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PAGINE DI STORIA MILITARE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE NELLE PROVINCE PUGLIESI

Posted by on Mag 22, 2022

PAGINE DI STORIA MILITARE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE NELLE PROVINCE PUGLIESI

Taranto 11 ottobre 2019

 INTRODUZIONE

Il 25 giugno del 1860, Francesco II, quarto sovrano della dinastia borbonica del Regno delle Due Sicilie, ripristinò la costituzione. E’ indubbio che l’aver allineato il regno al costituzionalismo liberale di Francia ed Inghilterra avrebbe dovuto comportare una maggiore stabilità interna. E ciò sarebbe stato possibile se la classe politica Napolitana fosse stata interessata a salvaguardare l’indipedenza del Paese e a restare fedele alla dinastia regnante.

Fu un grave errore da parte di Francesco II, come lo storico Antonio Saladino mise in evidenza in un saggio pubblicato in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, che scrisse: “E’ noto come e con quali stenti e quanti mancamenti si giunse all’atto Sovrano del 25 giugno. Che infinite ragioni militassero contro la concessione ce lo dimostrano i pareri espressi da varie personalità di rilievo[1] del regno. Ed infatti “l’Atto Sovrano in realtà, come avevano avvertito uomini quali il Cassaro[2], il Carrascosa[3], il Governa[4], l’Antonini[5], aveva finito con lo scardinare le residue forze fedeli al Borbone, senza sostituirvi alcun’altra nuova energia. A un governo sia pure retrivo, arido e titubante ma che pur si muoveva sulla linea di una tradizione, si sostituiva un ministero che come tutta la stampa, dalla moderata alla estremista riteneva, era assolutamente inoperante – come dimostrò se non altro il generico programma del 4 agosto – perché privo di forza materiale e di sostegno morale; infatti il nuovo regime apparve subito assolutamente senza mezzi e senza armi per imporsi e organizzare la difesa propria e quella della dinastia. Unica sua forza era una teorica affermazione di principi, che cioè costituzione e libertà erano le espressioni più alte e perfette di governo. In realtà ciò era ben poco mentre alle porte del regno urgevano le forze garibaldine e all’interno lo scoramento di tutte le forze qualificate favoriva il pullulare di tutte le tendenze disgregatrici ed anarchiche[6].   

I – LA CRISI FINALE DELLA MONARCHIA NAPOLITANA VISTA DALL’INTERNO.

Una delle prime conseguenze politiche dell’Atto Sovrano del 25 giugno 1860 fu il congedo forzato della burocrazia ferdinandea. Gli intendenti, parecchi sottintendenti, i procuratori generali, i presidenti delle Corti criminali, giudici, impiegati minori di vari ministeri vennero dispensati dal servizio o messi in ritiro, o, ancora, in attesa di nuovo destino, come si usava dire. Fu la cosiddetta “deborbonizzazione” dello Stato Napolitano che proseguì in modo eccessivo durante la Dittatura di Giuseppe Garibaldi, quando la formula d’uso prese il nome di “destituito in omaggio alla pubblica opinione[7].   

Anche la nobiltà legittimista non fu da meno. Dal giorno in cui entrò in vigore la Costituzione, essa fu emarginata. Una buona parte dell’alto patriziato cominciò a lasciare il regno trasferendosi a Roma, e successivamente in Francia. Insomma, attorno al giovane Francesco II si fece il vuoto.  L’esodo proseguì soprattutto dopo la caduta di Gaeta e la proclamazione del regno d’Italia. Il fenomeno riguardò anche una importante famiglia di Terra d’Otranto, i de Sangro, duchi di Martina, che dopo aver servito la monarchia borbonica sino al termine dell’assedio di Gaeta, emigrarono in Francia.

Si cominciò a marciare, a tappe sempre più celeri, verso la dissoluzione del regno. Il 29 agosto 1860, di fronte alle richieste più contradditorie da parte degli intendenti, in un clima caratterizzato dalla evidente dissoluzione istituzionale, il governo Napolitano tentò di orientare gli animi delle autorità provinciali verso il liberalismo. L’avvocato Michele Giacchi[8], direttore del Ministero dell’Interno e della Polizia, tentò di placare gli animi con un circolare indirizzata agli Intendenti del Regno per invitarli a mettersi d’accordo con i ceti egemoni delle province, con i proprietari delle terre in particolare, utilizzando in modo efficace la Guardia Nazionale. La circolare metteva in evidenza il basso profilo politico del governo. Che fu prontamente colto dall’Omnibus. Il settimanale, con il prestigio derivante dalla sua popolarità, constatò l’impotenza del governo e scrisse: “Tal è la condizione presente, e noi crediamo che in tal condizione di cose il partito più logico sia quello che non cerca di affrettare gli avvenimenti, inevitabili pur troppo, ma che li attende[9]. Era la vigilia della catastrofe, perfettamente individuata da Raffaele de Cesare[10] il quale dimostrò come fra maggio e settembre del 1860, mentre si svolgeva la spedizione garibaldina, le autorità borboniche non fossero più in grado di assicurare l’ordine pubblico e di controllare le manifestazioni popolari che divennero ben presto fenomeni anarcoidi.

II – L’ANARCHIA IN PUGLIA FRA LUGLIO ED AGOSTO DEL 1860.

La Puglia fu la regione che accolse con maggiore prudenza e con minore entusiasmo la notizia dello sbarco dei Mille a Marsala. Qui non si registrarono le mobilitazioni popolari che si ebbero dapprima in Sicilia e poi in Calabria e in Basilicata, grazie alle quali fu resa più agevole l’avanzata garibaldina; qui, all’interno dell’intera popolazione, e particolarmente nelle classi dirigenti, prevaleva un generale atteggiamento di prudenza, oltre che di meraviglia per un evento imprevisto e inatteso. Non che mancassero nella regione esponenti liberali o democratici impegnati nel movimento nazionale, ma essi erano per lo più isolati e incapaci di raccordarsi alle istanze popolari. Spiega in proposito R. Macina: “Le ragioni di un tale atteggiamento sono da ricercarsi nella politica del governo napoletano, che negli anni Cinquanta non aveva fatto mancare importanti sostegni per favorire lo sviluppo complessivo della regione. In effetti, la Puglia registrò un generale processo di crescita economica, e particolarmente significativo fu lo sviluppo della città di Bari che, grazie anche alla costruzione di alcune infrastrutture amministrative, consolidò in via definitiva il suo primato nella provincia. Fu naturale, quindi, per la monarchia borbonica, recuperare credibilità e consensi dopo la repressione del 1848, tanto che molti pugliesi liberali ritenevano che anche con la monarchia borbonica sarebbe stato possibile promuovere un nuovo corso costituzionale. Del resto, la fedeltà delle popolazioni alla dinastia borbonica aveva dato luogo a imponenti manifestazioni di giubilo durante il viaggio che nel 1859 Ferdinando II fece in Puglia: dappertutto, nei grandi e nei piccoli centri, due ali di folla festante attendevano già fuori dell’abitato la carrozza regia, e non di rado i postiglioni dovettero far rallentare il passo ai cavalli, tanta era la folla che premeva da ogni parte”[11]. La situazione precipitò, come altrove, con la concessione della Costituzione. “Quel poco che restava ancora dell’autorità dello Stato venne meno e un generale clima di anarchia si instaurò sia nella capitale sia, ancora di più, nelle province”[12]. In questo clima di grande confusione, i devoti all’antico regime, anche i più pacifici, furono sospettati, spesso fantasticamente, di favorire la reazione e vilipesi. Il 15 agosto, a Bari, si disse insultata la guardia nazionale. Ci furono molti arresti, e con la solita fantasia della razza, si affermò che i disturbatori avessero danaro dall’arcivescovo, dai gesuiti e da alcuni cittadini in fama di borbonici, a sei carlini per uno. Fu barbaramente trucidato l’arciprete Tanzella di Capurso[13], mentre era tradotto nel castello. Era stato rettore del seminario di Bari, e aveva suscitato molti odi.

A Taranto un gruppo di popolaccio, col pretesto di un caricamento di grano su navi reggine, cominciò a tumultuare il 15 luglio 1860, e per due giorni non solo impedì il caricamento, Ruppe ma in violenze contro i legni e contro i marinai di questi. Vi furono minacce di saccheggio alle case dei principali cittadini. Gli incidenti sfociarono in una sparatoria contro i liberali che si erano riuniti presso il caffè Moro. Ispiratore degli incidenti fu ritenuto il sottointendente De Monaco che fu successivamente processato. In realtà, il sottintendente Giacomo De Monaco, non aveva spiegato l’energia necessaria. Era rimasto nel suo ufficio, si mostrava apertamente contrario alla concessa Costituzione. Anche la gendarmeria, comandata dal tenente Attanasio, fu accusata di inerzia e sospettata di provocare quei moti. Le guardie nazionali, sorte in fretta e in furia, mancavano generalmente di disciplina e di armi, ed erano impotenti a mantenere l’ordine.

Nei primi giorni di agosto, anche a Ginosa si svolsero dimostrazioni che sfociarono in minacce verbali contro il marchese Spinola. A Palagiano, il partito legittimista pretese di nominare gli amministratori comunali. Si cominciarono a diffondere le voci che i liberali avevano preso ovunque i posti di comando, specialmente a Manduria, Oria, Minervino, Otranto, Gallipoli, Soleto e Parabita. Questi fenomeni furono immediatamente definiti “rigurciti della reazione”.

L’intendente di Foggia implorava a mani giunte che si aumentasse la guardia cittadina nei Comuni, dov’era maggiore il bisogno, soprattutto dopo i primi tentativi di reazione a Bovino, a Sansevero e a Montefalcone; e facendo un quadro desolante della provincia in balìa dei partiti estremi, il rivoluzionario e il reazionario, dichiarava apertamente, che, ove la forza pubblica si allontanasse, egli se ne lavava le mani. Non altrimenti scrivevano quasi tutti gli altri intendenti. Il sindaco e il comandante della guardia nazionale di Lucera telegrafavano al ministro dell’interno, che in quel carcere erano seicento detenuti, fra i quali centosessanta reazionari di Bovino; e che, partita la gendarmeria, e mancando la guardia nazionale di armi e di attitudini, il carcere rimaneva senza custodia[14].

Prescelto dai novatori, il sindaco di Foggia Saverio Salerai, marchese di Rose, prestava il suo giuramento il primo di agosto del 1860 innanzi al duca di Bagnoli, e si insediava lo stesso giorno col nuovo Decurionato al palazzo municipale. L’avvento di costui fu bene accetto ai liberali, che presero così maggior lena e ricominciarono a far pesare più di prima la loro mano sull’animo dell’intendente, già preso nelle ossa dai brividi della paura. Non dovettero affaticarsi molto per ottenere soddisfazione contro il conte Gaetani, colonnello di cavalleria, che si trovava in Foggia da più giorni con la sua famiglia, incaricato, come egli stesso faceva credere, di una compra di cavalli e di muli per uso del treno, ma che era sospettato invece di essere né più né meno che una spia borbonica. Vollero che costui fosse espulso dalla città senza misericordia, e l’intendente della Provincia, duca di Bagnoli, il 5 agosto gli aveva imposto di partire[15]. Costui era ormai prigioniero del partito rivoluzionario. Il 12 luglio dopo aver saputo della cattura di un figlio nelle acque della Sicilia, aveva manifestato una arrendevolezza incredibile verso i raggruppamenti filounitari.

III – L’EVACUAZIONE MILITARE DELL’ESERCITO NAPOLITANO DALLE PUGLIE.

Nelle fasi conclusive della storia del regno, il comandante territoriale delle Puglie era il Maresciallo di Campo Filippo Flores. Uomo scialbo che non aveva mai combattuto[16], il giorno 3 settembre ricevette da Napoli l’ordine di lasciare le Puglie e ritirarsi a Capua con tutte le forze presenti nelle tre province. Qui era acquartierato un reggimento di Fanteria, un battaglione della Gendarmeria, quattro squadroni di Cavalleria e una batteria di artiglieria. Formavano una brigata sotto il comando del generale Francesco Bonanno.

Real corpo della gendarmeria 4° btg
apr-set: E’ di stanza nelle Puglie ed in Basilicata, al comando del mag. Vincenzo Cristini.
set-feb: Il 3 settembre intraprende la ritirata verso Capua con la brg Bonanno, ma viene bloccata il 9 settembre ad Ariano, dove si arrende alla divisione Turr. La cmp di Potenza, al comando del cap. Salvatore Castagna, rimaneggiata riesce a raggiungere Gaeta, dove si arrende il 13 febbraio.

– 13° rgt Lucania
apr-mag: E’ di guarnigione a Marsala, dove, durante la rivolta dei primi di aprile, invece di soffocarla, si chiude nel castello; di conseguenza il comandante col. Floriano Jauch viene arrestato e sostituito dal col. Antonio De Torrebruna.
mag-ago: Il 13° è inviato di guarnigione a Messina, dove il nuovo comandante non riesce a mantenere la disciplina e viene destituito; il rgt viene incorporato nella brg Marra, di stanza a Reggio; poi, sempre per indisciplina, viene inviato nelle Puglie, affidato al col. Andrea Trigona ed inserito nella brg Bonanno.
set-ott: Il 9 settembre, in ritirata dalle Puglie con tutta la brg Bonanno, il 13° si arrende ad Ariano Irpino alla div. Turr; poche decine di soldati, guidati dal col. Trigona, raggiungono Capua; qui vengono affidati al t. col. Ottavio Musso ed accantonati a Roccaromana, dove, il 19 settembre, combattono e sconfiggono i garibaldini di Csudafy, insieme alle frazioni dei rgt 2°, 4°, 15° e carabinieri; inseriti nel 4° di linea, partecipano con la brg Ruiz alla battaglia del Volturno; il 2 ottobre, in avamposto vicino Caserta, vengono circondati dalle riserve dell’armata garibaldina e si arrendono, dopo breve combattimento, sullo stradone di Centorano.

– 2° rgt Dragoni
apr-dic: Comanda il rgt il col. Antonio Russo, con un btg in Terra di Lavoro (mag. Viti), inserito nella brg di cavalleria pesante del col. Rodolfo Russo, e l’altro a Foggia (mag. Maresca), appartenente alla brg Bonanno. Il 3 settembre, quando la brg Bonanno si ritira verso Capua, il mag. Maresca passa agli insorti col suo battaglione. Durante la battaglia del Volturno partecipa ai combattimenti solo il 1° squadrone, condotto alla carica dal comandante di rgt. Dopo la ritirata sul Garigliano, segue il destino del 1° rgt Dragoni.

Real Corpo d’artiglieria.- btr n° 2
Due sezioni sono di stanza a Nola, le altre due a Bari; comandante il cap. Ferdinando Corsi, sostituito il 7 settembre dal cap. Michele De Rada. Le sezioni di Bari si arrendono ai garibaldini di Turr il 10 settembre ad Ariano Irpino; le due di Nola si ritirano a Capua e vengono inserite nella brg De Corné, con la quale partecipano alla campagna del Volturno, fino alla resa del 2 novembre.

Anche in Puglia l’esercito non diè prova di maggiore energia ; ma se per la Calabria la neghittosità delle truppe fu principalmente da ascriversi, come si è veduto, all’inettezza dei capi; al maresciallo di campo Filippo Flores, che comandava la colonna delle Puglie, non potè veramente attribuirsi l’insuccesso completo dell’opera sua. Il Flores, al quale fu mossa l’accusa di aver ordinato alle sue truppe l’atto di sottomissione al nuovo ordine di cose, spiegò la sua condotta in un piccolo opuscolo venuto alla luce il 10 luglio 1862, ed ora raro per quanto interessante. Flores disponeva di poche forze per mantenere la calma in tre provincie, mentre ordini e contrordini da Napoli paralizzavano l’azione di lui. Tutta la sua colonna, divisa fra le provincie di Bari, di Capitanata e di Terra d’Otranto, si riduceva a uno squadrone di gendarmeria, un battaglione di gendarmeria a piedi, due squadroni del secondo reggimento dragoni e due di carabinieri, incompleti di uomini e di cavalli, oltre a mezza batteria di obici. C’erano bensì delle compagnie di riserva, ma potevano considerarsi come uno scheletro di soldatesca. Alla mancanza di uomini si aggiungeva quella delle munizioni ; e per quanto il Flores insistesse per avere altri soldati, non gli fu mandato che il generale Bonanno con alcune compagnie del tredicesimo di linea, Lucania, il cui spirito militare era addirittura spento, dopo i disastrosi eventi di Sicilia. Al generale Bonanno, che gli manifestava non avere le sue truppe altra munizione da guerra, che semplicemente quella di ” dote „ esaurita la quale, la fucileria e i pezzi sarebbero rimasti in perfetto stato d’inazione, Flores non seppe che cosa rispondere.

L’ ultimo ordine, che il Flores ricevette da Napoli, fu di ” lasciar la gendarmeria in tutti quelli luoghi, ne’ quali occorresse tener guardia alle prigioni, e tutelar l’ordine per quanto lo si potesse ; e col restante delle schiere muovere a raggiungere in Avellino il generale Scotti, che ne avrebbe assunto il superiore comando „ . E si noti, che quest’ordine si mandava al Flores, quando questi aveva già dato le sue dimissioni, col seguente telegramma del 26 agosto : ” Domando il mio ritiro, e ” chieggo a chi rassegnare la mia missione, che non posso più onorevolmente disimpegnare „ . Queste dimissioni furono anche provocate dal fatto, che il governo avea sospeso il richiamo dei due squadroni di dragoni, proposto dal Flores, perchè indisciplinati, come ancora dalle diserzioni del tredicesimo di linea, le quali crescevano di giorno in giorno. E proprio sul momento di muovere per Avellino essendo giunto a Flores l’ordine di estrarre dal Banco di Bari le somme di regio conto, egli rispondeva cosi : ” Questo Banco, mi assicura l’intendente, non contiene che numerario di pertinenze particolari, né estrarre si potrebbe denaro senza ordini diretti dal ministro delle finanze, e senza serio allarme di tutte le popolazioni „ .
A misura che il Flores eseguiva la ritirata su Avellino, i governi provvisòri si proclamavano via via alle sue spalle. Ogni paura cessava. Flores dovè continuare la ritirata senza risorse ; spirata la quindicina, sarebbero mancati alle truppe i viveri, de’quali non avrebbe potuto, senza violenza, provvedersi dai Comuni, né, il maresciallo, cui le condizioni di salute non consentivano neppure di reggersi a cavallo, poteva fidarsi dei suoi uomini, tranne che della mezza batteria e dei due squadroni incompleti di carabinieri. A quattro miglia da Ariano, da parte del generale Bonanno, gli veniva consegnato un urgentissimo messaggio recato da apposita staffetta, contenente l’ordine di recarsi a Napoli ; ed egli dovè proseguire il viaggio con la moglie ed i figli in carrozza, perchè, pochi giorni prima, caduto a terra per un male sopravvenutogli, si era ferito a un ginocchio. Giunto nelle prime ore della notte a Grottaminarda, fu fermato sulla via da un drappello d’insorti avellinesi, mandato dal De Concily ad arrestarlo. Comandava il drappello, sprovvisto completamente di armi, Francesco Pepero, e ne facevano parte Florestano Galasso e Vincenzo Salzano. Gli insorti trattarono con ogni riguardo il generale e la sua signora, e lo condussero alla presenza del vecchio De Concily, che lo trattenne, e due giorni dopo, il 9 settembre, lo lasciò prosegure per Avellino, già occupata dal generale Tùrr. Di là, il Flores scrisse al generale Bonanno il quale aveva preso il comando della colonna, ” che il prodigare inutil sangue riputava folle provvedimento, senza punto vantaggiare quella causa decollata in Sicilia pria, a fronte delle migliori truppe delle quali il Regno disponesse, e di poi in tutti li punti del Napoletano; e massime negli Abruzzi, nelle Calabrie, che offrivano ben altri elementi a poter resistere ; eppure nulla erasi operato da migliorare un avvenire inevitabile „ .

Nell’operazione di trasferimento verso Capua, il maresciallo Flores si comportò ambiguamente “ritardando ad arte le tappe del viaggio e, contro il parere di tutti, prendendo la via di Avellino ormai controllata dai garibaldini, costrinse il suo sottoposto generale Bonanno ad intavolare trattative col generale garibaldino Turr per una capitolazione delle truppe che sentendosi abbandonate preferirono sciogliersi[17]. Cosa pensare di questo ufficiale generale che alcuni giorni dopo, rientrato a Napoli, quando il suo Re stava organizzando l’ultima difesa militare del regno sulle rive del Volturno, si recò ad omaggiare Garibaldi? Sappiamo che chiese di entrare nell’esercito italiano, ma il 17 marzo 1861, a soli 54 anni, fu messo a riposo e non entrò mai nei ruoli militari del regno d’Italia.

Il Brigadiere Francesco Bonanno (Siracusa 14 aprile 1807 – Napoli 28 maggio 1869), promosso generale il 25 luglio 1860, era stato inviato da Ischia in Puglia per comandare la Brigata composta dal 13° Lucania e dal 6° Farnese. Ubbidendo al suo superiore in grado, maresciallo Filippo Flores, si diresse con la brigata verso Capua. Filippo Flores si incamminò per primo col suo Stato Maggiore, dando appuntamento al Bonanno a Foggia. Qui Flores, inspiegabilmente, volle prendere la strada per Avellino, la più difficile. Giunto a Bovino si accampò restando fermo per tre inutili giorni. Ripreso il cammino, il maresciallo Flores si staccò dalla brigata, perché, si disse, chiamato urgentemente a Napoli. Appena partito scrisse al Bonanno per convincerlo ad abbandonare le bandiere Napolitane e passare dalla parte di Garibaldi. Intanto la colonna giunse ad Ariano dove fu accolta favorevolmente dalla popolazione.

Anche a Foggia la situazione era sotto il controllo delle forze della Rivoluzione. Il comitato dell’Ordine di Napoli, che voleva evitare la proclamazione di un governo provvisorio in Capitanata, dove il comitato di Azione aveva molti proseliti, inviò a Foggia il giovane avvocato Cesare de Martinis, oriundo di Cerignola, per impedirlo a tutto costo. Egli giunse munito di molte commendatizie e di ben duemila ducati, datigli dal marchese D’Afflitto per conto dei comitato dell’Ordine, e, grazie a un lavoro davvero formidabile, riuscì nel suo intento e il governo provvisorio non fu più proclamato. I danari servirono a far sbandare dalle file del maresciallo Flores parecchi ufficiali e soldati, dopo che l’intera somma era stata offerta da Achille de Martinis, padre di Cesare e sindaco di Cerignola, al primo, che la respinse sdegnosamente, dichiarando che non avrebbe mai portate le armi contro i patrioti, ma che non avrebbe, ad un tempo, permesso lo sbandamento della colonna da lui comandata, che infatti condusse quasi intatta fino ad Ariano.[18]

E mentre, tra gli stemmi abbassati del Borbone, il più gran fermento dominava la piazza, ritornarono, il nove di settembre, da Candela i due squadroni dei dragoni, già in precedenza guadagnati alla santa causa, e che, ad evitare il Flores e la colonna dei suoi fidi, marcianti da Bari su Avellino, si erano per prudenza allontanati nei giorni scorsi dalla città, e Foggia seppe rendere a codesti spontanei soldati della nuova fede il dovuto omaggio, decretando loro il trionfo[19].

Non diversa la situazione in Terra di Bari dove erano state avviate trattative con le truppe borboniche per la loro resa. Qui venne presentata la trattativa fra una deputazione del Governo Provvisorio di Altamura e reparti acquartierati presso Toritto. Ivi giunti, si presentarono al Maggiore comandante e gli consegnarono il plico di Boldoni. Quegli li accolse cortesemente e […] dato ad uno dei capitani il plico, lo fe’ dissuggellare. In esso furono trovate parecchie lettere e soprattutto una del Boldoni alla truppa piena di parole di concordia e di fratellanza e con invito di abbandonare le armi per evitare una guerra fratricida. […] La deputazione deliberò di partire e nell’accommiatarsi dagli ufficiali il P. Turi rivolse loro parole di pace e di conciliazione e promise fra le altre cose di farli ammettere dal Governo Provvisorio nelle milizie patriottiche coll’istesso grado ed anche con promozione se avessero abbandonato le armi[20].

Siamo al 9 settembre. Il Re Francesco II aveva lasciato da due giorni Napoli. Garibaldi era già entrato nella capitale del regno. Quando i soldati Napolitani giunsero ad Ariano, appresero queste novità. Intanto giungevano in Ariano i garibaldini del generale Türr e il Bonanno accettò inopinatamente la capitolazione che gli veniva proposta. I suoi sottoposti non furono d’accordo. Si sbandarono e raggiunsero alla spicciolata il Re e l’esercito che si stava ricompattando, su base volontaria, a Capua.

Bonanno, con pochi ufficiali, raggiunse Capua. Fu processato ed assolto. Ma non ebbe più nessun comando. Partecipò alla difesa di Gaeta a titolo personale e dopo la capitolazione fu pensionato dal governo italiano.


[1] A. Saladino, L’estrema difesa del regno delle Due Sicilie, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria, 1960, pag. XLV

[2] Antonio Statella principe di Cassaro (Spaccaforno, 31 luglio 1785 – Torre del Greco 11 dicembre 1864) fu inviato straordinario a Torino (1815), ambasciatore straordinario a Madrid (1820), inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Vienna (1826), Ministro degli Esteri del regno delle Due Sicilie (1830 – 1840), tornò alla vita politica (1860) come presidente del consiglio dei Ministri di Francesco II.

[3] Raffaele Carrascosa (Palermo 29 dicembre 1789 – Napoli 23 aprile 1866) apparteneva ad una famiglia di origine spagnola giunta nel Regno di Napoli con Carlo di Borbone nel 1734. Di orientamento politico antiliberale, rimase sempre fedele alla dinastia borbonica. Ministro del governo costituzionale di Carlo Troya, fu a fianco del re Ferdinando II il 15 maggio 1848. Il 26 giugno dello stesso anno fu nominato dal Re Pari del regno. Ininterrottamente, dal 1840 al 1860, fu ministro dei lavori pubblici dei governi Spinelli, Fortunato, Troya e Filangieri. Di fatto, fu presidente del Consiglio dei Ministri dal 7 settembre 1859, dopo che Carlo Filangieri ebbe dato le dimissioni per motivi di salute, fino al 16 marzo 1860 quando le dimissioni del Filangieri furono rese pubbliche da Francesco II. Entrato a far parte nel 1860 del Consiglio di Stato del regno delle Due Sicilie, si oppose sempre alle concessioni di Francesco II che considerò sempre armi nelle mani del partito antidinastico ed antinapolitano. 

[4] Pasquale Governa, già procuratore generale della Gran Corte Criminale di Terra di Lavoro; poi prefetto di polizia ed infine Ministro di p1787 / 1862olizia.

[5] Emiddio Antonini era nato all’Aquila il 15 agosto 1787. Discendente da una nobile famiglia di Penne, nel 1822 fu nominato uffiziale di I classe del Ministero degli Esteri. Percorse una carriera diplomatica alquanto movimentata che si svolse in momenti particolarmente difficili. Ferdinando II lo insignì del titolo di Barone prima e di marchese successivamente. Nel febbraio del 1827 fu nominato segretario di legazione a Parigi, nel luglio dell’anno seguente fu inviato in Brasile come incaricato d’affari e nel maggio 1831 con lo stesso grado a Madrid, dove svolse una brillante azione diplomatica a favore del legittimismo. Fu ricompensato con la promozione a ministro plenipotenziario presso il re di Prussia nel 1833. Dove rimase fino al 1848. Nel gennaio 1849 fu nominato plenipotenziario a Vienna, ma nell’aprile dello stesso anno fu spostato come ambasciatore in Francia ed accreditato anche a Bruxelles. Rimase sempre in Francia, ad eccezione del periodo della rottura delle relazioni diplomatiche tra Napoli e Parigi, quando si trasferì con la Legazione a Bruxelles. Contrario alla concessione della costituzione, il 26 giugno del 1860 chiese il ritiro che gli fu accordato il 7 agosto. Morì a Parigi l’1 settembre 1862. La sua salma, per cura del nipote Francesco, fu trasportata a Roma nella chiesa della Trinità dei Monti dove ancora oggi esiste un monumento alla sua memoria. (C. di Somma del Colle, Album della fine di un regno, Electa, Napoli, 2006, pag. 60) 

[6] A. Saladino, op. cit., pag. XLVI

[7] R. De Cesare, La fine del regno, Longanesi, Milano, 1969, pag. 812

[8] Michele Giacchi, molisano, era nato a Sepino il 10 aprile 1805. Suo padre, che esercitava la professione medica, aveva ricoperto la carica di sindaco (1810 – 1812 durante l’occupazione francese del regno e dopo la restaurazione si era affiliato alla Carboneria. Il giovane Michele ricevette la prima educazione in questo clima familiare. Recatosi a Napoli nel 1821 per seguire i corsi universitari, si laureò in legge e stringendo amicizia con Liborio Romano. Si avvicinò agli ambienti progressisti e partecipò alle cospirazioni del 1847 e del 1848. Coinvolto nella Rivoluzione del 15 maggio 1848, si salvò da severe punizioni per la protezione del generale Lecca di cui era l’avvocato di fiducia. Ma continuò a cospirare. Per l’amicizia con Liborio Romano, ottenne un ruolo di primo piano nell’ultimo governo Costituzionale del regno indipendente. Fu infatti nominato Direttore del Ministero dell’Interno e della Polizia il 16 luglio 1860. Alla caduta del Regno, con la Dittatura di Garibaldi e con l’allontanamento di Liborio Romano, fu sostituito nella Direzione del Ministero dell’Interno l’8 ottobre 1860. Con l’avvento della Luogotenenza, nel dicembre dello stesso anno, fu nominato vice presidente della Gran Corte dei Conti, pur tenendosi lontano dalla vita politica dei partiti. Nel 1862 divenne consigliere della Corte dei Conti, unificata a livello nazionale, giungendo nel 1890 al congedo per limiti di età con il grado di Presidente di Sezione. Nel 1876 era stato nominato Senatore del Regno e il laticlavio gli permise di garantire ai tre figli una brillante carriera pubblica. Il 28 maggio 1890 fu creato Conte dal re Umberto I con diritto di trasmissione ereditaria. Morì a Roma il 24 dicembre 1892. (M. Di Napoli, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 54, Roma 2000).    

[9] Citato in R. De Cesare, La fine del regno, Longanesi, Milano, 1969, pag. 857

[10] Raffaele de Cesare, storico, politico e giornalista nacque a Spinazzola l’11 novembre 1845. Laureatosi in Scienze Politiche nel 1865 ed in Giurisprudenza nel 1867, si dedicò al giornalismo. Sul finire del secolo, scrisse a puntate, su un giornale napoletano, una storia del regno di Ferdinando II.Il racconto ebbe molto successo ed il de Cesare decise di trasformarlo in un’opera che fu pubblicata tra il 1894 ed il 1909 con il titolo “La fine di un regno”, Città di Castello ….. Nel 1909 pubblicò un’altra opera di carattere risorgimentale, che completava la precedente, dal titolo “Roma e lo stato del Papa dal ritorno di Pio IX al 20 settembre 1870, Roma, Forzani e C. tipografo editore, 1907. Divenne nel frattempo collaboratore del Corriere della Sera. Dal 1897 al 1904 fu deputato al parlamento per la Destra liberale. Avversario di Giolitti, non venne rieletto nelle elezioni del 1904. Nel gennaio del 1910, su proposta di Sidney Sonnino, presidente del consiglio dei ministri, fu nominato Senatore. Morì a Roma il 29 novembre 1918. Per chi desidera approfondire la storia della fine della monarchia Napolitana è imprescindibile la lettura de La fine del Regno che, purtroppo, Benedetto Croce non apprezzò definendola opera aneddotica.   

[11] R. Macina, L’Unità d’Italia in Terra di Bari, Edizioni Nuovi In……., Modugno, 2011, pag. 20

[12] Ibimem, pag. 21

[13] Fare nota sull’arciprete Tanzella …….

[14] R. DE Cesare, La fine di un regno, Longanesi, Milano, 1969, pagg. 839 – 841

[15] Villani, Cronistoria di Foggia, XIV

[16] Selvaggi, ….., pag. 57

[17] Selvaggi, ……, pag. 57

[18] Cronistoria di Foggia, XIV

[19] Ibidem

[20] P. Giancaspro, La insurrezione della Basilicata e del Barese, Vecchi, Trani, 1890, pp. 100-01

continua….

Francesco Maurizio Di Giovine

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