Alta Terra di Lavoro

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RIVELAZIONI DI UNA SPIA DI CAVOUR

Posted by on Set 20, 2020

RIVELAZIONI DI UNA SPIA DI CAVOUR

Fra alcuni libri antichidella mia biblioteca è affiorato un opuscolo ingiallito, che tomi cartonati di maggiore “peso” e pregio per i bibliofili avevano sino ad ora occultato.

È un libello di trentadue paginette (formato 14 x 19,5), privo dell’indicazione dell’anno e del luogo di edizione; manca anche il nome dell’autore, che si limita alle iniziali «J. A.» e si qualifica come «antico agente segreto del conte di Cavour». Al titolo (La verità intorno agli uomini e alle cose del regno d’Italia), che già lascia presagire “illuminanti” retroscena sul processo che portò all’unità nazionale, segue un ancor più esplicito, nonché accattivante, sottotitolo: «Rivelazioni per J. A.».

Il frontespizio ci dice anche che si tratta di una versione dal francese,

arricchita dalle note di «un membro del Comitato liberale di Napoli».

Ma chi si nasconde dietro le iniziali J. A.? Un primo indizio ce lo fornisce Teodoro Bayard De Volo, il quale, nella sua monumentale biografia del duca di Modena Francesco V, di cui fu ministro, annota che le “rivelazioni di J. A.” furono inizialmente pubblicate a Bruxelles, in francese, dal tipografo Delièvu, e in seguito tradotte in italiano e “attribuite a tale Curletti”, agente segreto di Cavour e capo della polizia politica del Farini1.

Secondo altri, l’edizione francese (La Vérité sur les hommes et les choses du Royaume d’Italie. Révélations par J.  A.,  ancien agent secret du comte       de Cavour), edita a Bruxelles nel 1861 dalla stamperia della «Revue Belge et Ètrangère», sarebbe da attribuire a Giacomo Griscelli, anch’egli agente segreto, che avrebbe usato lo pseudonimo di Filippo Curletti2.

In realtà, si tratta di due persone diverse: e se al Griscelli si può riconoscere il merito, come vedremo, di essere riuscito a dare alle stampe l’edizione francese e al Curletti la versione italiana, resta l’interrogativo di fondo: a chi spetta la paternità del racconto? A dirimere l’enigma e a scendere nei minimi dettagli, che fanno assumere alla vicenda i contorni e i colori del giallo, è Adriano Colocci in un volume sul Griscelli, di cui fornisce notizie sulla vita

1 T. BAYARD DE VOLO, Vita di Francesco V duca di Modena (1819-1875), 4 voll., Modena 1878-1885 (rist. Modena 1983), vol. III, p. 77.
2 Cfr. R. FANTINI, Due “buone lane” nelle vicende del nostro Risorgimento: Griscelli e Curletti, in “Strenna storica bolognese”, vol. XV, 1965, pp. 101 ss.

e sulle “imprese”3.

Era questi un agente segreto, al servizio prima di Napoleone III e, in seguito, di Cavour, del cardinale Antonelli e di Francesco Giuseppe d’Austria; non proprio integerrimo, nell’espletamento del suo incarico non disdegnava di servire gli avversari di chi lo aveva assoldato: «tristo prestigiatore della polizia segreta, che quasi certamente, prima dell’attentato Orsini, servì due padroni, e dopo certamente tre e quattro alla volta, a tutti spillando denari»4. Originario della Corsica, sapeva appena scrivere, ma parlava il francese, l’italiano e lo spagnolo. Agente segreto di Cavour fu anche il romagnolo Filippo Curletti che, dopo

3 A. COLOCCI, Griscelli e le sue memorie, Roma 1909, specie pp. 1-60 (cfr. anche la recensione di A. Savelli, in “Archivio Storico Italiano”, 1911, pp. 221-231).

4 A. SAVELLI, op. cit., p. 224.

la morte del “tessitore”, rimase invischiato in un processo contro un certo Vincenzo Cibolla, in cui compare come teste, per poi passare sul banco degli imputati. Il Cibolla, infatti, reo di furto, di stupro e di omicidio, lo indica come l’organizzatore dei misfatti. Nel settembre del 1861 Curletti viene condannato, ma riesce a fuggire in Svizzera, animato dal desiderio di vendicarsi delle autorità italiane che lo avevano destituito e abbandonato; e in Svizzera si ritrova con il Griscelli, anch’egli smanioso di vendetta5. E da tale smania, comune ai due avventurieri, prende avvio l’idea della pubblicazione delle Révélations.

Curletti, infatti, aveva accumulato numerosi documenti sull’operato non

limpido dei liberali in Emilia e nel Napoletano, che, se resi pubblici, avrebbero fatto tremare le vene e i polsi a tanti, anche in alto loco. Il possesso di tale incartamento probabilmente gli procurò l’impunità e la complicità di chi ne facilitò la fuga in Svizzera6.

Sarà Curletti, quindi, molto più istruito del socio, ad abbozzare il canovaccio del libello, che verrà poi rivisto e limato dal parroco Gaspard Mermillod, presso il quale il fuggiasco aveva trovato ospitalità a Ginevra7.

Una volta definito il testo, nascono problemi per la pubblicazione, dal momento che i tipografi svizzeri si rifiutano di stampare il velenoso pamphlet contro l’Italia. Si tenta, allora, di farlo uscire in Francia e, allo scopo, si invia il Griscelli a Lione. A lui si affida non solo il manoscritto, ma anche l’incartamento di Curletti, con il quale fronteggiare eventuali dubbi sulla veridicità dei fatti raccontati; si temeva, infatti, non solo di incorrere nell’ostilità del governo italiano, ma anche nell’avversione di tutti i liberali d’Europa, nonché di subire un processo.

Dopo gli inutili tentativi messi in atto a Lione e a Parigi, il Griscelli approda a Bruxelles, dove, alla fine del 1861, finalmente si pubblica il libello. Che poi sarà ristampato a Napoli, Roma, Bologna e Firenze.

Alla luce dei fatti narrati, per quanto esagerati, il Colocci ritiene che gli autori siano due e non uno, pur riconoscendo al Griscelli un contributo decisamente marginale rispetto alla maggior parte delle avventure di cui fu indubbiamente protagonista il Curletti: quest’ultimo, infatti, «era stato a latere di Farini, di Buoncompagni, di Cipriani e poi di Cialdini a Napoli; era stato direttore capo di polizia e ben dentro al lavoro politico delle annessioni»; il Griscelli, invece, si era visto in «posizione assai più umile ed oscura; qualche spionaggio, qualche servizio di alcova, null’altro»8.

L’evidente preponderanza della personalità del Curletti nelle vicissitudini

5 R. FANTINI, op. cit., p. 104.

6 A. COLOCCI, op. cit., pp. 32 ss., da cui attingiamo quanto segue.

7 Successivamente il Mermillod diverrà vescovo di Ginevra (R. FANTINI, op. cit., p. 111 n.).

8 A. COLOCCI, op. cit.

raccontate portò pian piano a considerarlo come unico autore dell’opuscolo; e come tale sarà riportato «nelle citazioni, che larghissime praticarono di esso gli scrittori reazionari di quei tempi».

Tuttavia, il Griscelli, che delle Révélations è stato «l’editore girovago e poliglotta» e che ha in mano l’incartamento dei documenti a sostegno dei fatti narrati, «si è ubriacato dal contatto e dalle lodi di legati, ministri, deputati, prelati a cui ha presentato l’opuscolo come suo», per cui «non sa rinunciare a spacciarlo per roba sua». Non lesinerà, pertanto, ogni sforzo per far dimenticare la figura del Curletti e sostituirsi a lui nella paternità letteraria dell’opuscolo e – dopo la morte del socio – «nella personalità dell’eroe di quelle avventure, entrando addirittura e completamente nella pelle del collega»9.

Gli storici pare non amino occuparsi dei servizi segreti: la scarsità di documenti a disposizione, il rischio di sensazionalismo, la scarsa familiarità con l’argomento sono tutti motivi che spingono in questa direzione. Privilegiando la storia politica, «i servizi sono solo un maleodorante retrobottega nel quale sarebbe disgustoso e poco utile ficcare il naso»10.

Questo disinteresse potrebbe spiegare l’oblio in cui era caduto il nostro libello? Che torna ad essere citato proprio in un volume sui servizi segreti, a proposito della rete informativa ad altissimo livello creata dal Cavour, che seppe ricompensare adeguatamente i suoi agenti migliori: ad esempio, Carlo Bon- compagni, agente segreto in Toscana, ne divenne Commissario straordinario e poi Governatore Generale della Lega dell’Italia Centrale; Luigi Carlo Farini, governatore di Modena e Parma, divenne ministro dell’Interno del Piemonte nel marzo del 186011.

Non così andarono le cose per il Curletti: uomo di fiducia di Cavour, nel dicembre 1859 fu nominato, all’età di 41 anni, direttore generale della polizia della Romagna, alle dipendenze di Luigi Carlo Farini, per conto del quale condusse a termine varie operazioni12. Qualche anno dopo venne la rottura con il Farini e la successiva condanna per associazione a delinquere; finito in prigione, avrebbe «minacciato di rivelare tutte le trame segrete di Farini, Cavour e altri artefici del nuovo Stato», per cui fu lasciato evadere13.

9 Ivi, pp. 35-37, passim.

10 A. GIANNULI, La guerra fredda delle spie, Roma 2005, p. 11.

11 G. DE LUTIIS, I servizi segreti. Come funzionano, a che cosa servono, come controllarli, Firenze 2000, pp. 7-8, 69-73.

12 Tra le quali anche quella di risalire agli artefici del rapimento di un bambino a Bologna (D. I. KERTZEL, Prigioniero del Papa Re. Storia di Edgardo Mortara, ebreo, rapito all’età di sei anni da Santa Romana     Chiesa nella Bologna del 1858, Milano 1996, pp. 274-277).

13 Costretto poi a fuggire dall’Europa, muore nell’oscurità a Filadelfia nel 1876 (D. I. KERTZEL, op. cit.,

p. 287 nota 3).

Nell’approssimarsi della ricorrenza del 150° anniversario dell’unità d’Italia il libello del Curletti è stato “riscoperto” e ridato alle stampe da Elena Bianchini Braglia, con l’intento, non esente da venature polemiche, di mostrare un altro “volto” del nostro Risorgimento, non certo quello oleografico e agiografico, diffuso e alimentato soprattutto attraverso i manuali scolastici14.

Tuttavia, l’animosità della curatrice sembra alla fine stemperarsi, allorché scrive che «in realtà l’unico modo per celebrare l’Italia sarebbe quello di restituirle tutta la sua storia, tutti i suoi eroi, valorizzare tutte le sue antiche tradizioni, riconoscere le diversità dei popoli che la compongono», in quanto solo così si darebbe senso alla ricorrenza del 150° e si rafforzerebbe l’unità della nazione15.

Il testo delle Rivelazioni edito da Elena Bianchini Braglia diverge lingui- sticamente da quello in mio possesso, scritto in un italiano d’altri tempi, e perciò ricco di espressioni e di strutture ormai desuete; in un italiano più recente, invece, si presenta quello della Bianchini Braglia, non sappiamo se volutamente reso tale o perché ripreso da una edizione già “risciacquata in Arno”.

Al di là delle ombre che circondano la figura del Curletti e delle motivazioni che l’hanno spinto a mettere nero su bianco, il contenuto del libretto appare comunque degno di interesse, in quanto rivela aspetti “altri” e poco noti del nostro Risorgimento; come scrive Agostino Savelli, anche «quella farragine di scritti», quella letteratura antirisorgimentale che vide la luce durante e a conclusione del processo unitario ha il suo valore, «e quindi non si deve ignorare da chi aspiri a conoscere spregiudicatamente la verità vera su cose e persone, perché non c’è dubbio alcuno che di certi fatti non si trova traccia che in essa»16. Nel nostro caso l’autore non è stato solo spettatore degli eventi, ma vi ha partecipato o addirittura li ha promossi, e la sua versione dei fatti ha poi trovato riscontro – specie riguardo alle modalità di svolgimento e agli esiti dei plebisciti

– nella storiografia ufficiale.

Andiamo allora a riassumere i passi salienti di tali Rivelazioni, seguendo la copia in mio possesso e la relativa suddivisione in paragrafi17.

Nella “prefazione” il Curletti vuole assicurare il lettore sulla veridicità del suo racconto, facendo presente che, nei trenta mesi in cui ha operato come agente segreto di Cavour, è stato incaricato di importantissime missioni, gli

14 F. CURLETTI, La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia. Rivelazioni di J. A. antico agente secreto del Conte Cavour, a cura di E. Bianchini Braglia, Chieti 2010 (1ª ediz. 2005).

15 Ivi, pp. 27-28.

16 A. SAVELLI, op. cit., p. 224.

17 Nella numerazione dei paragrafi l’opuscolo erroneamente salta il VI. Pertanto, i paragrafi sono in realtà dieci e non undici.

sono stati rivelati molti segreti, ha frequentato gli uomini pubblici più in vista del momento. Di tutto ciò vuole lasciare traccia scritta a beneficio degli storici “gravi”, che amano approfondire e non fermarsi alla superficie degli eventi. Qualcuno magari griderà allo scandalo, più che preoccuparsi di confutare; ma se scandalo c’è, è nei fatti avvenuti e non nel loro racconto.

In quanto all’anonimato, come agente segreto il suo nome è rimasto sempre nell’ombra, né avrebbe alcun interesse ora per il lettore. D’altro canto, le persone “interessate” sapranno senz’altro risalire a lui, essendo loro assai noto.

  1. Nato in Romagna in una famiglia fedele al governo pontificio, Curletti

aderì al movimentoliberale, capeggiato in quella regione dal marchese Pepoli e dal Minghetti. Furono costoro a raccomandarlo al Cavour, allorché egli decise di recarsi a Torino per seguire più da vicino gli avvenimenti politici del tempo. Singolare il primo incarico ricevuto, una volta accolto dal grande statista piemontese: rapire una ragazza e portarla a Moncalieri; un episodio che fece molto rumore e che si concluse con la nomina del fratello della rapita a capo ufficio delle poste. Abbastanza strano, dunque, l’inizio dei “servigi alla causa italiana”. Seguirono altre missioni di tal genere, sulle quali il Curletti non intende soffermarsi, sia perché sono episodi di vita privata di nessun interesse per il lettore serio, sia perché vuole occuparsi solo di vicende importanti dal punto di vista della storia italiana. Si scusa, pertanto, dell’avventura citata, ma il modo in cui cominciarono i rapporti col ministro gli è sembrato troppo

straordinario per essere passato sotto silenzio.

  1. Nel secondo paragrafo l’autore riferisce del mandato ricevuto da Cavour, che, nell’assicurargli un compenso di 500 franchi al mese, “senza calcolare le regalie che all’opportunità…”, gli chiedeva di tenere d’occhio il generale Saint-Frond, Rattazzi, Della Margarita, Brofferio, Revel e De Beauregard: di questi doveva riferire ciò che facevano ogni giorno, chi incontravano, a chi scrivevano, quante lettere ricevevano e quant’altro.

La perizia mostrata in questo compito fece ottenere al Nostro la piena fiducia del ministro, per cui toccherà ancora a lui sorvegliare e riferire su Napoleone III durante una permanenza dell’imperatore in Italia.

  1. Intanto la propaganda segreta dei Piemontesi in Toscana e in Romagna aveva preparato il terreno e i comitati locali attendevano il segnale da Cavour per dare vita all’insurrezione. Al Curletti viene affidata questa missione ed egli, con ottanta carabinieri “travestiti”, raggiunge Firenze e si mette agli ordini di Buoncompagni. In un incontro in casa dell’ambasciatore, alla presenza di Ricasoli, Ridolfi, Salvagnoli e Bianchi, fu preparato il piano di azione. Gli uomini del Nostro dovevano dividersi in gruppi e posizionarsi nei vari quartieri della città; all’ora stabilita dovevano cominciare a provocare dei tumulti tirandosi dietro il popolo al grido di “Viva l’indipendenza”; bisognava poi

raggiungere palazzo Pitti e impadronirsi delle casse pubbliche. Il piano riuscì alla perfezione. D’altro canto, l’armata toscana, i cui capi erano stati guadagnati alla “rivoluzione”, con una scusa era stata mandata ai confini con il ducato di Modena. Insediatosi nel palazzo del sovrano, Buoncompagni gratificherà con 6000 franchi il Curletti, il quale così commenta:

«è la storia di tutte le rivoluzioni, esse sono presso che sempre l’opera di pochi uomini, a cui due o tre funzionari comprati aprono le porte, e dei quali il popolo, più spesso indifferente alle questioni del giorno, addiviene complice senza saperlo, fornendo ad essi, o per curiosità o per amore di schiamazzo, l’appoggio formidabile delle sue masse».

Allo stesso modo andarono le cose a Parma, dove al Nostro viene ordinato di recarsi immediatamente per dare man forte al conte Cantelli; questi, che in precedenza era stato condannato a morte e poi graziato dalla duchessa, dimentico di ogni sentimento di gratitudine, prese attivamente parte al moto insurrezionale e alla espulsione della sovrana, divenendo così sindaco della città. La truppa, questa volta, non era stata allontanata da Parma, ma per ordine del generale Trotti era rimasta consegnata in caserma.

Nel mentre avvenivano le insurrezioni in Toscana e a Parma, a Modena Francesco V, forse non adeguatamente informato sullo stato delle cose, abban- donava il ducato, lasciando spazio alla formazione di un governo provvisorio, a capo del quale fu chiamato il Farini. E il Curletti lo seguì come capo della polizia politica. Eppure, commenta sempre il Nostro,

«sono convinto che sarebbe bastato un colpo di fucile per rendere nulla la cospirazione di Modena, come ancora quelle di Firenze e Parma».

  1. Il primo ordine che, entrando nel castello d’Este, Farini diede al Curletti fu quello di impadronirsi di tutte le chiavi, comprese quelle delle cantine, chiavi che poi passarono nelle mani della signora Farini quando essa arrivò. Tutta l’argenteria con lo stemma ducale fu data a fondere, ma l’argento ricavato non è certamente finito nelle casse dello Stato. A tal proposito si vogliono mettere le mani avanti, comunicando ai giornali che il duca ha portato con sé tutti gli oggetti di valore, lasciando il palazzo del tutto vuoto, comprese le cantine. Invero, dice il Nostro, dopo dieci giorni le cantine erano sì vuote, ma perché il Farini continuava a banchettare alla grande, facendosi servire le vivande dal titolare di una locanda del luogo; alla fine questi presenta un conto di 7000 franchi, che sarà pagato con un brevetto di colonnello.

La signora Farini, dal canto suo, dopo opportuni adeguamenti sartoriali, divise con la figlia il guardaroba della duchessa; quello del duca, non adatto

alla corporatura del Farini, finì al suo segretario.

Chi va con lo zoppo impara zoppicare. Qui il Curletti ammette le sue colpe, nel senso che, davanti a tali esempi che venivano dall’alto, accantona gli scrupoli e si dà anch’egli ad abusi e sopraffazioni. Ad esempio, avendo Farini emanato disposizioni contro coloro che erano rimasti fedeli al duca, il Nostro aveva carta bianca per gli arresti e le carcerazioni; che si potevano evitare in cambio di danaro. E così i banchieri Guastalla e Sanguineti dovettero versargli non meno di 4000 franchi a testa.

  1. Intanto nell’Italia centrale si preparavano le elezioni dei parlamenti provinciali, in vista delle quali il governo francese chiese al Piemonte di richiamare i propri commissari. Non ci si poteva sottrarre a tale richiesta, ma se non destava preoccupazione la situazione della Toscana, delle Romagne e di Parma, si temeva invece per Modena, dove i fedeli della decaduta dinastia erano numerosi e ancora influenti. Bisognava, pertanto, che Farini rimanesse in loco. Ed è con lo stesso governatore che il Curletti organizza il piano: i suoi uomini, appostati sul piazzale del palazzo e all’uscita della città, al passare della carrozza avrebbero provocato un tumulto, inneggiando al governatore, che con la forza sarebbe stato riportato indietro dalla stessa turba. Così andò, e lo stesso Farini a stento riuscì a mantenersi serio durante la farsa così ben riuscita.

La commedia si ripeté qualche giorno dopo per le elezioni. Approntate le liste degli elettori sulla base dei registri parrocchiali, si prepararono le “schede” (i polizzini). Pochi si presentarono alle urne, per cui, alla chiusura di queste, furono gettati dentro i polizzini degli astenuti, tranne un certo numero per salvare le apparenze. Talvolta, il riversare i polizzini nelle urne fu fatto con tanta trascuratezza da risultare, allo spoglio, più voti che elettori. Tutto ciò avvenne sotto gli occhi e la direzione del Curletti, il quale asserisce che le cose non andarono diversamente in Toscana e a Parma.

Seguendo l’ordine cronologico degli avvenimenti, a questo punto il Nostro riferisce dell’assassinio del colonnello Anviti, che provocò notevole impressione in Europa. Arrestato alla stazione di Parma, Farini non lo vuole fra i piedi, perché è un uomo pericoloso e non lo si può colpire senza suscitare reazioni. Lo stratagemma sarà quello di farlo rilasciare dal direttore del carcere, in modo da abbandonarlo nelle mani della marmaglia popolare, che ne fece scempio. I protagonisti della vicenda furono tutti adeguatamente compensati: al Curletti andò la Croce dei Santi Maurizio e Lazzaro.

  1. Dopo che Farini con un decreto unì le Romagne al suo governo, che allora prese il nome di provincia dell’Emilia, ci furono le elezioni per l’annessione al Piemonte. Tutto andò come le precedenti per i parlamenti locali: «più dei quattro quinti degli abitanti dell’Emilia non si sono giammai approssimati

all’urna», e tutte le manifestazioni, che nelle città precedettero ed accompa- gnarono il suffragio «furono egualmente da noi organizzate».

  1. Dopo il voto dell’annessione il Nostro segue a Torino Farini, nominato ministro del’Interno. Ma ben presto viene inviato a Roma per alimentare il movimento insurrezionale nella città. Su questo piano non ci sono grandi risultati, ma riesce ad infiltrare alcuni dei suoi nella guardia pontificia e nell’armata creata dal generale Lamoricière.

Al ritorno da Roma il Farini lo incarica di preparare l’accoglienza al re, che avrebbe visitato le nuove province. Curletti parte con cinquanta carabinieri “vestiti alla francese”, che avrebbero figurato da popolo nelle cerimonie ufficiali. E quando il vescovo di Bologna si rifiuterà di salutare il sovrano, il Presule e il Clero capitolare saranno sostituiti da tre cappellani di reggimento e dodici allievi del seminario che, preceduti dalle insegne episcopali, accoglieranno il sovrano sulle gradinate di S. Petronio, senza che lo stesso Vittorio Emanuele II si accorga di nulla. Solo a Parma e a Pistoia qualcosa non andò per il verso giusto, nel senso che ci fu qualche grido di “Viva la Repubblica”, provocazione punita immediatamente con una cinquantina di arresti.

Alcuni giorni dopo Curletti viene mandato ad Ancona, con lo scopo di infiltrare altri carabinieri nell’armata del Papa. Questi agenti dovevano provocare il maggior numero possibile di diserzioni in cambio di danaro, e poi incitare alla fuga e «sbarazzarsi degli officiali durante il conflitto». Ed essi eseguirono alla perfezione tali disposizioni nello scontro di Castelfidardo.

Da Ancona il Nostro passa a Firenze, onde organizzare in comitato gli esuli romani e cominciare a preparare il terreno per l’invasione delle Marche e dell’Umbria.

  1. L’attenzione a questo punto si sposta sull’impresa garibaldina, con la precisazione che l’eroe non aveva preso con la forza i due bastimenti a vapore utilizzati per la spedizione, ma li aveva comperati con un regolare atto di vendita. Il racconto riporta poi le strategie messe in campo da Cavour per aggirare le obiezioni della Francia su tale impresa. E quando Garibaldi, ormai padrone della Sicilia, concentra a Pontedera «un certo numero di uomini senza freno […] ch’egli non riusciva a sottomettere a veruna disciplina», tale campo appare come una minaccia per il Papa, per cui Parigi ancora una volta interviene chiedendone lo sgombero. Ed ecco l’ulteriore stratagemma: qualche giorno dopo giunge a Livorno, comandato da Nicotera, un reggimento (piemontese) in uniforme garibaldina, scortato dalla guardia nazionale, che si fa imbarcare per la Sicilia al posto degli uomini del campo di Pontedera. Francia accontentata e gabbata. Nicotera avrebbe dovuto ricevere 40000 franchi per mantenere il silenzio, ne ricevette solo 30000: di qui le sue sfuriate in parlamento.
  2. Nel mentre il reggimento piemontese con le camicie rosse dava un

importante aiuto alla spedizione, il campo di Pontedera continuava ad orga- nizzarsi e furono proprio questi uomini, al momento opportuno, a penetrare in territorio pontificio, dividendosi in tre colonne e dirigendosi su Perugia, Urbino e Pesaro. Secondo i piani stabiliti, essi avrebbero dovuto sobillare le popolazioni locali e invocare poi l’intervento piemontese per riportare l’ordine: era il pretesto per giustificare l’ingerenza regia. Ma, facendosi difficile la situazione di Garibaldi, il governo piemontese, dopo aver prospettato a Napoleone III i rischi di una rivoluzione mazziniana a Napoli, rompe gli indugi e invade le Marche. Non si sofferma il nostro autore su tale campagna militare, il cui successo non era in discussione, vista la superiorità delle forze piemontesi e

«gli elementi di dissoluzione che avevamo insinuato nell’esercito pontificio».

  1. Qualche settimana prima che i piemontesi invadessero le Marche il Curletti viene inviato a Napoli, perché il governo di Torino comincia ad essere diffidente nei confronti di Garibaldi, temendo che questi

«uomo d’azione, spirito cavalleresco, follemente innamorato della popolarità delle strade e con ciò senza politica intelligenza e più che mediocre amministratore, si lasciasse circonvenire dai maneggi de’ repubblicani; e che finalmente questa rivoluzione napoletana, i cui rapidi successi, bisogna pur dirlo, più che alle imprese del venturoso Generale doveansi all’oro del Piemonte, non riuscisse a confusione di Torino. In poche parole, il Ministero travedeva già il fantasma dell’Italia meridionale costituita in Repubblica, sotto la Presidenza di Garibaldi».

La missione del Nostro, dunque, è quella di accertarsi del vero stato delle cose e di combattere le influenze che avrebbero potuto allontanare Garibaldi dagli interessi piemontesi. Lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi è di un incredibile disordine, l’esercito abbondava di donne e le notti si trascorrevano nelle orge; irriconoscibile lo stesso Garibaldi; e se egli si contentava di un modesto salario di dieci franchi al giorno, l’entourage si era arricchito enor- memente, come il suo segretario Bertani, che ha accumulato milioni, rilasciando, ad esempio, ai banchieri Adami di Livorno la concessione per una ferrovia. Sul piano politico affiorava qualche ritorno dei borbonici, mentre i mazziniani accarezzavano il sogno di una repubblica a Napoli. «Di piemontesi non era parola». Sarebbe bastata una parola di Garibaldi o dell’esercito di Francesco II per porre fine a tutte le speranze del governo di Torino. Che, di fronte a questo quadro dettagliato, rompe gli indugi per non vanificare una conquista quasi compiuta e pagata col proprio danaro.

Curletti era ancora a Napoli quando, come Luogotenente del re, vi giunse

il Farini, che gli affidò il comando della polizia. Arrivato pieno d’entusiasmo, il Farini se ne ripartì dopo pochi mesi profondamente deluso. Altri gli successero

nell’incarico (il principe di Carignano, Nigra, Ponza di S. Martino, Cialdini e La Marmora), ma di tutte le vicende napoletane il Nostro autore si ripromette di parlarne in un altro lavoro ad hoc.

Lasciata Napoli con Ponza di S. Martino e tornato a Torino, le dimissioni dall’incarico ridanno al Curletti la libertà. Già da tempo aveva pensato di tirarsi fuori dalla politica, decisione maturata del tutto dopo la morte di Cavour, l’unico che gli avrebbe fatto mantenere qualche illusione. D’altra parte, l’esperienza accumulata gli aveva fatto cambiare idea. «Avendo toccato con mano le cose e conoscendo meglio i bisogni e le aspirazioni d’Italia», egli dubitava del progetto di unificare la penisola, andato ben oltre gli accordi di Plombières:

«In somma io non aveva osservato da nessuna parte quel fanatismo per l’unità italiana, che, imbevuto dalle illusioni piemontesi, m’aspettava di veder scoppiare da ogni dove: per lo contrario avevo trovato dovunque e in tutta la sua vivezza l’istinto all’indipendenza locale. Dappertutto, in una parola, il Piemonte era avuto in conto di straniero e di conquistatore».

Le Rivelazioni, dunque, sono lì a supportare la visione del Risorgimento come di un’epopea avvolta nel caso, nel miracolo, nell’astuzia politica e nella fede individuale18. Ma ciò nulla toglie al valore morale e politico di quel processo unitario, per il quale molti protagonisti sacrificarono la vita.

La ricorrenza del 150° anniversario dell’unità nazionale poteva essere l’occasione – più che portare a rivisitazioni di parte, fomentatrici di ulteriori inquietudini al nord come al sud – per un approfondimento sereno del nostro recente passato, visto in tutti i suoi aspetti senza preventive e ideologiche mutilazioni o alterazioni, così da far emergere una “verità storica” condivisa, pur nei limiti della sua oggettività. Come scrive Giorgio Candeloro, «la comprensione storica dello sviluppo dell’Italia moderna può fare dei passi avanti solo se si evita l’idealizzazione del Risorgimento e al tempo stesso la tendenza a metterlo sotto processo»19.

C’è bisogno di arrivare ad una “pacificazione storiografica” su questa pagina di storia nazionale, sull’esempio di quanto avvenuto negli Stati Uniti. Qui, negli anni in cui nasceva l’Italia, si svolgeva la sanguinosissima guerra di secessione (1861-1865), che rischiò di disfare la confederazione americana.

18 Per Manlio Graziano la nascita dell’Italia non fu altro che un “colpo di fortuna” (a complete fluke), in quanto la grande maggioranza degli italiani non cercò l’unità – anzi molti la combatterono – e la sua sopravvivenza fu assicurata dal “gioco di potere” tra potenze straniere più che dalla volontà degli italiani di esistere come nazione (The Failure of Italian Nationhood. The Geopolitics of a Troubled Identity, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2010).

19 G. Candeloro, Storia dell’Italia modena. V. La costruzione dello Stato unitario 1860-1871, Milano 1968. p. 11.

“Nonostante la ferocia di quella guerra, le ferite sono cicatrizzate. […] L’America ha capito che un secolo e mezzo è un tempo lungo, bastato per trasformare un grande Paese emergente in un Paese dominante”20.

In Italia il persistente divario nord-sud ostacola un risultato analogo21, nonostante i progressi fatti dal nuovo Stato in questi centocinquant’anni di vita: basti pensare all’Italia come paese membro del G7. E riflesso di anacroni- stiche contrapposizioni (all’interno dello stesso governo!) sono state le polemiche intorno alla proclamazione del 17 marzo come festa dell’unità nazionale, sia pur prevista come “una tantum”22.

Il Risorgimento fu segnato anche da errori, certo, ma pure la Rivoluzione francese e il colonialismo inglese ebbero pagine nere: francesi e inglesi non buttano via, però, tutta la loro storia. Anche la bandiera americana è macchiata dalla tratta degli schiavi, dal genocidio dei pellirosse, dalla guerra civile, ma il 4 luglio gli americani la sventolano tutti, dall’Oregon all’Alabama. E se per caso la festa cade di domenica, chiudono anche il lunedì. Perdono un po’ di ore di lavoro? Amen: l’orgoglio vale di più23.

E proprio lo scatto di orgoglio patriottico registrato a livello di popolo in occasione delle celebrazioni del 17 marzo 2011 dovrebbe spingere a riproporre il 17 marzo di ogni anno come festa nazionale dell’Italia “unita” e di tutti gli Italiani, visto che, venuto meno il 4 novembre, altre date sono il risultato di drammatiche e traumatiche divisioni (tra fascisti e antifascisti il 25 aprile, tra monarchici e repubblicani il 2 giugno).

20 A. Bello, La narrativa della Patria provvisoria, in “Apulia”, Rassegna Trimestrale della Banca Popolare Pugliese, n. 11, marzo 2011, p. 59.

21 Sull’argomento mi permetto rinviare al mio articolo: 150° dell’Unità, Chiesa e Mezzogiorno, in “Ipogei”, n. 9, 2010.

22 «Gli anniversari sono edificanti quando si ha qualcosa da festeggiare. Una coppia sull’orlo del divorzio non gioisce del fatto che l’anniversario di matrimonio è dietro l’angolo», scrive Tim Parks, facendo l’analisi di tale disagio (T. PARKS, What really ails Italy?, in “The New Yorker”, 11 aprile 2011.

23 G. A. Stella, Sotto l’elmo di Benigni, in “Il Corriere della Sera”, 19 febbraio 2011.

Pietro Di Biase

2 Comments

  1. Lo puoi Scannerizzare e pubblicare visto che è antico e non c è diritto di autore.
    Grazie

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