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Mafia e Camorra di Aldo Servidio

Posted by on Lug 2, 2018

Mafia e Camorra di Aldo Servidio

Iniziamo dal tema della criminalità organizzata, perchè il regime borbonico veniva  anzitutto  qualificato come “mafioso” e “camorrista”.

Non si contano le esclamazioni, la disperazione, il dolore degli unitari constatando la diffusione di quei fenomeni che loro si trovavano ad ereditare dal passato regime.

Ma tanta disperazione e tanto dolore corrispondevano ad una “profondità e delicatezza di approccio al problema che appaiono subito sospette prima che grossolane.

Nel caso della Mafia l’approccio unitario comincia a denunciare le oggettive circostanze della sua “particolarità addirittura con il conio stesso del termine “Mafia”. Un termine che venne forgiato (o, meglio, inventato lessicalmente come identificativo di una “organizzazione malavitosa”) dai piemontesi, per indicare la categoria/consorteria di quei “figuri” che godevano di “prestigio” fra la gente perchè incutevano timore con la violenza.

Gia il conio linguistico scelto dai piemontesi la dice lunga sulla “profondità e delicatezza” del loro approccio con le culture e le popolazioni che finirono sotto il loro controllo.

Trovandosi fra le mani un esotico (nel senso di: strano aggettivo dell’idioma siculo che indicava cose o persone di valore, sagge,. fatte bene, gagliarde  owero Vaggettivo mafioso/sa  con significato fortemente ed esclusivamente “positivo”. pensando che i siciliani  come loro  “non” facessero differenza fra un “saggio rispettato dalla comunita” ed un “violento a servizio dei baroni”. non solo trasformarono l”aggettivo in sostantivo (che come tale  era un neologismo improprio per lo stesso idioma siculo), ma ne fecero l’identificativo di una “organizzazione” fondata su di uno mentalità sociale.

Realizzando cosi il doppio salto mortale di trasformare un aggettivo siciliano di significato positivo in sostantivo delinquenziale. e di ritenere il “nuovo” significato negative come espressivo delta mentalità di un intero popolo che aveva il solo torto di adoperare comunemente nella sua lingua un aggettivo in significato positivo.

Fu cosi che le bande di gabellotti e massari (di cui mai e poi mai un siciliano del tempo avrebbe pensato fossero “mafiosi”, ritenendoli l’esatto contrario del termine) si trovarono gratificati di una rilevanza “strutturale” ed, in certo modo, “formate” che non avevano (tiranne che a livello della gerarchia interna a ciascun feudo), e di una qualificazione istituzionale “di pubblica opinione” che contrastava con quella riconosciuta dalla gente del lungo e ne accresceva il potere intimidatorio

Fu cosi che i Siciliani, si videro attribuire in senso generate e dispregiativo un connotato di cultura sociale impropriamente (per ogni siciliano) corrispondente alla mentalità di quelli che  fino a prima dell’Unità  ogni abitante dell’isola aveva ritenuto appartenere, quantomeno, alla sfera del “potere” che (specie quello baronale) di loro abusava e tendeva ad abusare sempre di piu.

Non c’e che dire: un risultato brillante e corroborante  anche sul piano meramente linguistico  della sensibilità unitaria ed unificatrice di chi “gestiva” l’Unita.

Del resto la grossolanità, cinicamente interessata, utilizzata dai gestori del nostro tipo di Unità nel recepire la terminologia corretta di espressioni idiomatiche delle genti meridionali non si ferma all’episodio ottocentesco del termine mafia, ma si estende, con il tardo ‘900, anche a ‘ndrangheta.

Dall’amore per l’esotico eclalant nel glossario di qualche reportage giornalistico di alcuni decenni fa, e stata regalata alla criminalità organizzata (che ben volentieri se ne e appropriata) anche una antica parola calabrese che, con origini grecaniche, stava ad indicare la “ta agata andria”, cioè “la categoria” (la genia) degli uomini saggi e rispettati per la loro “saggezza” (come civiltà greco/antica insegnava) cui poter chiedere il giusto consiglio e l’equa soluzione di povere ma sentite controversie.

Precisata, dunque, la “profondità” dell’incultura e del disinteresse sociale che stava dietro a tante lamentazioni unitarie sui fenomeni di criminalità organizzata, si deve subito osservare (perchè storicamente essenziale per capire il livello di coerenza degli unitari nel lamentarsi) che la loro disperazione tendeva ad ignorare, totalmente e con noncuranza, una circostanza storica che caratterizza l’Unità come “spartiacque ” della stessa storia  per cosi dire  della Mafia (circostanza che ritroveremo tal quale con riferimento alla Camorra).

Per cogliere tale spartiacque occorre solo ricordare brevemente che l’organizzazione siciliana che i piemontesi “battezzarono” impropriamente Mafia, al momento dell’Unità era la struttura di controllo e gestione del latifondo siciliano, “a servizio”, ufficialmente. della nobiltà terriera dell’isola. Anche se, in realtà, usufruendo e stimolando l’assenteismo padronale nella conduzione delle proprietà agrarie, fini con l’essere lo strumento. tanto improprio quanto tipicamente locale, per erodere la stessa proprietà dei baroni e formare i primi nuclei di media proprietà terriera in mani non nobili.

Qualunque re di Sicilia, quindi, poteva legittimamente andare orgoglioso come tutore del “bene comune” se appena fosse riuscito a costituire una polizia e corti civili di giustizia che circoscrivessero al massimo possibile la sfera di prepotenze dei baroni, e, perciò, limitassero pesantemente la capacità di agire della loro struttura di amministrazione locale.

A tanto i Borbone erano riusciti, ma, purtroppo per loro, facendosi “nemiche giurate” la nobiltà e la sua struttura “parassita” di amministrazione dell’ordine e della giustizia nei feudi (che i piemontesi battezzarono Mafia).

Su questa inimicizia mortale avevano lavorato motto bene La Masa e Rosolino Pilo, die precedettero Garibaldi in Sicilia dal marzo 1860 proprio per cooptare i baroni e le loro bande a sostegno della spedizione dei Mille (parola di La Masa, che ripetutamente rivendico l’operazione indicando, anche nelle sue opere storiche nomi di baroni e cifre di uomini).

Infatti, immediatamente dopo lo sbarco a Marsala, i Mille furono soli esclusivamente nello scontro di Calatafimi. Una solitudine temporanea e non dannosa perchè quello scontro venne deciso dal generale borbonico Landi, pare dietro consegna di un fedecommesso del Banco di Napoli per 14mila ducati (più di 6miliardi di oggi) che dovrebbe ancora trovarsi neirarchivio storico di quella banca sia perchè quell’archivio e, per tradizione, uno dei migliori “giacimenti” di documentazione storica dei sud, sia per il motivo “tecnicobancario” che e presso 1’istituto di emissione che vengono conservati quei titoli, soprattutto quando “non” vengono onorati perchè, in qualche rnodo, ritenuti fasulli. Landi, infatti, fece suonare la ritirata per i suoi 5mila uomini proprio quando i Mille avevano cominciato a scappare lungo le baize che avevano appena scalato.

Ma subito dopo quello scontro (più che di battaglia  come vuole l’oleografia risorgimentale  si tratto, causa ordine di ritirata, di un semplice scontro a fuoco) almeno quattro bande baronali si unirono ai Mille (facendoli più che triplicare) e ad esse se ne aggiunsero immediatamente tante altre fino ad arrivare a ben oltre lOmila uomini (9 briganti per ogni garibaldino) prima di arrivare alle porte di Palermo.

L’infoltimento “banditesco” delle colonne garibaldine prosegui fino a Messina, anche con progressive liberazioni dai carceri siciliani di turti i delinquenti comuni (come e noto, quelli politici non sostavano in carceri dell’isola maggiore, ma in quelli delle isole minori), pure per assicurare, con le bande, il mantenimento dell’ordine persino  e, per la Mafia, per la prima volta  nelle citta, nonche per tutelare il buon esito dei plebiscito di annessione al Regno di Sardegna.

Qui si colloca lo spartiacque della storia della Mafia.

Quando questa, cioè, prese consapevolezza del ruolo che poteva giocare non più “contro” il governo centrale (fino al 1860, quello dell’isola) ma “in sostegno” di questo, in una posizione nuova di “parassita” del potere statale, non diversa da quella svolta fino a quel momento solo per garantire 1a rendità baronale”.

Questo salto di qualità e stato generato proprio dal modo in cui estata fatta l’Unità e da chi, poi, avrebbe preteso di bollare come male sociale endemico un virus che i precedenti sistemi di governo avevano combattuto e contenuto in ambiti progressivamente ristretti.

La frittata era fatta. Se la nobiltà  siciliana si era schierata con i Savoia (ma, soprattutto, contro Napoli) non era cosa ne nuova ne grave, ma purtroppo  la Mafia aveva compreso quale funzione di sostegno parallelo potesse giocare in uno Stato in cui c’erano da gestire “anche” istituzioni cittadine e quella simpatica novità delle elezioni cui venivano chiamati cittadini in numero esiguo. ma pur sempre più ampio di quello ristrettissimo dei baroni, e, soprattutto, meno potenti di questi.

La Mafia capi che poteva diventare molto potente. Gli effetti si sentirono e subito. Ma questi effetti furono venduti dagli unitari come retaggio borbonico. La prima mano di paura allo sfondo storico di sostegno alla gestione dell’Unità senza unificazione venne data proprio cosi.

Se non fosse quasi impensabile una genesi più diretta per il salto di qualità di un’organizzazione che da rozza e brutale diventava “sistemicamente criminale”” e, soprattutto, parassitariamente istituzionale, basterebbe a convincersi del contrario la comparazione fra la sostanza di quanto awenuto in Sicilia con quanto riguardo la Camorra di Napoli.

Camorra e oggi un sostantivo che al di la delle sue origini lontane e dell’attuale trasformazione in nome proprio di un’organizzazione malavitosa. nel periodo che qui interessa aveva finito con il coincidere con il significato di “estorsione”, al punto che, in Sicilia ed ancora oggi, il termine più adoperato per intendere una violenza in qualche modo estorsiva era  come e  quello di camurria.

Quel che oggi si chiama Camorra. fino al 12 settembre 1842 era stato un prodotto spontaneo della ordinaria malavità popolare.

Da quella data si era data una sorta di statuto (il cosiddetto frieno) ed una struttura societària rigorosa e precisa (oltre che il nome proprio di “Grande Mamma”) proprio per garantirsi ancora qualche possibilità operativa in una realtà socio/economica diventata più ampia ed organizzata e, quindi, più difesa anche dalla piccola criminalita. In quell’occasione fu avvertità l’opportunità di tutelarsi anche con il costoso apporto di qualche “colletto bianco1”.

Questo e certo. almeno quanto e certo che tutti i “narratori” che dopo il 1860 hanno riempito biblioteche intere di descrizioni di quel fenomeno. sono incorsi in un errore di “strabismo”1 hanno cioè attribuito al periodo pre/1860 i connotati che caratterizzavano la Camorra dopo il 1860.

tratto dal libro

di Aldo Servidio

 

L’Imbroglio Nazionale

 

 

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