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Quando si fece l’Italia e si disfece il Sud (1860-1870) Una rappresentanza inetta e addomesticata

Posted by on Dic 22, 2019

Quando si fece l’Italia e si disfece il Sud (1860-1870)  Una rappresentanza inetta e addomesticata

Camillo Benso di Cavour in una lettera del dicembre 1860 si era raccomandato di avere una rappresentanza napoletana ridotta (e addomesticata, aggiungiamo noi):

Mi restringo a pregarlo a fare ogni sforzo onde si acceleri la formazione delle circoscrizioni elettorali, vedendo modo di darci il minor numero di deputati napoletani possibile. Non conviene nasconderci che avremo nel Parlamento a lottare contro un’opposizione formidabile[…]“.

Lettera a G. B. Cassinis * 8 dicembre 1860 – Riportata in

Storia del brigantaggio dopo l’Unità di Franco Molfese – Feltrinelli – 1966

L’addomesticamento della rappresentanza meridionale continua anche durante i mesi della Luogotenenza:

«Oggi Le spedisco i deputati e i senatori. V.E. vedrà che roba. Ma è malleabile. Sappia tirarne il meglio che potrà a vantaggio dell’Italia. Di ministeriabili non ne veggo uno. Osservi l’E.V. e sarà forse più fortunata di me. Se si tratta d’un semplice Ministro di Lavori Pubblici, d’Agricoltura, o d’Istruzione, la cosa è più facile».

Lettera di C. Nigra – Napoli, febbraio 1861- Riportata in

La meridionalizzazione antimeridionale di Pietro Craveri – Ideazione – 01/1998

Sprezzante giudizio della classe politica della nuova nazione, ne da Pietro Calà Ulloa:

Sono delle iene politiche quelle che sanzionano la legge Pica, la legge Crispi, le fucilazioni, tutte le repressioni, tutte le atrocità. Che importa loro del passato o del futuro? Il passato per loro non conta e se alla posterità lasciano solo debiti di infamia, bene, se ne preoccupi la posterità. E al peggio non c’è fine. Indifferenti a ogni disprezzo, vanno avanti e acquistano castelli in Svizzera, piazzano le loro fortune in fondi pubblici all’estero. Questi ministri e deputati, artefici di pubblico aggiotaggio, possono ben ridersela fra loro, come quegli auguri di cui parla Cicerone. XX E chi sono i funzionari pubblici italiani? Tutti dello stesso stampo, inquinano e disonorano tutto quel che toccano. Sono dei vampiri che ambiscono uguagliare i deputati. Ci si lamentava il secolo scorso dei nobili che governavano, ora abbiamo dei plebei ai posti di comando. Non v’è ufficiale della Guardia nazionale o sindaco che non giochi il ruolo di piccolo tiranno. Il principio d’autorità è insopportabile per la rivoluzione, perché proclama insieme ordine e libertà, i funzionari italiani lo ammettono solo riferito a se stessi. Ogni idea di giustizia si riassume per loro nel diritto di punire, e nella necessità di punire. I migliori hanno solo quelle virtù che non gli precludono la promozione al Senato. Tutti questi Policrate, questi Verre, questi Pisone, che degli antichi posseggono la furia e la tronfiezza,sgambettano o schiacciano quanti possono ritardare il loro cammino. L’unica cosa che conoscono è l’unità e l’unita acquistata al prezzo del dispotismo.

[…] La legge Pica e quella Crispi, con l’aria che hanno di misure da comitato di salute pubblica, non hanno fatto altro che offrire innumerevoli occasioni di vergognosi mercati. Si potrebbero citare molti funzionari, molti generali che non hanno esitato ad usare minacce al solo scopo di farsi comprare la loro protezione. Molti proprietari nel regno di Napoli, colpevoli solo d’essere ricchi, hanno abbassato umilmente la testa per elemosinar misericordia: senza denaro la misericordia si sarebbe fermata per lasciar passare l’ordine di confino, o la punizione militare. Tutti questi farisei politici si inginocchiano davanti all’altare del potere e se ne fanno incensatori, nella speranza di non dover sempre respirare soltanto incenso.

Quanto fosse addomesticata e inetta la nostra rappresentanza – se si esclude Proto di Maddaloni – lo dimostra un fatto vergognoso. In parlamento l’unica voce che si levò contro i massacri di Casalduni e Pontelandolfo non fu quella di un meridionale, bensì quella di Giuseppe Ferrari, che intervenendo al Parlamento di Torino il 2 dicembre 1861, così descrisse ciò che aveva visto di persona:

Nel turbinio degli avvenimenti […] la confusione giunge a tal punto che io a Napoli non poteva sapere come Ponte Landolfo, una città di 5.000 abitanti fosse stata trattata. Io ho dovuto intraprendere un viaggio per verificare il fatto cogli occhi miei. Ma io non potrò mai esprimere i sentimenti che mi agitarono in presenza di quella città incendiata. Mi avanzo con pochi amici, e non vedo alcuno; pochi paesani ci guardano incerti; sopravviene il sindaco; sorprendiamo qualche abitante incatenato alla sua casa rovinata dall’amore della terra, e ci inoltriamo in mezzo a vie abbandonate. A destra, a sinistra le mura erano vuote e annerite, si era dato il fuoco ai mobili ammucchiati nelle stanze terrene e la fiamma aveva divorato il tetto; dalle finestre vedevasi il cielo. Qua e là incontravasi un mucchio di sassi crollati; poi mi fu vietato il progredire; gli edifizi puntellati minacciavano di cadere ad ogni istante.

E quando Volli vedere più addentro lo spettacolo ce1ato delle afflizioni domestiche, mi trassero dinanzi il signor Rinaldi, e fui atterrito. Pallido era, alto e distinto della persona, nobile il volto; ma gli occhi semispenti lo rivelavano colpito da calamità superiore ad ogni umana consolazione.

Appena osai mormorare che non così s’intendeva da noi la libertà italiana.

Nulla io chiedo, disse egli, e noi ammutimmo tutti. Aveva due figli, l’uno avvocato, l’altro negoziante, ed entrambi avevano vagheggiato da lontano la libertà del Piemonte, ed all’udire che approssimavansi i piemontesi, che così chiamasi nel paese la truppa italiana, correvano ad incontrarli. Mentre la truppa procede militarmente, i saccomanni la seguono, la straripano, l’oltrepassano, e i due Rinaldi sono presi, forzati a riscattarsi, poi, dopo tolto il danaro, condannati ad istantanea fucilazione.

L’uno di essi cade morto; l’altro viveva ancora con nove palle nel corpo; e un capitano gittavasi a ginocchio dinanzi ai fucilatori per implorare pietà; ma il Dio della guerra non ascoltava parole umane e l’infelice periva sotto il decimo colpo tirato alla baionetta.

Rinaldi possedeva due case, e l’una di esse spariva tra le fiamme, e appena gli uffiziali potevano spegnere l’incendio che divorava l’altra casa. Rinaldi possedeva altre ricchezze, e gli erano rapite; aveva altro… e qui devo tacermi, come tacevano dinanzi a lui tutti i suoi conterranei. Quante scene d’orrore!

Qui due vecchie periscono nell’incendio; là alcuni sono fucilati, giustamente, se volete, ma sono fucilati; gli orecchini sono strappati alle donne; i saccomanni frugano ogni angolo; il generale, l’uffiziale non possono essere dappertutto: si è in mezzo alle fiamme, si sente la voce terribile: piastre! piastre! e da lontano si vede l’incendio di Casalduni, come se l’orizzonte dell’esterminazione non dovesse avere limite.

Sulla strage di Pontelandolfo del 14 agosto 1861, abbiamo un’altra testimonianza, tratta dal manoscritto degli episodi della vita militare del bersagliere Carlo Margolfo del 6° Battaglione 2° Compagnia 4° Corpo d’armata, comandato dal generale Cialdini:

Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l’ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfó, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Difatti un po’ prima di arrivare al paese incontrammo i Briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi, entrammo nel Paese subito abbiamo incominciato a fucilare i Preti ed uomini quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti. Quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore.”

Sempre Giuseppe Ferrari nel dibattito del 29 aprile 1862, affermava:

“Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi”.

La lotta al brigantaggio (10) divenne tema di dibattito anche Camera dei Comuni britannica, nel dibattito dell’8 maggio 1863. Mr. Cavendish Bentinck disse:

“Il brigantaggio è una guerra civile, uno spontaneo movimento popolare contro l’occupazione straniera, simile a quello avvenuto nel regno delle Due Sicilie dal 1799 al 1812, quando il grande Nelson, sir John Stuart e altri comandanti inglesi non si vergognarono di allearsi ai briganti di allora, e il loro capo, il cardinale Ruffo, allo scopo di scacciare gli invasori francesi”.

Nel corso della stessa seduta, Disraeli si domandò:

“Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso di discutere su quelle del Meridione italiano. È vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma, al di là di questo, non ho appreso da questo dibattito nessuna altra differenza fra i due movimenti”.

A proposito della classe politica meridionale che governò il Sud dopo lo sbarco di Garibaldi, leggiamo cosa riporta il Pedio:

È stato un errore, si sostiene nel 1862 in una memoria… avere affidato il governo napoletano a quei patrioti che, emigrati al cominciare della reazione del 1849, rimasero fuori dalla province Napoletane sino al 1860… Sebbene essi siano per ingegno, dottrina e amor patrio la migliore parte di quella eletta schiera di liberali Napoletani, sono i meno adatti a svolgere le mansioni loro affidate dal governo di Torino sia per la poca conoscenza che hanno degli interessi di queste province, da cui sono stati per molti anni assenti, sia per quella passione… mista di vendetta e di disprezzo, di cui sono sempre dominati quelli che dopo un lungo e doloroso esilio ritornano potenti in patria.

Rientrati a Napoli come proconsoli piemontesi, hanno falsato agli occhi del Governo centrale i fabbisogni del paese e hanno consentito che questo venisse ammisserito e spogliato… da estranei a queste provincie… venuti con lo spirito di conquista che non si addice a chi doveva spargervi la luce e il progresso. A causa della loro incapacità a governare, l’amministrazione cade in mano di persone che non sapevano un’acca e non avevano altro merito se non di godere delle grazie della consorteria.”

Tommaso Pedio, Brigantaggio Meridionale, Capone, 1997, pag. 57

Interessante conoscere un’altra delle tante soluzioni che si idearono per debellare l’opposizione armata nel Sud, quando i prigionieri cominciarono ad essere decine di migliaia e i campi di concentramento al Nord – Fenestrelle, Alessandria, San Maurizio – non bastavano più:

“Un ulteriore passo avanti nella studio di questa fase poco “chiara” del post unificazione è stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò dei documenti presso l’Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un’isola dall’Argentina per relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancora tanti . Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi . Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l’esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai “liberati” di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell’ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei “lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dallo “spirito del tempo”.”

Il Sud cancellato dalla Storia – https://www.cellamare.org/

fonte https://www.eleaml.org/sud/den_spada/zde_Quando_si_fece_l_Italia.html

1 Comment

  1. E’ da allora che il grande Regno delle Due Sicilie, all’avanguardia nell’intera Europa, divenne in senso spregiativo il “Sud”.. perché purtroppo prevalse l’ignoranza, l’invidia, e la stupidità di tanti intellettuali locali esterofili a tutti i costi, e la presunzione e l’egoismo di tanti proprietari terrieri che, pensando di salvare, anzi, avvantaggiare se stessi, salirono sul carro dei vincitori e finirono poi per finanziare le mafie locali… la perfida propaganda e totale disinformazione programmata a livello centrale fece il resto… e questo sì fu un delitto contro l’umanità di cui pubblicamente non si fece mai ammenda!.. ma non sarà per sempre! coraggio, amici miei, andiamo avanti! caterina ossi

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