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Le celebrazioni per la nascita della real prole nella Napoli Borbonica (II)

Posted by on Set 6, 2022

Le celebrazioni per la nascita della real prole nella Napoli Borbonica (II)

In attesa del lieto evento

11 Assunsero valore paradigmatico, come si è detto in precedenza, gli avvenimenti che  si  verificarono alla nascita della prima infanta. Il sovrano napoletano all’inizio del 1740, in una serie di lettere ai genitori, comunicava loro come fossero ormai inequivocabili i segni di una prossima maternità della sua sposa, precisando di non essere riuscito ad impedire che la notizia trapelasse, perché « il y a des persones qui se font merite avec tout le monde en dissent ce qu’ils sçavent & mesme ce qu’ils ignorent ; mais il faut avoir patience »27. A prescindere dal tono sarcastico, ricorrente nella corrispondenza di Carlo ogni qual volta doveva illustrare   i costumi napoletani, percepiti come profondamente diversi da quelli spagnoli28, l’episodio testimoniava quanto alta fosse l’aspettativa di un erede da parte della corte, che spiava i comportamenti e le trasformazioni fisiche della regina e fungeva da cassa di risonanza per diffondere informazioni29.

12 In questa come in analoghe circostanze successive, l’annuncio ufficiale della gravidanza della sovrana fu procrastinato fino al quarto mese, non solo per essere più sicuri del favorevole decorso della gestazione, ma anche perché lo stato fisico della regina fosse chiaramente visibile a tutti30. Il 9 marzo la pubblicazione della prima maternità di Maria Amalia fu accompagnata da alcune manifestazioni pubbliche e private, dense di sacralità religiosa e politica, che vennero dettagliatamente annotate nei libri cerimoniali per fungere in seguito da paradigma di comportamento. Animati da fervente spirito religioso, i giovani sovrani al mattino si recarono con uno sparuto seguito « nella Cappella di Corte, ove privatamente assistirono al Te Deum »31, ma il rito, concepito come ringraziamento intimo, non rimase riservato e fu divulgato dai colpi sparati a salve dalle fortezze della capitale, in segno di giubilo per il prossimo lieto evento.

13 Diversa solennità si adottò nella celebrazione pomeridiana che si svolse in duomo sotto la regia congiunta dei cerimonieri del sovrano e dell’arcivescovo,  con  la  partecipazione, oltre che degli uomini di corte, del clero della cattedrale e dei deputati del Tesoro della Cappella di S. Gennaro. Il corteo organizzato per accompagnare i sovrani ricalcava lo schema adottato nelle uscite pubbliche ed era programmato con quella cura riservata alle cerimonie esterne al palazzo, per le quali si voleva conseguire la massima spettacolarità ed efficacia di comunicazione visiva, perché restassero impresse negli occhi e nella mente della folla radunata ad ammirarle. Aveva il suo fulcro nella gestante, che procedeva su una sedia portata a mano, circondata dai capi della sua corte maschile e seguita da dame e cameriste che chiudevano la processione. L’uso della portantina, oltre a rispondere a prudenti regole imposte dai medici32, era confacente all’esigenza di rendere consapevoli tutti, membri del corteo e spettatori, dello stato di gravidanza della regina e di fugare ogni dubbio sul frutto del suo grembo, a tutti noto ancor prima di venire alla luce. Maria Amalia era scortata dalla Guardia del corpo33, secondo una pratica ricorrente nei cortei che si dipanavano lungo il circuito urbano imperniato sul palazzo reale sia per garantire la sicurezza dei partecipanti sia per sfruttare il valore simbolico del seguito militare, in grado di suscitare sentimenti di lealtà tra la folla che era assiepata lungo l’itinerario percorso dalla processione e che costituiva una componente non marginale dell’evento stesso34. Secondo le regole della prossemica, nei pressi della portantina regale procedeva tra uno stuolo di paggi la carrozza occupata da Carlo e dai capi della sua corte, preceduta dalla Guardia degli alabardieri con un tenente a cavallo e quattro battitori, cui tenevano dietro « una muta di rispetto, dopo sei altre mute con li Gentiluomini di Camera, dopo altri quattro Battitori »35.

14     Giunti tutti « con quest’ordine […] all’Arcivescovato, […] dopo essersi adorato il Venerabile  che stava esposto all’Altare Maggiore, passarono nella Cappella del Tesoro ad assistere al    Te Deum, che ivi si cantò dal Cappellano Maggiore »36. Il grande inno di lode della chiesa cattolica, utilizzato per celebrare solennemente eventi sacri e profani, fu dunque intonato   nella Cappella di S. Gennaro, esentata dalla giurisdizione arcivescovile e di patronato della municipalità napoletana37, collegando la nascita dell’erede al culto del Patrono di Napoli, già in altre occasioni associato dalla monarchia borbonica a proprie finalità38, e ponendo lo stesso futuro della dinastia sotto la protezione del Santo39.

15 Alla pubblicazione della prima gravidanza della regina il cerimoniale non era stato ancora definito rigidamente e Carlo e Maria Amalia, in virtù di tale elasticità normativa, in uscita    dal duomo « seguirono ad andare in forma pubblica fino al Carmine »40 prima di far rientro a palazzo, compiendo un atto di forte valenza simbolica e politica. Enfatizzava infatti il legame dei sovrani con i sudditi la sosta nella chiesa a piazza del Mercato, luogo simbolo non solo della devozione napoletana, ma anche dell’alleanza tra corona e masse popolari, a partire  dalla conclusione della rivolta del 1646-164741. Ai riti sacri si intrecciarono quelli profani      e, secondo un’usanza antica e diffusa, per tre serate vi furono gli spari a salve dalle regie fortezze e l’illuminazione notturna straordinaria dei luoghi del potere regio, che si imponeva nell’immaginario popolare con gli strumenti del fuoco e della luce42.

16   Alla solenne liturgia in duomo non era invitato il Corpo di Città, l’organo che, oltre a governare la capitale, aveva assunto la rappresentanza del Regno in sostituzione dell’abolito Parlamento. L’esclusione si inquadrava in un più generale disegno che, lucidamente concepito dal governo borbonico, tendeva a limitare le prerogative degli Eletti di Napoli, sconfinando dal piano concretamente politico per estendersi a quello simbolico43. Adottata e mantenuta nel tempo, tale estromissione è probabile che suscitasse malcontenti, come era già avvenuto in passato   in altre occasioni di festa44, ma delle possibili recriminazioni e delle successive mediazioni non dava conto il cerimoniere nel suo resoconto ufficiale. Quest’ultimo laconicamente si limitava ad enunciare il fatto, annotando che il giorno seguente gli Eletti festeggiarono in modo autonomo l’evento dinastico, facendo « cantare il Te Deum nella […] chiesa di S. Lorenzo »45, roccaforte del loro potere in ambito non solo religioso, ma anche politico, in quanto nell’annesso complesso conventuale tenevano i propri consigli. Tale celebrazione parallela si poteva interpretare sia come una dimostrazione di deferenza nei confronti della casa regnante sia come un tentativo della Città di salvaguardare la sua autorità e il suo ruolo, resistendo alle trasformazioni innescate dalla presenza stabile del sovrano nella capitale e al conseguente ridimensionamento progressivo degli altri nuclei di potere che caratterizzò specie la prima parte del regno di Carlo. Si può qui anticipare che, se si escludono i baciamano organizzati in alcune fasi cerimoniali, gli Eletti erano attivamente coinvolti nel ciclo di manifestazioni in onore degli infanti solo alla nascita, in qualità di testimoni atti a certificare  la legittimità del neonato alla capitale e al Regno tutto.

17  All’approssimarsi del parto, l’aspettativa generale si faceva sempre più febbrile46, mentre a  palazzo si mettevano a punto gli ultimi preparativi. Nel 1740 fu istituita la Casa dei reali infanti, dipendente dall’Aia della real prole, carica conferita ad Eleonora Sforza, marchesa di San Marco, dopo estenuanti trattative tra corte e nobiltà napoletana47. D’intesa con gli augusti genitori, Carlo decise, inoltre, che la nascita sarebbe avvenuta a Napoli, alla presenza di un gran numero di testimoni, perché l’evento fosse « le plus public qu’il soit possible », al fine   di dissipare ogni ombra sull’identità del neonato e fronteggiare ogni illazione generata dalla « malice de ce monde […] & beaucoup plus celle de des gents de ce pais cy, qu’est la plus refiné qu’il y ait »48.

18 Fu pure stabilito che i padrini del nascituro sarebbero stati i reali di Spagna49, ai quali fu sempre riservato un ruolo importante quanto meno nel processo decisionale che avrebbe condotto alla scelta dei padrini per gli altri infanti. Così, in vista del secondo parto, Carlo rinnovò loro l’invito a presentare al sacro fonte il neonato, se si fosse trattato di un maschio e ottenne la loro autorizzazione a proporre il compito ai sovrani di Polonia se, come poi sarebbe avvenuto, fosse nata una femmina50. La morte precoce delle prime due principesse51 fece sì che i sovrani spagnoli facessero da padrini alla terzogenita Maria Elisabetta52 e quelli polacchi alla quartogenita Maria Giuseppa53   che rinnovarono nel nome le madrine, nonché    le sorelle defunte. Il re e la regina di Francia, Luigi XV e Maria Leczinska, alla testa del   ramo primogenito della casa di Borbone, tennero a battesimo la quinta infanta, in loro onore chiamata Maria Luisa54, mentre Ferdinando VI di Spagna e la consorte Barbara di Portogallo fecero da padrini al Principe reale delle Due Sicilie, nato dopo la morte di Filippo V55.

19  Speciali  celebrazioni  liturgiche  si  svolgevano  a  palazzo  all’approssimarsi  del  parto  della

regina. Nell’imminenza del primo, « si espo[se] il Venerabile nella Cappella reale per nove mattine […] e dopo compiuto il novenario, si continuò l’esposizione sin a tanto che [la  regina] partorì »56, accompagnando l’ostensione del Santissimo con la recita della messa cui « assisterono le MM.LL. nella Cappella del Crocifisso », lo spazio riservato alle loro pratiche di culto più private. Anche in procinto della nascita degli altri figli, i devoti sovrani vollero impetrare la divina protezione con cicli di preghiera che, quando Maria Amalia partorì fuori Napoli, furono officiati in chiese vicine ai siti reali di Portici e di Caserta, finché questi ultimi non disposero di cappelle interne57.

La nascita

20    Per prevenire qualsiasi illazione sulla legittimità dell’infante, bisognava pubblicizzarne la   nascita e pertanto in occasione di ogni parto reale, a Napoli come altrove, erano convocati       a corte laici ed ecclesiastici in qualità di « Assistenti » e, quindi, di garanti di quell’evento importante per le ricadute sulla vita delle dinastie e dei regni58. I testimoni erano ricevuti        in alcune sale del palazzo non lontane dalla camera della regina e restavano in attesa della presentazione ufficiale del piccolo che avveniva subito dopo la nascita59. Nel 1740 Carlo, padre e sovrano ancora inesperto, finì forse per eccedere tanto nel numero di coloro che precettò quanto nelle rigorose disposizioni impartite loro60 ; in seguito agì con maggior discernimento, senza mai rinunciare alla testimonianza di alcuni osservatori, costretti ad affrontare viaggi anche faticosi, quando gli infanti, per necessità o per scelta, non vennero al mondo a Napoli61.

21 Il Maestro di cerimonie appuntò accuratamente tempi, modi e partecipanti alla nascita della

primogenita, evento destinato a restare imprescindibile parametro di riferimento per il futuro :

La notte del 5 settembre [la regina] incominciò a sentire i dolori del parto e perché da più giorni  si trattenevano a Palazzo molti soldati della Guardia del Corpo per tale effetto dal capitano della Guardia Sig. D. Lelio Carafa si ordinò che subito si portassero ad avvisarne l’ambasciatore di Francia, il Nunzio Pontificio, l’Inviato di Polonia, e quello di Olanda, il Ricevitore di Malta ; e la Città, i Capi de Tribunali, il Cappellano Maggiore e Vicario di Napoli, i Gentiluomini di Camera, di Esercizio, e di entrata, con le Dame di Corte, con li Capi di Ufficij furono avvisati dalli alabardieri62.

22    In vista della presentazione ufficiale della neonata, momento di forte valenza politica, il     palazzo si schiuse agli Eletti della Città, agli alti ufficiali civili e militari del Regno, ai diplomatici stranieri, tutti prevalentemente esclusi dalle altre fasi dei festeggiamenti. In base alle rigide regole protocollari che rendevano visibili le differenze di condizione dei presenti, gli ospiti furono accolti in anticamere diverse e, mentre la « Stanza di ricevimento » fu riservata agli intimi del re o a personaggi di particolare prestigio, gli altri, in virtù della prassi ordinaria, non avanzarono oltre la « Galleria »63.

23 L’invito a corte era, oltre che un onore, un’opportunità concreta, utile per intessere relazioni,

acquisire notizie, elaborare strategie. A titolo esemplificativo, conviene soffermarsi, piuttosto che sulle vicende di un personaggio noto qual era il cardinale Troiano Acquaviva, attivo    nella vita politica del Regno, pur essendo al servizio di Filippo V di cui fu ambasciatore  presso la Santa Sede, nonché procuratore ai battesimi degli infanti di Napoli64, su quelle riguardanti una figura meno conosciuta, come il residente veneto Aurelio Bartolini. Giunto a Napoli nell’estate del 1739, quest’ultimo si astenne dal chiedere pubblica udienza d’ingresso,   a causa di alcune tensioni tra Napoli e Venezia che riguardavano, tra l’altro, il mancato invio  di una delegazione napoletana nella città lagunare, in deroga al principio di reciprocità delle relazioni diplomatiche. L’ambigua posizione nuoceva a Bartolini, escluso dalle manifestazioni pubbliche, come si imponeva in una corte molto attenta all’etichetta e, di conseguenza, disinformato sui fatti discussi in quelle sedi. Il diplomatico, non ammesso ai primi due parti   di Maria Amalia, allorché fu inaspettatamente convocato per il terzo, paventò che il governo napoletano volesse tendergli un tranello e obbligarlo a « comparire in pubblico, nessuna più di questa esser potendo publica congiontura per se stessa e per il concorso, sia nel numero e nella condizione, di tutti quelli i quali vi devono intervenire »65. Il caso favorì Bartolini che, chiamato a palazzo il Sabato Santo del 1743 e declinato l’invito accampando un inesistente malessere, grazie al fatto che alla regina « svanirono i dolori senza il parto »66, ebbe l’opportunità di concordare una linea di condotta con il Senato veneziano che l’autorizzò a recarsi a corte per il lieto evento67, senza con ciò pregiudicare le ragioni della Repubblica nella vertenza con Napoli.

24  Appena venuti al mondo, gli infanti, tenuti tra le braccia dall’Aia, erano presentati ai testimoni e ricevevano nell’oratorio privato del re « l’acqua del santo Battesimo »68 per mano di uno  degli ecclesiastici convocati per il parto69. Ammesso dalla Chiesa e diffuso in altre corti cattoliche, quel rito semplice, ma sufficiente a garantire al neonato la salvezza dell’anima in caso di decesso, si rendeva necessario in una società caratterizzata da alti tassi di mortalità infantile, a causa dei tempi lunghi che, non di rado, separavano la nascita dal battesimo solenne, contravvenendo le disposizioni del Concilio di Trento che, oltre ad imporre carattere pubblico al sacramento, aveva esortato a non procrastinarne la celebrazione. Radicato nella casa di Borbone70 e regolarmente praticato a Napoli, consisteva nell’aspergere la fronte del piccolo con l’acqua benedetta, accompagnando al gesto la tradizionale formula sacramentale e rinviando l’unzione con il sacro crisma alla celebrazione solenne che si sarebbe svolta in chiesa.

25 La nascita innescava nella corte e nella città un frenetico succedersi di manifestazioni sacre e

profane : « Subbito che fu partorita [la primogenita] si fece Salva Reale da tutte le Fortezze, e bastimenti, e si suonarono le campane di tutte le Chiese », annotò il cerimoniere nel 1740, « e si ordinarono tre giorni di feste in corte […] e tre sere di lumi » in città71. Carlo, che era rimasto vicino alla consorte durante il parto secondo la testimonianza resa da Montealegre72, subito dopo provvide ad assolvere una serie di formalità legate alla sua natura di fervente fedele e al suo ruolo di re. In primo luogo ringraziò l’Altissimo per il dono della paternità assistendo, insieme ai convenuti a corte, al Te Deum intonato dal Cappellano maggiore nella Cappella di palazzo73. Il rito si impose saldamente nel cerimoniale borbonico e, quando gli infanti nacquero a Portici o a Caserta, fu officiato dallo stesso Cappellano maggiore nelle chiese, rispettivamente, di S. Agostino o del Carmine, prossime alle residenze reali, almeno finché queste ultime rimasero prive di cappelle palatine74.

26 In secondo luogo il sovrano, riallacciandosi a una tradizione già invalsa dall’epoca dei viceré per festeggiare le nascite degli infanti di Spagna75, ricevette l’omaggio dei presenti a palazzo, attendendoli « sotto il Dosello », simbolo della regalità, il cui uso, risalente all’epoca classica, era stato introdotto a Napoli in età aragonese76. In quella posizione che enfatizzava la sacralità del potere regale, il Borbone, padre dell’infanta e metaforicamente padre di tutti i sudditi, si concesse al « bacio della mano della Città, Titolati, Ministri, e Militari »77, ossia di tutte le componenti politiche e sociali del Regno78. Nel Settecento quell’antico rito curiale era ancora praticato nelle corti europee, se pure con frequenza e modalità diverse, ed era diffuso specie nell’area iberica ed italiana, conservando il suo significato originario, teso ad esplicitare l’ossequio tributato al re e il privilegio di essere ammessi nella sua cerchia più ristretta e di godere della sua grazia. Ricorrente nella corte napoletana, esso contribuiva, al pari dei cortei lungo le strade della città e delle feste di gala a corte, a celebrare la magnificenza del giovane sovrano, impegnato in un processo di appropriazione degli spazi e dei simboli della sovranità79.

27 Per conferire ulteriore rilievo all’evento dinastico e rimarcarne il valore simbolico, politico e relazionale, Carlo, secondo una prassi diffusa in altre corti europee, si prodigò in straordinarie manifestazioni di liberalità in favore di membri delle élites e dei ceti popolari e concesse l’indulto ad alcuni prigionieri e titoli ed onorificenze a numerosi esponenti della nobiltà80. I festeggiamenti per la nascita di Isabelita, di cui il padre si disse « aussi content[…] comme      si c’estoit un garzon »81, si conclusero con un bilancio più che positivo e il giovane Borbone espresse la propria soddisfazione nelle lettere indirizzate in Spagna nelle quali dichiarò « qu’on ne peut pas croire la joy que ce peuple à marqué à cette occasion & le concours qu’il y eut  au basemain »82.

Riti di purificazione e di ringraziamento

28   Nella corte napoletana si sospendeva della vita pubblica durante il puerperio della regina83,    prima che il ciclo festivo riprendesse con manifestazioni che vedevano protagonista la regale madre. Per attenersi ad una tradizione che, passata dalla religione ebraica a quella cristiana, escludeva la puerpera dalla frequentazione delle funzioni e dei luoghi sacri per una quarantina di giorni, finché non si fosse purificata con l’acqua benedetta e la preghiera del sacerdote, anche la regina delle Due Sicilie, a norma del Rituale romano, doveva sottoporsi al rito    dell’« entrata in santo »84 che era celebrato nella Cappella palatina o, in mancanza, in qualche chiesa nei pressi delle residenze reali85. Secondo una consuetudine che tendeva ad abbinare feste dinastiche e religiose, giocando sull’intreccio di elementi sacri e profani, si cercava di officiare la cerimonia, al pari di altre che potevano essere fissate con un margine di elasticità, in una data che avesse valore simbolico, come avvenne dopo la nascita del principe Filippo, allorché fu effettuata nel giorno consacrato al nome della sovrana86.

29  Il rito si svolgeva in parte all’ingresso della chiesa, in parte al suo interno, per rimarcare le     tappe del ritorno della penitente ad uno stato di grazia. Quando fu celebrato per la prima volta87, il Cappellano maggiore, vestito con gli abiti pontificali, accolse la regina, con la neonata in braccio, sulla porta della Cappella di palazzo, ove per lei era stato preparato uno « strato con coscino »88 perché vi si inginocchiasse per ascoltare la preghiera del sacerdote e ricevere una « torcetta accesa », simbolo della fede. Successivamente il celebrante e la sovrana procedettero insieme verso l’altare, presso il quale la regina tornò ad inginocchiarsi. Affidata poi la bimba alle cure della governante, Maria Amalia prese definitivamente posto « in mezzo della chiesa, ove eraseli preparato sopra lo strato la sedia con genuflessorio »89, perché potesse ascoltare la messa in quella posizione di rilievo, che consentiva di focalizzare l’attenzione degli astanti. In un’ottica di teatralizzazione del sacro rito, l’Aia, tenendo l’infanta tra le braccia, si accomodò su una sedia a sinistra della sovrana e « in tutto il vacuo, che veniva circondato dalle Guardie del Corpo, stavano le Dame di Corte, i Gentiluomini di Camera di Esercizio, e d’Entrata, con Capi di ufficij […] e dietro di esse Guardie stava per osservare la nobiltà del Paese la detta funzione »90. In posizione defilata prese posto il re che « stiede osservando la detta funzione in privato nella Cappella de Crocifisso, da dove ancora ascoltò la Messa »91, lasciando la consorte indiscussa protagonista della scena (fig. 1).

Fig. 1 – Cappella Reale. Entra[ta] in Santo fatta da S.M. la Regina il di 10 ottobre 1740 dopo il primo parto (ASN, Cerimoniali, n. 1493, p. n.n. Autorizzazione alla pubblicazione n. 8/2015).

30    Al rito di purificazione, celebrato a palazzo in presenza di un numero limitato di ospiti, seguiva di lì a poco una giornata di grandiosi festeggiamenti indetti per la conclusione della quarantena della sovrana. Il mattino del giorno stabilito la regina riceveva come omaggio solenne « il bacio della mano sotto del Dosello, così della Città, che da Titolati, Ministri e Militari »92, mentre il pomeriggio si recava in chiesa insieme al coniuge sia per ringraziare Iddio del felice esito del parto sia per presentare l’infante, alla sua prima uscita pubblica93. La cerimonia aveva una doppia valenza, sacra e profana, poiché da un canto, rifacendosi alla presentazione di  Gesù nel tempio, si riallacciava alla tradizione cristiana con una liturgia legata al riscatto e  alla salvezza dei credenti ; dall’altro, enfatizzando il lato spettacolare della manifestazione, costituiva una straordinaria occasione per offrire ai sudditi l’esibizione della famiglia reale

insieme al nuovo nato, nella cornice di un ampio seguito di cortigiani, militari, paggi, lacchè   e musici, vestiti elegantemente e disposti in un « treno » numeroso, rutilante, sfarzoso e, al contempo, mirabilmente ordinato, che costituiva un’icastica rappresentazione del potere regio.

31 L’evento, che si imponeva all’attenzione degli astanti per la sua magnificenza94 e trovava indispensabile complemento nella loro ammirata partecipazione, era saldamente radicato al contesto urbano della capitale e si svolgeva esclusivamente nel duomo di Napoli95. Nella circostanza, inoltre, i sovrani avevano l’opportunità di gratificare il cardinale arcivescovo e il suo clero, completando un gioco di reciproci omaggi innescato dalla partecipazione dei vertici della curia napoletana alla nascita dell’infante96 e proseguito con la funzione solenne che, per pubblicizzare il lieto evento, era officiata in cattedrale dopo il parto, con l’intervento dei più prestigiosi chierici della città97.

32          L’ostensione   solenne   del   re-padre   insieme   alla   famiglia   era   radicata   nella tradizione

cerimoniale delle corti ; nella Spagna degli Austrias, per esempio, avveniva in occasione      dei battesimi degli infanti amministrati in una chiesa esterna al palazzo, in cui i reali si recavano con il loro seguito, percorrendo una sorta di pontone appositamente edificato, affinché tutti potessero più agevolmente contemplare la processione che accompagnava il neonato98. Nella Napoli borbonica ove, come si dirà in seguito, i battesimi si impartivano  nella Cappella palatina, l’uscita pubblica della famiglia reale avveniva alla presentazione in duomo dell’infante e si caricava di particolari valenze. La paternità biologica del sovrano, che forniva spunto al festeggiamento, si faceva metafora della sua funzione paterna nei confronti dei sudditi, rispondente ad una concezione del potere regio che andava affermandosi nel XVIII secolo e che, non più legittimata dall’investitura divina ma contraddistinta dal senso del dovere e della responsabilità del monarca, tendeva a promuovere la crescita morale e materiale del Regno attraverso un’azione politica voluta, come avrebbe detto Bernardo Tanucci, da un re

« padre e padrone », unica fonte di « sollievo » per i suoi popoli99.

33 La processione organizzata per recarsi in duomo ricalcava gli schemi adottati per ogni uscita pubblica ed era articolata in una successione di gruppi distinti in rappresentanza dei diversi settori della corte100. In cattedrale, come annotava il diarista, per l’occasione si predisponevano con cura gli addobbi : « si coprì il trono, […] s’apparò l’Altare Maggiore d’argenti che quivi si pose il Sacramento »101. Si impartivano pure precise istruzioni a tutti i chierici e, in particolare, ai « signori canonici » che all’arrivo della famiglia reale « uscirono a riceverl[a] e siedero  fuori dalla porta fin tanto che calarono le Maestà Loro, entrarono in Chiesa et il Cappellano Maggiore li diede l’acqua benedetta, si partirono nel loro strato, quivi si inginocchiarono ed     a lato del strato, ma poco dietro, si inginocchiò la signora duchessa Aia, che tenea in braccia l’infanta […] sopra d’un cuscino di velluto cremisi »102, colore simbolo della regalità. Dopo aver adorato il Santissimo e assistito al Te Deum, i sovrani passavano nella cappella del Tesoro per rimarcare il profondo legame che univa la casa regnante al Patrono della città e per impetrare la protezione di S. Gennaro, prima di rientrare a palazzo tra spari e luminarie che solennizzavano e propagandavano l’avvenimento anche tra coloro che non si erano recati ad ammirarlo.

34          La cerimonia, ripetuta dopo ogni gravidanza della regina, presentò alcune varianti nel tempo.

Alla nascita del Principe reale delle Due Sicilie, per enfatizzare ulteriormente l’evento ed esaltare la generosità regia nei confronti dei sudditi, specie dei meno abbienti, « per tutta        la strada che da palazzo conduce all’Arcivescovato stavano schierate in fila le milizie ; da quattro Cavallerizzi di Campo si buttavano monete al popolo » in una straordinaria messa in scena della magnificenza sovrana103. All’« incuria »104 del personale, a detta del cerimoniere, oppure, come sembra più probabile, alle incertezze del protocollo, in fase di definizione, fu da ascrivere l’increscioso disguido che si verificò alla presentazione della primogenita, quando l’inno di ringraziamento fu erroneamente intonato nella cappella di San Gennaro, invece che presso l’altare maggiore della chiesa105, in deroga alle regole che erano state fissate in età spagnola per festeggiare il « Nacimiento de Principe Nuestro Señor »106 e che fungevano da modello di riferimento per le celebrazioni borboniche. Per riprendere brevemente un tema    già affrontato, va osservato come il cerimoniale settecentesco differisse da quello del secolo precedente per alcuni aspetti di non secondaria importanza e, in primo luogo, per il diverso

ruolo all’epoca rivestito dal Corpo di Città, sintomatico di un maggiore peso politico. Per la cerimonia in duomo, che costituiva il momento più significativo dei festeggiamenti organizzati dalla corte vicereale per solennizzare la nascita degli infanti di Spagna, gli Eletti designavano un Sindaco che, scelto a rotazione tra i Seggi, doveva non solo provvedere alle luminarie e agli spari a salve, ma anche, cosa ben più rilevante da un punto di vista simbolico, accompagnare in cattedrale il viceré occupando stabilmente la sua destra nel corso della processione, per rimarcare visivamente di fronte alla folla festante l’intesa tra il rappresentante del re e la città,  e cedendo il posto all’arcivescovo solo all’interno del duomo107.

Elena Papagna

fonte

Mélanges de l’École française de Rome – Italie et Méditerranée modernes et contemporaines

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