Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

I campi di concentramento piemontesi

Posted byon Nov 1, 2026

I campi di concentramento piemontesi

A pag.618 della serie IV vol.XI 1861 de “LA CIVILTA’ CATTOLICA” si legge “Sappiamo delle terribili stragi perpetrate nel Meridione dalle truppe d’invasione, dal 1860 in poi, come quelle di Scurcola, Marsicana, Pizzoli, Isernia, Pontelandolfo, Casalduni, Montefalcione e tante altre……… Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, dei carcerati dal Piemonte, per soggiogare il regno di Napoli, senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti del plebiscito, strappati con la punta del pugnale e colle minacce del moschetto…” Poco si è parlato della deportazione dei soldati del regno delle due Sicilie. Prima del 1860 erano 95 mila i meridionali che componevano l’esercito. La storiografia ufficiale non dice quasi niente di loro e si son permessi di scrivere che si sbandarono, tornarono alle loro case, furono arruolati nel nuovo esercito unitario ma studi recentissimi come quelli di Fulvio Izzo, di Maurizio di Giorgio e principalmente il ritrovamento, da parte di Antonio Pagano, dei registri dell’ospedale di Fenestrelle , hanno dimostrato una realtà diversa: è venuta fuori la brutalità dei piemontesi nelle sofferenze inferte ai soldati del Regno delle due Sicilie dimostrandoci che quelle inferte dai tedeschi agli ebrei sono zero rispetto a quelle subite dai meridionali.

La deportazione nei campi di concentramento è iniziata presto. Leggiamo questa lettera scritta da Cavour il 21 novembre 1860 (vol.III n.2551 Carteggio di Cavour) al generale Farini, luogotenente a Napoli.

“Carissimo amico. Io vi prego a nome pure dei miei colleghi a rifletterci ancora sopra prima di spedire qui tutte le truppe napoletane che i Francesi ci restituiscono (si tratta di 12.000 soldati fatti prigionieri a Terracina). E’, a parer mio, atto impolitico sotto tutti gli aspetti. Il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non è mezzo da conciliare al nuovo regime le popolazioni del regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell’esercito nazionale è impossibile e inopportuno. Pochissimi consentono ad entrare volontariamente nel nostro esercito, il costringerli a farlo sarà dannoso anziché utile almeno per ciò che riflette gran parte di essi. Ho pregato Lamarmora di visitare lui stesso i prigionieri che sono a Milano. Lo fece con quella cura che reca nell’adempimento di tutti i suoi doveri. Poscia mi scrisse dichiarandomi che il vecchio soldato napoletano era canaglia di cui era impossibile trarre partito; che corromperebbe i nostri soldati se si mettesse in mezzo a loro. Credo che bisogna fare una scelta, mandare a casa tutti quelli che hanno più di due anni di servizio, dichiarando loro che al menomo disordine sarebbero richiamati sotto le armi e mandati a battaglioni di rigore. Tenere sotto le armi quelli che non hanno compìti due anni di servizio e quelli fonderli nei reggimenti, costringendoli a servire per amore o per forza. Vi prego di comunicare queste idee a Fanti, invitandolo, a nome del consiglio, a soprassedere almeno per qualche tempo dallo spedire a Genova quegli ospiti incomodi. Vi mando la lettera di Lamarmora sui prigionieri napoletani del 18 novembre 1860 “…Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio. Sono

tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhio…e quel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Ieri a taluni che con  arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II, gli rinfacciai che il loro re era scappato, e ora per la Patria comune, e per il re eletto si rifiutavano a servire, che erano un branco di carogne che avessimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi reggimenti altre compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli,ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al più presto.”

Ma quanti erano i prigionieri? 11.500 furono fatti prigionieri a Capua, 2500 sul Volturno, 12.000 uomini del contingente che varcò i confini pontifici i quali, presi dai francesi, furono consegnati ai piemontesi, 11 mila a Gaeta e poi bisogna aggiungere i capitolati delle fortezze di Civitella, Augusta, Milazzo, Siracusa e Messina. Ma già il

19 novembre da Napoli il generale Fanti scriveva a Cavour (dispaccio n. 2545 pag.347 vol.III del solito carteggio) “Se V.E. non noleggia dei vapori all’estero e subito pel trasporto, è impossibile uscire da questo labirinto…ve ne vogliono…altri pei 40 mila prigionieri di guerra” Ed ancora il 25 novembre n.2580 : “Mi pare che nella grande urgenza di molti trasporti sarebbe necessario noleggiarne e contrattarne in Genoa od altrove pel trasporto a Genova da Civitavecchia o Terracina dei prigionieri di guerra napoletani che rendono i Francesi…”

Tutti i prigionieri furono mandati nell’Italia settentrionale e nella serie IV,vol.IX, pag. 304 del 25 gennaio 1861 si legge : “Tra le parecchie migliaia di prigionieri, tramutati nell’Italia superiore, benchè tentati colla fame, col freddo in clima per essi rigidissimo,e, con ogni genere, di privazioni, al di sotto del tre per cento si piegarono ad arruolarsi nelle milizie di un altro Re, e quasi tutti, all’invito non fecero altra risposta, che questa molto laconica : Il nostro re sta a Gaeta” …e …a pag.367… “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti di cenci di tela, e rifiniti di fame, perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima di caldo e dolce, come quello delle due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo re! Simili infamie gridano vendetta da Dio, e tosto o tardi l’otterranno”

Il 14 settembre 1861, dopo che già tante persone erano state trucidate, ancora continuava il rastrellamento dei meridionali da parte dei piemontesi ed era di giorno in giorno sempre peggio. Sulla Cronaca di questo giorno,si legge : “In Italia esiste proprio la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini, il numero 1 dei criminali di guerra di tutti i tempi, soldati napoletani in gran quantità, si stipano ne’ bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testè in quella città ho dovuto assistere ad uno di quei spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e

sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in via Assarotti dove è un deposito di questi sventurati. Alcune migliaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle, e qui lamalesuada fames et turpis egestas li indusse a cospirare.Scoperti 8000 vennero concentrati nel campo di San Maurizio ed il governo, considerandolo nemici, come scrisse l’Opinione “a tutela della sicurezza pubblica sia dei dintorni, sia del campo, furono inviati a S.Maurizio due battaglioni di Fanteria”. E pensare che qui già vi erano cannoni, squadroni di cavalleria, battaglioni di bersaglieri. In poche parole c’erano due piemontesi ogni meridionale e questi ogni giorno venivano bastonati e torturati. Così si fece l’Italia!!!

La fortezza di Fenestrelle si trova nella val Chisone, abbarbicata ad un costone roccioso del monte Orsiera (metri 2893) a 1750 metri di altezza. E’ composta da un imponente sistema difensivo costituito dal forte San Carlo, forte Tre Denti, Forte Elmo, e forte delle Valli.. collegati fra loro da una scala di 3996 gradini. Per costruirla ci misero due secoli. Sull’ingresso si legge: “OGNUNO VALE NON IN QUANTO E’ MA IN QUANTO PRODUCE”.

Agli inizi del 1800 era uno dei più importanti luoghi di pena francesi ed accoglieva prigionieri politici e combattenti antinapoleonici. Vi furono relegati molti sacerdoti ed anche il cardinale mons. Bartolomeo Pacca e nel suo diario si legge: “la condanna alle Fenestrelle faceva in quei tempi tanto spavento in Italia, quanto suol farlo nelle parti settentrionali d’Europa la rilegazione in Siberia. Io non so quanto possa essere doloroso ad un polacco o ad un russo il passaggio dal loro paese a Tobolsck ma so bene che chi nacque nel dolce clima dell’Italia meridionale, in paesi limitrofi all’amena provincia di terra del lavoro, il soggiorno in quell’Alpe fredda e inospita, è assai penoso……”

Da questa fortezza mai nessuno potè evadere (lo dice la guida).Si usciva solo per essere dissolti, per motivi igienici, in una grande vasca di calce viva. Decine di migliaia di soldati borbonici e sacerdoti furono qui internati. Infernale fu Fenestrelle, ancora visitabile (io ci sono stato) a 70 Km. da Torino ed è sempre battuta da venti gelidi. La vita media degli internati, anche per i più robusti, non superava il mese tanto è che, per garantire ulteriori tormenti ai prigionieri, furono divelte le finestrelle e lasciati i prigionieri quasi senza indumenti.

I carri bestiame usati dai nazisti per gli ebrei sembravano un lusso a paragone delle navi e dei mezzi che si usarono per trasferire quei prigionieri da Sud a Nord e da Genova a Fenestrelle : venivano sospinti per il loro ludibrio con insulti, sputi, bastonature, sevizie e spesso con una sola razione di pane ogni tre giorni di marcia ed i morti di Fenestrelle venivano fatti sparire nella calce viva: la vasca è ancora lì, dietro la chiesa. Tutte queste cose chiedono di essere raccontate e bisogna riscrivere la storia per dire il dolore e l’ingiustizia che le produsse e tanti di noi che da anni accumuliamo emozioni e vediamo che ancora i libri di storia scolastici inneggiano Garibaldi, Cavour, la monarchia sabauda ecc. rimaniamo consapevoli della nostra insufficienza a divulgare le notizie e ci rendiamo conto “ che la sofferenza umana non può essere riassunta”. E per di più, adesso, ho sentito dire (io non vedo più la tv da quando siamo passati al digitale) che per tv tramettono uno spot sull’unità d’Italia

mostrando ragazzi vestiti da garibaldini. E’ chiaro che chi ha ideato o chi l’ha ordinato questo spot fa parte delle persone liberal-massone ed è un ignorante della storia perché non solo manca di cognizioni, ma abbonda di errori; la sua mente vorrebbe fare quanto quella di un uomo istruito, ma fa una confusione di osservazioni incomplete e sconnesse di pregiudizi; è una notte non scintillante di stelle, ma popolata di fantasmi.

Nessuno registrò i morti di Fenestrelle, furono oltre centomila: morti senza onore, senza tombe, senza lapide e senza ricordo. Morti di nessuno. Terroni.

E adesso una confessione che tocca il cuore e ci dimostra ancora una volta che i soldati meridionali, non i comandanti, sono stati sempre fedeli al Regno delle due Sicilie. Dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti, nato a Catanzaro il 14 marzo 1836: “Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860 , dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri poveri soldati mangiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortì un nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato al nostro patrone. Ci hanno portato a un carnefice piemontese condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell’assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d’Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo male del mio re io li risposi che il mio re no aveva colpa dei nostri patimenti che sono stati le nostri superiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato. Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scure prigioni mi anno fatto partire per il piemonte. Il 15 gennaio 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all’ospidale e in prigiona a pane e accua; principio del 1863 fuggito da sotto le armi di vittorio, il 24 sono giunto a Roma, il giorno 30 sono andato alludienza del mio desiderato e amato dal Re, Francesco 2 e li ò raccontato tutti i miei ragioni”.

Il Campo di San Maurizio fu destinato a raccogliere i militari sbandati del disciolto esercito delle Due Sicilie con circolare n.41 del Ministero della guerra, il quale, prevedendo l’arrivo da Napoli di un gran numero di militari sbandati, impiantò un campo “sulle lande di S.Maurizio, vicino Torino” affidandone la responsabilità al generale Decavero. In questo campo il generale aveva il compito di inspirare nei soldati borbonici sentimenti di dignità e di disciplina , di cui mancavano. All’inizio erano duemila, poi ne arrivarono altri 4.000 e diceva Bettino Ricasoli “Se dimostrino di aver acquisite le qualità che si richiedono a formare dei buoni soldati, saranno incorporati nei reggimenti, se no, si manderanno a Fenestrelle per essere tenuti sotto rigida disciplina. Furono quasi tutti mandati a Fenestrelle e la Civiltà Cattolica commentò: “Quella parte dell’esercito napoletano che si trova prigioniera nel campo di S.Maurizio, non dà veruna speranza ai suoi presenti padroni di potersene mai servire in imprese contrarie al diritto del suo legittimo Re.” All’inizio a San Maurizio arrivarono militari raggruppati provvisoriamente a Livorno, Genova, Ancona, Rimini, Fano. A settembre, quando il campo fu visitato da Ricasoli contava 3.000 prigionieri

ma si accertò che da esso erano già passati 12.447 uomini. Il 31 agosto, con regio decreto, il campo di S. Maurizio venne dichiarato opera di pubblica utilità e si dispose che le espropriazioni di terreno fatte e da fare occorrevano al piano del Genio militare.

Il campo dei prigionieri internati a Milano ci viene descritto in un articolo di “Civiltà Cattolica” del 23 gennaio 1861:“Quei poveri fantaccini regnicoli, nella Cittadella di Milano, in questi rigori di verno, vestiti alla leggera come se fossero di state a Mergellina, vivono di due once di riso, senza poter aspirare una boccata di pipa (privazione sentitissima per un soldato!), e nondimeno stan duri a non pigliare servizio d’un Re che non è il loro; che questo, ripetiamo, sia il caso di quei soldati, lo apprendemmo, tra i tanti altri indizi, il mese passato da un giornale di Milano. Ivi si narrava come certo avvocato insieme ad un uffiziale della Guardia Nazionale, iti, così per semplice curiosità a vedere i prigionieri della Cittadella, appressarono a un gruppo di essi, i quali alla folta capigliatura, ai lineamenti maschi e risentiti, ed agli occhi scintillanti e nerissimi giudicarono dover essere calabresi.

Cominciato, com’era naturale, dal compassionare la loro sorte, i due visitatori non ne ebbero altra risposta che un rassegnato e quasi sprezzante monosillabo: Eh! ripetuto alla fine di tutti i periodi di quelle importune commiserazioni.

Ma, quando entrando più nel soggetto, i due curiosi vollero persuadere loro che, per trarsi di quella miseria, si risolvessero d’ingaggiarsi al Servizio del Governo sardo, quelli recatisi in atteggiamento nobilmente altiero, che facea singolare contrasto coi cenci ond’erano coperti, risposero ricisamente: Uno Dio ed uno Re! Né per quanto quei valentuomini si argomentassero con varie ragioni a persuaderli, ne poterono spillare altra risposta mai, che Uno Dio ed uno Re!

E così se vollero pure intrecciare un qualche discorso, fu uopo smettere quell’argomento, e volgersi a parlar d’altro; nel che quei prigionieri, mostrandosi di franca parola e di svegliato ingegno, seppero far capire a quei signori, e per loro gentilezza non indarno, come, invece di non chiesti consigli, avrebbero con miglior costrutto dato loro qualche monetuzza, per provvedersene un po’ di tabacco”.

Anche La Marmora era rimasto negativamente colpito da una sua ispezione : su 1600 prigionieri interpellati, meno di 100 si erano detti pronti a riprendere servizio nell’esercito italiano ma la maggior parte, con arroganza, aveva dichiarato che non era tenuto ad un nuovo giuramento, essendo legata al giuramento di fedeltà prestato a Francesco II e quindi aveva diritto a tornarsene a casa.

Altri militari, civili e renitenti vennero confinati in varie isole: Capraia, Gorgona, Elba, Giglio, Ponza. Più di 12.000 furono inviati in Sardegna.

C’è una lettera molto toccante di prigionieri civili e militari dell’isola di Ponza riportata sul n. 307 del “Monde” che vale la pena leggere:

“La nostra sventura è oggimai intollerabile. Indarno leviamo la voce: i nostri governanti non l’ascoltano o la disprezzano. In questo orribile scoglio, ove siamo sostenuti, ci troviamo immersi nell’avvilimento e nella miseria estrema. Nostro delitto si è quello d’aver combattuto sotto la bandiera nazionale per Francesco II regnante ancora a Capua ed a Gaeta; nostro delitto si è di averlo seguito a Roma nel suo infortunio, come lo seguimmo nel suo regno. Licenziati da lui, ci ritirammo a

Napoli, aggiustando fede alle promesse e alle guarantigie di Vittorio Emanuele. Il piroscafo Costituzione fu spedito a Civitavecchia espressamente per ricondurci in Patria in seno alle nostre famiglie. Ma quale fu il nostro sbalordimento quando, appena scesi a terra, ci vedemmo circondati da drappelli di bersaglieri, e condotti così sotto guardia al forte del Carmine? Quale è il nostro disinganno, quando dopo 17 giorni di dura prigionia, ci vedemmo trasportati nell’isola di Ponza? Sono trascorsi sei mesi, e noi siamo tuttora qui a languire! I soli siciliani ottennero di essere tornati in patria; ma di tutti i napolitani, senza eccettuarne veruno, militari o uffiziali civili dell’antico governo, niuno potè ottenere libertà! Non riceviamo per nostro sostentamento che un carlino al giorno (circa 43 centesimi di franco!); che non basta pure a nutricarsi e saziar la fame. Abbiamo perfino chiesto lavoro e ci fu rifiutato, benchè i gentiluomini che sono tra noi si contentassero anche di far servigi da manovale!” Di essi ne parla anche Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, in un discorso in Parlamento : “…………… Che dirò io degli uffiziali deportati nell’isola di Ponza? Loro delitto fu il militare per la Corona, allora che re Francesco II ancora combatteva per essa………… e lo averlo seguito a Roma nell’infortunio? Sono essi trattati peggio dei galeotti. Qual delitto hanno commesso eglino, perché il Governo piemontese abbia a spiegar tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l’inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?”

Nonostante tutto quello che fecero ai meridionali, voluto dalla massoneria ( che ancora oggi interviene tanto è che la Mondadori che aveva evaso tasse per 173 milioni, ha avuto, sul fronte giudiziario, un protagonista d’eccezione: la loggia massonica P3 che con varie mosse è riuscita a chiudere la partita a 8,6 milioni Repubblica 11-08-10 pag.9), il governo piemontese, con delibera, subito, impose una tassa aggiuntiva ai meridionali per pagare le spese della guerra di conquista del Sud tanto è che pagavano molto più tasse chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera che i proprietari delle ville sul lago di Como.

Quello che i Piemontesi fecero ai meridionali fu così spaventoso , che ancora oggi lo si tace nei libri di storia e nelle verità ufficiali. Una parte dell’Italia, in pieno sviluppo, per volere della massoneria nazionale ed internazionale, fu condannata a regredire e depredata dall’altra, che con il bottino finanziò la propria crescita e prese un vantaggio,che poi difese con ogni mezzo, incluse le leggi. E questo vantaggio continua ancora oggi , ecco un esempio:

(dal settimanale “Io donna” del Corriere della sera del 7 agosto a firma di Claudio Sabelli Fioretti). La lega di Bossi vuole il federalismo fiscale perché le tasse si debbono pagare e consumare in loco. Ogni regione deve essere indipendente: Basta con i maneggi dei politicanti……… Anche i finanziamenti debbono essere locali…..tanto è che i leghisti, secondo Bossi, non chiedono nulla a Roma ladrona. Ma i leghisti le tasse se le vogliono tenere, ma le scuole vogliono che le paghi lo Stato. Sono fatti così i leghisti padani. La scuola Bosina, creazione di Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi, scuola materna, elementare e secondaria improntata alla cultura locale, presieduta da Dario Galli, ha chiesto ai ladroni romani 800 mila euro prontamente deliberati da una Commissione bilancio presieduta da un politico leghista. Per accedere alla scuola Bosina, che creerà tanti piccoli padanini a

spese dell’odiato Stato centrale, bisogna iscriversi ad una lista d’attesa, perché c’è il gran pienone. E, nonostante il gran pienone, il bilancio è passivo per 495 mila euro. Perché al Nord, si sa, amministrano in maniera eccellente il danaro, pubblico o privato che sia. Per fortuna che ci sono quei ladroni dei romani a ripianare i debiti padani”.

Ora mi domando: “Perché ogni pecca del mezzogiorno, anche minima, deve giustificarne la discriminazione, la minorità e ogni pretesa del Nord, perfino sfacciatamente razzista, è intesa come diritto? Il Nord sa bene che la truffa della Parmalat vale, da sola, più che tutte quelle di Napoli, di tutti i tempi, messe assieme. Non parliamo poi delle truffe latte difese dalla Lega, quelle colossali della sanità lombarda, agli sfrenati intrecci affaristici di Comunione e Liberazione….

Pensate che, dopo la riapertura del muro di Berlino, la Germania ovest, nei primi anni di riunificazione, spese, nei territori dell’est, una cifra cinque volte superiore a quella che è costata per cinquant’anni la Cassa per il mezzogiorno, ed ogni anno la Germania investe all’oriente quanto gli Stati Uniti investirono con il piano Marshall, dopo la guerra, per la ricostruzione dell’intera Europa. Ed attualmente il livello tra est ed ovest si è pareggiato e l’Ovest non aveva invaso l’Est.

In Italia a questa differenza, che dura da 150 anni, da quando i piemontesi hanno depredato le ricchezze meridionali, svuotandolo dei suoi beni e soggiogandolo, arricchendo anche gli Inglesi ed i Francesi, non vengono più attribuite le ragioni alle cause che l’hanno generata e la mantengono all’insufficienza di chi la patisce. E’ l’ignoranza che porta a questo come quando si cerca di spiegare il sottosviluppo economico dei neri con l’inferiorità della “razza”.

I lombardi, sotto il governo austro-ungarico, erano considerati incapaci, inefficienti, nulli come ha detto la sociologa Cristina Belgioioso, autrice dell’indagine sulla pochezza dei padani ( ha preso anche spunto dalla ricerca di Cesare Lombroso sul “cretinismo perfetto”), : “i Bossi, i Calderoli, i Borghezi, i Gentilini non nascono dal niente” ed i Lombardi erano giudicati, e forse lo sono ancora, dai francesi “vigliacchi e incapaci”. Ed oggi ne abbiamo degli esempi : Renzo Bossi, tutto papà suo, che adesso vedete per televisione sempre alle spalle del padre e con la testa acconsente a tutto quello che dice, è l’intellettuale della lega che riesce a diplomarsi in appena quattro tentativi e che dopo, all’elezione per la Regione lombarda, entra con una votazione stratosferica e attualmente ha aperto la campagna elettorale per il sindaco a Bologna. E Massimo D’azeglio, colui che propose di fare i plebisciti a suo modo, disse: “i meridionali erano carne che puzzava”. E noi diciamo: ha mai sentito il suo odore? ( ha scritto in una lettera la contessa Castiglione che il D’Azeglio aveva un alito così puzzolente che si sentiva a 100 metri).

Hitler provò a sterminare i minorati mentali ma la Germania insorse ma quando si fece la stessa cosa con gli ebrei, la Germania tacque. La stessa cosa avviene attualmente al Nord. Il sindaco di Treviso ha proposto vagoni blindati per espellere gli extracomunitari, il loro uso come prede per i cacciatori locali, ha disposto la rimozione delle panchine per impedire che siano contaminate da extracomunitari ma quando lo stesso Sindaco ha chiuso il centro cittadino ai cani domestici ed alle loro deiezioni, la popolazione è scesa in piazza per protestare dimostrando che nella scala

delle dignità per i trevigiani vengono prima i cani e le loro feci e poi gli extracomunitari. Queste classificazioni ci dimostrano che la violenza dipende dalla tenuta delle norme del vivere civile e se queste si indeboliscono, si vede con quanta facilità si passa dalle sparate comico-razziste dell’intelligenza balcanica o del nord Italia ( come quelle di Calderoli, di Salvini, di Bossi ecc.) alla pulizia etnica. Le scritte “Forza Etna”, “ Forza terremoto”, “ Vai Vesuvio” che ancora si leggono nel Nord, perché inorgogliscono i leghisti, celano un desiderio criminale e la lega, per questo augurio al peggio, otteneva ed ottiene voti. Ma quando il Po uscì dagli argini, distrusse case e fece vittime, nessuno del Sud disse “Forza Po”; quando l’ictus paralizzò Bossi e lo tiene ancora semiparalizzato, nessun meridionale ha scritto sui viadotti “Forza ictus”.

La colpa è di noi cittadini per quello che da centocinquantanni sta succedendo. L’Italia unificata tagliò subito fuori il Sud dalla produzione industriale, dall’imprenditoria e le grandi infrastrutture si fecero tutte al Nord.

Ma la cosa più grave è che i Governi che si sono succeduti da 150 anni, tutto hanno portato al Nord. Non voglio parlare di Petrarsa o altre industrie napoletane ma della acciaieria di Mongiana. Questo comune, in provincia di Catanzaro, a 927 m. s.l.m. è un luogo di bellezza aspra e selvaggia ed è cicondata da miniere di limonite (ferro). Qui, ai tempi dei Borboni, sorsero le più grandi e moderne acciaierie d’Europa ed erano competitive con tutto il mondo per qualità e produttività. Qui sorgeva il più ricco distretto minerario e siderurgico per quei tempi. Appena s’installò il governo unitario, questo complesso fu soppresso e perché? Perché aveva un grave difetto: quello di trovarsi in un posto sbagliato: nel meridione. Il paese era nato dopo la fabbrica e l’amore dei Mongianesi per questa industria la portò a raccogliere tutti i primati possibili per efficienza tecnica. Con l’unità d’Italia queste industrie potevano competere con il resto d’Europa e doveva essere un vanto per il governo invece distrussero tutto con violenza. A Mongiana lavoravano oltre 1500 operai e tecnici siderurgici specializzati. Qui, prima i Fenici e poi i monaci di San Bruno avevano attinto il ferro loro necessario ma, con i Borboni, l’acciaio di Mongiana rese autonomo il Regno delle due Sicilie nelle produzione di armi e di travi per la costruzioni dei primi ponti sospesi in ferro. Questa acciaieria riforniva la stupefacente industria ferroviaria napoletana di Pietrarsa, il più grande complesso industriale dell’intera penisola, 50 anni prima della Fiat, unica azienda d’Europa in grado di fare tutto da sola, dalla rotaia alla locomotiva, cosa che disturbò molto gli Inglesi e Francesi e dispiacque all’Austria ma indusse lo zar a far copiare e riprodurre in Russia la fabbrica napoletana. I piemontesi, vedendo tanta ammirazione in Europa per Pietrarsa, mandarono La Marmora a visitarla (No comment) e dopo l’unificazione la degradarono e la immiserirono licenziando molti operai per appaltare i binari ferroviari e le motrici ai Francesi. L’industria di Mongiana fu distrutta dai garibaldini e distrussero anche l’orgoglio della competenza acquistata dai Mongianesi e disse Enzo Biagi, dopo l’editto bulgaro di Berlusconi, che lo allontanava dalla Rai, “Per uccidere un uomo, non serve togliergli la vita, basta togliergli il lavoro”. Dopo alcuni anni molti cittadini, maestranze e tecnici mongiesi, per la loro competenza, furono chiamati nelle industrie siderurgiche di Terni e Brescia dove fecero la fortuna delle

fonderie dove lavoravano ed ancora oggi il Nord ha bisogno degli eredi di Mongiana ed infatti l’amministratrice di una fonderia di Lumezzane (Brescia) è la signora Marisa Tripodi, originaria di Mongiana ed ogni anno ritorna al paese dei suoi avi.

Ed ora vediamo ancora il perché non si riesce a completare la Salerno- Reggio Calabria.

La prima autostrada al mondo nacque nel 1923, la Milano-Laghi. Al Sud nulla e Gaetano Salvemini nel 1954 in una Conferenza a Stresa, dove si parlava di migliaia di chilometri di strade da costruire e da ampliare con l’arrivo fino a Roma e capatina a Napoli, faceva notare questa disparità di trattamento. Solo nel 1955 si parlò della Salerno-Reggio Calabria, ma il ministro dei Lavori pubblici, piemontese, Giuseppe Romita, la inserì nelle cose da fare ma senza stanziare una lira. Solo nel 1961 il ministro dei lavori pubblici Benigno Zaccagnini definisce la Sa-RC “priorità” e stanzia i soldi. Nel 1962 Il presidente del Consiglio, Amintore Fanfani, posa la prima pietra e ne assicura il completamento in due anni. A tutt’oggi è ancora all’inizio e    su questo argomento mi viene in aiuto la docente di Storia alla Sapienza di Roma, Leandra D’Antone, che nel suo libro “Senza pedaggio”ci dimostra ancora una volta come lo Stato tiene il Sud subordinato al Nord. L’autostrada A3, Salerno Reggio Calabria, fu affidata, naturalmente, a imprese del Centro-Nord, che delegano l’esecuzione delle opere a ditte locali, preferibilmente mafiose, le quali , a loro volta, affidano i lavori ad altre imprese. A quelli del Nord questo non interessa, tanto favoriscono le imprese malavitose del Sud. Quasi certamente, anche per Zaccagnini, il Mezzogiorno non sapeva fare strade, non aveva ingegneri capaci, era il periodo in cui si sviluppava l’emigrazione al Nord. Tanto è che l’IRI, che finanziò il salvataggio delle aziende decotte del Nord, con i soldi di tutti, teneva per sé solo le autostrade centro-settentrionali costruendole e gestendole. Oggi, se uno si avventura, in un mese estivo, sulla SA-RC, all’inizio dell’autostrada deve “farsi la croce”. E Carlo Levi, confinato in Lucania dal fascismo, per dire che il Governo s’era dimenticato del Sud scrisse il famoso libro “Cristo s’è fermato a Eboli” ed Andrea Camilleri sostiene che Cristo si è fermato ad Eboli per non fare la SA-RC. Il cardinale Renato Martino, dopo un viaggio sulla A3, la definì “una via crucis”: La Sa-RC non è un’autostrada perché “la sua geometria è notevolmente al di sotto degli standard minimi richiesti ad un’autostrada” e Luigi Sbarra, segretario regionale della Cisl calabrese ha detto: “A Salerno finiva una volta la ferrovia, lì si ferma oggi l’alta velocità, lì finiscono le autostrade vere” e pensare che durante il fascismo a Sud fu costruita solo la Napoli- Pompei mentre in Africa più di quattromila chilometri di strada. Si potrebbe parlare tanto di questa strada ma è meglio fermarci (ed ora andiamo a costruire 4000 Km. di strada in Libia : accordo Berlusconi-Gheddafi con la presenza di 500 ……ragazze).

La discriminazione continua: un onesto napoletano riceve dallo stato per curarsi 600 euro in meno rispetto ad un onesto abitante di Rovigo; un buon torinese paga la benzina il 25% in meno rispetto ad un onesto abitante della Campania; un onesto napoletano paga l’assicurazione dell’auto 300% in più rispetto ad un onesto lombardo.

Si potrebbe tanto discutere, il Nord cela i suoi vantaggi e le sue illegalità.

Antonio Orazzo

Vi regalo tre foto di Fenestrelle. La prima è del 1865 scattata da Pietro Santini ed attualmente sarà posta nel museo che si sta allestestendo:

Le altre due sono attuali e lo Stato italiano ha stanziato molti soldi per rimettere a posto questo luogo di orrore in modo che i Piemontesi possono lucrare anche sulle carneficine che fecero. Vogliono imitare i campi nazisti, ma questi sono in Polonia e non in Germania. (Ai pochi intenditori, poche parole!!!)

Foto parziale, parte alta.

Vista panoramica

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam.Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.