Alta Terra di Lavoro

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TRIVELLE IL NULLA MISCHIATO CON IL NIENTE

Posted by on Apr 15, 2016

TRIVELLE IL NULLA MISCHIATO CON IL NIENTE

Gramsci formulò un pensiero filosofico sulla differenza tra l’intellettualità e l’intelligenza e leggendo il tweet di Gianpaolo Galli, funzionario di stato, bocconiano, e tante altre cose compreso parlamentare Pd, mi fa capire perfettamente il concetto e di seguito il testo preso da repubblica.it

E’ diventato un caso il tweet di Giampaolo Galli sul referendum delle trivelle. L’economista e deputato Pd invita a non partecipare alla consultazione del 17 aprile con questa motivazione: ”Come possiamo farci rispettare nel mondo se rinunciamo alla nostra piccola riserva strategica di gas? Asteniamoci per #Regeni per i #Maró”. Forse Galli intendeva dire che se abbiamo fonti energetiche nostre diventiamo più autorevoli nel trattare con India ed Egitto? Questa è una delle interpretazioni in rete, ma sono in molti a chiedersi cosa volesse dire davvero

15 aprile 2016

 

prima di pubblicare un articolo da l’Alfiere N^ 60 del magistrato Edoardo Vitale costituito dalla conferenza di Maria Rita D’Orsogna, fisico, docente della State University di Los Angeles, al convegno Questa Terra non si Tocca, organizzato da L’Alfiere e da Controcorrente Edizioni, tenutosi con grande successo a Napoli il 13 ottobre 2012. Vorrei solo fare una riflessione. Come diceva il grande Totò ammesso e non concesso non ci siano problemi con inquinamento, danni al territorio ecc ecc ma perché bisogna spendere…………………..

 

 

 

 

soldi per soddisfare il 2,9% del fabbisogno nazionale, negli ultimi 20 anni c’è stato un crollo del 22% dei consumi energetici da petrolio, farlo fare alla francese Total che trasporterà il petrolio estratto fino a Taranto per farlo raffinare ai turchi e che paga come tassa estrattiva solo 10% contro la media europea del 70%, che sono stati presi dai fondi creati per lo sviluppo delle fonti energetiche alternative e perché il Pd ci tiene cosi tanto affinché tutto ciò accada nonostante è chiaramente antieconomico, booooo

 

d'orsogna

La mia storia è molto semplice. Sono nata e cresciuta negli Stati Uniti. I miei genitori, che sono qui stasera, erano emigranti dall’Abruzzo in America, dove ho fatto gli studi universitari, il dottorato e dove adesso lavoro, insegnando matematica all’Università di Los Angeles, anche se di formazione sono fisico. La mia vita sarebbe stata normale e tranquilla, se un giorno del 2007 qualcuno non mi avesse chiamata per dirmi che l’ ENI voleva venire in Abruzzo a espiantare i vigneti del Montepulciano, in una città che si chiama Ortona, per costruirci una raffineria di petrolio. Questo ha provocato in me fastidio, dispiacere, rabbia e ho cercato di pensare che cosa si può fare. Mi veniva detto: “Lascia perdere, vivi così lontano, non si può fare niente, ormai i permessi sono stati dati, l’ ENI è potente, tu non sei nessuno, lascia perdere”. Io non sono riuscita a lasciar perdere perché non potevo sopportare che questi vigneti venissero maltrattati, trasformati in zona mineraria e soprattutto mi dispiaceva per le persone del posto, contadini, persone anche semplici; non era giusto che arrivassero questi qua, chissà da dove, a distruggere un patrimonio che dura da secoli, la tradizione storica agricola dell’Abruzzo. E così ho pensato di fare nel mio piccolo quello che potevo, informandomi e diffondendo le informazioni su questo tema in Abruzzo. Quindi a Natale del 2007 mi sono presentata in Abruzzo a fare queste conferenze, come facciamo stasera. Da allora, un passo dopo l’altro, sempre più impegnativo. Alla fine, dopo cinque anni, il famoso Centro Oli, la raffineria che si voleva fare a Ortona, non è stata più fatta, sebbene tutti i permessi fossero stati dati.

Ci avevano messo la firma Bersani, Di Pietro, Pecoraro Scanio, il Presidente della Regione Abruzzo; il Sindaco di Ortona aveva fatto i contratti con l’ENI. Insomma abbiamo fatto veramente fuoco e fiamme, proprio con l’informazione, rompendo le scatole giorno per giorno, in maniera civile. Ora, in Italia nulla è mai definitivo, lo sappiamo, però per adesso questo Centro Oli non si è fatto è pare che ci sia stata da parte dell’ENI questa sorta di promessa di non farlo neanche in futuro. Noi però siamo sempre vigili. E oltre al Centro Oli c’è stata un’altra raffineria che si voleva realizzare nel Lago di Bolla in Provincia di Chieti. La battaglia è ancora in atto, ma anche lì siamo a buon punto, nel senso che ci sono state varie bocciature a livello regionale e qualche settimana fa anche a Roma. Insomma siamo sulla buona strada. È stata bocciata anche una piattaforma in mare a 9 km dalla riva. E l’Abruzzo ha una legge, che è passata proprio grazie alla rabbia dei cittadini. Secondo questa legge, le trivellazioni di petrolio sono vietate. È una legge come tutte le leggi all’italiana, con tanti buchi, però, intanto, ce l’abbiamo. E, soprattutto, la cosa importante è che dal 2007 ad oggi non è stato realizzato un pozzo e neanche una raffineria.

Questo soltanto grazie alla tenacia dei cittadini. Ci si è attivati tutti. Anche i Vescovi hanno fatto la loro parte, schierandosi contro il petrolio; la Confcommercio ha partecipato e così tutte le aziende del vino. È stata veramente una lotta di popolo. Quello che ho cercato di divulgare in Abruzzo e in altre parti d’Italia, vengo ora a raccontarlo a Napoli.

Non ci sono al momento molte concessioni in Campania, però basta andare in Basilicata per vedere che tutta la regione Basilicata è coperta da permessi estrattivi. I vari colori significano il vario stadio di avanzamento di queste concessioni, verde vuol dire che siamo all’inizio, giallo a metà, rosso vuol dire che la concessione è stata già data, cioè le trivellazioni sono già in atto oppure possono cominciare. E questo non riguarda solamente il nostro Mezzogiorno, l’Abruzzo, la Campania, la Basilicata, ma tutta l’Italia.

Vediamo, ora, come si inizia a fare un pozzo, le varie fasi esecutive e tutte le conseguenze sul territorio, sull’ambiente e sull’agricoltura.

Innanzitutto ci si chiede se vale la pena di fare un buco o no. Quindi cominciano le cosiddette ispezioni sismiche, si manda un segnale nel sottosuolo e dal segnale riflesso si riesce a capire il tipo di giacimento, la profondità, le caratteristiche, etc.. Si usano le camionette chiamate Vibroseis, che trasmettono al sottosuolo vibrazioni fortissime. Oppure si usano esplosioni controllate, si scatenano movimenti della terra registrando il segnale riflesso per capire le caratteristiche del sottosuolo. La stessa cosa si può fare nel mare con una tecnica che si chiama airgun. In questo caso è una nave che manda il segnale. Lo hanno fatto davanti alle coste della Puglia qualche tempo fa. La cosa grave di questo airgun è che vengono eseguiti ogni 5-10 secondi spari violentissimi di aria compressa, con gravi danni alla vita marina, perché l’intensità del suono è molto elevato e ci possono essere problemi ai pesci, ai delfini, ai cetacei, in particolar modo lesioni al corpo, qualche volta anche morte e soprattutto danni al sistema uditivo e al senso di orientamento. Per questo qualche volta ci sono spiaggiamenti delle balene, come qualche tempo fa in Puglia.

Una volta deciso che c’è il petrolio o gas, il buco si può fare in due modi diversi. Il metodo classico è di fare la trivellazione in verticale, ma di recente, con una nuova tecnica, si va giù in profondità e poi in orizzontale, quando lo consente un particolare tipo di roccia che è porosa. Spesso nelle rocce ci sono vacuità, pori, bollicine, in cui è disciolto per esempio il gas: andando in orizzontale si causano microfratture, microterremoti, si spacca la roccia, questi pori si rompono e fuoriesce il gas da catturare e commercializzare. Questa tecnica si chiama fracking, è stata utilizzata dagli anni ’70 negli Stati Uniti ed è una abbreviazione della parola hydrofracking che significa fratturazione idraulica della roccia, idraulica perché per creare queste microfratture, microterremoti, si utilizzano grandi dosi di acqua mescolate a sostanze chimiche che vengono mandate nel sottosuolo ad alta pressione.

In Italia con il fracking siamo ancora all’inizio. Stefano Saglia, che nel governo Berlusconi, era sottosegretario allo Sviluppo Economico, ha affermato che questo shale gas (gas di scisto) è una nuova strada per l’approvvigionamento, che l’Italia accoglie con favore. Ci sono stati già dei casi di fracking in Italia: per esempio a Ribolla, in provincia di Grosseto. Altre trivellazioni le vogliono fare in Toscana. E in Sardegna, nel Sulcis, vogliono – pensate che immaginazione – tirare fuori i gas dalle miniere abbandonate.

Dopo che decidono di fare questo pozzo di petrolio, sia in verticale che in orizzontale, il processo successivo è lo stesso, la trivellazione. Ma per andare a grandi profondità sotto la crosta terrestre, 3 o 4 km nel sottosuolo, c’è bisogno di tutta una serie di sostanze chimiche che aiutano il processo di scavo e che prendono il nome complessivo di fanghi e fluidi perforanti, sono sostanze che servono per lubrificare il processo di scavo, per guidare la cementificazione dei pozzi, per la possibile eliminazione di scarti rocciosi nella risalita. La composizione chimica di questi fanghi e fluidi perforanti che si iniettano in grandi quantità nel sottosuolo è ignota. I petrolieri non rivelano esattamente la composizione chimica, opponendo il segreto industriale. Si sa, però, che ci sono circa 560 sostanze che possono essere usate per la perforazione. Sono ovviamente difficili da smaltire e hanno le potenzialità di contaminare le acque e i terreni. C’è solo una lista parziale degli ingredienti, hanno nomi impronunciabili, alcuni sono molto tossici, per esempio il benzene, il metilbenzene, sostanze cancerogene, versate normalmente per lo scavo di pozzi di petrolio. Dai dati del Ministero dell’Ambiente in America risulta chiaramente che tra i fluidi di scarto delle trivellazioni di petrolio e di gas c’è anche materiale radioattivo, in particolar modo radio 226, radio 228, gas radon. Una delle frottole che l’industria petrolifera ama propagandare è che i loro pozzi sono a cementificazione perfetta, sigillati in maniera ermetica, in modo da non contaminare mai l’ambiente circostante. Invece non è così. Già il buon senso dice che in un pozzo cementificato ci sono sempre possibilità di cedimenti, fessure, perdite, crepe. Infatti questo succede in altre parti del mondo: in Ohio, per esempio, nel 2011 su 6800 ispezioni, 693, quindi il 10%, avevano creato problemi di integrità strutturale. Cioè il 10% dei pozzi esaminati aveva possibilità di contaminazioni, perdite o qualche tipo di dispersione nell’ambiente. Questo è successo anche in Canada. Secondo i dati che vengono direttamente dall’industria del petrolio, nel golfo del Messico il 45%, cioè quasi la metà dei pozzi di petrolio sono a rischio di perdite. Nel Mare del Nord, per i pozzi inglesi, la percentuale è del 34%, in Norvegia del 18%, quindi percentuali abbastanza grandi.

Non è vero che i pozzi sono sempre ermeticamente sigillati e che il terreno non può essere contaminato. È ovvio che più passa il tempo e più aumentano le possibilità di crepe, di perdite, etc.. Uno studio del governo americano dimostra che dopo 30 anni la possibilità che i pozzi avessero perdite, problemi di integrità strutturale era quasi del 60%. Quindi i pozzi possono sempre causare perdite. E la conseguenza di questo è che possono esser inquinate le falde idriche, anche perché nessuno veramente conosce l’andamento delle falde e come l’acqua nel sottosuolo è distribuita.

Un’indagine del New York Times meno di un anno fa mise in evidenza che in alcune zone tra New York e la Pennsylvania c’erano grandi inquinamenti di materiale radioattivo, in questo caso radium, dovuto proprio all’industria di estrazione del gas. Altri articoli di giornali hanno evidenziato la presenza di circa 1000 pozzi di acqua contaminata dalle trivellazioni di gas. In particolare nello stato del New Mexico, tra gas e petrolio, l’inquinamento di questi pozzi di acqua artesiana era di circa 743 casi. Quindi sicuramente percentuali consistenti. Questo accade anche in Italia, dove però la cosa un po’ strana è che non si riesce mai a capire di chi è la colpa, chi l’ha fatto, perché è successo.

Molto significativo è il caso del Pertusillo, una diga importante perché contiene l’acqua da vari fiumi della Basilicata, che viene mandata poi alla Puglia, che scarseggia di acqua. Il lago del Pertusillo è vicino a dei pozzi di petrolio. Cosa è successo? Che un bel giorno hanno deciso di fare delle analisi e hanno trovato nei sedimenti del lago forti concentrazioni di metalli pesanti, alluminio, ferro, manganese, piombo, idrocarburi, tant’è che si verificavano periodicamente morie di carpe. Adesso, addirittura, il Pertusillo è un lago eutrofizzato. Non c’è più vita, non c’è più niente. Queste erano acque destinate anche al consumo umano e a tutt’oggi non si sa chi ci ha messo gli idrocarburi. Però quello che è certo è che le concentrazioni di idrocarburi sono superiori ai limiti legali. È evidente che se nessuno fa gli studi non si può dire chi è il responsabile, però, considerato che nella zona non c’era mai stato questo problema e che ci sono i pozzi di petrolio dell’ENI a poche centinaia di metri di distanza, è evidente che quantomeno il dubbio sorge. La cosa più grave, dal mio punto di vista, in questa faccenda, è che, ad esempio, in America per i pozzi che hanno inquinato l’acqua potabile sono state pagate multe di anche 1 milione di dollari. In Basilicata, invece, non ci sono state multe, e nemmeno indagini; addirittura, la persona che ha scoperto tutto questo, un Tenente della Guardia Forestale, è stato sottoposto a processo penale perché aveva osato rendere pubbliche queste cose. Il mondo alla rovescia!

Quando fai tutti questi buchi ci sono fanghi e fluidi perforanti in grande quantità che devono essere smaltiti a norma di legge, in maniera appropriata etc. Però, per risparmiare, questi rifiuti spesso vengono smaltiti alla meno peggio. E questo accade in tutto il mondo. E abbiamo anche qui l’equivalente in Basilicata, dove tra l’altro si trivella già da circa 20 anni, c’è il paese di Corleto Perticara dove per 20 anni hanno riversato questi fanghi e fluidi perforanti in maniera illegale fra i campi. La ditta era la Total e qui hanno trovato scarti di anche 80 cm. saturi di piombo, vanadio, idrocarburi pesanti e bitume. E là per 20 anni dal 1990 al 2010 hanno eseguito pascolo delle pecore e coltivazione di ortaggi, ovviamente finiti nelle pance di qualcuno. Insomma qualcosa di abbastanza grave. In questo momento c’è un’indagine della Magistratura per accertare di chi sono le responsabilità di questo scempio. E sempre in Basilicata ci sono spesso sversamenti illegali, perdite, etc., abbastanza regolari dal 2000 al 2002: 30.000 litri, 20.000 litri etc.

Ma, le trivellazioni si fanno anche in mare, dove c’è molta meno sorveglianza e quindi tutti gettano in mare questi fanghi e fluidi perforanti, tanto è vero che, come risulta da una tabella ufficiale del governo norvegese, ogni pozzo, ogni anno riversa circa 2.500 tonnellate di materiale tossico nel mare. Anche davanti a Pozzallo, in provincia di Ragusa, ci sono stati danni pesanti all’ecosistema a causa dello sversamento in mare in maniera illecita di rifiuti speciali pericolosi, dalla piattaforma galleggiante Vega. Tutto per risparmiare decine di miliardi di euro. Lo smaltimento di queste sostanze tossiche è costoso e quanto difficoltoso; molto più facile è prenderle e buttarle allegramente a mare!

Un’altra favola che i petrolieri amano propagandare è che le piattaforme nel mare vanno bene per la pesca perché fungono da punto di aggregazione per il pescato. Questo è vero, ai pesci piacciono le piattaforme perché è un ambiente riparato etc., però nel momento in cui queste piattaforme diventano il punto di lancio di monnezza è evidente che non si guadagna niente, anche se abbiamo radunato molti pesci. E infatti uno studio del 1996 eseguito dal ministero degli affari interni americano mise in evidenza che le concentrazioni di mercurio per i pesci catturati vicino alle piattaforme erano 25 volte superiori rispetto invece ai pesci catturati più lontano. Questo è abbastanza grave, nel senso che i pesci sono delle creature particolari perché hanno quella tendenza che si chiama del bioaccumulo, cioè mangiano gli inquinanti, non sono capaci di espellerli e quindi fungono da concentrato di tutti gli inquinanti che hanno incontrato durante la loro vita. Il mercurio causa molti problemi specialmente per lo sviluppo dei bambini e dei feti. Le piattaforme a mare certamente non sono un habitat naturale e, piuttosto generano una minestra tossica alla vita marina che vi è attratta. Le statistiche dicono che una piattaforma durante tutta la sua vita di 30 – 40 anni rilascia circa 90.000 t. di sostanze tossiche a mare!

Maria Rita D’Orsogna

 

 

 

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