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1861 : A Pontelandolfo inizia il massacro

Posted by on Ott 2, 2019

1861 : A Pontelandolfo inizia il massacro

I giornali, pur controllati dal governo, pubblicano i dati ufficiali della repressione nel Sud: nel napoletano si contano già 8968 fucilati, fra cui 64 sacerdoti e 22 frati, 10604 feriti, 60 ragazzi e 48 donne uccise, 13529 persone arrestate, 1428 comuni sollevati, 6 paesi dati alle fiamme.

Nel Sannio beneventano, nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni circondati da monti ormai pieni di bande partigiane, si respira un’aria di sollevazione come in migliaia di altri paesi del Sud occupato. Un contadino di Casalduni, di nome Fusco, rifiuta di far presentare il figlio richiamato alla leva piemontese: “Meglio morire per Dio e per il re nostro e fucilato davanti ai miei occhi, che servire Vittorio Emanuele”.

In quel periodo nel paese si tiene la tradizionale fiera di San Donato, che fa giungere a Pontelandolfo molti abitanti dei paesi vicini. Tra questi Cosimo Giordano, ex sergente borbonico alla macchia già da tempo, che decide di entrare in azione, ed entra in paese con una quindicina di uomini armati.

La presenza del fedele soldato provoca come una scintilla su un bidone di petrolio: l’intera popolazione si precipita per le strade, ed improvvisa una processione gridando a squarciagola “Viva Francesco II, viva ‘o rre nuosto” , e, raggiunta la chiesa, fa celebrare un Te Deum di ringraziamento. Poi si reca in municipio, dove fra il tripudio della folla vengono abbattuti gli stemmi sabaudi e il ritratto di Vittorio Emanuele.

Nel vicino paese di Casalduni accade altrettanto.

La febbre si sparse in tutto il circondario, ed anche Fragnito Manforte e Campolattaro insorsero. I liberali dell’ultima ora subirono il saccheggio delle loro abitazioni e fuggirono a Benevento.

L’11 agosto giunsero da Campobasso 40 uomini del 36° Rgt. Di linea piemontese, al comando del tenente Bracci. La popolazione reagì, ed uccise uno dei soldati, gli altri si barricarono nella torre.

Spettacolo indegno furono proprio i liberali rimasti che, vista la parata, passarono nel campo degli insorti, essendo anzi tra i più eccitati a farla finita con i piemontesi.

Affrontati dal popolo, guidato dall’ex militare napoletano Angelo Pica, furono uccisi in sei, compreso il tenente Bracci. Gli altri furono imprigionati ma il Pica, temendo il crescente furore della gente, decise di fucilarli tutti dopo un sommario processo.

Un tenente piemontese raccontava: “Gli abitanti di questo villaggio (Pontelandolfo) commisero la più nera barbarie, ma la punizione che gli venne inflitta, per quanto meritata, non fu meno barbara: un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case e poi mise fuoco all’intero villaggio, che venne completamente distrutto. Stessa sorte toccò a Casalduni”.

Chi aveva dati gli ordini per giungere ad un massacro che supera di gran lunga quelli visti durante l’ultima guerra? Enrico Cialdini. Lo stesso che aveva bombardato Gaeta, comodamente seduto in poltrona a Formia nella villa reale, per ben tre mesi, senza tentare il minimo assalto, e che nell’ultimo giorno di assedio, con i preliminari di resa firmati, aveva preferito continuare a bombardare mietendo vittime innocenti.

Un ufficiale piemontese, Carlo Melegari, in un volumetto di memorie anni dopo ricordava di aver incontrato il Cialdini al San Carlo. Questi, appena vedutolo lo apostrofò: “Ella avrà sentito parlare del doloroso ed infame fatto di Casalduni e Pontelandolfo, orbene, il Generale Cialdini non le ordina, ma desidera vivamente che di questi due paesi non rimanga più pietra su pietra. Ella è autorizzato a ricorrere a qualsiasi mezzo, e non dimentichi che il Generale desidera che quei poveri nostri soldati siano vendicati, infliggendo a quei due paesi la più severa punizione”.

Tempo dopo lo stesso Melegari ricordava come fosse stato “assolutamente necessario” punire gli abitanti di quel paese, insieme al sindaco ed al parroco, che erano tutti vergognosamente avversi all’unità d’Italia e partigiani del governo borbonico, avendo coltivato e fomentato lo spirito di “ribellione contro il governo piemontese”.

137 anni sono passati invano. Il sindaco di Pontelandolfo ancora vorrebbe ricordare e far ricordare quell’eccidio intitolando una piazza a quei Borbone per i quali l’intero paese si era sacrificato.

Il Prefetto ha bocciato la delibera, ma le case bruciate e diroccate sono ancora lì, come un drammatico monumento ai caduti.

Roberto Maria Selvaggi

Da “Il SUD Quotidiano” del 2/8/97

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