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Le celebrazioni per la nascita della real prole nella Napoli Borbonica

Posted by on Set 5, 2022

Le celebrazioni per la nascita della real prole nella Napoli Borbonica

Introduzione

1           Maria Amalia Wettin, a dodici anni sposa di Carlo di Borbone, al suo arrivo a Napoli, nell’estate del 1738, non era ancora in grado di procreare, come il marito, rammaricato di dover rinunciare nell’immediato alla paternità, comunicò ai propri genitori, i sovrani spagnoli Filippo V ed Elisabetta Farnese1.

Nel volgere di poco tempo, tuttavia, la giovanissima regina riuscì ad assolvere egregiamente il compito fondamentale d’ogni sovrana2 e, condividendo assiduamente il talamo con il coniuge3, in meno di diciassette anni – dal settembre 1740 al febbraio 1757 – mise al mondo tredici figli. Morbilità e mortalità infantile non risparmiarono il palazzo napoletano : cinque infanti non superarono il sesto anno d’età, l’ultimogenito morì adolescente, mentre Filippo, l’agognato maschio nato dopo cinque femmine, mostrò fin da bambino un grave ritardo mentale che gli impedì la successione al trono e l’obbligò a vivere confinato ai margini della famiglia e della corte4.

2           Aldilà dell’ingrata sorte riservata ad alcuni figli di Carlo e Maria Amalia, la nascita dei principini costituì un momento di grande importanza nella vita del Regno, da pochi anni divenuto indipendente sotto una propria dinastia, cui fu garantita la durata nel tempo dalla feconda unione dei sovrani5. I festeggiamenti in onore della real prole, che godevano di un’antica tradizione in tutte le corti europee, a Napoli, ritornata sede di una corte autonoma dopo oltre due secoli, si svolsero con un fasto tale da stupire i sudditi e suscitare l’ammirazione degli stranieri6. Nelle pagine che seguono ci proponiamo di ricostruire i cicli festivi organizzati per la nascita degli infanti nei primi lustri del regno borbonico con l’intento di cogliere           la valenza simbolica e politica del cerimoniale elaborato nella capitale partenopea e di evidenziare il nesso tra linguaggi politici e linguaggi religiosi.

3           Non è questa la sede per sintetizzare neppure a grandi linee il dibattito sul rapporto tra

sacralità politica e sacralità religiosa innescato dalla diffusione degli studi pionieristici di Ernest Kantorowicz e alimentato dalle osservazioni mosse da alcuni storici francesi alla scuola cerimonialista americana dei suoi allievi7. Basti solo rammentare sinteticamente come nel corso dell’età moderna esistesse un complesso intreccio tra linguaggi politici e religiosi e da un canto si facesse ricorso alla sfera religiosa per sacralizzare quella politica, dall’altro si presentassero dense di significati politici anche le manifestazioni più autenticamente religiose e devozionali. Le ricerche sul cerimoniale, che si sono moltiplicate dagli anni ottanta del Novecento privilegiando quasi esclusivamente le grandi monarchie nazionali, hanno attribuito scarsa considerazione agli stati regionali italiani, se si eccettua un più marcato interesse suscitato dai casi di Firenze e Venezia, e solo in tempi recenti si sono allargate a considerare sia altri contesti territoriali della penisola sia un arco cronologico esteso oltre la prima età moderna8. Va inoltre rilevato come, a partire dal XVII secolo, sia cambiato il senso del discorso cerimoniale che si incentrò, più che sulla persona del re, sulla rete di simboli e comportamenti del potere regio che trovarono espressione nella corte9. Norme e pratiche seguite nella vita di corte, in periodi precedenti affidate prevalentemente alla tradizione orale, vennero all’epoca raccolte e trascritte in libri cerimoniali che mirarono a disciplinare le gerarchie sociali e a dirimere spinose questioni di precedenze, in una sorta di « mise en forme de l’ordre politique », come recita il titolo di un importante studio sul protocollo10.

4           Per  tornare  alla  corte  napoletana,  l’analisi  dei  cerimoniali  assume  particolare  rilievo  in

una fase storica di ricomposizione degli equilibri dopo la conclusione del lungo periodo vicereale e l’ascesa al trono di Carlo di Borbone nel 1734, consentendo di cogliere se, e in  qual misura, il linguaggio cerimoniale riflettesse e codificasse i cambiamenti istituzionali e

ideologici legati ai nuovi assetti di potere e ai progressivi mutamenti della concezione della sovranità. Consapevole dell’importanza delle celebrazioni festive, il giovane sovrano volle  farne strumento politico della propria azione di governo e con un rescritto del 1738 cercò di disciplinarle, imponendosi come ordinatore dei più importanti rituali pubblici a detrimento degli altri poteri cittadini e promuovendo i festeggiamenti di genetliaci, matrimoni, nascite,  funerali e di ogni altra ricorrenza legata alla dinastia11.

5           Strumento di comunicazione politica non verbale, le cerimonie in primo luogo enfatizzavano

la figura del sovrano, conferendo alla sua persona e ai simboli della sua autorità una forte preminenza sulla scena pubblica ; in secondo luogo fissavano le gerarchie e armonizzavano intorno al re i diversi segmenti sociali, potenzialmente rivali12. Utili  a  consolidare  il  prestigio dinastico e il ruolo istituzionale recentemente acquisito dal sovrano borbonico, tali celebrazioni erano espressione di apparato, di fasto monarchico, in grado di celebrare le virtù  e la generosità del re che mirava ad affermarsi come padre protettore e magnanimo dei propri sudditi, da parte loro ben consapevoli della sua naturale grandezza. Come è stato osservato,

« la pompa sfarzosa, inoffensiva e automatica » delle monarchie dei secoli preindustriali  aveva la capacità di esercitare un’azione psicologica sul pubblico al pari della propaganda, usata in epoche successive per convincere, per conquistare l’opinione pubblica ; tuttavia la prima, diversamente dalla seconda, « si riteneva che emanasse dalla grandezza del signore e, di conseguenza, era ancora più impressionante ». Propaganda e fasto miravano in realtà « allo stesso bersaglio che si può chiamare ‘la società’ », ma procedendo per strade diverse e se l’una cercava di persuadere del diritto di comando di un soggetto, l’altro presupponeva che tale diritto esistesse e che tutti ne fossero convinti. Quanto al monarca, egli era consapevole che, « se non [avesse] dispiega[to] sufficiente fasto, ne [avrebbe] pati[to] la convinzione dei suoi sudditi »13.

6           In quest’ottica a Napoli le cerimonie per la nascita della real prole necessitavano, al pari d’altre,

di un grande concorso di pubblico. Uomini e donne, élites e masse popolari, intervenendo      ai festeggiamenti, se pure con modalità diverse, ne subivano il fascino e plasmavano la propria identità ; tutti, diretti partecipanti alle manifestazioni o semplici spettatori che fossero, rendevano testimonianza del clima coeso creatosi intorno alla monarchia e si sentivano chiamati a sostenere i bisogni della casa regnante, sottoponendosi tanto a imposte e donativi

« per le reali fasce » quanto a personali spese di rappresentanza, gravose ma indispensabili  per comparire degnamente.

7           Per gestire i festeggiamenti e, più in generale, tutti gli aspetti della vita di corte, nella

capitale partenopea già da fine Cinquecento era stato messo a punto un cerimoniale che, come hanno sottolineato studi recenti14, era registrato in appositi libri dall’Usciere maggiore che aveva funzione di Maestro di cerimonie, responsabile dello svolgimento delle manifestazioni nel rispetto della normativa codificata15. I registri cerimoniali, che si  prefiggevano  di attenersi alla tradizione per fornire l’immagine di un governo stabile, riflesso in un sistema rituale immutabile, erano resoconti puntuali degli eventi e, al contempo, manuali di norme comportamentali valide per il futuro, lasciando, almeno in teoria, poco spazio all’innovazione. All’avvento al trono di Carlo di Borbone, si ritenne non solo opportuno, ma addirittura necessario riallacciarsi ai cerimoniali dell’epoca vicereale, con l’intento di sottolineare la continuità tra i regimi che si erano succeduti. Con questo obiettivo uno degli uomini più abili del seguito carolino, il marchese José Joaquín Guzman de Montealegre, era solito interpellare sistematicamente Francesco Grimaldi, il cerimoniere in carica nel palazzo napoletano dagli anni venti del Settecento16, per ottenere informazioni sulle regole vigenti in passato e adattarvi quelle che dovevano disciplinare la nuova vita di corte17.

8           Per quel che concerneva le cerimonie legate alla nascita dei principi, tuttavia, non esisteva

a Napoli una solida tradizione locale. Nei secoli spagnoli da un canto si era festeggiata la venuta al mondo dei figli di alcuni viceré18, ma quegli eventi, non avendo nulla a che vedere con la continuità della casa regnante, non erano fonte di legittimità politica ; dall’altro non erano mancate occasioni per celebrare solennemente, al pari di nozze, guarigioni, funerali dei re cattolici, la nascita degli infanti anche in Napoli, città contenitore della ritualità dinastica

e luogo dell’alleanza, non sempre pacifica, tra la corona e i sudditi19. Ma, aldilà delle risorse umane e materiali mobilitate e dello sfarzo esibito, tali cerimonie in absentia, sebbene avessero valore politico, rimanevano pur sempre manifestazioni periferiche, subalterne rispetto a quelle tenute al centro della monarchia e, pertanto, solo genericamente assimilabili alle celebrazioni in presentia che si sarebbero svolte nella Napoli borbonica, ove la numerosa progenie di Carlo e Maria Amalia aveva la funzione di garantire la successione al trono.

9           Per studiare le cerimonie in onore della real prole si sono utilizzate le informazioni tratte

dai libri cerimoniali di corte20, integrandole con quelle ricavate  dai  diari  dei  cerimonieri della cattedrale21, registri che, in un processo di organizzazione del cerimoniale ecclesiastico analogo a quello del cerimoniale politico, furono compilati a partire dal XVII secolo, per descrivere gli atti liturgici straordinari celebrati nella capitale partenopea. Si sono esaminate, inoltre, le relazioni ufficiali degli eventi festivi22   che, originate da una scelta politica volta      a divulgare gli avvenimenti narrati e ad assicurare loro memoria imperitura, costituivano       un vero e proprio genere letterario teso a diffondere, attraverso un  linguaggio  in  larga  misura codificato, l’immagine stereotipata di una città priva di tensioni e solidale durante i festeggiamenti23. Se le fonti enumerate fin qui non potevano non essere viziate dal palese intento di supportare la politica regia, non erano del tutto neutre neppure le testimonianze ricavate dalle raccolte di lettere consultate, un tipo di documentazione abbondante a metà Settecento per il diffondersi della consuetudine a intrattenere rapporti epistolari24. Tali carteggi, tuttavia, non di rado esprimevano le perplessità degli autori nei confronti degli avvenimenti narrati, sebbene fossero scritti da fedeli collaboratori del sovrano, come il ministro pisano Bernardo Tanucci e il giurista barlettano Nicolò Fraggianni, uomo del re all’interno delle magistrature napoletane, senza dire dei residenti veneti a Napoli, nella loro corrispondenza meno condizionati da ragioni di opportunità politica.

10 Nelle pagine che seguono non si è adottato un approccio cronologico ai fatti che si sarebbe

rivelato ripetitivo, ma si sono ricostruite le fasi del ciclo festivo per la nascita degli infanti di Napoli, cogliendo gli elementi di affinità ed, eventualmente, di differenza, riscontrabili tra le cerimonie susseguitesi nel tempo che, pur adeguandosi alle regole stabilite alla nascita della primogenita di Carlo e Maria Amalia, non si limitavano a replicare un modello rigido. Le celebrazioni iniziavano nei mesi della gestazione, proseguivano con festeggiamenti sacri e profani che accompagnavano la nascita del bambino, continuavano con i riti di purificazione della madre e di ringraziamento per l’esito del parto e si concludevano con il battesimo solenne, associato a pubbliche manifestazioni di giubilo25. Concorreva a differenziare le cerimonie svoltesi negli anni una serie di motivazioni dettate sia dalle particolari congiunture attraversate dalla famiglia reale e dal Regno sia dall’ordine di nascita e dal sesso dei neonati. Se è vero che, a Napoli come altrove, fattori culturali profondamente radicati e diffusi inducevano a riservare celebrazioni assai suntuose ai primogeniti, femmina e maschio, e, in particolare, al principe Filippo che avrebbe dovuto perpetuare la dinastia, è altrettanto vero che tutti i primi infanti furono festeggiati con maggiore solennità rispetto agli ultimi e che le nascite avvenute negli anni tra prima e seconda metà del secolo sembrerebbero aver suscitato minore eco, a giudicare da quel che si ricava dalle fonti disponibili, ove sono documentate con regolarità soltanto le celebrazioni liturgiche, mentre scarseggiano le informazioni sulle complementari manifestazioni ludiche26. Ritorneremo in seguito sull’argomento…..continua

Elena Papagna

fonte

Mélanges de l’École française de Rome – Italie et Méditerranée modernes et contemporaines

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