Alta Terra di Lavoro

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L’EREDITA’ DEL RISORGIMENTO

Posted by on Mag 24, 2026

L’EREDITA’ DEL RISORGIMENTO

Castrese Lucio Schiano

     Sono trascorsi ben 165 anni dalla forzata unificazione dell’Italia, che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento degli sforzi e degli ideali di tutti coloro che, con prospettive e interessi diversi, sognavano da tempo di realizzare un simile progetto. Chi sognava una federazione, chi una repubblica, chi una monarchia.

Alla fine, per il concorso di una serie di circostanze, prevalse l’ultima ipotesi. Ma si ripeté pari pari la situazione della Repubblica Napoletana del 1799. Tutti discutevano sulla forma di governo da dare a quello che  era ancora un insieme di tanti Stati indipendenti, ma nessuno si preoccupava di conoscere l’opinione del popolo. Il Risorgimento, quindi, non è nato da nessun “grido di dolore”, ma è stato il risultato del vagheggiamento  di un ristretto numero di intellettuali  unito all’azione predatoria di uno Stato sull’orlo del fallimento. Esso, quindi, parte già con un errore di fondo: quello di voler calare sul popolo una scelta fatta da altri e pretendere che essa gli vada bene, come un vestito fatto su misura. Questo, però, potrebbe essere considerato un peccato veniale, rispetto a quelli mortali che ne costituiscono la linfa. Il Risorgimento infatti, è stato il più grande bluff che mente umana potesse escogitare, e, oltre quello ipocritamente candido offerto al pubblico, ha un suo “lato oscuro” nel quale sono nascoste ben altre mostruosità, che, analizzate obiettivamente, fanno esprimere un giudizio totalmente negativo sulla nuova entità politica e sulla situazione sociale che ne sono il prodotto finale. E sono le mostruosità nascoste di questo “lato oscuro” che l’insistente retorica delle celebrazioni e delle commemorazioni intende occultare. Ma, per quanti sforzi siano stati messi in atto da tutti  quelli che avevano interesse a spacciare per verità  le falsità e le brutture che hanno costituito la cellula iniziale  della creatura che doveva nascere,  le magagne poco alla volta sono venute fuori. E’ successo proprio come in un normale processo di procreazione assistita. In cui sia l’uomo che la donna, che si congiungono per mettere al mondo un essere da cedere a committenti estranei, sanno entrambi  di essere tarati e che quindi la creatura che, a gestazione ultimata, cederanno ai committenti nascerà già  bacata. Ma poco importa. Un medico che fa parte del “giro” e per il quale il Giuramento di Ippocrate non è altro che carta straccia, ha rilasciato ad entrambi un certificato di sana e robusta costituzione. E poi il nuovo nato, anche se concepito da loro, non sarà mai il loro figlio, e il  difficile e doloroso futuro della creatura sarà un problema che cadrà totalmente sulle spalle di coloro che legalmente ne saranno i genitori. Non sembri né azzardato né blasfemo questo paragone, perché  tutti i “liberali”, nessuno escluso, quelli che  poi saranno inseriti nei libri di storia come padri della patria, eroi e martiri, sono partiti in malafede e, qualora ciò non fosse vero, a loro colpa va ascritto il fatto che, quando si sono accorti che la situazione aveva preso una piega diversa dai loro ideali (per chi  poteva averne), non hanno fatto niente per modificarla o esprimere il loro dissenso negando la propria collaborazione. Tutti sapevano che la creatura che stavano facendo venire al mondo, sarebbe nata tarata, e proprio da questa consapevolezza nasce la necessità di celebrare ad oltranza il Risorgimento, per occultare tutte le mostruosità alla sua base. Se le cose fossero andate veramente secondo gli slogan della propaganda – rivelatisi poi  una mera trovata pubblicitaria per gabbare  non tanto le corti europee, di cui, quelle che contavano erano ampiamente informate, per esserne promotrici e registe, ma quelli che avrebbero subito le conseguenze di questa vera e propria rivoluzione –  avremmo avuto una storia condivisa  ed una patria di cui sentirci veramente figli e di cui andare fieri. Invece, dal primo giorno della sua “nascita” come Stato unitario, la nuova realtà politica è stata una lunga ed ininterrotta serie di spergiuri, di promesse non mantenute, di corruzione a tutti i livelli e di scandali. Prima di parlare brevemente di questi ultimi, che ne costituiscono la linfa, altrettanto brevemente cominciamo col vedere chi sono stati gli ideatori e poi i registi di tutto il Risorgimento, di cui gli “eroi”, i grandi “statisti” e i “padri” della patria non sono stati che semplici “marionette” nelle mani di abili “pupari”. Il primo posto spetta all’Inghilterra, la nazione che ha fomentato discordie ed ha seminato zizzania per tutto il mondo. Nella sua insaziabile bramosia espansionistica, di cui il Palmerston era il più accanito fautore, essa  ha sempre mirato ad avere l’egemonia anche nel Mediterraneo, per soddisfare la quale ha tentato di tutto per impossessarsi – senza però riuscirci – della Sicilia. Su richiesta del Palmerston, nel 1851 Gladstone si recò a Napoli dove doveva trovare un pretesto qualunque per screditare il Regno delle Due Sicilie agli occhi di tutte le corti europee. Il Gladstone, senza varcare nemmeno un cancello delle prigioni borboniche ma prendendo per vero quanto riferitogli dai liberali (Settembrini, Poerio e compagni) che stavano tramando per abbattere proprio il sovrano borbonico, demonizzò, per omnia secula secolorum il Regno  duosiciliano con le famosissime lettere sulla “negazione di Dio”, lettere la cui falsità veniva già smentita all’epoca dalla testimonianza sia di Dumas (storico al servizio dei garibaldini) che della giornalista inglese Jessie White Mario, che avevano  visitato effettivamente le carceri borboniche. Secondo queste testimonianze i detenuti nelle carceri borboniche godevano di libertà impensabili negli istituti di pena di altri Stati, tanto che il Dumas, al termine di una visita, si impegnava a mandare al penitenziario un certo numero di libri per costituire una biblioteca e due copie del suo giornale L’Indipendente: una copia per il direttore ed una per i detenuti. La testimonianza della White è ancora più significativa, Secondo lei, una volta scontata la pena, gli ex galeotti avrebbero commesso anche un piccolo reato pur di ritornare ospiti di quelle prigioni! Una seconda smentita alle lettere sulla “ negazione di Dio “ venne fatta  dallo stesso Gladstone nel 1888 durante un suo nuovo viaggio a Napoli quando la nuova creatura era diventata maggiorenne da diversi anni e il danno era stato fatto.

     Questa della diffamazione e del vilipendio è la prima “macchia” del “lato oscuro” del Risorgimento.  Sorvoliamo sulle tante altre, perché  il loro numero difficilmente si può definire, in quanto non c’è sfera della vita umana che non ne sia stata infettata. [Solo per fare un esempio: l’impiego dei picciotti e dei camorristi – nemici dichiarati della legalità – ai quali vengono affidati compiti di pubblica sicurezza !] Passiamo ora ad elencare alcuni dei tanti falsi storici lasciati a bella posta, affinché la storiografia e la letteratura di regime potessero far passare proditoria invasione, distruzione di paesi, saccheggi, disgregazione di famiglie e  genocidio per liberazione e civilizzazione.

“Furto” del Lombardo e del Piemonte –

          Il “furto” era stato pianificato nei minimi particolari tra il governatore del porto di Genova Giuseppe Rey,l’amministratore della Rubattino Giovan Battista Fauché, l’ammiraglio Francesco Serra e l’intendente Pietro Magenta. A seguito di questa intesa, il Rey ordina ai portuali di guardia di chiudere un occhio mentre i garibaldini saranno intenti a “rubare” i due piroscafi. Ebbene, per questa “ardimentosa” azione Garibaldi lascia una lettera di scuse al re Vittorio Emanuele II; un’ altra ai padroni dei vapori ed una testimonianza nelle sue memorie, in cui il “furto”viene presentato come un’azione degna delle tigri di Mompracem  “ …  più facile a descriversi che ad eseguire, e vi fà mestieri molto sangue freddo, capacità e fortuna”.(Fonte: “La verità sui Mille. Garibaldi da Quarto a Marsala” – da “Ottocento” di Giorgio Enrico Cavallo)

Inno di Mameli –

     Lo metto nella categoria dei “furti”, perché ci sono molte probabilità che di questo possa trattarsi. Infatti da un’analisi filologica eseguita sia sul testo dell’inno che su elaborati del periodo scolastico del presunto autore, per il professore Aldo Alessandro Mola è molto probabile che possa trattarsi di un plagio e che il Mameli si sia in qualche modo appropriato di un’opera del suo insegnante, il dotto scolopio Anastasio Canata. Il dubbio viene rafforzato non tanto dal fatto che nel rapporto docente-discente la figura ed il ruolo dell’insegnante sono quelli che hanno più prestigio e autorità, perché potrebbe verificarsi il caso di un allievo più bravo del maestro, ma dalla scoperta che tra le opere del Canata ne è stata trovata una che riporta  pari pari lo stesso verso dell’inno: “ l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore “. Non è dello stesso parere Carlo Alberto Barrili, amico e biografo del Mameli, la cui testimonianza, però, è da prendere come un dogma. Egli, infatti, sostiene che “una sera di settembre del 1847 a casa di Lorenzo Valerio … entrò in casa il pittore Ulisse Borzino il quale estrasse dalla tasca un foglietto che consegnò al maestro Michele Navarro dicendogli che gli era stato consegnato da Mameli in persona”.(Fonte: cosedisciebza.it/varie/26_fratelli%20… ). L’affermazione del Borzino non esclude, però, l’eventuale plagio, per cui è molto più plausibile l’ipotesi del professor Mola.

     Passiamo ora agli scandali.

Scandalo delle ferrovie –

     E’ il primo “scandalo” dell’Italia creata dai liberali, in cui le ruberie e l’illegalità cominciano a diventare “sistema”. In questo “sistema”, per continuare a gabbare l’opinione pubblica, per i vari scandali che caratterizzeranno la nuova creatura, verranno di volta in volta istituite più commissioni d’inchiesta, commissioni farsa come tutte quelle che si succederanno, in cui  gli implicati – visto che la corruzione interessa tutti gli schieramenti – la faranno sempre franca. Vediamo molto brevemente in cosa consiste questo scandalo.  Il 25 settembre 1860, Garibaldi, con un atto che esulava dai suoi poteri dittatoriali, concede alla società fondata per l’occasione da Pietro Adami e da Adriano Lemmi la costruzione delle ferrovie dell’Italia Meridionale. Il contratto viene firmato da Agostino Bertani, segretario generale della dittatura nel settembre – ottobre 1860, al quale, secondo L’Espero di Napoli, l’operazione avrebbe fruttato ben quattro milioni di lire.[Per la cronaca: a scandalo appianato, il direttore de L’Espero venne condannato per diffamazione a due mesi di carcere e ad una multa di 300 lire! Questa conclusione – giusto per ricordare i “valori” alla base del Risorgimento –  anticipa di otto anni  quella che condannerà all’ostracismo un altro accusatore: Cristiano Lobbia]. Ma perché la concessione per la costruzione delle ferrovie meridionali viene accordata al duo Adami-Lemmi? Semplice! Perché entrambi avevano finanziato la “spedizione” e quindi, ora, avevano diritto al contentino. Inoltre, se ciò non bastava, il Lemmi era raccomandato da Mazzini, il quale rassicurava Garibaldi che << … dove altri farebbe pro suo d’ogni frutto d’impresa, egli mira a fondare la cassa del partito>>. “Per la prima volta in Italia appare questa variante del furto … Lemmi non prenderà per sé ma per il partito”. ( Elena Bianchini Braglia – Le origini della casta. Il Risorgimento del malaffare – Ediz. C. S. R. Centro Studi sul Risorgimento, 2011 )

Scandalo dei tabacchi –

     Altra spregevole prova del proprio cinismo la classe politica della nuova creatura la dà nel 1869 in occasione del cosiddetto “ Scandalo dei Tabacchi”. Il deputato Cristiano Lobbia, durante una seduta del Parlamento, mostra due buste, dicendo di essere in possesso delle prove che coinvolgono alcuni deputati, i quali, ignorando offerte migliori di altri concorrenti per aggiudicarsi la gestione dei tabacchi, avevano favorito una cordata di “ amici di amici “ composta da banchieri, politici e faccendieri in cambio di “zuccherini” generosamente distribuiti a tutti i livelli. Pochi giorni dopo la denuncia il Lobbia viene aggredito da un sicario che cerca di pugnalarlo, ma l’aggredito riesce a metterlo in fuga a revolverate. Ancora con i segni della recente aggressione il Lobbia si reca in Parlamento per denunciare l’accaduto. Ma non viene creduto. Anzi viene accusato di simulazione di reato da un tribunale – farsa appositamente costituito, e per rendergli più difficile la difesa gli viene revocata perfino l’immunità parlamentare. Ma la decisione più esecrabile è quella di muovergli un’accusa a quei tempi particolarmente infamante: quella di essere omosessuale!

          Questo accadeva a otto anni dall’ “unità”. Ma pochi giorni prima della proclamazione dell’unità, un’altra figura che doveva portare nella capitale del Regno le prove della cattiva gestione e dei facili arricchimenti di molti garibaldini – l’Intendente Ippolito Nievo – a bordo dell’Ercole scompariva letteralmente dalla faccia della terra nel  breve tratto di mare tra la Sicilia e Napoli, mentre altri piroscafi, partiti quasi contemporaneamente o a breve distanza, che coprivano la stessa tratta, arrivarono tutti a destinazione. Dell’Ercole, difficile da credere, non si trovò e non si è trovato a galla nemmeno una scheggia di legno, un salvagente, un remo spezzato. Nulla! Nulla nemmeno  nell’Archivio Storico di Torino, dove il pronipote Stanislao Nievo si era recato per fare delle ricerche. La cartella che doveva contenere notizie relative al caso era risultata inspiegabilmente vuota. Intanto è il caso di far notare che, per eliminare colui che portava prove compromettenti per molti “eroi”: quelli che dovremmo onorare, vennero sacrificate altre 72 persone (12 membri dell’ equipaggio e 60 passeggeri) che col Risorgimento e l’Unità non avevano nulla a che vedere!

     Per rimarcare l’ininterrotto continuum, parecchi anni dopo l’Unità,la stessa sorte toccò a Emanuele Notarbartolo che era stato nominato direttore del Banco di Sicilia proprio con il preciso compito di risanare l’istituto sull’orlo del fallimento. Costui, per aver denunciato una serie di abusi riguardanti l’istituto e le persone coinvolte (cioè, proprio per assolvere al compito per il quale era stato nominato), il 1° febbraio 1893 fu assassinato sul treno Termini Imerese – Palermo.

Scandalo della Banca Romana –

     Lo scandalo emerse a seguito di un’inchiesta del 1889 promossa da Luigi Miceli, ministro del Governo Crispi. L’inchiesta, che durò più di due anni, fu affidata al senatore Alvisi e al funzionario del Tesoro Biagini, ma la relazione finale fu coperta dal segreto e il presidente del Consiglio Di Rudinì vietò al senatore Alvisi di riferire in senato “ per il superiore interesse del Paese”. Lo scandalo vide coinvolti ventidue parlamentari, che avevano beneficiato dei prestiti della banca; i presidenti del Consiglio Giolitti e Crispi, ai quali, a dire di Bernardo Tanlongo – governatore del Banco e anch’egli inquisito –  erano state date delle mazzette; il deputato Rocco De Zerbi, accusato di aver avuto una mazzetta da mezzo milione di lire, e poi trovato morto nella sua abitazione;  Umberto I di Savoia, fortemente indebitato con la banca e Michele Lazzari, direttore della banca. Sorvolo su tutti i tentativi messi in atto per insabbiare lo scandalo, che ognuno potrà consultare nella letteratura esistente, per dire che il processo si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati! (Liberamente da un articolo di Fernando Riccardi: “Lo scandalo della Banca Romana”).

     Come si vede, scoprire gli altarini sotto cui si nascondono corruzione e amoralità, disvalori che i “padri” della patria hanno elevato  a “valori” della nuova creatura, è molto pericoloso, perché chiunque ha delle prove o è sospettato di poter costituire comunque un pericolo per l’ “onorabilità” e la sicurezza della casta, non solo lo fa a proprio rischio e pericolo, ma viene addirittura trasformato da denunciante in accusato, da derubato in ladro, da vittima a carnefice: attività nella quale gli artefici del Risorgimento sono stati maestri insuperabili ed insuperati.  Ora, da una nazione nata su un grido di dolore mai lanciato da alcuno; dallo spergiuro; da un inno nazionale – a voler essere benevoli – di dubbia paternità; da plebisciti farsa; da corruzione a tutti i livelli; dal premiare i vili e condannare i virtuosi; dall’incoraggiare privatamente un’azione piratesca come quella dei Mille e dissociandosene pubblicamente cosa  poteva nascere se non un aborto o un mostro?

     Ed ecco la situazione delle due Italie coscientemente pianificata fin dall’inizio: cosa che esclude senza il minimo dubbio la buonafede. La (dis)unione infatti iniziò con la spoliazione e l’azzeramento per mancanza di commesse dell’industria e del commercio del Meridione,  decretando la nascita del celebratissimo “triangolo industriale” e la frattura tra la parte settentrionale e quella meridionale della nuova entità: l’una dotata di tutto e di più e l’altra dimenticata, abbandonata a se stessa ed ancora sfruttata.

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