Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria

Malinconia di Giacomo Puccini

Posted by on Nov 6, 2018

Malinconia di Giacomo Puccini

Fino a pochi anni fa, l’acqua quieta del Lago di Massaciuccoli veniva a lambire il giardino davanti alla casa di Giacomo Puccini. Ad un metro dal cancello, in una piccola insenatura, galleggiavano alcune imbarcazioni, tre canotti, automobili e due sottili barche a remi.

Di là partiva Puccini, accompagnato dal ragazzo Nicche, per le sue lunghe partite di caccia. Egli era il signore del Lago, di quel lago che aveva preso in affitto con riserva di caccia.Era il feudatario e, per un raggio di qualche chilometro, aveva diritto di vita e di morte su tutti gli uccelli e i palmipedi del luogo.

Ogg, davanti alla casa, c’ è un vasto piazzale, con aiuole polverose, e un posteggio per le automobili di passaggio. Il piazzale è intitolato a Giacomo Puccini. Sul lago, proprio di faccia alla casa del musicista, un ristorante, quasi sempre deserto, è stato aperto ai turisti. A sinistra, di là della strada che porta al lago, appare nera e rugginosa la costruzione scheletruica della Torbiera.

   Dal giorno in cui la Torbiera fu alzata, vicino alla sua casa, la pace di Puccini finì. Addio tranquillità, silenzio, solitudine. Quel paesaggio così malinconico e solitario era guastato per sempre.

   Oggi non è più quella Torbiera che dispiace, che sembra abbandonata e inoperosa, ma il piazzale, con quel suo aspetto balneare, quelle povere aiuole, quel ristorante pretenzioso.Il luogo è stato adattato alla curiosità dei turisti e i turisti, dove arrivano, vogliono vedere aiuole di gerani, panchine verniciate di fresco, vialetti coperti di ghiaia. Vengono da Viareggio, da Pisa, da ogni parte d’Italia, sulle automobili utilitarie, bruciati dal sole, con le macchine fotografiche a tracolla. Tutto fotografano all’intorno: la casa di Puccini, il cancello, il custode, i gerani del giardino, i bambinoi che si tuffano nel lago. Una breve visita, una mancia al custode, e poi ripartono, sudati, gonfi di birra e di panini, soddisfatti

   Accompagnato da un amico, sono andato a visitare la casa del musicista. L’interno appare, oggi, tale e quale fu lasciato da Puccini. Così almeno ci rassicurano. Attraverso il breve giardino si entra nel salotto da pranzo, mobiliato in ciliegio, con le poltrone in mogano foderate di velluto. Su un pianoforte, una fila di angeletti di marmo bianco, alti pochi centimetri, sembra debbano spiccare il volo. Dal soffitto pende un lampadario di Murano. Appena il tempo di guardare un po’ intorno, poi il custode ci conduce nello studio del Maestro, che è una grande stanza che dà sul giardino e che fa anche da salotto.

   Qui Puccini lavorava, seduto al pianoforte. Per terra sono distesi tappeti, qua e là si vedono tavoli e poltrone di cuoio, un camino nero in stile moresco, paraventi giapponesi, quadri alle pareti, tra i quali un grande ritratto dipinto da Cappiello. Sul tavolo da lavoro gli occhiali e pacchi di lettere, con i vecchi francobolli sbiaditi. Alle pareti, intorno al pianoforte nero, fotografie di attrici, di musicisti, di letterati, di vent’anni prima.

   Mentre attraversiamo timidamente la stanza, cercando di non insudiciare i tappeti, il mio amico, che mi seguiva distratto, ha un sospiro di commozione : “Povero Giacomo”, dice accarezzandosi la barba e guardando il soffitto, “quante sere ha trascorso, insieme agli amici,a discutere d’arte”

   Attraverso una sorta di corridoio si penetra nella cappella mortuaria. La tomba del maestro è stata murata dietro il pianoforte che avevamo veduto nella sala. Fiori e lumi votivi sono posati per terra. Una lampada elettrica, con la fiamma di vetro attorcigliata,,,, è stata posta dal figlio in memoria del padre. “E’ sempre accesa?” chiediamo discretamente. “No, soltanto quando ci sono i visitatori”,risponde chi ci accompagna.

   Alle pareti, un mosaico di De Carolis e due altorilievi di Maraini. In quell’aura triste e semibuia, tra l’odore dei fiori e i sospiri del nostro compagno, ci tratteniamo per qualche minuto, silenziosi, mentre le zanzare volteggiano indisturbate intorno alle nostre guance.

   Al piano superiore, non si può salire. “Ci sono le camere da letto, ma è vietato vederle”, ci dice il custode. E ci conduce, invece, in una stanzetta, che faceva da guardaroba agli apparecchi da caccia del musicista. Anche questa stanza è rimasta tale e quale: per terra, sono posate in fila la scarpe e gli stivali di Puccini. In un armadio, sotto vetro, si vedono i fucili a doppia canna. Su un altro armadio, un magnete e due fari d’automobile in ottone. Fra tutte le stanze che abbiamo visto, certo questa è la più commovente. Questi fucili, questi stivali, queste giacche di cuoio appese a un povero attaccapanni, ricordano a chi guarda i modesti e solitari svaghi del musicista. Tutti, qui, a Torre del Lago, rievocano le lunghe e appassionate cacce di Puccini., che partiva all’alba, con i fucili e con i cani, quasi sempre accompagnato

dal custode Nicche o, quando venivano, dagli amici di Lucca e di Viareggio. Giacomo trascorreva le giornate percorrendo le acque tranquille e insinuando il canotto tra le insenature e i canaletti nascosti dietro le canne. Il vento portava lontano il rumore degli spari.

   “A me un invito a pranzo mi fa star male una settimana”, scriveva Puccini al suo editore, da Parigi, al tempo della “Bohème”: “sono fatto così, non mi si cambia a quasi 40 anni! E’ inutile insistere: non sono nato per la vita dei salotti e dei ricevimenti! A che prò espormi a far la figura del cretino e dell’imbecille?”. Sempre, durante i suoi viaggi a Parigi, a Londra, in America, rimpiangeva la sua casa sul lago, il lavoro tranquillo, le amicizie sicure.Poteva essere diverso l’anttico organista di San Paolino in Lucca, il povero studente di Conservatorio, che a Milano non aveva nemmeno i quaranta centesimi per bere un “ponce”in Galleria?

   L’infanzia vuol dir molto per gli artisti: lascia impronte sul carattere che non si cancellano. L’infanzoa di Puccini fu povera. Figlio di un musicista, anchegli lo era diventato, da principio senza nessuna vocazione. Però, oltre che il padre, musicista erano stati il nonno, il bisnonno e il padre del bisnonno. Un secolo di musica, dentro le mura di quella cittadina di provincia, senza che mai il successo e l’agiatezza venissero ad illuminare quella famiglia così fedele alle sue tradizioni. In Giacomo la vocazione alla musica si manifestò d’un tratto e fu come una rivelazione.

   La cosa avvenne a Pisa, dove il ragazzo si era recato a piedi, partend, alla mattina, da Lucca, per ascoltare l”Aida” Si era fatto un gran parlare, in quei giorni, della nuova opera di Giuseppe Verdi. Era l’epoca, quella, in cui si combatteva aspramente la grande battaglia tra la musica italiana e quella tedesca, rappresentata da Wagner. Tutta l’Italia si era schierata in due partiti: quello dei cosiddetti “cabalettisti”, chiamati anche, dagli avversari, codini o pedanti, e quello dei “germanisti” o avveniristi. I giovani studenti cominciavano a subire l’influenza del grande tedesco. Sui giornali si polemizzava accanitamente: i giovani non avevano molta scelta : o Verddi o Wagner, si diceva, quasi che non rimanesse.altra strada.

   Quella rappresentazione dell’”Aida”, a cui il giovane Puccini aveva assistito, pigiato tra la folla in loggione, decisae il suo destino. Tornò a casa abbagliato ed entusiasta: anch’egli avrebbe scritto per il teatro. Anch’egli avrebbe raggiunto la gloria di Verdi. Voleva studiare, partire per Milano, entrare in Conservatorio. Mancavano i denari: come per miracolo, un sussidio della regina Margherita valse a rompere ogni indugio. Puccini partì per Milano.

   Si apriva un periodo di miseria, di ansie e di studio. Però Puccini non si scoraggiò. In una stanzetta d’affitto, trascorreva lunghe ore seduto al pianoforte. “La fame non la pato”, scrive alla mamma, “mi riempio di minestrone e la pancia è soddisfatta”. Tre scodelle di miestrone al giorno, un pezzetto di formaggioi e poi via a passeggiare in Galleria. Interminabili discussioni con gli amici di Conservatorioi, esaltazioni, delusioni, primi amori con le sartine. Già da allora Puccini piaceva alle donne. Era un bel giovanotto, alto e robusto, con i baffetti castani sotto il naso diritto. Se i denari erano pochi, c’era sempre qualche mezzo per far fronte alle privazioni. Per fumare senza spendere, era riuscito a convincere un tabaccaio a dar lezioni di pianoforte alla moglie. Cinque sigari per lezione e, per qualche tempo, la cosa durò senza inciampi. Le lezioni continuavano. La tabaccaia non riusciva a suonare nemmeno con un dito,il marito taceva e aspettava.Finché un giorno la tabaccaia si ammalò gravemente e le lezioni dovettero cessare. Si iniziava davvero un brutto periodo. Tentò, il giovane, di convincere il tabaccaio a prender lui lezioni di pianoforte. E ci riuscì, ma per una sola lezione, perché subito il commerciante si avvide di non esser nato per questa arte. Come compenso all’unica e sfortunata lezione il tabaccaio non volle dare al suo giovane maestro più di un sigaro.

   A calmare la fame e a spegnere qualche debito venne il grande successo de “Le Villi”, opera rappresentata al Teatro Dal Verme di Milano, nel maggio del 1884, e le cose cominciarono ad andar meglio. Quel primo biglietto da mille, guadagnato in tanta gloria, parve, per un momento, dar alla testa a Puccini. “Di’ Giacomo, sei veramente tu?” diceva tra sè, guardandosi, ammirato, allo specchio: “siamo proprio noi?”. C’era un contratto con un grande editore, Ricordi, e un mensile fisso che munificamente gli era passato in conto. La critica aveva parlato con ammirazione del giovane maestro. C’era, dunque, davvero da perdere la testa. La seconda opera,”Edgar”, però, non piacque e ricominciarono le pene, le lettere preoccupate alla famiglia, i debiti.

   Soltanto con “Manon Lescaut”, nel 1893, la fama e l’agiatezza parvero diventar sicure. Il successo era stato grande. La critica ormai non aveva più dubbi. Il pubblico applaudiva con entusiasmo la giovane gloria del maestro lucchese. Puccini ricomprò la casa natale di Lucca, pagò i debiti, mise su famiglia.

   La moglie si chiamava Elvira. Era vedova di un “americano” di Lucca. Correva voce che la relazione tra il giovane maestro e la sua futura moglie fosse cominciata già prima della morte del primo marito. C’era anche chi raccontava di aver udito quest’ultimo lamentarsi per i caffè della cittadina, tra indignato e soddisfatto : “Ma che si crede, quel Puccini, perché è un grand’uomo, di poter impunemente disturbare l’onore delle famiglie?”.

   Essi si stabilirono a Torre del Lago e qui incomincia il secondo periodo nella vita di Puccini; il periodo della “Bohème”, della “Tosca”, di “Madama Butterfly”.Queste opere egli le compose nella casa sul lago. La miseria era finita, ma cominciavano altre pene. La “Bohème”, alla prima recita, nel 1896, era stata criticata severamente. Anche “Madama Butterfly”,,nel febbraio del 1904, fu fischiata alla prima rappresentazione.

   La vita di Puccini trascorre tra alti e bassi di sconforto e di soddisfazione. Se la “Bohème” non era, da principio, piaciuta alla critica, il pubblico non se ne dava per inteso e l’opera, di successo in successo, ora percorreva le scene di tutto il mondo. Lo stesso avvenne per “Madama Butterfly”, che, a Brescia, fu applaudita e rapidamente fece il giro di tutti i teatri italiani, per poi varcare subito le frontiere.

   Dei dispiaceri, Puccini si consolava con la caccia. Aveva un carattere malinconico, gli piaceva star solo o con amici umili: dalle acque griie e tranquille del piccolo lago, si può dire siano nate le lacrimose e pallide eroine di Puccini, l’ingenua Mimì, la sospirosa Butterfly, la misteriosa Liù. Di notte, lavorava seduto al piano e, suonando, si commuoveva; si alzava, fumava una sigaretta, usciva fuori in giardino e restava, per lungo tempo, a guardare il lago buio, la notte silenziosa, i lumini lontani di Massarosa. Nella piccola darsena, le imbarcazioni dondolavano dolcemente. Allora Puccini tornava nel suo studio e si rimetteva al pianoforte.

   “Quando mi misi a descrivere la morte di Mimì”, raccontava a un amico, “e trovai quegli accordi scuri e lenti e li suonai al piano, venni preso da tale commozione che dovetti alzarmi, e in mezzo alla sala, solo nel silenzio della notte, mi misi a piangere cone un fanciullo. Mi faceva l’effetto di aver visto morire una mia creatura”.

   Di tanto in tanto, Giacomo partiva da Torre del Lago per un viaggio. Andava a Milano, dal suo editore, o in cerca di libretti da musicare. Però tornava presto alla sua casa, stanco della vita cittadina: “Se sabato ho finito come spero, filo a terrorizzare i palmipedi adorati che da tempo anelano il mio piombo micidiale e infallibile. Bum!” scriveva a un amico. “Penso al mio Torre del Lago, continuamente, ma quest’anno mi rifaccioi, per Dio!”. “Sono stanco di Paris. Anelo il bosco olezzante con relativi profumi, anelo il libero ondeggiare del ventre mio in largo pantalone con assenza di gilet…Odio i selciati. Odio i palazzi. Odio i capitelli! Odio gli stili! Amo il brello stile del pioppo e dell’abete, la volta dei viali ombreggianti, e novello druida farvi il mio tempio, la mia casa, il mio studio. Amo lo stendersi verde del fresco sotterfugio di bosco annoso e giovine. Amo il merlo, il capinero, il picchio. Odio il cavallo, il gatto, il passero dei tetti, il cane di lusso! Odio il vapore, il cappello a cilindro, il frak”.

   In America, per la prima della “Fanciulla del West”, gli avevano fatto accoglienze da re. All’arrivo, la colonia italiana era venuto ad accoglierlo.Essa attendeva un discorso. Puccini, però, non sapeva parlare. “Bravi, bravi, mi rallegro, viva l’Italia”, disse, confuso. Era alloggiato al Knickerbocker Hotel, uno del maggiori di New York. Serata di gala al Metropolitan: bandiere, fiori, corone di alloro in argento massiccio, entusiasmo della folla. Però anche in America Puccini rimpiangeva la sua villetta toscana. E non vide l’ora di tornarvi.

   Giacomo era timido di carattere, poco loquace, se non in compagnia di amici fedeli. Soltanto con essi sapeva essere allegro. Anzi, nei momenti d’ozio, si divertiva a chiacchierare con chi gli faceva visita: componeva poesie scherzose, risolveva enigmi e sciarade, tentava di essere spiritoso. Gli piacevano i giuochi di parole Quando fu fatto senatore, si firmava, nelle lettere, “Giacomo Puccini, suonatore del Regno”. Giacomo parlava volentieri delldonne, raccontava le sue numerose avventure e, quando era fuori di casa, guardava le ragazze passare e faceva apprezzamenti salaci.

   Al caffè Margherita, a Viareggio, trascorreva lunghe ore con i pittori e con i letterati. Chi non lo conosceva si sarebbe meravigliato di vedere in quel signore bonario, che scherzava con gli amici, il celebre Puccini. Il suo portamento era quello di un proprietario di terre: vestiva con eleganza, sceglieva con cura le cravatte e gli piaceva correre in automobile. Quante corse da Lucca a Viareggio, da Viareggio a Torre del Lago, In una di queste (si era ai primi tempi dell’automobile), quasi ci rimise la vita. Di notte, insieme alla moglie e al figlio: la vettura si rovesciò fuori della strada e Puccini si fratturò una gamba.

   Giacomo era molto parsimonioso. Qualcuno malignamente diceva che era addirittura avaro. Certo, con ui guadagni enormi che faceva, la sua vita poteva sembrare meschina, ma l’abitudine alla povertà l’aveva contratta in gioventù, al tavolo della trattoria Excelsior, quando si sfamava di minestrone e di fagioli. Come tutti i lucchesi, era, più che avaro, prudente e preoccupato per l’avvenire. D’altra parte, il suo carattere riservato, le sue modeste pretese, la repulsione al lusso, alle feste, alla vita di società, gli impedivano la munificenza. Unico lusso, le automobili, i canotti a motore, i fucili da caccia.

   Di notte spesso gli amici stavano nel suo studio a fargli compagnia, mentre suonava. Puccini, seduto al piano, volgeva le spalle. C’era spesso, tra gli altri, il pittore Pagni, che, sdraiato sul divano, fumava tranquillamente uns sigaretta dopo l’altra. Puccini si voltava, di tanto in tanto : “Adagino”, diceva, “costanonquattro soldi l’una”. Ad una certa ora, il pittore cominciava a bere. Stappava una bottiglia di liquore e ne versava un bicchierino.

   “Ti pice questo pezzo?”, domandava Puccini, continuando a suonare.

   “Benissimo, avanti”, rispondeva il pittore.

   A notte inoltrata, quando Puccini, assonnato, chiudeva lo spartito, trovava il pittore ubriaco fradicio, addormentato sul divano.

   “Io non sono fatto per le geste eroiche; amo le anime che hanno un sentimento come il nostro, che son fatte di speranza e di illusione, che hanno bagliori di gioia e lacrime di malinconia”. Con questi sentimenti tranquilli, con quest’indole timida e triste, poteva Puccini andare d’accordo con Gabriele d’Annunzio?

   Eppure ci fu un momento in cui l’intesa parve possibile fra i due. Si incontrarono un giorno. d’Annunzio era vestito di bianco, con un cappello di paglia in mano e un bastoncino di canna. Una bellissima spilla brillava sulla cravatta viola. In quel tempo Gabriele viveva alla Versiliana, una villa sul lido di Pietrasanta. I due parlarono a lungo e si rividero dopo qualche giorno. “Certo egli è un po’ sempre nelle nuvole”, scriveva Puccini al suo editore, “ma è sceso a terra verso di me, abbastanza”.

   Però le cose, per allora, restarono lì. Dopo qualche mese, d’Annunzio scriveva a Puccini: “Il vecchio usignolo si è risvegliato con la primavera e vorrebbe cantare per me”. E ogni volta che si incontravano, il Poeta a ripetergli: “Giacomo …ricordati dell’usignolo”. Anche questa volta, però, non se ne fece nulla.

Anni dopo, al tempo dell’esilio ad Arcachon, dopo il fallimento della Caponcina, Puccini e d’Annunzio si rividero.Tra le torce, le pergamene, i vetri di Murano e le “Savonarole”, parlarono di nuovo a lungo. Però non c’era modo di intendersi. d’Annunzio aveva preparato la trama di una “crociata degli innocenti”. “Nel mio ultimo colloquio con d’Annunzio lasciai correre la lingua, parlandogli come vedevo io la crociata. Mi parve che le mie idee non gli piacquero”. L’esule si mise d’accordo con Pietro Mascagni e scrisse per lui la “Parisina”(1913), opera che rappresenta l’amore di Ugo d’Este per la matrigna Parisina Malatesta, che finisce con la condanna a morte dei due amanti.

Alfredo Saccoccio  

 

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