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Cento anni fa da una sala di incisione uscì il primo disco jazz grazie a Nick La Rocca un Siciliano

Posted by on Ago 12, 2017

Cento anni fa da una sala di incisione uscì il primo disco jazz grazie a Nick La Rocca un Siciliano

Fu registrato a New York il 26 febbraio 1917 dalla Original Dixieland Jass Band (scritta con due “s”) di Nick La Rocca, figlio di un emigrante siciliano. Due tracce che diedero il la al Novecento.

Potremmo cominciare da un punto caldo della storia, la primavera del 1916. Mentre in Europa si muore in trincea, a Chicago, verso le due del mattino, al civico 318 della 31ª East, indirizzo del Schiller’s Café, è in corso una ronda della Anti-Saloon League, la lobby che vigila sul consumo di alcol e preannuncia l’avvento del proibizionismo. Difatti da Schiller’s si beve che è un piacere: gin, whisky e birra scorrono a fiumi. Non si riesce nemmeno a entrare nel locale. La gente si accalca all’ingresso ma viene rispedita indietro. Per forza, da qualche settimana la musica è affidata a un gruppo arrivato dalla rovente New Orleans, si chiamano Original Dixieland Jass Band (la parola la scrivono usando ancora le due “s”) e indossano, come raccontava sardonicamente Arrigo Polillo, «lunghi spolverini da autista». Li guida un batterista chiamato Johnny Stein e tra loro c’è un carpentiere, figlio di un ciabattino siciliano di Salaparuta, Dominic James “Nick” La Rocca. Nick ha ventisei anni e suona la cornetta (suo padre strimpellava), mentre al clarinetto c’è un figlio di immigrati cajuns (canadesi di lingua francese) che all’anagrafe risulta come Alcide Nunez, detto però “Yellow”; il trombone lo comanda invece un professionista, Eddie Edwards e al piano siede un certo Henry Ragas, che morirà tre anni dopo a New York.

Chicago è solo un passaggio:

un transito importante, dove i cinque musicanti cominciano a vedere i soldi veri perché l’interesse, la smania che suscitano con quella loro musica jazzy, “sporca”, è tanto, e immediato. È musica allegra, squillante, ballabilissima e in fondo nuova per le orecchie del freddo Nord. Ma Stein si dimostra leader poco scafato e La Rocca da New Orleans chiama un altro batterista (il cui nome farebbe di certo la felicità di Francis Ford Coppola), cioè Tony Sbarbaro. A gennaio del 1917 eccoli a New York, lanciatissimi nei night club, tanto che la Columbia, compagnia discografica con le antenne alzate, li convoca per una seduta di incisione che però non riesce, tecnicamente è da buttare. In agguato c’è la concorrente e altrettanto pionieristica Victor, che produce soprattutto grammofoni, e che invece riesce a far registrare alla Dixieland Jass Band due facciate, Livery Stable Blues e Original Dixieland one step: è il 26 febbraio di cento anni fa e quello che finisce nei negozi è il primo disco jazz della storia.

Cento anni, dunque.

Pochi, se pensiamo che Johann Sebastian Bach lo ascoltiamo da trecento, però tantissimi quando riflettiamo sulla quantità di talenti, correnti, capolavori, influenze e miti che il jazz ha prodotto in un unico secolo. E poi il fatto che quel 26 febbraio 1917 venisse fissata su disco la musica di New Orleans non significa che il jazz nascesse allora; c’era già, ma aveva molti nomi, e molte facce. Solo per restare a New Orleans, Nick La Rocca era il prodotto di una singola scheggia di quel crogiolo di cultura e immigrazioni fondato nel 1718 dai francesi. La città era diventata americana solo nel 1803 e come una colossale spugna assorbì migranti dai Caraibi, da Cuba, schiavi poi liberati, che mischiavano le religioni africane con quelle dei coloni protestanti, e poi gli irlandesi, gli spagnoli, i cajuns, e gli italiani come La Rocca. A fine Ottocento, infatti, da Palermo salpava il piroscafo Montebello carico di arance e braccia da lavoro, e faceva poi ritorno portando cotone della Louisiana (lo racconta Claudio Lo Cascio, autore di Una storia del jazz. Nick La Rocca, edizioni Novecento).

Ma quali erano gli ingredienti

di quel brodo primordiale? Era una zuppa dove galleggiavano pezzi di blues, i canti rurali dei menestrelli, certamente le marcette più o meno funebri (spesso di importazione europea) e mano a mano che il jazz peregrinava nelle città come Chicago e New York, ma anche Filadelfia, Davenport, Saint Louis, Kansas City, i pezzi della zuppa si scioglievano facendo emergere in superficie le varie declinazioni; il pianoforte ragtime di Jelly Roll Morton (che suonava nei bordelli di New Orleans, nel quartiere Storyville chiuso dalla marina militare nel 1917 per impedire il dilagare della sifilide tra i mozzi in libera uscita); e poi il pianoforte già maturo, stride, di Willie “The Lion” Smith e James P. Johnson (un pianoforte che prefigura quelli di Art Tatum e Teddy Wilson). E poi la tromba del nero Louis Armstrong (che ascoltiamo su disco a partire dal 1923) e quella del bianco Bix Beiderbecke (che morirà, giovanissimo, nel 1931), fino a che un uomo nato nel 1899 renderà quella “giungla” di suoni un monumento di armonia: Duke Ellington, i cui primi grandi successi al Cotton Club di Harlem risalgono al 1927.

E il siciliano Nick La Rocca,

nel frattempo, che faceva? Raggiunti i suoi record quale pioniere del disco, compresa una tournée trionfale in Inghilterra, tornerà a New Orleans negli anni Venti alternando da lì in avanti, fino alla morte sopraggiunta nel 1961, l’attività musicale con quella di imprenditore edile, rivendicando pervicacemente tutta la vita l’invenzione del jazz, come racconta il suo primo biografo H.O. Brunn. Ma chi abbia inventato o meno il jazz è un falso problema: è evidente che nessuna arte come il jazz è frutto di un mix le cui origini sono sostanzialmente le stesse del Big Bang. Tuttavia, la spesso sottovalutata e misconosciuta parabola di Nick La Rocca rivela innanzitutto che in quel minestrone c’erano tanti italiani. E sarebbero aumentati, se pensiamo al peso che avranno nel jazz e nel business musicale gente come Frank Sinatra, Tony Bennett, i fratelli Candoli, Lennie Tristano, Louis Prima, Buddy De Franco e tanti altri, compreso quel Jack “Papa” Laine, alias George Vitale, che ai tempi di Nick La Rocca gestiva praticamente tutto il jazz bianco di New Orleans.

I primi dischi registrati

dal cornettista e i suoi sodali nel 1917 hanno venduto milioni di copie e hanno fissato il punto di inizio rispetto a un passato sul quale possiamo solo congetturare. Arrigo Polillo nel suo classico Jazz (Mondadori), a proposito delle prime incisioni Victor e Columbia, annotava che «la mancanza di documenti discografici ci impedisce di verificare de auditu come stessero esattamente le cose prima che gli uomini di New Orleans arrivassero al Nord». Chi si era trovato dinnanzi alle performance di La Rocca e delle altre band in circolazione in quel momento, come quelle di Freddie Keppard o di Tom Brown, riferiva di un «ragtime suonato veloce». Pare che lo stesso Armstrong, allora ragazzo, avesse constatato che il repertorio di quelle formazioni era ristretto ma si trattava di musica «molto calda» e suonata con «slancio». Che musica fosse, però, non era ancora chiaro: d’altra parte, sul primo microsolco registrato da La Rocca, una delle due facce, Livery Stable Blues, era indicata come un Fox Trot, vale a dire una danza. Ma la vera notizia era un’altra: si poteva riascoltare all’infinito.

Il jazz, o qualsiasi cosa fosse,

poteva adesso essere diffuso anche laddove non si sarebbe mai sognato di arrivare (la radio era agli albori) e, visto il successo, tutti cominciarono a incidere dischi e, da espressione di un manipolo di nottambuli reietti, spesso appartenenti a minoranze tenute sotto osservazione poliziesca, il jazz si fece oggetto commerciale e, apriti sesamo, fu accettato. Incollò la sua frastagliata silhouette a quella dell’America della Depressione e poi del New Deal e oltre sfornando pezzi unici come Billie Holiday, Benny Goodman, Thelonious Monk, Charlie Parker, Bill Evans, Miles Davis.

Personalità potente

quanto camaleontica, in un secolo il jazz è stato tutto e il contrario di tutto: musica tribale che entrava in città, cordiale accompagnamento da ballo o da ascolto, palco per virtuosi, ribellione pura, gesto politico o snob, seducendo di volta in volta gente in cerca del nuovo oppure vecchi nostalgici. Di sicuro ha interrogato la musica, e anche la società: per primo, ha fornito al Racconto Americano

uno dei suoi ingredienti imprescindibili, la sanguinosa, gloriosa, lunga e tuttora sofferta epopea dell’integrazione. Dopo sarebbero arrivati il rhythm and blues, il rock, il rap, il funky, l’hip-hop… Ma solo dopo, molto dopo.

Alberto Riva

(10 febbraio 2017)
venerdì di Repubblica

 

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