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Insorgenza: vecchie e nuove prospettive

Posted by on Dic 17, 2018

Insorgenza: vecchie e nuove prospettive

1. La questione delle insorgenze


Da qualche tempo – all’incirca una quindicina di anni – il tema delle «insorgenze anti-giacobine» – è questa la terminologia più ricorrente, benché imprecisa (1) – è uscito dalle nebbie di un immeritato oblio ed è riuscito a conquistarsi un po’ di spazio nei canali dell’informazione ed anche, anche se in misura limitata, negli studi.

Tuttavia un profilo «ad alta definizione» – come si potrebbe dire – di questa vicenda non è stato ancora disegnato. Non solo nei media – dove la priorità data all’attualità è schiacciante e dove l’approssimazione regna sovrana –, ma anche in sede storiografica prevalgono ancora molti giudizi affrettati e si ripetono stereotipi che stentano a scomparire.

Per fare un esempio, non è raro vedere accomunare gl’insorgenti ai sovrani, alle potenze, ai nobili e agl’intellettuali anti-rivoluzionari, come se la reazione contro il dilagare in Francia e in tutta Europa delle ideologie frutto della Rivoluzione del 1789 fosse un blocco unitario nel tempo e nello spazio.

Se è corretto parlare di un movimento contro-rivoluzionario, occorre tener peraltro presente che esso è composto da molteplici soggetti, attivi a diversi livelli e in diversi tempi, di norma non coordinati fra loro. I contadini del Pavese insorgono nel maggio del 1796, dopo soli nove giorni dall’ingresso delle truppe francesi in città. Al contrario le prime forme di riflessione sullo sconvolgimento portato dall’invasione rivoluzionaria nel Settentrione della Penisola e i primi saggi critici e di polemica contro-rivoluzionaria – penso agli scritti del gardesano Vittorio Barzoni (1767-1843) (2) – non faranno la loro comparsa prima della fine del 1797.

Gl’insorgenti, anzi, hanno goduto sempre di scarsa simpatia presso le élite conservatrici, sia nel loro tempo sia in seguito. Esemplare è l’avversione contro i moti di popolo che un aristocratico come il conte Monaldo Leopardi (1776-1847) esterna nelle sue memorie (3); così pure solo da poco si sa che dopo il 1799 nello Stato Pontificio vennero istruiti processi contro gl’insorgenti, in cui essi si trovarono a essere giudicati da magistrati non di rado schierati con la Francia e con i «giacobini» durante la Repubblica Romana del 1798-1799 (4).

Ancora, le stesse potenze alleate contro Napoleone furono sempre ambigue nell’appoggiare gl’insorgenti italiani, sia per una miope ottica di ceto, sia perché timorose che dar spazio al popolo potesse alla lunga sminuire l’autorità dei sovrani che si prevedeva di restaurare sui troni.

Altrettanto disinteresse per la causa della resistenza popolare contro la Rivoluzione manifesta l’opposizione intellettuale: nessuno degli scrittori contro-rivoluzionari del periodo napoleonico mostra di voler indossare le ragioni degl’insorgenti e nemmeno li vede come una risorsa utile per irrobustire lo sforzo di resistenza allo strapotere franco-napoleonico. Eppure il generale – e poi monarca – côrso confesserà apertamente, nella sua corrispondenza, quanto egli temeva, soprattutto durante la Prima Campagna d’Italia, quando l’Armée d’Italie era forte, ma ancora in fase di consolidamento, che una rivolta «alla vandeana» nell’Alta Italia tagliasse fuori l’Armée dal suolo francese, destinandola alla sconfitta. Per questo, per punire la rivolta pavese farà incendiare il villaggio di Binasco, posto a metà strada fra Milano e Pavia (5). E il timore era tutt’altro che infondato e lo si vedrà nel 1799 quando la simultanea – ma non organizzata – rivolta delle masse rurali piemontesi e delle campagne centro-italiane e meridionali imbottiglierà i francesi – privi di Napoleone – allora in Egitto – nella Penisola, costringendoli ad aprirsi la strada verso la Liguria e la Provenza a prezzo di sanguinosi combattimenti e di feroci rappresaglie contro i guerriglieri insorgenti.

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