Memoria e Identità tra vie e piazze cittadine

Lucio C.Castrese
Dare il nome ad una strada è come scegliere quello da attribuire ad un neonato. Sia per l’una che per l’altro la scelta ha più di una valenza: in primis quella di evitare l’oscurità dell’anonimato e permettere ad entrambi di poter essere distinti tra altri simili. L’intitolazione di una strada – iter di una certa lungaggine, che coinvolge molte figure sia pubbliche che private – serve principalmente per facilitare sia i rapporti interpersonali che quelli delle persone che a vario titolo hanno necessità di rapportarsi con la città.
Ora, quest’ultima, composta da tanti elementi diversi, è in tutto assimilabile ad un mosaico, ove hanno la loro importanza strade, edifici, monumenti, piazze, vicoli, traverse, ecc. ognuno dei quali non è altro che un tassello del “mosaico città”. Pertanto anche la toponomastica, che altro non è se non il “nome proprio” di queste strade, piazze, ecc., è una delle tante tessere attraverso cui ci si può fare un’idea abbastanza precisa di quello che riguarda la città: cultura, storia, tradizioni, identità, senso di appartenenza … o assenza di memoria e di radici: constatazione che ho dovuto amaramente fare consultando una pubblicazione sulle strade di Napoli. Data la millenaria storia di questa città, pensavo di trovare un buon numero di strade, traverse, piazze, vicoli che ne ricordassero il passato splendore. Invece, su circa duemila strade, piazze, traverse e vicoli consultati, ne ho incontrato ben 142 intitolati a giacobini, carbonari, liberali, garibaldini e savoiardi. Di quella che è stata per ben sette secoli la capitale di un Regno bisogna sudare parecchio per trovare qualche strada, piazza od altro da cui si possa ricavarne la passata grandezza. Come se Napoli fosse nata per incanto alla fine del diciottesimo secolo. L’assuefazione prodotta dall’incontrare nomi come Pepe, Pisacane, Cavour, Settembrini, Poerio, Rosaroll, Bixio, più quelli inflazionati di Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele e simili, mi faceva disperare di poter incontrare un nome con cui avere qualcosa in comune e che mi facesse sentire veramente figlio di questa mortificata città. Preso dallo sconforto, decidevo di abbandonare la consultazione, quando due nomi : Liborio Romano e Giuseppe Salvatore Pianell mi hanno fatto letteralmente sobbalzare. Il soprassalto è presto spiegato: a nomi come Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele, infatti, a causa dell’ininterrotto martellamento iniziato già dal 1860, ci abbiamo fatto l’abitudine e non ci stupiscono più, cosa che non possiamo dire per gli ultimi due. Lo stupore suscitato da questi due nomi è stato originato dal fatto che anche io, alle elementari ed alle medie, sono stato svezzato con poesie come “La spigolatrice di Sapri” con i suoi trecento giovani e forti, e molte pagine del deamicisiano “Cuore”, mentre poi l’imbonimento continuava al liceo con apostoli, eroe dei due mondi, re galantuomo e simili. A causa di un tale plagio, essendo abituato a quella che anche io pensavo fosse la “nostra” storia, non trovavo nulla da obiettare e anzi,abbacinato dalla favola, per molti di quei nomi ho provato anche un grande trasporto. Ma questo fino a quando, acquisiti nel tempo nuovi elementi che facevano vedere la parte nascosta della storia tramandata dalla vulgata di regime – come capitato ad un illustre docente[1]– quel trasporto è diventato risentimento, dolore e quei nomi non mi hanno più lasciato indifferente. Figurarsi poi quando ho avuto modo di incontrare quelli di Romano e di Pianell. Questi nomi – limitatamente alle mie molto modeste nozioni storiche – sono legati a comportamenti che non hanno nulla in comune con parole come onore e lealtà, mentre per la vulgata corrente il Romano è un “patriota” artefice della causa italiana ed il Pianell un militare di “specchiata onestà”. A questo punto è scattato automatico il desiderio di vedere cosa avesse da dire “l’altra storia“ sui due personaggi, e, in base alle nuove acquisizioni, decidere se concordare o meno, non solo sulle intestazioni delle strade, ma anche sulle motivazioni che accompagnavano i nomi dei personaggi eponimi. Accertato ormai come è stata manipolata, mistificata e tramandata la storia che ha portato alla scomparsa di consolidate dinastie ed alla formazione di uno Stato che ha lasciato molti scontenti (vd. anche nota 1), non me la sono sentita di continuare ad ingoiare quest’altro boccone amaro, ed ho deciso di approfondire le ricerche sui due ultimi nomi. Prima, però, voglio cercare di capire chi decide sulla toponomastica e come[2]. E’ indubbio che le decisioni in merito continuano a prenderle quelli che sono gli eredi di coloro che nel 1860 salirono sul carro del vincitore, dal quale non sono più scesi, ma è altrettanto vero che l’intitolazione di una strada prevede una lunga serie di passaggi.[3]Siccome buona parte di questo lungo iter, oltre ad esperti al di fuori delle istituzioni, coinvolge direttamente sindaco, funzionari comunali e consiglieri, terminando alla fine in Prefettura, penso di non sbagliare sostenendo che stiamo parlando di decisioni che prendono avvio e si concludono in un ambito politico. Orbene in una democrazia quale è la nostra, in un Consiglio comunale, insieme al partito o alla coalizione al governo c’è ( o dovrebbe esserci) anche un’opposizione. E quale dovrebbe essere il ruolo dell’opposizione se non quello di contestare, non aprioristicamente, ma con dati di fatto e/o motivazioni e documenti incontestabili, le decisioni prese dalla maggioranza? Invece il considerevole numero di tutte queste strade il cui nome è legato alla storia scritta dal vincitore porta a concludere che, maggioranza e opposizione , stando sedute attorno allo stesso desco, non si preoccupano tanto di litigare su questioni che ritengono di poca importanza. Io, però, anche se la mia è “vox clamans in deserto”, intendo manifestare il mio scontento, perché da figlio di questa terra, mi sento offeso oltre che tradito da chi aveva il dovere di non accettare passivamente o per mero opportunismo decisioni obiettivamente e storicamente false. Infatti, “l’identità di un popolo è come un mosaico, di cui uno è la toponomastica“[4]Ora, siccome anch’io sono una tessera di questo mosaico, è come se avessi condiviso queste scelte che, tra tanti altri, elevano a valori fondanti della nuova nazione, e quindi anche della mia città, il disonore e il tradimento.
Per tornare alle due strade citate – e questa è un’altra delle tante eredità lasciateci dal Risorgimento – mi spiego come mai è possibile che ciò avvenga nonostante il coinvolgimento di tante figure diverse per estrazione sociale, orientamento politico, ruolo e competenze specifiche. Infatti, da poco prima degli anni Cinquanta del secolo scorso, al Comune di Napoli, la carica di sindaco ha visto avvicendarsi tutti i partiti dell’arco costituzionale, anche se, dal 1975 a tutt’oggi, essa è diventata quasi un’esclusiva delle forze di sinistra.[5]Stesso discorso per la Presidenza della Regione, a conduzione di sinistra dal 1999 ad oggi, ad eccezione della presidenza di Stefano Caldoro (2010/2015).[6]Ciononostante, ad onta di tutte queste alternanze, per il fatto che non si sia alzata una voce per contestare le scelte fatte, bisogna concludere che l’eventuale mortificazione della propria città non interessa nessuno, e che finché la barca va, ognuno sta seduto al proprio posto e non fà movimenti inconsulti che potrebbero compromettere gli equilibri raggiunti.
Ora veniamo alle due figure di Romano e di Pianell. Inutile riportare gli elogi, le apologie e le esaltazioni che dei due ne fa la storia ufficiale, quella che arriva addirittura a definire “patriota italiana“ Marianna la Sangiovannara .[7]Dalla storia che si interessa di analizzare la parte nascosta del Risorgimento, le figure sia del Romano che del Pianell risultano lontane anni luce da quelle immortalate dal panegirico di regime. Il Romano è “traditore dei traditori” per Angela Pellicciari, (“ L’altro Risorgimento”); “una delle più singolari figure di doppiogiochista e traditore della storia d’Italia” , per A. Grippo e G. Fasanella; traditore “i cui peccati segnarono i destini della Patria”, per G. Bovio. Probabilmente anche il revisionismo avrà la sue pecche. Si cadrebbe nello stesso errore della parte vincente pensando o addirittura sostenendo che la verità sta tutta dal lato dei revisionisti. Ma, nel giudicare il Romano e il Pianell, non si è fatto ricorso a preconcetti, ma sono stati presi in esame le loro azioni e la loro corrispondenza. Come definire il Romano, che, mentre è suddito di un re al quale ha giurato fedeltà, di cui è ministro degli interni e prefetto di polizia, nello stesso tempo promette fedeltà ad altro re che proditoriamente e in spregio di tutte le leggi dell’onore, si appresta a detronizzare quello di cui è ministro e prefetto di polizia? Si formuli un giudizio dopo di aver letto la corrispondenza intercorsa con Cavour[8]che si affida alle note. Ora veniamo ai fatti. Ce ne sarebbero molti, ma riporto solo questi due:per primo l’ accordo col barone Nisco, tra la fine di luglio e i primi di agosto del 1860, mentre era a capo della polizia, per rendere possibile lo sbarco di un importante carico di armi e diverso materiale bellico nello Stato che avrebbe dovuto difendere, e per secondo il cambio di casacca da un giorno all’altro. Il 6 settembre era ministro e prefetto di polizia di Francesco II, e il 7 settembre, ministro di Garibaldi nel primo governo dittatoriale di Napoli. Oltre questo che Fasanella e Grippo hanno definito il “primo e più riuscito esempio di trasformismo agli albori dell’Italia unita”(op. cit. pagg.92/94), il nostro stabilì un altro “primato”: la prima denuncia e il primo e più credibile atto d’accusa (considerata la fonte) sulle disastrose condizioni del Mezzogiorno d’Italia subito dopo quell’unità per la quale egli si era tanto prodigato (L. Salera, op. cit.pag. 104).
Forse per la parte che ha beneficiato di un tale comportamento il Romano è da esaltare e da collocare nel novero dei padri della patria. Lo stesso giudizio non penso possa darlo la parte danneggiata che il traditore avrebbe dovuto, invece, difendere e tutelare. Ora, siccome chi tradisce una volta può tradire sempre, il Romano non era apprezzato nemmeno dagli amici piemontesi.[9]Per dissipare ogni dubbio sul suo coinvolgimento nella distruzione e scomparsa di un regno di cui era suddito, ministro degli interni e prefetto di polizia rimando alla nota in calce,[10]come, per la totale assenza di moralità e di ingratitudine rimando alla lettera inviata al re dopo che questi – difetto o colpa dei Borbone, riconosciuti anche dal Settembrini – gli aveva concesso la grazia nel 1854.[11]Probabilmente il nostro potrà anche non essere quello emerso dagli approfondimenti del revisionismo, ma sicuramente non è quello della vulgata risorgimentale.
Veniamo ora al Pianell “militare di specchiata onestà”. Mentre Garibaldi, favorito dal tradimento di personaggi come il nostro, avanzava verso Napoli senza incontrare difficoltà, il Pianell, al momento ministro della guerra,invece di contrastarne l’avanzata, passava le serate a leggere i canti di Dante, mentre durante il giorno annunciava che sarebbe partito per la Calabria, ove c’era estremo bisogno della sua presenza e successivamente, con la scusa che tutti lo volevano a Napoli, rimandava continuamente la partenza. E la Calabria, infatti, non lo vide. Il massimo della pochezza di ogni senso morale lo toccò nel riscontrare un telegramma inviatogli dal generale Bartolo Marra, uno di quelli che conoscevano davvero il significato di parole come fedeltà e onore. In breve, il Marra faceva presente al suo diretto superiore che fino a quel momento non era stata mantenuta nessuna delle promesse fattegli. Era privo di istruzioni, mancavano i Commissari di Guerra, gli ufficiali dello Stato Maggiore, il danaro per il Genio e l’Artiglieria e perfino il vestiario ed il pane per i soldati. Perdurando questo stato di cose, che metteva a repentaglio il proprio onore, il Marra chiedeva al ministro della Guerra o di mantenere gli impegni o di essere rimpiazzato. Conclusione: le mancanze segnalate dal Marra rimasero tali e, “incredibile dictu”, arrivò il rimpiazzo … ma nella persona del brigadiere Fileno Briganti ![Chi conosce i fatti legati a quest’altro nome capirà lo sgomento.] Il Marra, a cui Pianell aveva sprezzantemente risposto che << Non ritenere il comando, ma l’abbandonarlo>> comprometteva il suo onore, pagò a caro prezzo la sua coerenza. Appena a Napoli fu messo agli arresti di rigore, rimosso dal suo grado e retrocesso. Ma quello che il “militare di specchiata onestà” aveva non solo contestato ma fatto pagare a caro prezzo a chi conosceva davvero il senso dell’onore, fu quello che fece proprio lui. Il 2 settembre, dopo di aver – come detto – rassicurato Garibaldi che non avrebbe incontrato alcuna resistenza, si dimise su due piedi, inviando al re una lettera in cui chiedeva di essere esonerato immediatamente dalla carica di ministro della Guerra e che, da quel momento, nessun documento ufficiale avrebbe portato la sua firma … giusto per non compromettersi col nuovo padrone al quale si era venduto!
… E a personaggi del genere si continua ad intitolare strade, piazze e monumenti. Anche questa volta ideologia ed interessi privati, continuando a mortificare memoria e identità, l’hanno avuta vinta sulla verità.
Castrese Lucio Schiano, 09.09.2026
(1) [1]
(2)Romualdo Marrone “Le strade di Napoli” – Newton & Compton Editori, 1996
(3)
(4)
(5)
(9) (11)
(12) Fonti – AA.VV. “La storia proibita. Quando i Piemontesi invasero il Sud” – Ed. Controcorrente, 2008 Luciano Salera “La Storia Manipolata 1860-1861. Documenti e testimonianze – Ed. Controcorrente, 2009 Gigi Di Fiore “Controstoria dell’unità f’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento” Ed. BUR, 2010 G. Fasanella – A. Grippo “ 1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di scuola. L’Italia di ieri che racconta l’Italia di oggi” – Sperling & Kupfer, 2010 D. Quirico – Generali. Controstoria dei vertici militari che fecero e disfecero l’Italia” – Oscar Storia Mondadori, 2010 Elena Bianchini Braglia “Le origini della casta. Il Risorgimento del malaffare” Ed. CSR Centro Studi sul Risorgimento, 2011 Romualdo Marrone “Le strade di Napoli” – Newton & Compton Editori, 1996
[1]<<Chiedo perdono a quegli ex alunni ai quali insegnai, in buona fede, una storia del Risorgimento italiano falsificata, censurata, mitizzata e addomesticata per fini di educazione patriottica, secondo la versione ufficiale: con un falso Re Galantuomo, un falso Cavour, un falso Mazzini, un falso Garibaldi, una falsa Impresa dei Mille … Chiedo perdono per aver ignorato, nelle mie lezioni, la persecuzione contro la Chiesa cattolica attuata prima dai governi massonici del Regno di Sardegna e poi da quelli dello Stato italiano, con la soppressione degli ordini religiosi dichiarati “inutili”, la confisca dei loro beni e la cacciata dalle loro case (i conventi) di ben 57.492 frati, monaci e monache, dai gesuiti ai francescani, dai benedettini ai domenicani, dalle clarisse alle carmelitane, tra il 1848 e il 1873. Sudditi incolpevoli, gettati sul lastrico, privati anche del lavoro, dei libri, degli arredi sacri, della vita che avevano scelto, spogliati con la calunnia della loro dignità, maltrattati e talora incarcerati, come rievoca Angela Pellicciari nel libro intitolato “L’altro Risorgimento – Una guerra di religione dimenticata”, ed. Ares (Milano 1998), riportato nel n. 34 della Rivista Tradizionalista “L’Alfiere” di maggio 2002.
Chiedo perdono per non aver spiegato ai miei studenti che lo slogan “Libera Chiesa in libero Stato”, attribuito a Cavour, era una menzogna: perché i governi sabaudi non rispettavano per i cattolici (che erano la quasi totalità della popolazione) i diritti di libertà, di proprietà e di inviolabilità del domicilio sanciti dallo Statuto. A mia parziale discolpa, ricordo che sulla storia del Risorgimento ero stato ingannato da tutti i miei insegnanti, fino alla laurea in lettere, e ancora dopo dai libri di testo, dal conformismo di illustri storiografi e dalla propaganda di Stato, ammantata anche di monumenti celebrativi e intitolazioni di scuole e di strade >>. Nicola Bruni – da La Tecnica della Scuola – 25 gennaio 2014
[2]La Commissione per la Toponomastica è un organo tecnico – consultivo multidisciplinare, che include amministratori locali (sindaco o assessore delegato o consiglieri comunali ); consulenti esterni (competenti in storia locale, storia dell’arte, lettere, architettura o beni culturali); funzionari tecnici (dirigenti o responsabili dei servizi demografici, dell’urbanistica o dell’Ufficio Toponomastica del Comune)
[3]Dapprima bisogna che ci sia qualcuno che faccia la proposta. Questa viene valutata dalla Commissione Toponomastica (Sindaco che presiede, esperti esterni di comprovata competenza, funzionari comunali), che esprime un parere sia tecnico che storico; poi la proposta passa alla Giunta Comunale, che ha l’effettivo potere deliberativo e decide formalmente, con Delibera del Comune, se approvare il nome proposto. Ma, affinché la Delibera diventi ufficiale, questa dev’essere inviata alla Prefettura competente per territorio, ed il Prefetto concede l’autorizzazione dopo aver consultato la Deputazione di Storia patria.
[4]Ettore Beggiato:“Il brigantaggio nel Regno delle Due Sicilie: gli eroi negati delle insorgenze” – Serenissima News, 13 giugno 2022
[5]Maurizio Valenzi(PCI):1975 / 1983 – Pietro Lezzi (PSI):1984/1988 – Antonio Bassolino (PDS poi DS):1983/2000 – Rosa Russo Iervolino (PD): 2001/2011 – Luigi de Magistris (Populisti di Sinistra):2011/2021 – Gaetano Manfredi (coaliz. centrosinistra): 2021, attualmente ancora in carica.
[6]Andrea Losco (1999/2000) – Antonio Bassolino (2000/2010) – Vincenzo De Luca (2015/2025) – Roberto Fico (dal 2025).
[7]Decreto del 26 ottobre 1860 del Prodittatore Giorgio Pallavicino, con cui fu stabilita l’erogazione di una pensione di 12 ducati al mese alla Sangiovannara, assieme alle altre quattropatriote napoletane, con la seguente motivazione: “ Considerando che in tempi di tempestosa tirannide Marianna la Sangiovannara, Antonietta Pace, Carmela Puritano, Costanza Leipnecher e Pasquarella Proto sono state esempio imitabile di coraggio civile e di costanza nel propugnare la causa della libertà “.(in Wikipedia “Revisionismo storico del Risorgimento e in Gigi Di Fiore “ Controstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e misfatti del Risorgimento – BUR Saggi, 2007)
[8]Lettera di Cavour del 31 luglio 1860 indirizzata a Liborio Romano e a lui consegnata dal barone Nisco: <<Ill.mo Sig. Liborio Romano – Ministro dell’Interno – Napoli, mi valgo del ritorno a Napoli del barone Nisco per ringraziarla de gentile messaggio, che per mezzo suo mi mandava. Fu per me di grande consolazione e conforto il vedere confermato per prova diretta l’alto concetto ,che io mi ero formato del suo illuminato e forte patriottismo e della sua devozione alla causa per cui combatto da tanti anni ed ella sofferse tanto. Nel posto eminente che ella occupa , con l’influenza immensa che ella esercita sovra i suoi concittadini, la S.V. può fare del gran bene all’Italia, ed ella lo farà. Ond’io nutro fiducia di poterla fra breve salutare come uno di quei grandi italiani, mercé la cui opera la pace di Villafranca, riputata in su le prime fatale alle nostre sorti, segna invece il più splendido periodo del Risorgimento italiano. Ho l’onore di profferirmi con la più distinta osservanza Suo dev. Mo Cavour>>. (L. Salera – La Storia Manipolata – 1860/1861. Documenti e testimonianze – Ed. Controcorrente, 2009 pag. 71)
[9]Articolo del foglio torinesePiemontedel 13 settembre 1860sulla spedizione dei Mille:<< … Le imprese di Garibaldi nelle Due Sicilie parvero sinora così strane che i suoi ammiratori hanno potuto chiamarle prodigiose … Eppure i miracoli non li ha fatti lui … li ha fatti il Gabinetto di Liborio Romano il quale, dopo aver genuflesso fino al giorno di ieri appie’ del trono di Francesco II, si prostra ai piedi di Garibaldi. Con questi miracoli ancor io sarei capace di far la conquista non dico della Sicilia e del Reame di Napoli, ma dell’universo mondo …>>(L. Salera, ibidem pag.70)
[10] Atto d’accusa lanciato a Liborio Romano dal quotidiano piemontese “ La Monarchia Nazionale” << … cosa fece Liborio Romano in quel periodo sì agitato … dapprima parve amico schietto del giovane monarca e della libertà. Il principe, stordito da tanto incalzare di avvenimenti, egli spingeva risolutamente alle più ampie concessioni ora col mezzo della diplomazia, ora colla intimidazione e la minaccia di popolari vendette. Per farsi credere amico schietto del Borbone giunse perfino a far cacciar da Napoli alcuni che mal sapevano riporre fiducia nelle nuove riforme. Nello stesso tempo a danno del Principe si volgeva ora agli uomini del nostro governo ora agli uomini di Garibaldi. Mandava fuori manifesti in cui era esaltata la magnanimità di Francesco II e forse nello stesso giorno dava ordini o scriveva lettere per preparare la via a chi lo doveva cacciare dal trono. Però comportavasi in modo che sino al momento decisivo gli fosse concesso poter dare alle varie parti che si combattevano il governo del regno: lui fu teco ed abbiam vinto insieme! La sua condotta equivoca autorizza ogni supposizione tanto pel passato quanto per l’avvenire:perché quando si vien meno alle prime norme che devono guidare un uomo franco e retto, manca ogni criterio per giudicare gli uomini tanto nelle cose politiche quanto nelle private faccende. Ed il buon senso del popolo riesce a questa conclusione: se ha tradito l’uno può anche tradire l’altro>>. (L. Salera, ibidem pag.72)
[11]Lettera inviata a Ferdinando II, quando, liberato dal carcere di Santa Maria Apparente nel quale scontava alcuni anni di carcere per i disordini del 1848 fu inviato in esilio lontano da Napoli. Poi, quando,per grazia sovrana, gli fu concesso di rientrare, indirizzò al re un’ennesima lettera:<< Signore, l’avvocato Liborio Romano devotamente rassegna a V. M. la più viva sua gratitudine per essersi la M. V. degnata accogliere le sue suppliche e concedergli la grazia di ritornare nel Regno. Egli sente altresì il dovere di dichiarare la più alta devozione ed attaccamento alla Sacra Persona della M. V. suo augusto Signore e Padrone e protesta in pari tempo i sensi della più devota fede ed attaccamento alla pura Monarchia assoluta di V. M. E così prega la clemenza di V. M. di voler accogliere questi rispettosi sensi della più devota fede coi quali si protesta di V.M. devotissimo ed umilissimo suddito. Liborio Romano>> (L. Salera, ibidem pagg. 67,68)


