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Blu affascinanti del maestro Matteo Giovannetti

Posted by on Ago 16, 2017

Blu affascinanti del maestro Matteo Giovannetti

     Quale può essere la felicità suprema per uno storico dell’arte? Rinnovare la teoria? La teoria, però, non cessa di rinnovarsi. Compilare un catalogo? Esso, però, è sempre incompleto e generalmente noioso.

No, la vera fortuna è inventare un pittore, di risuscitare un nome e un’opera scomparsi. Enrico Castelnuovo ha conosciuto questa ebbrezza. Effettuando accurate ricerche sull’arte di Avignone, al tempo del papato, il Castelnuovo (“Un pittore italiano alla Corte di Avignone”) ha riscoperto un artista viterbese, Matteo Giovannetti (ca. 1300-1369), che lavorò in Provenza nella seconda metà del XIV secolo. Raccogliendo documenti lacunari e laconici e procedendo per raffronti e deduzioni, lo studioso è riuscito a ricostruire la vita del poco noto e pur valido pittore. Non è stata impresa facile. Gli affreschi che restano di lui hanno terribilmente sofferto gli oltraggi dei secoli e l’amministrazione militare, che aveva fatto del Palazzo dei Papi una caserma.

   Dopo aver attentamente studiato le cappelle Saint-Martial e Saint- Jean ed analizzato le pitture sul legno disperse un poco dappertutto, lo storico dell’arte ha potuto isolare gli elementi di uno stile che non esiste più; poi, forte della sua erudizione e dei paragoni con i contemporanei dell’artista (a cominciare dal pittore senese Simone Martini, morto ad Avignone, nel 1344), giunge a suggerirne la genealogia e a dimostrarne la singolarità. E’ allora la questione dell’arte avignonese nel suo insieme, della sua formazione, della sua omogeneità e dell’incrocio delle influenze che si trova posta e risolta nella misura in cui fonti e vestigia lo permettono.

   In sostanza, possiamo dire che l’opera di Enrico Castelnuovo, stupendamente illustrata, risuscita un artista viterbese che eseguì numerosi affreschi nella città del dipartimento di Vaucluse.

   Le opere di Matteo Giovannetti sono caratterizzate da un colore blu che  prende, affascina, avviluppa. Un blu intenso e luminoso, straordinariamente potente. Un blu oltremare grezzo, blu di Russia, dicono certi storici d’arte, blu prossimo a quello delle vetrate della stessa epoca. Blu come la nube costellata  d’oro che copre l’alta volta e su cui si distaccano delle scene della vita di San Marziale, vescovo di Limoges; blu che si ritrova, unico, nel mantello del Cristo o nel costume di tale o talaltro personaggio. Un blu che cola dal cielo e sembra spandersi, in schegge dense, fin sotto agli affreschi che tappezzano l’intero spazio, a cui risponde tutta una gamma di colori in sottili armonie, in una composizione pittorica magistrale avvolta in spirale.

   Da alcuni anni non si entra più in questo piccolo oratorio situato nella torre di San Giovanni e che dà  sul grande Tinello del Palazzo dei Papi di Avignone. Di dimensioni modeste (6 m. x 5,25 m.), voltato su crociere ogivali, esso è rischiarato da tre finestre. Al suolo, delle lastre in pietra.

   Gli affreschi magnifici  portano il segno di oltraggi diversi. E’ per questo che la cappella è chiusa al pubblico e non si visita che eccezionalmente. Fu Clemente VI, al secolo Pierre Roger, che, volendo abbellire il palazzo, affidò alcuni lavori al pittore italiano Matteo Giovannetti e gli ispirò il tema da sviluppare per questa cappelletta, che prese allora il nome di San Marziale. Sin dal 7 luglio 1343, il pontefice promulgò una bolla, con la quale ordinava la celebrazione di questo santo e, circa sei mesi più tardi, il 19 gennaio 1344, l’artista laziale cominciò a dipingere la vita di colui che l’apostolo Pietro avrebbe mandato ad evangelizzare l’Aquitania.

   Senza referenze iconografiche, Matteo Giovannetti seguì scrupolosamente i testi di cui disponeva e li cita, talvolta, sui rotoli che tengono certi personaggi o in cartigli predisposti alla base dei quadri. Ciò dà un’impronta particolare a questo grande libro d’immagini, che si dispiega al di sopra di pannelli imitanti il marmo e sormontati di arcatelle sostenute da fini colonnette. Come fa notare Dominique Vingtain, conservatrice capo del Palazzo dei Papi, autrice del libro “Le Palais des Papes”, per le Edizioni dello Zodiaco (1998), questo arteficio dà il senso di una galleria aperta sul cielo.

   E’ ancora la Vingtain che osserva che la cura messa nella lumeggiatura metallica di queste scene, con foglie d’oro o di stagno poste su rilievi di pasta di carta o di stucco, sulle vesti, dava all’insieme l’apparenza di un’immensa teca proteggente le reliquie del santo. Ancora oggi, anche se queste note preziose sono praticamente scomparse, l’impressione è abbagliante. La raffinatezza, la bellezza dell’insieme, danno il senso di una plenitudine, di una perfezione compiuta.

   Per lungo tempo, gli affreschi del Palazzo dei Papi dormirono sotto il bianco di calce: dal 1789 al 1906 l’edificio religioso fu trasformato in caserma. Si lavorò poi a liberare gli affreschi delle cappelle, della Camera del cervo, dell’Udienza. Seguirono altre campagne, ma è la prima volta che uno studio scientifico completo è stato condotto, grazie particolarmente a fondi europei. Uno studio sull’insieme della costruzione era anche stato lanciato ed è servito di base, da alcuni anni, ad importanti lavori.

   Isabelle Dangas, restauratrice, ha lavorato, durante l’inverno 1996-1997, sugli affreschi di San Marziale e una fotogrammetria è stata disposta da specialisti italiani, vera cartografia delle degradazioni, mentre era messo a punto un comitato di esperti, francesi ed italiani.

   Tutto è pronto ormai per una riabilitazione perfetta di questo gioiello, che ha debuttato all’inizio del 1999 e che è prevista in quattro “tranches”: otto mesi, poi conn tre periodi di sei mesi.

   L’importante “budget” che questo lavoro tecnicamente molto complesso implica dovrebbe essere assunto per metà dalla città di Avignone, per l’altra metà dallo Stato francese.

   “Matteo Giovannetti è anche il maestro che coglie il mistero e la profondità, notava Sylvain Gagnière, in “Le Palais des Papes d’Avignon”, per le Edizioni Les Amis du palais du Roure (1985), che fu anch’egli conservatore capo del Palazzo. Con la stravaganza del blu (…) egli sta per trarre delle sensazioni meravigliose in cui gli occhi amano perdersi tra la mano del Cristo e le bordure auree di paramenti sacri di Marziale.”

 

                  Alfredo Saccoccio

 

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