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ALTRO CHE ITALIA! GLI ABITANTI DELLE DUE SICILIE VISTI DAI FUNZIONARI PIEMONTESIALTRO CHE ITALIA!

Posted by on Gen 27, 2024

ALTRO CHE ITALIA! GLI ABITANTI DELLE DUE SICILIE VISTI DAI FUNZIONARI PIEMONTESIALTRO CHE ITALIA!

Nel 1860-61 il Regno delle Due Sicilie crollava sotto i colpi dell’armata di Garibaldi da sud e dell’armata regolare sabauda da nord. La struttura statale borbonica si liquefece, e nei posti di comando furono nominati funzionari piemontesi. Nella corrispondenza tra questi uomini provenienti dal nord e il governo di Torino emergono i giudizi verso gli abitanti di quel Regno che non c’era più. Camillo Benso conte di Cavour, capo del governo del nuovo Regno d’Italia, non era mai stato a sud di Firenze.

Per conquistare le Due Sicilie furono sufficienti dieci mesi, ma per controllare il territorio ci vollero circa dieci anni di antiguerriglia e durissima repressione dell’insorgenza e della popolazione che l’appoggiava, impiegando un numero altissimo di militi delle forze dell’ordine, di guardie nazionali e di militari dell’esercito. I funzionari del nuovo stato espressero più volte le loro preoccupazioni e il disprezzo per quelle popolazioni. Fu scavato un solco profondo (ancora presente) tra la civile Italia settentrionale, dove vigevano le garanzia dello Statuto Albertino, e la selvaggia e primitiva Italia meridionale, dove si applicava la legge marziale.

Il Regno napolitano non esisteva più, nasceva il Mezzogiorno e ne venivano rappresentate le enormi differenze con l’altra Italia, una rappresentazione che fu utilizzata per decidere come amministrare quei cittadini dalla lontana Torino, per elaborare le strategie politiche, economiche e militari per la gestione di quel territorio. La nuova Italia liberale e piemontese si fondava su questo concetto: il Nord industrializzato, ricco, moderno, efficiente, ben collegato, civile; il Sud povero, selvaggio, arcaico, violento, abitato da gente brutale e priva di valori morali.

Nel tardo agosto 1860, quando Garibaldi e le sue truppe salivano attraverso la Calabria verso Napoli dopo aver conquistato la Sicilia e attraversato lo stretto di Messina, Cavour e i suoi subordinati rimasero contrariati di fronte al fatto che i napoletani non fossero insorti contro i Borbone prima dell’arrivo di Garibaldi. Essi avevano il timore che, senza un’insurrezione napoletana, la conquista della capitale borbonica da parte delle camice rosse avrebbe dato a Garibaldi uno schiacciante controllo dell’Italia meridionale, e avrebbe messo in discussione l’appoggio francese alla causa dell’Unità italiana. I napoletani, comunque, nonostante il lavoro degli agenti provocatori piemontesi, non si mossero. Il 27 agosto 1860 Cavour scrisse al suo ambasciatore a Napoli, Salvatore Pes di Villamarina:

La condotta dei napoletani è disgustosa: se non vogliono fare niente prima dell’arrivo di Garibaldi, si meritano d’essere governati come i siciliani da dei Crispí o dei Rafaeli.

Il giorno dopo, Villamarina rispose da Napoli:

È colpa mia, caro Conte, se i Napoletani non hanno sangue nelle vene […] se sono, per così dire, abbrutiti?4

A capo dell’armata piemontese che invase prima lo Stato Pontificio e poi il Regno delle Due Sicilie c’era il re Vittorio Emanuele II che il 9 dicembre 1860 scrisse a Cavour un rapporto sulle condizioni della Sicilia e di Napoli. Il re scrisse da Napoli che l’isola

[…] è chiamata per l’indole generosa dei suoi abitanti a glorioso avvenire, poco vi è da fare per metterla sulla via»;

il contrasto che egli descrisse fra la Sicilia e Napoli è lampante:

[…] tranquillo sopra quella parte dell’Italia così bene avviata le dirò qualche cosa delle nostre piaghe di qua. Questo misero paese è ancora in un caos, ed avvilito all’ultimo eccesso, trovasi come un cavallo che non sente più i speroni, quante volte ho desiderato che Lei si trovasse qua, onde toccare con mano queste grandi verità, perché temo che Torino non crede quello che si dice».

Negli anni successivi Vittorio Emanuele sarà smentito anche dai siciliani, i quali si opposero tenacemente alle leggi piemontesi e si ribellarono nel 1866.

Già in questi due brevi commenti emerge un significativo numero di elementi sull’attitudine dei piemontesi verso il Sud, che avrebbe avuto consistenti conseguenze sul modo con cui essi effettivamente lo avrebbero governato. Nella dichiarazione di Cavour, egli dà poco credito alle capacità politiche dei napoletani, tanto che essi «meritano» di essere governati in maniera autoritaria, persino violenta, alla Rafaeli e alla Crispi, il quale ultimo, come dichiara un gruppo di siciliani,

[…] ha raccolto in 12 ore di dominio tutto l’odio che il più infame dei satelliti del Borbone, Maniscalco, raccolse in dodici lunghissimi anni».

Se una parte dei funzionari piemontesi motivava l’abbrutimento dei napoletani con un fattore estrinseco, cioè secoli di malgoverno, un’altra parte credeva a un elemento intrinseco, cioè a una corruzione interiore e non curabile dal buongoverno dei piemontesi. Il 20 novembre 1860 Cavour scrisse:

I napoletani sono corrotti fino all’osso.

Il medesimo giudizio definitivo di un carattere non riscattabile e che non può essere giustificato solo dalla storia fu espresso da Villamarina:

Qui non esiste altro che viltà. Per scusarsi essi dicono che sono avviliti […] ma perché, dico io, si sono lasciati avvilire in questo modo? […] Alla fine la storia dimostra che tutti i popoli, più o meno ci sono passati, ma non sono caduti in un tale stato di abbrutimento e di poltroneria come i napoletani.

Un contributo fondamentale alla costruzione di una narrativa negativa sugli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, fu dato dai fuoriusciti meridionali piemontesizzati, assenti da molti anni e rancorosi verso l’antico regime. Uno di questi fu lo scrittore e giornalista pugliese Giuseppe Massari, amico di Cavour, in esilio dalla restaurazione del 1849. Così scrisse in una lettera a una sua amica il 23 agosto 1860:

Oh! Quella Napoli come è funesta all’Italia! paese corrotto, vile, sprovvisto di quella virtù ferma che contrassegna il Piemonte, di quel senno invitto che distingue l’Italia centrale e Toscana in ispecie. Creda a me; Napoli è peggio di Milano.

E rincarava la dose in una lettera a Cavour del 21 ottobre 1860, dopo essere rientrato a Napoli:

Mi trovo in un mondo affatto nuovo per me, e voglio dirle le mie impressioni. Napoli porge lo spettacolo più bizzarro e più singolare che possa immaginarsi: quello di una anarchia pittoresca ad un tempo e grottesca: un chiasso dell’altro mondo, un va e vieni continuo di gente, un gridare che stordirebbe anche il Senatore Plana e un sudiciume da digradarne Costantinopoli. Io ho sempre amato ed apprezzato il Piemonte, ma dopo questi tre giorni in Napoli lo adoro. Il contrapposto è indescrivibile».

Quindi, uno dei più diffusi concetti vedeva un’Italia vera e di virtù, rappresentata dal Piemonte e dalla Toscana, e un nemico dell’Italia, Napoli, nella sua accezione più ampia, cioè il Meridione. Per salvare il Sud, secondo Massari, era necessaria «una grossa invasione di moralità piemontese».

Un altro meridionale molto severo con i suoi conterranei fu l’avvocato e patriota napoletano Tommaso Sorrentino. Il testo di Sorrentino è un memorandum a Costantino Nigra, all’epoca segretario del Principe Eugenio di Carignano, luogotenente generale delle provincie napoletane. Egli dà a Nigra alcuni consigli sul luogo e suggerimenti per governare con successo le provincie napoletane, sottolineando le profonde differenze morali tra i settentrionali e i meridionali:

Pensi che l’Italia dall’Alpi agli Appennini romani ha una vita, un pensamento, una leva; dagli Appennini al mare ne ha un’altra. Nel Settentrione predomina il patriottismo, nel Mezzogiorno l’interesse; là è spontaneo il sagrifizio, qui si opera per egoismo; nel Nord si riflette, qui nel Sud si saltella; là vi è concordia almeno nel fine, qui si discorda in tutto; nell’alta Italia si conosce la vita politica, nella bassa s’ignora affatto; di sopra, vi è educazione civile, di sotto pubblica corruzione.

Uno dei giudizi più sprezzanti verso i meridionali fu espresso dal politico romagnolo Luigi Carlo Farini, nel novembre 1860 nominato Luogotenente Generale nelle province napoletane. Così scrisse a Cavour:

Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile! Il Re [Francesco II] dà carta bianca; e la canaglia dà il sacco alle case de’ Signori e taglia le teste, le orecchie a’ galantuomini, e se ne vanta, e scrive a Gaeta [dove Francesco II era asserragliato]: i galantuomini ammazzati son tanti e tanti; a me il premio. Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno a’ liberali) pe’ testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno ed in mezzo a noi. […] È spaventoso, lasciatemelo dire e ripetere lo stato di questo disgraziato paese […]. Certo non bisogna secondare tutte le malvagie inclinazioni e le abiette costumanze, ma non si può in un giorno tagliar corto e profondo sulla piaga. Questa moltitudine brulica come i vermi nel corpo marcio dello Stato: che Italia, che libertà! Ozio e maccheroni, nessuno invidierà a Torino o Roma il decoro ed il lustro della Capitale d’Italia, purché questa seguiti ad essere la capitale dell’ozio e della prostituzione di tutti i sessi, di tutte le classi.

Non più generoso fu il nobile e ufficiale piemontese Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, impegnato nella campagna contro il brigantaggio, il quale scrisse:

«Qui siamo fra una popolazione che, sebbene in Italia e nata italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell’Africa».

Sullo stesso tenore fu il giudizio espresso in una lettera a Cavour del ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Battista Cassinis, in missione al Sud, il giurista che spinse verso l’estensione dei codici piemontesi ai territori annessi:

Bisogna in certa guisa adunque rifare il paese, rifare, o dirò meglio creare, la coscienza pubblica, bisogna rendere gli uomini capaci della applicazione del sistema costituzionale. E sarebbe cosa da spaventarsene, sarebbe cosa da riputarsi impossibile, se questa medesima terra tanto lontana dalle idee di progresso e di civiltà non ci presentasse opportunità speciali.

La rappresentazione che si dà è quella di due Italie, una civile, quella del nord, e una barbara («Altro che Italia!»), quella del sud, simile all’«Affrica». È la visione civilizzatrice dell’imperialista europeo che va a conquistare i selvaggi territori dell’Africa e dell’Asia.

Più erano barbare e incivili le condizioni delle popolazioni meridionali, più era legittimo l’intervento del Piemonte e la sua azione civilizzatrice, anche se violenta. Questo pensiero fu espresso dal politico marchigiano Diomede Pantaleoni in una lettera a Cavour del 6 novembre 1860:

La nostra annessione con Napoli e con quelle provincie appestate e guaste dal dispotismo più assurdo è già un’ardita pruova che noi facciamo, ma almeno con la nostra forza, col nostro coraggio più grande, con la nostra superiore intelligenza e superiore morale, con la nostra esperienza e il nostro carattere, possiamo sperare di governarle e domarle.

Lo stesso concetto fu espresso nella lettera a Massimo D’Azeglio scritta il 21 agosto 1861:

Credimi, non siamo noi che profittiamo nell’unione, ma sono queste sciagurate popolazioni senza morale, senza coraggio, senza cognizioni e dotate solo di eccellenti istinti e d’un misto di credulità e di astuzia che le dà ognora nella mani dei più gran farabutti.

Anche una donna inglese, Lady Holland, amica di Cavour, si premurò di scrivere le condizioni dell’ex reame al Presidente del Consiglio piemontese:

È poi rimarchevole che in questo Regno delle Due Sicilie il nuovo governo troverà che tutto è da fare […]. Tutte le città di Napoli e Sicilia sono in uno stato di indecenza, quasi inferiori a quello delle antiche tribù dell’Africa. Le prigioni ed i luoghi penali sono locali dove appena si possono tenere le belve. Non vi sono fontane pubbliche, non orologi, e tutt’altro che a civili contrade si conviene.

In contrapposizione al severo giudizio di Lady Holland, ecco l’interessante descrizione di Napoli espressa dal federalista milanese Giuseppe Ferrari nel suo discorso contro l’annessione nella Camera dei Deputati:

Ho visto una città colossale, ricca, potente […]. Ho visto strade meglio selciate che a Parigi, monumenti più splendidi che nelle prime capitali dell’Europa, abitanti fratellevoli, intelligenti, rapidi nel concepire, nel rispondere, nel sociare, nel agire. Napoli è la più grande capitale italiana, e quando domina i fuochi del Vesuvio e le ruine di Pompei sembra l’eterna regina della natura e delle nazioni.

L’avventuriero e generale piemontese Paolo Solaroli di Briona il 12 dicembre 1860 espresse nel suo diario la differenza tra il territorio benedetto dalla Provvidenza e la popolazione estremamente degradata:

Dirò due parole sulla tanto decantata Napoli dal bel clima. La popolazione è la più brutta ch’io abbia veduta in Europa dopo Oporto, ma sorpassa questa nella mollezza e nel vizio, nel sudiciume. […] Abbiamo acquistato un cattivissimo paese, ma sembra impossibile che in un luogo ove la natura fece tanto per il terreno, non abbia generato un altro Popolo.

Due giorni dopo, il conte piemontese Guido Borromeo, da poco nominato segretario generale del Ministro degli Interni, in una lettera a Ferdinando Riccardi di Netro comunicava la missione redentrice e pedagogica dei piemontesi, nonostante la repulsione verso quelle popolazioni e i loro vizi:

Conosco molto codesto Paese dove ho soggiornato per più di due anni consecutivi e so di quali spine, e di quanti agguati siano cosparse le sue vie. Avvezzi alla severa disciplina e alla sdegnosa onestà del nostro settentrione, la viltà, l’ingordigia, la venalità e la malafede che cresce in ragione cubica più si discende verso il calcagno dello stivale fanno un effetto disperante. Ci vorranno due generazioni prima che il rubare, il mentire, il truffare siano costì considerate azioni non proibite soltanto dal Codice. Eppure bisogna che qualcuno si assuma di far da maestro e da pedagogo.

Uno dei protagonisti del Risorgimento più conosciuti per l’incontrollata irascibilità e la violenza è il genovese Gerolamo Bixio, detto Nino, braccio destro di Garibaldi. Il 6 gennaio 1861, quando Napoli si era già espressa per l’annessione tramite il plebiscito del 21 ottobre, scrisse una lettera a Cavour:

 Fate ritirare i cannoni dalla Grand Gard e che Nigra non scordi che i napoletani sono degli orientali, non capiscono altro che la forza.

In sostanza, Bixio considerava i napoletani una razza inferiore su cui potevano essere usati i cannoni.

Durante il primo governo del Regno d’Italia (17 marzo-12 giugno 1861), il ministro dell’Interno Marco Minghetti inviò in ispezione al Sud Diomede Pantaleoni, il quale nel suo rapporto così scrisse:

Bisogna avere 40, 60 uomini di scorta, andare di conserva con altre vetture, armati tutti da capo a piedi, e viaggiare come caravane nel deserto per difendersi dagli Arabi e da’ Beduini […]. Non havvi una sola parola di esagerazione in tutto ciò! È la storia, la semplice storia del modo stesso col quale […] ho dovuto e potuto viaggiare io stesso in quelle parti.

Fatta l’Italia, la certezza dei politici piemontesi di redimere e riformare il Meridione cominciò a vacillare. Con un tocco di classicismo Massimo d’Azeglio disse che il Nord non si era assunto il compito erculeo di ripulire le «stalle augee» del Sud. Poi precisò in modo più prosaico:

In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso. […] Quanto a Napoli, più si va avanti e meno funziona. E’ un’ulcera che ci rode e che ci costa.

Dunque, si transitava dalla certezza di svolgere una missione redentrice che avrebbe riscattato gli abitanti primitivi di quel territorio, alla paura di essere contagiati dalla loro corruzione. Quindi, ecco l’appello al Parlamento di Luigi Carlo Farini:

Se il Parlamento Nazionale non instaura colla sua grande autorità morale, un poco di autorità effettiva qua, credete a me, l’annessione di Napoli diventa la cancrena del rimanente Stato. Vedo che il giudizio che si porta di questa parte d’Italia dalla rimanente non è conforme al vero […]. Badiamo che questo periodo della annessione napolitana non segni il cominciamento della disgregazione morale dell’Italia.

Il Parlamento accettò in maggioranza questa visione e autorizzò, di conseguenza, ad agire nel Meridione con la forza militare per estirpare la cancrena della corruzione e del brigantaggio «con il ferro e con il fuoco». Ci furono dieci anni di feroce guerra civile durante la quale i diritti naturali e civili dei cittadini a sud del Tronto furono sospesi.

Dieci anni dopo l’annessione, se per l’ex presidente del consiglio Urbano Rattazzi «Napoli era la piaga sanguinante che abbiamo aperta al nostro fianco», i medici incaricati a curarla erano i piemontesi, e con il bisturi. Trent’anni dopo l’unificazione, quei medici avevano fallito la cura: il Meridione era molto più povero, il nascente sistema industriale napolitano dismesso, vi operava una criminalità sanguinaria e infiltrata in tutti i rami dello Stato, era nato il fenomeno dell’emigrazione (sconosciuto nel Regno delle Due Sicilie) e la corruzione tracimava dall’ex Regno delle Due Sicilie per infettare anche la capitale e il Parlamento.

26 gennaio 2024

Domenico Anfora

Fonte: Moe Nelson, «Altro che Italia!» Il Sud dei Piemontesi (1860-61), in Meridiana n° 15, Materiali ’92 (settembre 1992), pp. 53-89, Viella Srl.

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