Il “Diavoletto Indipendente” (XXXIX)

Il Diavoletto, Anno XIII, N. 244, 19 ottobre 1860
Cose di Napoli.
Scrivono da Napoli 6, all’Agenzia Havas: Il re è sempre a Gaeta: ha la fisonomia calma e benevole, non è abbattuto, ma piuttosto fiducioso, senza presunzione nè falsa assicurazione. Il nunzio, i ministri di Russia, di Prussia, d’Austria e di Spagna non hanno abbandonato S. M.; e senza illudersi sulla gravezza delle circostanze, tutti semi brano dividere sino ad un certo punto le speranze, e dirò quasi la confidenza dell’armata.
Questa armata conta più di 50 mila uomini. Essa ingrossò per molti soldati congedati e marinai che riuscirono a radunarsi a Gaeta per offrire i loro servigi al re che la sua armata ama sinceramente.
Alcuni di loro mi hanno detto, ciò che io già sapeva, che la corruzione aveva staccato tutti i capi che potevano esservi accessibili; che si era sicuri, della fedeltà, se non dei talenti militari di quelli che rimangono, e che colla grazia di Dio, il re aveva ancora grandi speranze di risalire sopra il suo trono.
Sulla battaglia del Volturno, combattuta fra i regii e i garibaldiani il 1. ottobre, ecco alcuni particolari tolti dal rapporto fatto dai generali regii e pubblicato nellaGazzetta di Gaeta: “Alle 2 antimeridiane del 1. ottobre uscirono le truppe da Capua liete e fidenti nel loro volere per la porta di Napoli.
“All’alba aprirono il fuoco i cacciatori dell’ala sinistra ed il battaglione tiragliatori della guardia che per la prima volta combatteva e con valore.
“Allo avanzarsi dei nostri, uscirono gli avversari da S. Maria e discesero da S. Angelo, ma in breve tempo furono vigorosamente respinti ed obbligati a ritornare alla loro posizione. La colonna dei cacciatori della sinistra, con vivo fuoco di fucileria protetta dalle artiglierie di montagna si
spinse risolutamente innanzi, e giunta sulla dominante posizione di S. Angelo, conquistò alla baionetta tre batterie colà piantate, i pezzi delle quali, parte furono inchiodati, altri rovesciati ne’ sottoposti burroni, e 6 pezzi di artiglieria da campo e di montagna, furono trasportati nella piazza, e procedendo sempre innanzi superò la prima e la seconda barricata del villaggio di S. Angelo in Formis, fece molti prigionieri, prese armi e munizioni e grancopia di cavalli.
“Non è a descriversi l’ energia e l’ardore dimostrato dagli ufficiali e soldati de’ cacciatori e della poca cavalleria di questa colonna nella ricognizione di S. Angelo.
“Nè altrimenti poteva avvenire, poichè la presenza di S. M. il re in quel punto animava e sosteneva il coraggio dei prodi che combattevano e coi quali in seguito divise la gioia del successo.
“La colonna destinata a marciare a S. Maria riconobbe l’inimico e tentò un attacco, nel quale alcune compagnie del 9. e 10. di linea, ed altre dei tiragliatori, con islancio incredibile giunsero nel paese superando le prime barricate sotto il fuoco micidiale di molte artiglierie.
“Le AA. RR. conte di Caserta e conte di Trapani non lasciarono dal guidare quelle colonne e divisero colle truppe le fatiche ed il pericolo. Meritate lodi si devono all’artiglieria, la quale perdé diversi ufficiali, sottufficiali e soldati nell’attacco delle prime barricate a S. Maria, ove si vidde obbligata di lasciar due pezzi, sol perchè feriti e morti il maggior numero degli animali trovarono impossibile di ritirarli sctto il vivo fuoco della mitraglia nemica.
“Sulla diritta via della linea, il brigadiere Sergardi con meno di due squadroni lancieri, ed un distaccamento di zappatori e 4 pezzi attaccò il villaggio fortificato di S. Tammaro, superò le barricate, se ne impossessò, prese una bandiera e tolse al nemico molte armi, munizioni e prigionieri.
“Il generale Colonna, rimasto sulla sponda destra del Volturno, impedì al nemico di passare il fiume a Triflisco, ove si presentò con forze imponenti, le quali furono respinte nel bosco di S. Vito, e poscia da bravi cacciatori snidate e disperse.
“Erano le ore 3 pom. e poichè si era raggiunto lo scopo di riconoscere perfettamente l’inimico su tutta la sua linea di difesa, fu ordinato alle truppe di rientrare nella piazza e tanto venne eseguito con calma, ordine e tempo senza che si fosse lasciato un solo uomo indietro.
“Il nemico non ardì riattaccare le nostre truppe, e ciò prova di quale effetto fossero state le nostre offese”.
Rivista Politica.
Trieste 18 ottobre.
Napoleone, che ora si chiama terzo di questo nome, non nacque sul trono: esso per la lunga via del profugo politico, nella cella del recluso, nei giorni del congiurato, studiò sempre gli uomini e raggiunse appunto, mediante la scienza appresa con questo studio, la sua meta; egli è potente perchè gli oltri acconsentirono che lo fosse; egli domina si può dire l’Europa, perchè i potenti si spogliarono in di lui riguardo di quegli attributi che dovrebbero essere sacri per i principi ed intangibili.
Allorchè Napoleone III non era che l’oscuro principe Carlo Luigi Napoleone che viveva la vita dell’esiliato in Londra, esso scrisse un libro sulla politica degli Stuardi, ed al capo IV vi si leggono le seguenti parole: “I popoli non dovrebbero mai prestar fede ai Principi, i quali per ottenere il trono sono trascinati ad acquietare gli animi di tutti con acorte dichiarazioni e ad amicarsi i partiti avversi colle promesse”. La sentenza fu scritta dallo stesso uomo che si valse appunto dei mezzi nella medesima condannati per salire all’alto grado in cui s’è posto.
Scritta per i popoli, questi non vi abbadarono; Napoleone promise infatti alla Chiesa il rispetto pel suo capo supremo; promise ai liberali d’ogni colore il suo aiuto, lo promise alla rivoluzione, lo promise alla Monarchia, lo promise alla repubblica; e salì ! Ora è a sapersi se questi popoli, se questi partiti, se questi principi che credettero servirsi di lui pei loro fini non pretenderanno tutti l’adempimento delle antiche promesse. È venuto il tempo nel quale a qualcuna di esse converrà mancare: Napoleone III Imperatore, abbraccierà esso il partito col quale corse la prima parte della sua fortunata carriera, oppure si volgerà al secondo col quale si mise a paro come principe regnante in Europa? Varsavia toglierà a quanto crediamo di mezzo il titubare, e l’Europa monarchica o vedrà Napoleone III svincolarsi dal partito della rivoluzione di cui, a ragione o a torto, lo si crede l’antesignano, o gettandosi nel campo del medesimo alzerà in Europa la bandiera nera della guerra generale…….
Il Piemonte che ha proclamato volersi porre a capo del movimento italiano, per indir guerra entro sei mesi all’Austria, cerca mediante una spavalda condotta di acciecare i popoli onde non veggano la vera posizione in cui esso si trova, per la sua politica subdola rivoluzionaria e di invasione. Ma anche a Torino vi sono uomini che leggono chiaro nel libro della storia, o dal passato apprendono a vedere nell’ avvenire – essi domandano titubanti in uno, e speranzosi ciò che sarà dell’Italia da qui a sei mesi; e gli stessi capi del movimento per nulla confidenti nelle parole di Napoleone, poco sicuri di quelle dell’Inghilterra, guardano con tremito pauroso il possibile allontanarsi dell’ambasciator russo, il quale porterebbe, partendo da Torino, nelle sue tasche i capi d’accusa per la sentenza
che condannerebbe alla restituzione del maltolto, il gabinetto sardo. Se è vero che il principe Gortschiakoff rilasciò al rappresentante di Vittorio Emanuele presso la Corte dello Czar i passaporti, e gli ha dato l’addio della partenza, egli è evidente che a Varsavia avremo il secondo atto di questa nuova e granda politica.
La rocca di Gaeta non è ancora espugnata; Francesco II, ultimo principe italiano che lotta coraggiosamente contro i suoi nemici, che si oppone a Garibaldi e contrasta il passo al re usurpatore è degno di lode, è degno di premio – e l’ora non è lontana del suo trionfo.
Varsavia… Varsavia… e poi i sei mesi di Vittorio Emanuele si accorcino pure, si facciano sei
settimane, sei giorni, se tale è il destino, e se la guerra deve chiudere l’èra della rivoluzione, sia oggi piuttosto che domani. Dobbiamo confessarlo, questa guerra sta ancora nelle mani di Napoleone III, e di questa opinione è pure ilTimes, nel quale leggiamo: “l’avvenire d’Italia sarà fra qualche giorno deciso dalla risoluzione che sarà per prendere l’Imperatore Napoleone, il quale può mutare la faccia all’Europa oggi, come dopo Villafranca poteva volere la attuazione dell’onorevole pace ch’era stata segnata fra i due Imperatori. Vorrà esso che la forza combatta la forza, e che l’Europa entri in un periodo di sangue e di atroci lotte?..”
Nella seduta del Senato del regno piemontese del 16, venne votata la legge delle annessioni proposta dal conte di Cavour con 84 voti favorevoli e 12 contrari. L’illustre Brignole Sale parlò contro la politica delle annessioni ed in particolare di quella delle provincie suddite del Papa, difendendo il potere temporale del medesimo. Il conte di Cavour fa l’apologia del suo sistema e proclama che il Governo sardo è libero da influenze straniere!! Torna sull’argomento della Venezia e replica che non possono sorger dubbii sui fini della sua politica (?). Ha finalmente la franchezza o l’impudenza di dichiarare che le sorti delle Marche e dell’Umbria erano decise dal giorno che l’Emilia e la Toscana furono unite al Piemonte.
La maschera cade dal volto finalmente a questo fortunato amico della politica Napoleonica……
Ora gli onesti che prestavano fede in altri tempi alle di lui proteste, dovrebbero almeno confessare che furono lo zimbello del signor conte ministro.
L’idea fissa di Napoleone III sembra ora esser quella di un Congresso; il sig. Grandguillot, redattore in capo delConstitutionnel, torna sul tema trattato pochi dì fa risguardante l’entrata dei Piemontesi nel Napoletano; esso replica che il Governo sardo facendo passare i suoi soldati negli Stati del re di Napoli, ha violato le leggi internazionali, per il che si appella ad un Congresso. È evidente che ilConstitutionnelserve alle mire dell’Imperatore; ilPayse laPatrieparlando delle cose di Piemonte e d’Italia si esprimono essi pure in modo da lasciar credere che la Francia si appelli ad un Congresso. Ma chi ci assicura che questa idea del Congresso, Napoleone non l’abbia gettata sull’Europa onde sventare la coalizione ch’esso vede formarsi a danno suo? – egli ha bisogno di tempo, ed il Congresso gliene accorderebbe quanto gli piacesse.
Convien dirlo – Questi sono i giorni d’aspettazione per noi…. e quindi ci sembrano lunghi e penosi.
Il Diavoletto, Anno XIII, N. 245, 20 ottobre 1860
Cose mostre. II.
Abbiamo ieri fatto parte coi nostri lettori delle speranze che ci animano, e che appunto mentre noi scriviamo si fanno forse realtà.
Ora dal campo dei principii ci piace venire alla pratica applicazione dei medesimi; e nell’odierno articolo ci permetteremo esporre alcuni nostri desiderii intorno alle necessità che maggiormente si fanno sentire nei paesi italiani dell’Austria.
Se si alzano, e pur troppo il confessiamo, a giustizia, lamenti per la poco onestà di cui diedero prove alcuni della casta degli impiegati accedendo in certo modo alle idee sovversive dei nemici dell’austriaco Governo, o con un condannabile silenzio o con una condotta politica riprovevole in qualunque suddito austriaco, riprovevolissima negli impiegati dello Stato che vivono di esso e per esso, d’altra parte è giusto l’osservare come la condizione economica d’alcuni di essi, parliamo di quelli appartenenti alle ultime classi, sia fuor di dubbio estremamente dolorosa.
Gli onesti devono riprovare con tutta la forza coloro che servendo lo Stato, ed avendo giurato fedeltà al Sovrano di cui sono sudditi, si lasciano trascinare fuor dell’onesta via che ad essi viene tracciata dal dovere; e i buoni in fatti, i sudditi fedeli guardano a costoro con un senso di disgusto, né ammettono i ragionamenti coi quali essi vogliono scusare la loro perversa condotta; ragionamenti che partendo da un falso principio e da massime immorali vestite coll’orpello della moderna parola politica con la quale si va pervertendo il senso del giusto e dell’onesto, non dovrebbero essere uditi certo in bocca degli impiegati pubblici, i quali giurarono di servire fedelmente il Sovrano e la sua casa imperiale.
La severità con costoro è giustizia – è una necessità inevitabile se si vuole tener monda la casta della burocrazia dal tarlo della infedeltà.
Adunque giustizia severa ed inesorabil coi tristi. Premii e ricompense pei buoni; guai se questi, che pur sono la maggioranza, dovessero patire in causa dei pochissimi infedeli, guai se le ricompense fossero infirmate a causa della cattiveria di un piccolo numero di perversi od illusi! Rialzare gli onesti ed i fedeli è debito in questo caso, e nelle circostanze attuali è politicamente necessario, onde si vegga che il Governo sa conoscere e premiare la lealtà, lo zelo e la fedeltà; basta una dimenticanza, una noncuranza, anche senza malizia, nei capi verso alcuno dei loro inferiori, perchè nasca quel disgusto che ingenera la tentazione a mutare sentiero. Lo replichiamo: la severità verso chi si scosta dal proprio dovere è sempre giustizia; oggi oltrechè giustizia è una sovrana necessità. Ma perchè questa possa avere appoggio nella generalità, deve trovare d’altra parte il suo contrapeso (ci si permetta la frase) nella giusta ricompensa che si deve a coloro che del dovere si fanno un santo carico e l’adempiono scrupolosamente in tutte le sue parti, anche a costo di dover lottare contro gli avventati partiti che impongono alcune volte la loro legge colla forza della calunnia
e della persecuzione.
Noi speriamo adunque che il Governo non dimenticherà la casta dei piccoli impiegati: essi sono per le mutate condizioni economiche dei tempi, stretti nelle più tremende difficoltà, e combattono per il pane che devono misurare alla tavola delle loro famiglie: non si voglia. tentare la loro onestà con questo pericoloso genere di prova amarissima – si pensi a regolarne gli stipendii in modo che bastino ai bisogni della vita, né debbano trascinare una esistenza laboriosa ed onesta in quello stato, che se non è miseria, è poco meno quando si pensi alle lagrime, ed ai dolori morali cui è condannato il piccolo impiegato del quale sta a peso una intera famiglia.
Nel Consiglio dell’Impero si parlò assai di diminuire possibilmente gli impiegati dello Stato. Se le condizioni finanziarie della Monarchia impongono una tale misura, e questa non è contraria al regolare andamento dell’ammistrazione dello Stato, sia pure; ma a chi rimane si dia quanto basta pei bisogni della vita, onde possa lavorare con tutte le forze nel servizio dello Stato e vivere in società come conviensi ad un pubblico funzionario, che rappresentar deve la legge e la meastà del Sovrano.


