guerra d’indipendenza. Sceso nel Meridione e in Calabria negli anni immediatamente successivi alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi e all’annessione del Sud alla Casa Savoia, pubblica il libro “In Calabria ( 1862-1897)”.

Le idee del Lombroso godettero di un periodo quasi egemonico nel campo degli studi italiani di antropologia criminale, se ancora nel 1901 vede la luce un libro marcatamente razzista: “Italiani del Nord e Italiani del Sud”. In esso l’autore, Alfredo Niceforo (Castiglione di Sicilia 1876- Roma 1960), statista, sociologo e antropologo di tendenze positivistiche, richiamandosi all’antropologia criminale di Lombroso, non solo tentò di dimostrare in una famosa polemica sulla questione meridionale l’inferiorità della razza meridionale, ma si rese uno dei principali divulgatori di detta teoria razziale della inferiorità del Mezzogiorno che si affermò in Italia tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento. La teoria della “razza maledetta” fu denunciata da numerosi meridionalisti. Nicola Colajanni (Enna 1847 – 1921), uomo politico (dopo aver partecipato con Garibaldi alla spedizione d’Aspromonte(1862) e alla Campagna del Trentino(1866), divenuto deputato repubblicano dal 1871, dopo il ritorno dall’America Meridionale dove era emigrato, denunciò lo scandalo della Banca Romana), nel saggio “La sociologia criminale” (1889) si schierò contro la teoria della “razza maledetta” vista come un “romanzo antropologico” che nasceva come comoda scorciatoia per spiegare differenze e separazioni tra Nord e Sud. “ Ma nonostante l’opposizione di numerosi studiosi, questa teoria razziale si affermò come linguaggio funzionale all’ideologia dei ceti dominanti e finì col generare un sentire comune e diffuso, all’origine di stereotipi ancor oggi operanti, sostenute peraltro da alcune forze politiche (vedi Lega Nord & Soci), come ci mostra la cronaca quotidiana” (“La linea d’ombra” di A. Franceschi, Roma 2005).

Le differenze antropologiche tra nord e sud cominciano a essere studiate da fior di scienziati del nord, soprattutto massoni dissenzienti, i quali arrivavano a conclusioni sconfortanti circa l’inferiorità congenita della razza meridionale, visibilmente incapace di aggregarsi in modo moderno attorno all’idea di Stato.

fonte

http://sudindipendente.superweb.ws/index_file/Page6702.htm

 

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