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Con la cessione di Nizza e Savoia alla Francia inizia la fine del Regno delle Due Sicilie

Posted by on Mag 4, 2022

Con la cessione di Nizza e Savoia alla Francia inizia la fine del Regno delle Due Sicilie
  • Le manovre di Cavour che si sbarazzò di Nizza e Savoia per avere le mani libere sulla futura Italia
  • La protesta di Garibaldi che si concluderà in una bolla di sapone
  • Le previsioni del Ministro degli Esteri di Napoli al duca di Regina a Pietroburgo: «L’Europa si avvedrà ben presto degli effetti di questa politica»
  • L’ultima carta 
  • Un grande patriota Duosiciliano

Le manovre di Cavour che si sbarazzò di Nizza e Savoia per avere le mani libere sulla futura Italia

Il 24 marzo 1860 la cessione di Nizza e Savoia fu conclusa con un colpo di Stato, cioè con un atto di alto tradimento da parte del Conte e del Vittorione. Infatti il Parlamento di Torino, almeno inizialmente, non ebbe nessuna connivenza nel turpe mercimonio. La violazione, il tradimento dell’art. 5 dello Statuto Albertino era patente: «I trattati che importassero un onere alle finanze, o variazioni del territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere». Alcuni deputati cercarono di bloccare la cessione: «Venne presentata al Parlamento una petizione contro la cessione della Savoia e di Nizza, la quale si appoggia alle seguenti considerazioni: 1º – Che un atto conducente allo smembramento dello Stato non può iniziarsi dal potere esecutivo senza aperta violazione dello Statuto; 2º – Che quanto a Nizza né volontà di Governo, né consentimento de’ suoi abitanti potrebbe staccarla dall’Italia di cui è parte; 3º – Che il Ministero piemontese nella cessione della Savoia e di Nizza “ha considerato i popoli come armenti, e i Re come padroni dei popoli”; 4º – Che l’abbandono dei passi delle Alpi ad una potenza di primo ordine “è un atto sommamente pericoloso all’Italia”; 5º – Che tale abbandono mette lo Stato in balia d’una invasione straniera; 6º – Che non è giustificato da nessun valido argomento, né dalla necessità dell’equilibrio europeo, né da tradizioni storiche, né da considerazioni geografiche. I petenti chiedono alla Camera “d’impedire l’atto antinazionale che sta per compiersi e di dar severo rimprovero al potere responsabile che lo iniziava”. Il Ministero si spaventò di questa petizione che stava per raccogliere un numero straordinario di firme, e scrisse a’ suoi agenti affinché impedissero che fosse messa in giro. E così fu fatto, con manifesta violazione di quello che chiamasi diritto di petizione» (La Civiltà Cattolica, Serie IV, Vol. VI, pag. 485).

La protesta di Garibaldi che si concluderà in una bolla di sapone

I deputati di Nizza, Garibaldi e Robaudi, a cui, soprattutto al primo, dobbiamo dare atto che in quell’occasione non si macchiarono di viltà e disonore, andarono su tutte le furie, il 23 di Aprile rinunciarono al loro mandato con la seguente motivazione: «Crediamo nostro dovere di deporre il nostro mandato di rappresentanti di Nizza protestando contro l’atto di frode e di violenza che si è consumato, aspettando che i tempi e le circostanze consentano a noi ed ai nostri concittadini di far valere con una libertà reale i nostri diritti, che non possono venir menomati da un fatto illegale e fraudolento». Non altrettanto onesto fu il comportamento del Garibaldone nel 1870 all’epoca della guerra franco-prussiana. Il 13 ottobre di quell’anno il giornale L’Opinione scriveva di lui, in un articolo dal titolo «Il generale Garibaldi in Francia»: «È già cosa stravagante che il generale Garibaldi, il quale, all’esordire di questa guerra, due mesi o poco piú appena trascorsi, scriveva una lettera nella quale invocava la vittoria alle armi tedesche e voleva agitare Nizza per torla alla Francia, sia adesso a Tours per portare alla Francia il sussidio del suo braccio e della sua rinomanza e raccomandi a Nizza di star quieta e tranquilla …» (A. Monti, La vita di Garibaldi giorno per giorno). Un po’ sospetto il voltafaccia, non è vero? Che ci sia stata qualche mancia del governo di Parigi? Solo piú tardi, l’8 giugno 1860, cioè quasi tre mesi dopo, a cose fatte, quando ormai i territori erano già francesi, lo pseudo-Parlamento di Torino, corrotto e minacciato dal Vittorione e dalla versiera del demonio, Cavour, diede farsesca e legale sanzione alla cessione. E a sua volta fu vigliacco e traditore. In cambio di quell’atto di frode, che è meglio chiamare col vero nome, alto tradimento, il Cavourrone otteneva da parte di Napoleone III il riconoscimento all’annessione della Toscana ed Emilia-Romagna (18 e 22 marzo) e la via libera a sconvolgere tutta la penisola.

Le previsioni del Ministro degli Esteri di Napoli al duca di Regina a Pietroburgo: «L’Europa si avvedrà ben presto degli effetti di questa politica»

Il 27 marzo il «gran» conte scriveva a Nigra: «Consumatum est. Le traité de la cession de la Savoie et de Nice à la France est signé». Ma intanto, perché l’annessione alla Francia sembrasse il frutto della volontà popolare, furono tenuti, in quei due territori, plebisciti-truffa in cui, oltre ai soliti brogli in cui il Cavourrone era maestro, gli oppositori furono incarcerati, pestati a sangue, i giornali o imbavagliati o asserviti, agli elettori impedito di fare o ascoltare propaganda, etc., il tutto in un regime di terrore, un copione che si ripeterà puntualmente nelle successive «annessioni» e nell’invasione delle Due Sicilie. Il Canòfari da Torino faceva però sapere che i piemontesi, la gente comune, il popolo sano, non il Cavour né tantomeno il Vittorione, ne erano «afflittissimi», mentre a sua volta da Londra, già da un mese prima, 8 febbraio, il ministro Targioni comunicava a Carafa a Napoli: «L’annessione di Savoia e Nizza ha ridestata in Ingilterra violenta animosità contro Napoleone. Alcuni rappresentanti di grandi Potenze dichiaravano essere il piú grande errore che egli farebbe dopo quello verso il Papa». Ma, nonostante la rabbia, gli inglesi di lí a poco agiranno di conserva con la Francia per distruggere il Reame. E il Ministro degli Esteri di Napoli, che nubi minacciose contro il Reame vedeva sull’orizzonte degli eventi, scriveva amaramente al duca di Regina a Pietroburgo: «L’Europa si avvedrà ben presto degli effetti di questa politica» (A.S.N., Russia, fasc. 1700) che aveva frantumato l’equilibrio della Penisola a vantaggio del Piemonte e della Francia.

L’ultima carta 

Quale strada rimaneva aperta per la diplomazia delle Due Sicilie nel momento che la tempesta si avvicinava ai confini del Regno? Far rinascere un’intesa politico-militare tra le Potenze del Nord, Austria, Prussia, Russia. «l’inane sogno politico di Francesco II» come qualcuno ha definito quel tentativo per contrastare la voracità franco-piemontese. Cosí però rispondeva al Ministro Carafa il duca di Regina da Pietroburgo: «Circa l’accordo … Non vi è da farsi illusione per il momento; la politica dell’Austria durante la guerra di Crimea, rompendo la Santa Alleanza, ha ferito il cuore dell’Imperatore Alessandro; né l’E.V. deve ignorare che l’Imperatrice madre diceva al Duca di Serracapriola che l’Imperator Francesco Giuseppe era la causa della morte dell’Imperatore Nicola, di modo che non v’è da sperare di rivedere rifatta l’unione delle tre Potenze del Nord tanto piú che anche l’Austria e la Prussia hanno tante sorgenti di dissenzioni fra esse» (A.S.N., Russia, fasc. 1700, 24 marzo-5 aprile 1860).

Un grande patriota Duosiciliano

Le mene sotterranee dei pirati della politica Napoleone III e Cavour venivano già percepite da Maniscalco, ministro di polizia in Sicilia, che proprio in quei giorni scriveva direttamente al Re : «Chiedo solo di rendere certa V.M. che Palermo è in preda a una febbre rivoluzionaria. V.M. deve però essere persuasa che qui ciascuno farà il suo dovere … » (R. Dep. Nap. di St. P., Carte di Ulloa, 29 marzo 1860). E Salvatore Maniscalco, benedetta sia sempre la sua memoria, non tralignò, per parte sua non tremò, né tramò. Fece, da perfetto funzionario, gentiluomo e patriota, il suo dovere fino all’ultimo, uno dei pochi alti funzionari che non aprí la mano ai soliti luridi trenta denari … Cosí, a volo d’aquila, abbiamo ricordato quale fu il moto primo, la ruota senza freni, il complotto di Plombières, da cui ebbe principio la valanga che travolse l’antico Regno delle Due Sicilie, grandiosa creatura politica del nostro quasi mitico Ruggero II. A quella valanga si uní una banda di scellerati spergiuri che tramò col nemico straniero, di cui erano diventati fedeli lacché, contro il proprio popolo per impadronirsi di una briciola di quel potere che gli era stato negato, a ragion veduta per i fatti del 1848 e 1849, da Ferdinando II. La storia ha i suoi cicli analogici. Ad Atene, dopo la battaglia delle Arginuse (406 a.C.), una masnada di assassini, a noi noti col nome di Trenta Tiranni, s’impadroní della Città con l’aiuto dell’odiato nemico Lisandrospartano: anche allora, come poi da noi nel 1860, ci fu una mattanza di oppositori, tra cui memorabile la fine di Socrate. Non furono magnogreche le nostre radici?

Le radici della disfatta – Un’analisi della disfatta del 1860 da eleaml.org

Tratto da Regno delle Due Sicilie.eu

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