Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Il “Diavoletto Indipendente” (XXIX)

Posted by on Feb 22, 2025

Il “Diavoletto Indipendente” (XXIX)

Il Diavoletto, Anno XIII, N. 203, 31 agosto 1860.

Insurrezione nel Napoletano.

Si scrive da Napoli al Journal des Débats:

“La sera del 18 corr., sabato, il Governo riceveva un dispaccio dall’ammiraglio Salazar, che dirige le crociere, nel qual dispaccio diceva:

“Garibaldi ha ricevuto un grosso vapore armato di 18 cannoni rigati, e carico di molte migliaia di carabine perfezionate (forse la Regina d’Inghilterra). Se non mi mandate il Bourbon, per rinforzo io abbandono la crociera.

Il ministro della marina credette dover conformarsi a questa domanda, ma i macchinisti in un quarto d’ora caddero tutti malati, ed il Bourbon rimase in porto. Probabilmente gl’incrociatori garibaldiani ebbero contezza di questo fatto, e nella notte di sabato, venti minuti dopo la mezzanotte un vascello si avvicinò a questa magnifica fregata di 40 cannoni rigati. Il Tancredi, che faceva sentinella un po’ più lungo, diede l’allarme, dando tre o quattro colpi di cannone, e la massa nera che si avanzava furtivamente, sparve. E ciò, unito allo slancio di fedeltà dell’equipaggio del Fulminante, che chiuse sotto le boccaporte gli ufficiali che riteneva ribelli, prova che la marina reale non è poi tanto guadagnata alla causa italiana come lo si vorrebbe far credere.

Nella stessa notte, avvenne un piccolo sbarco nel golfo di Gaeta, dal lato di Mondragone; e iersera, come pure nella notte precedente, si videro dei segnali accesi in diversi colli della costa, da Pozzuoli a Terracina.

Il generale Floras, comandante territoriale delle Puglie, scriveva nella mattina del 19 al ministro della guerra, per quanto ci viene assicurato, il seguente dispaccio da Bari: “Ier l’altro Foggia è insorta. La guarnigione, composta di dragoni, ha fatto causa comune col popolo e con lui ha gridato: Viva Vittorio Emanuele! Viva Garibaldi! Io ho spedito due compagnie del 13. di linea, le quali hanno seguito l’esempio dei dragoni.

Io mi ci sono recato personalmente, volendo far uscire le truppe dalla città di Foggia. Da prima esse mi obbedirono e si posero sotto le armi; ma poi, al momento della partenza, popolo e truppe hanno fraternizzato, ed io fui costretto a ritornarmene col mio stato maggiore”. Meno qualche esagerazione, la sostanza del dispaccio è vera, e iersera parlavasi anche di Bari che si sarebbe sollevata.

Quello che è più certo, è l’insurrezione della Basilicata.

  • “Vi aveva già scritto che il colonnello Boldoni era partito col sig. Albini, ed il colonnello Mignonna, che riceve istruzioni del ministro della guerra in Sicilia. Si aveva stabilito il quartier generale a Corleto, e chiamato in questo grosso sobborgo di 8.000 anime, le forze dell’insurrezione. Al 17 la parola d’ordine degl’insorgenti fu propagata in tutta questa provincia montuosa e popolatissima che forma il cuore del regno. Gl’insorti sono partiti la notte del 18 per Potenza, il capoluogo, dove ci sono 400 gendarmi. Il capitano rappresentò al 16 che non potrebbe resistere se non gli si mandava dei rinforzi.

Nella sera si parlava dell’insurrezione di Potenza stessa, e dell’ordine mandato dal Governo di far marciare 4.000 uomini dalle Puglie sulla Basilicata. Ma dubito che queste truppe giungeranno in tempo. Oggi partono i capi per provocare la rivoluzione ad Avellino, domani partirà quello che porta l’ordine alla Capitanata di seguire l’esempio di Potenza. Le forze rivoluzionarie della Puglia, paese piano, devono riunirsi a quelle della Basilicata, evitare lo scontro dei regi, sostenersi nei monti, molestare, intercettare i viveri ai soldati, e sedurli. Pare che il piano di Garibaldi sarebbe quello di sollevare tutto il regno, e di dargli l’impulso e l’unità dello scopo, mediante sbarchi parziali della sua gente, il che non cessa di fare; e poscia di gettare una divisione della sua gente nel golfo

di Taranto, che il Governo non ha né custodito né fortificato, un altro in Calabria e nel golfo di Policastro; presentarsi finalmente in persona, col corpo principale dell’armata, nella Capitale o nei suoi dintorni. Si può ingannarsi, ma dai preparativi ch’ei fa, dai prologhi già iniziati, si può attribuirgli questo piano. Il Governo dal canto suo, non potendo trovarsi forte dappertutto, fa le viste di combattere la rivoluzione in tutte le provincie, ma raccoglie le sue truppe sotto Napoli per darvi battaglia e difendervisi energicamente. La sorte del regno sta dunque intieramente nel possesso della Capitale.

Notizie politiche.

AUSTRIA. Vienna 29 agosto. L’i. r. colonnello del genio de Möring è qui ritornato dalla sua missione a Pola.

  • L’i. r. internunzio, signor barone di Prokesch-Osten, partirà nei prossimi giorni per Costantinopoli.
  • L’i. r. ambasciatore austriaco, principe di Metternich, è atteso qui questa sera. ITALIA. Sulla spedizione di truppe a Benevento era nato dubbio che queste fossero del

Governo napoletano – dalla seguente corrispondenza della Gazzetta di Venezia risulta che queste erano papaline.

“Gli avvenimenti di Napoli hanno avuto una speciale influenza a Benevento. Questa

Provincia pontificia, che giace dentro il regno napolitano, mostravasi agitata; e il Governo perciò vi spediva una compagnia di linea e diversi gendarmi, per rinforzare la piccola guarnigione. Ogni qualvolta il Governo pontificio manda truppe a Benevento, bisogna che, allo entrare nel regno, le disarmi: tale essendo la convenzione, fatta col Governo del re delle Due Sicilie. Il distaccamento dei gendarmi adunque incassò le sue armi e uniformi per ispedirle a Benevento: ed esso, in abito borghese, partì domenica, prendendo fino a Napoli la via di mare. Quei gendarmi, nello incamminarsi da Napoli a Benevento, sono stati accolti con urli e fischi dalle popolazioni regnicole, però hanno potuto continuare il loro viaggio. Ma, giunti ai confini della Provincia di Benevento, agli urli ed ai fischi si sono aggiunte le schioppettate, per cui, mancando de’ mezzi di difesa, perché disarmati, hanno dovuto retrocedere; si sono ritirati a Fondi, e di là sono rientrati nello Stato pontificio. Onde, nessuna meraviglia che, da un momento all’altro, giungesse notizia che Benevento è insorta; già corre voce che il delegato di quella città siasi chiuso nel Palazzo governativo.

Si annunziava come cosa certa che le truppe del duca di Modena passavano al servigio della Santa Sede; vi sono state delle trattative, ma finora niente si è stabilito. Il progetto del signor Cathélineau di formare un corpo di volontarii, sotto il nome di cavalieri o soldati di San Pietro, incontra gravi difficoltà.

Il timore che i volontarii della rivoluzione potessero irrompere nello Stato dalla parte di Toscana, ha indotto il gen. Lamoricière a spedire da Viterbo un battaglione di soldati a Bolzena”.

  • Ieri mattina è morto il commendatore Giuseppe De Fabris, di Bassano, direttore generale dei Musei e delle Gallerie pontificie.

Se le arti non hanno perduto un sommo scultore, Roma ha perduto un uomo assai onesto e virtuoso. Ancona. Una lettera d’Ancona nota il “fatto positivo che seguì una fusione fra il partito di Mazzini e quello di Garibaldi”.

Aggiunge che non solo in Ancona, ma anche in molti altri luoghi si trovano degli affissi negli angoli delle vie, ne’ quali si legge Viva Garibaldi re d’Italia. (Wien. Zeit.)

Parma 25 agosto. Scrivono all’Espero:

“In questi giorni Parma fu teatro di eventi spiacevoli. Venerdì per fiacchezza dell’intendente, e per contumacia del comitato intitolantesi la Nazione, partì per Genova una nuova spedizione di due o tre cento volontari. Ieri (24) furono ricondotti dalla forza e chiusi, per poscia disperderli, in cittadella con ira profonda de’ nemici del Governo, con disgusto degli amici, che avrebbero amato meglio il riparare da principio.

Stanotte poi quell’ira profonda proruppe in qualche malvagio atto. Un posto di truppe rege ricevé ingiurie, prima di parole poscia di fatti. Indi ferimento di un soldato e di due borghesi”.

  • Si scrive da Parigi in data del 26 alla Gazzetta di Genova: Il Governo francese vedrà senza dispiacere la caduta di Francesco I, ma egli non vedrebbe coll’occhio medesimo l’unificazione dell’Italia sotto Vittorio Emanuele, il Governo francese è tornato risolutamente alla sua prima idea, la Confederazione italiana, e non gli dispiacerebbe che nell’Italia meridionale potesse trovarsi un Sovrano che non avesse rimpetto all’Austria gli stessi impegni che hanno i Borboni. Non sarei stupito di veder sorgere un giorno o l’altro la candidatura del principe Murat”.

Noi soggiungiamo che a questa candidatura ora si appongono – i bersaglieri del Piemonte, i quali occupano a Napoli i primi posti nel teatro della rivoluzione.

Napoli 25 agosto. Corte e ministero costernati per le notizie calabresi: dicono solo per la resa scandalosa d’un forte che potea tenere 20 giorni almeno (quel di Regio), ma credo eziandio per altri segni più solenni di non resistenza in altri corpi dell’esercito di Calabria. Stiamo in attesa.

Il De Martino vuole fare disperata resistenza intorno a Napoli. Si dice che la diplomazia ne lo sconsigli. I tiragliatori e due reggimenti della guardia, e circa 4.500 esteri, sono le sole forze su di cui possa contare davvero. Si parla già di colonnelli, anche di generali, pronti a pronunziarsi. La marina militare più che mai oziosa: 7 vapori dei più forti giacciono qui da 10 giorni senza far nulla, perchè il Governo ne sospetta capi ed equipaggi.

Il panico è giunto al colmo: i buoni borghesi scappano sempre: ormai mancano a Napoli oltre 90.000 cittadini. Non solo non è cifra esagerata, ma al disotto del vero. I liberali unitari che qui rimangono fermi, si stringono sempre più all’ambasciatore di Vittorio Emanuele; Villamarina diventa ogni dì più la vera autorità del paese; mano mano che la catastrofe s’appressa, a lui ricorrono uomini d’ogni fatta. civili e militari, i ministri, il conte di Siracusa, perfino certi caporioni reazionarii. (Cor. Merc.)

  • Lettere giunte sabato allo stesso giornale col Generale Garibaldi, proveniente da Milazzo in 46 ore, portano i seguenti ragguagli:

Le opere esteriori del forte di Reggio vennero prese d’assalto, dopo un breve combattimento sostenuto fuori dalle truppe napoletane. Vi furono due ore sopratutto di fuoco vivissimo, e le artiglierie della piazza, benchè poche, vennero adoperate con vigore.

Ma perdute le opere esteriori, la difesa non si volle più continuare dai gregari napoletani, e il generale Vial dovette capitolare: gli artiglieri furono i primi a ricusare ulteriore servizio. In quel combattimento esterno e nell’assalto, i napolitani soffersero la perdita di circa 500 tra morti e feriti, e di 400 circa prigionieri. Anche le perdite dei garibaldiani ed in ispecie del corpo di Bixio (che rimase leggermente ferito in un braccio) furono notevoli: non ne possiamo però precisare la cifra.

Si teneva per fermo a Milazzo che Garibaldi volesse marciare colla massima rapidità, da Reggio sul Pizzo e su Monteleone: e che nel tempo istesso Cosenz doveva sbarcare nel golfo di S. Eufemia intorno a quelle località.

Ciò deve farci credere che le brigate Melendez e Briganti, rese a discrezione, fossero quelle attaccate da tal doppio movimento.

  • Scrivono da Messina al Movimento, in data del 19: “Avrei anche a parlarvi del Consiglio di guerra, che attivamente lavora, ma troppo grande è la preoccupazione dei fatti del giorno per intrattenervi di condanne e fucilazioni di disertori,. Davvero che non vale la spesa di occuparsi di qualche centinaia di disertori fucilati! Bella roba! Eppure sono i volontari così infatuati della causa italiana e di Garibaldi! Il fervore è già svanito!

FRANCIA. Parigi 25 agosto. Il viaggio dell’Imperatore e dell’Imperatrice minaccia di diventare una epopea nelle mani dei giornalisti officiosi. Come pei grandi avvenimenti storici, si sta ora coniando alla zecca di Parigi una medaglia commemorativa di questo viaggio. E, intantoché l’Imperatore prende possesso colla sua presenza delle nuove provincie cedute alla Francia, il genio militare

ne assicura in modo positivo il godimento. Il piano in rilievo delle nuove fortificazioni proposte per Nizza è stato determinato, e fu anzi già spedito a Nizza, ove l’Imperatore potrà rendersi conto co’ suoi proprii occhi della difesa ch’ei può sperare dei nuovi confini. E giunto a Parigi il signor Persigny.

(Persev.)

Ultime notizie.

  • Leggiamo nell’Indépendance Belge: “La notizia del banchetto dato dall’Imperatore delle Russie in occasione della festa anniversaria dell’Imperatore d’Austria, il brindisi portato in quest’occasione dall’Imperatore Alessandro II, la riunione operata di recente nell’armata russa dei due reggimenti Imperator d’Austria e re di Prussia, in una sola brigata; finalmente le voci di un prossimo convegno dei tre sovrani del nord a Varsavia, tutti questi sintomi, congiunti al colloquio di Teplitz ed all’ultimo discorso di Palmerston dinanzi alla Camera dei Comuni e le parole pronunziate da Napoleone III a Lione, cominciano a preoccupare seriamente l’opinione pubblica in Francia.
  • Il Nord, in una sua corrispondenza, reca questo bell’esempio di tolleranza religiosa:

“La comunità israelitica di Gyula in Ungheria non aveva tempio; le mancavano i mezzi per erigerne uno, epperò si rivolse ai protestanti ed ai greci della stessa comune; i pastori di questi due riti cristiani, hanno fatto una colletta che ha procurato agli iraeliti tutt’i materiali ed il terreno per costruire una scuola ed un tempio”.

  • La Patrie ha nelle sue recentissime, le notizie seguenti:

Due dispacci differenti dalla Calabria furono ricevuti a Parigi. Uno annunzia che due brigate napoletane, dopo aver sostenuto un vivissimo combattimento contro i volontarii di Cosenz, hanno defezionato e preso parte pei garibaldiani; l’altro dispaccio afferma che dopo un combattimento accanito contro le truppe di Cosenz, queste due brigate si sono poste in ritirata e han preso la via dei monti.

Gli sbarchi, continuavano ad operarsi, a quanto si dice, sul litorale, compreso dal Capo Spartivento sino al Golfo di Taranto.

Ignoravasi tuttora quale sarebbe l’attitudine della popolazione che non erasi ancora spiegata.

Torino 27 agosto. Con tutta fretta vi dò l’estratto di una comunicazione diplomatica, testè indirizzata dall’Inghilterra al nostro Governo. Ecco il senso delle parole dette al signor d’Azeglio: “Finchè il Piemonte si terrà alla Sicilia, dandoci ordine, e provvedendo al voto spontaneo dei popoli, il Governo inglese non appoggerà pretesa alcuna d’intervento armato per parte dell’Austria.

Al contrario se Garibaldi si volge contro Napoli e il Papa, l’Inghilterra non potrebbe utilmente intromettersi coll’Austria, e la guerra scoppierebbe forse sotto le mura di Roma”.

Secondo il dispaccio del d’Azeglio, sarebbe l’armata napoletana sconfitta e ripiegantesi su Roma, che fornirebbe all’Austria motivo di’intervento, imperocchè essa fece sapere tanto a Londra, che a Parigi come se la rivoluzione si avvicinasse ai suoi Stati stracciando quanto rimane del trattato di Zurigo, dando al Piemonte una importanza che né la Francia né l’Austria riconoscono, per guarentigia del Veneto sarebbe obbligata a brandire le armi. Il diplomatico sardo, dopo aver avvertito del pericolo, osserva che, secondo Palmerston, la quistione di Napoli sarà decisa colla fine d’agosto”. (Giornale di Verona)

Altra del 28 agosto. Il Corrier Mercatile crede che il colpo decisivo sarà aggiornato per la prossima primavera.

Il Diavoletto, Anno XIII, N. 204, 1 settembre 1860

Rivista politica.

Trieste 31 agosto

Quella larva colla quale il Governo di Vittorio Emanuele erasi ricoperto la faccia, onde non vi si vedessero le impronte del più schifoso maneggio, quella larva ora esso se la toglie da sé, e sorridendo all’opera sua riescita a perfezione mediante l’inganno e la doppiezza, la getta da lungi ed opera liberamente. Chi può fermare il corso a Garibaldi che corre su Napoli, incontratovi dall’apparecchiata rivoluzione e dai bersaglieri sardi che gli aprono la via? Nessuno -nessuno, poichè è venuto il tempo che il rubare a man salva è lecito non solo, ma ottenuto quale virtù.

A Napoli si volgono i giornali ministeriali del Piemonte, e Napoli chiamano alla rivolta, a Napoli impongono di pronunciarsi, di rispondere al grido di Vittorio Emanuele:

“Se un movimento pronto ed energico, così scrive la Perseveranza, rende Napoli benemerita dell’Italia, e salva intero il suo avvenire politico, l’astensione equivale oggi a un movimento contrario, e la rende artefice della propria rovina; e perciò Napoli all’appressarsi di Garibaldi deve aprire le sue porte e corrergli incontro …”

E queste parole le scrive un giornale, un organo di quel Governo che voleva combattere in difesa di Francesco II contro l’invasore Garibaldi, di quel Governo che le mille volte protestò di non aver nulla di comune col dittatore della Sicilia. Che più – si proibirono gli arruolamenti e le nuove spedizioni di volontari in Sicilia, e fu un ministro con un atto pubblico che le proibì; ora leggete quanto avviene in onta alla circolare del famoso Farini:

“Ieri (28), annunzia il Movimento, sono partiti da Genova coll’Isere 104 volontarii forniti di passaporti. Però si cominciano a notare tante piccole difficoltà messe innanzi dalle autorità governative d’ogni città, che sarà ben difficile poter fare delle spedizioni che meritino davvero questo nome. Intanto, come abbiamo annunziato, venne un maggiore da Sicilia con incarico speciale di radunare 2.000 volontarii. Il sig. Cavour ne è informato. Ma se il Governo continua di questo passo, 2.000 uomini non si potranno spedire nemmeno in due mesi”.

Cavatevi la maschera, signori di Piazza castello; voi siete meno astuti del vostro gran Maestro e del suo fedele Acate il signor di Persigny.

È in vero come si potrebbe più a lungo rappresentare la doppia parte che s’era assunta il conte di Cavour in questi tempi?

Come si poteva intendersela con Garibaldi in uno a un Manna, un Winspeare, ambasciatori di Francesco II di Napoli?

Alcuni, pochi però, credettero alla buona fede del Governo piemontese, credettero che esso avesse coscienziosamente disapprovata la spedizione Garibaldi, inibiti gl’imbarchi per la Sicilia; ma chi ci guardò dentro in questo schifoso mistero, vi trovò ben chiara la ragione dei fatti. Si temette per un istante che il movimento italiano volgesse contrario alla Monarchia Sabauda, e si lavorò contro di esso; ma posciachè si ebbero preparati in Sicilia i mezzi per far trionfare le ragioni piemontesi, si aiutò di nuovo questo movimento, anzi si fece di più; sicuri dell’esito, si operò come se fosse compiuto, e si spedì la truppa piemontese onde fosse pronta ad occupare la piazza in nome … dell’ordine. Non si voleva che a Napoli si ripetessero gli scandali della Sicilia e le cacciate di nuovi La Farina …

Ma oramai più che ciechi converrebbe essere stolti a non vedere la connivenza del Governo sardo in tutto il movimento d’Italia; converrebbe essereciechi per non vedere la Francia, imponendo all’Europa il suo non intervento, tien mano a tale movimento; di questa quali sieno i fini occulti, lasciate, o let tori, che si cali il sipario dopo queste nuovo atto del dramma italiano e li vedrete; già ne abbiamo un sentore; il fatto sorgerà poscia come per incanto, appunto come avvenne della cessione di Nizza e Savoia.

Con quale e quanta mala fede abbia agito il Governo sardo nella questione delle due Sicilie ognuno lo rileverà dalle seguenti linee che troviamo nell’Armonia di Torino:

“Il 17 maggio il Governo piemontese dichiara non solo che non vuole alcuna risponsabilità della spedizione Garibaldi, ma non può tollerare d’essere sospettato di connivenza; anzi protesta che ha disapprovato la spedizione del generale Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti i mezzi.

Il 13 agosto il ministero dichiara che non solo non è contrario alla spedizione Garibaldi, ma che assume egli stesso il governo di quel moto rivoluzionario. Il 17 maggio quell’attacco era contrario ai principii del diritto delle genti.

Il 13 agosto quell’impresa era riservata al Governo piemontese, il quale così adempie l’ufficio di suprema moderazione del moto nazionale, che a lui s’ appartiene. Ond’è mai questa differenza, anzi contraddizione di diritti? Ciò che era scelleraggine il 17 maggio è diventata cosa ottima il 13 agosto! Distingue tempora et conciliabis iura. Il 17 meggio si credeva che Garibaldi avesse fatto fiasco; dunque era un filibustiere: il 13 agosto Garibaldi era trionfante; dunque è un eroe!”.

Questo Governo voleva tenersi attaccato a tutte le possibili evenienze, pronto a sagrificare tanto chi operava per suo conto, quanto coloro dei quali esso per un momento era per accettare l’alleanza.

Senza morale e senza giustizia, la politica sua è quella del fine; i mezzi per esso sono tutti buoni quandoché il conducono alla meta agognata, ma questa politica potrà trovare in sé stessa le ragioni della sua caduta. L’Austria rispetterà il principio del non intervento; ma non potrà rattenersi allorché vegga minacciati in qualunque modo ed in qualunque luogo gli stati da essa dipendenti.

Intorno al discorso pronunciato da Napoleone III a Lione in risposta a quello del Presidente di quella camera di commercio così si esprime un corrispondente di Parigi dell’Universel di Brusselles: “ . . Questo discorso in fondo dice ben poco; e nulla si rileva da esso di netto o di concludente.

L’Imperatore ha dichiarato ch’esso non abbandonerà giammai la politica della giustizia e della moderazione ch’esso ha costantemente seguita”. Ma questa politica che fece la guerra d’Oriente, la guerra d’Italia, e l’annessione di Nizza e Savoia, potrà ben fare altre cose senza essere inconseguente con sè stessa!.       ecco quanto penserà il mondo del discorso di Napoleone e della sua giustizia”.

Il conte di Persigny batte ancora sul noto adagio dell’Impero e la pace – e non capisce egli forse che l’Europa sa quanto peso essa può dare alle parole dei Napoleonidi. A Torino si crede alla guerra e vi si crede a Vienna; a Parigi si fa più che credervi, poichè il lavoro negli arsenali non rallenta ma precipita sotto gli ordini perentorii provenienti da Parigi.

Il conte d’Aquila.

I giornali rivoluzionarii, gridano a piena gola contro il conte d’Aquila, facendolo rappresentare una reazione, la quale avrebbe avuto per fine di rovesciare il nuovo ordine di cose a Napoli e la stessa dinastia di Francesco II. L’esperienza ci va tutti i giorni dimostrando chi sieno coloro che rappresentano questa parte iniqua; ormai non possiamo più illuderci; è il fatto stesso che parla. Ecco ciò che ne scrivono da Napoli in data del 18 corrente, alla Gazette de Lyon:

“Di mezzo alle triste preoccupazioni nelle quali viviamo, quandoché la rivoluzione, padrona al dì d’oggi di tutte le posizioni officiali, sembra minacciarci d’una imminente catastrofe, l’avvenimento che ha avuto certamente il privilegio d’impressionare la maggior parte degli amici della Monarchia, durante questi ultimi giorni, fu l’ordine d’esilio contro Sua Altezza Reale il conte d’Aquila, che ministri nemici del paese e della corona hanno strappato al re, inventando per dividere la famiglia reale, non so qual pretesa cospirazione che avesse per fine un’usurpazione di famiglia, mentre d’altra parte essi ingannavano l’opinione pubblica ed esaltavano le passioni rivoluzionarie rappresentando il principe come capo d’un gran movimento reazionario.

Ciò che solo vi ha di positivo e di più chiaro in tutta questa faccenda si è, che il conte d’Aquila, ingannato dapprima dalle lusinghe del partito rivoluzionario e in particolare dagli uomini che compongono oggi il ministero, aveva fatto più di tutti per vincere la ripugnanza che il re avea in dare una costituzione nelle gravi circostanze in cui trovavasi l’Italia dopo il suo avvenimento al trono. Poscia giustamente spaventato dalla piega delle cose, e forte del concorso di molte  persone onorevoli, appartenenti al partito moderato, il conte d’Aquila volea rovesciare non il re e la costituzione, ma soltanto il ministero, far aggiornare l’epoca delle elezioni che non potrebbero aver luogo sotto il colpo d’un’invasione di bande garibaldiane, ottenere nell’interesse dell’ordine la riorganizzazione della guardia nazionale e la depurazione dell’attuale polizia, che, reclutata esclusivamente di malfattori, è ad un tempo un’onta ed un pericolo pel paese. Finalmente il principe volea sopratutto che si pigliassero misure energiche per finirla con Garibaldi. Vedete dunque, che se il principe, ingannato per un istante da coloro che hanno a cuore la perdita della Monarchia, avea da farsi grandi rimproveri per averla messa in potere della rivoluzione, egli però si disponeva a riparare i suoi torti, ciò che il ministero o per meglio dire il comitato non intendevano per nulla”.

Insurrezione napoletana

Alla Perseveranza giunse per mezzo straordinario la seguente importante corrispondenza da Napoli, assieme al numero del Nazionale del 27 corrente, da cui leviamo i documenti e le altre notizie che aggiungiamo qui sotto.

Napoli 27 agosto.

Tutte le Calabrie sono insorte, l’entusiasmo è incredibile. Le brigate Melendez e Briganti sono passate a Garibaldi; e l’intera batteria Carrascosa, con cannoni, munizioni e trasporti, ne seguì l’esempio.

L’intero esercito borbonico in Calabria è sbandato. Gli stessi battaglioni stranieri in Salerno depongono le armi.

  • In Basilicata la rivoluzione è potente. Boldoni comanda. In Capitanata, a Salerno ed Avellino la rivoluzione è pronunciata.

Lunedì mattina arrivava nel porto di Napoli il Franklin cogli ufficiali e soldati dell’esercito disertato, che non avevano voluto rimanere presso il dittatore.

La lettera del conte di Siracusa, che leggerete nel Nazionale, e ch’è stata pubblicata ed esaltata da tutti i giornali napoletani, diede l’ultimo crollo alla dinastia. Nell’anti camera del conte di Siracusa si raccoglievano migliaia di firme alla lettera stessa.

Lunedì il ministero faceva pregare il conte di Siracusa a supplicare il re Vittorio Emanuele di assumere il potere in Napoli, affinché il mutamento della dinastia non trascinasse il paese in disordini e nella dissoluzione.

Nella notte, 7 generali, tra i quali Viglia e lo stesso Pianelli, formulavano un indirizzo al re per persuaderlo a cedere al voto universale de’ popoli ed a non proseguire una lotta non più sostenibile. La Marina avea già firmato un analogo indirizzo.

Si attendeva d’ora in ora la partenza del re, che nominava con pieni poteri comandante la piazza di Napoli il generale Cutrofiano: e comandava l’esilio immediato o l’arresto di Lequile, Conano, Nisco, Spaventa e D’Ayala.

Pianelli ch’era già sul punto di partire e si era imbarcato per la Calabria, abbandonò l’impresa per la notizia giunta del completo sbandamento dell’esercito.

Pubblichiamo una lettera del principe di Siracusa al re di Napoli quale un documento storico dei tempi nostri. Essa ci ricorda storico dei tempi nostri. Essa ci ricorda il voto di Filippo-egalité che si pronunciò per la morte del suo re e parente Luigi XVI.

Il ricordo che in questa lettera si fa della duchessa di Parma, e i consigli d’abbandonare la corona a chi gliela strappa dal fronte, sono tali che rivelano abbastanza in quali mani fosse il re Francesco II, e come la sua caduta era un fatto al quale dovevasi venire.

Tutto era apparecchiato, e come lo abbiamo detto altre volte, i mezzi da lunga mano disposti ai danni del re.

  • Ecco la lettera del conte di Siracusa al re Francesco II:

Sire!

Se la mia voce si levò un giorno a scongiurare i pericoli che sovrastavano alla nostra Casa, e non fu ascoltata, fate ora che, presaga di maggiori sventure, trovi adito nel vostro cuore, e non sia respinta da improvvido e più funesto consiglio.

Le mutate condizioni d’Italia ed il sentimento della unità nazionale, fatto gigante nei pochi mesi che seguirono la caduta di Palermo, tolsero al Governo di V. M. quella forza, onde si reggono gli Stati, e rendettero impossibile la lega col Piemonte. Le popolazioni dell’Italia superiore, inorridite alla nuova delle stragi di Sicilia, respinsero coi loro voti gli ambasciatori di Napoli; e noi fummo dolorosamente abbandonati alla sorte delle armi, soli, privi di alleanze, ed in preda al risentimento delle moltitudini, che da tutti i luoghi d’Italia si sollevarono al grido di esterminio lanciato contro la nostra Casa, fatta segno alla universale riprovazione. Ed intanto la guerra civile, che già invade le provincie del continente, travolgerà seco la dinastia in quella suprema rovina, che le inique arti di consiglieri perversi hanno da lunga mano preparata alla discendenza di Carlo IlI Borbone; il sangue cittadino, inutilmente sparso, inonderà ancora le mille città del reame; e voi, un dì speranza ed amore dei popoli, sarete riguardato con orrore unica cagione di una guerra fratricida. Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, salvate la nostra Casa dalle maledizioni di tutta Italia!

Seguite il nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma, che allo irrompere della guerra civile sciolse i sudditi dalla obbedienza, e li fece arbitri dei proprii destini.

L’Europa ed i vostri popoli vi terranno conto del sublime sacrifizio; e voi potrete, o sire, levare confidente la fronte a Dio, che premierà l’atto magnanimo della M. V.

Ritemprato nella sventura il vostro cuore, esso si aprirà alle nobili aspirazioni della patria, e voi benedirete il giorno in cui generosamente vi sagrificaste alla grandezza d’Italia.

Compio, o sire, con queste parole il sacro mandato che la mia esperienza mi impone; e prego Iddio che possa illuminarvi, e farvi meritevole delle sue benedizioni.

Napoli, 24 agosto 1860.

Leggiamo nel Nazionale di Napoli del 27 giuntoci a mezzo particolare, le seguenti notizie:

Il colonnello Boldini a Potenza è a capo di 15.000 insorti, ed ogni dì ne sopraggiungono altri. Gl’impiegati al telegrafo elettrico prestano i loro servigi al Governo provvisorio. del 6. reggimento di linea, buona parte ha fatto causa comune con gl’insorti, e parecchi sono tornati alla volta di Salerno. Continue diserzioni avvengono tra i granatieri della guardia e le truppe mercenarie.

I carabinieri a piedi, che puntarono le armi contro il popolo in Calabria, sono stati rinchiusi nelle carceri.

Venne ordinato a Salerno di non ricever navi provenienti dalla Sicilia, tranne quelle che abbiano bandiera napoletana.

  • Tutte le truppe che risiedevano a Nocera stanno ora a Salerno.

Tra le truppe a Monteforte si sparse un gran terrore; si teme che il ponte della strada consolare, che conduce a Monteforte, fosse stato minato: ora nulla è avvenuto. Parlasi di continuo di masse armate che muovono alla volta di Avellino per stabilire in quella città il Governo provvisorio. Il capitano Prinzivalli domandò soccorsi e pronti, potendo da un momento all’altro avvenire gravi mutazioni ad Avellino.

  • Ci si assicura che ieri il generale Bosco, con alquante milizie, si è diretto verso Salerno. Pare che il Governo, per dare un’ultima prova di resistenza con quanto potrà accogliere di sue sparse soldatesche, sia venuto nella determinazione di tentare un gran fatto d’arme in quelle vicinanze.
  • Ad Ariano nella notte del 25 al 26 una schiera di armati si recò al posto della guardia nazionale di Grottaminarda, inducendo il capo-posto Assanti a seguirli per cogliere alla sprovvista due carri di fucili dal Governo mandati in Puglia, che trovavansi nell’osteria Pasquale Rossetti. Un sergente di gendarmeria impedì che si aprisse. Attesero l’alba, ed avendo aggredita la scorta di carabinieri a cavallo, rinchiusi nell’osteria, s’impossessarono delle armi partendo pel passo di Mirabella. Il giudice ha intentato processo del fatto.
  • Ieri mattina tutti i comandanti della guardia nazionale si presentarono al re, che li accolse molto cortesemente. Li confortò a tutelare l’ordine e la tranquillità interna, come è proprio della loro instituzione; e li assicurò che per parte sua non sarebbe dato nessuno ordine per danneggiare la città.
  • I consigli si aggiungono a consigli nelle sfere governative. I consigli di ministri s’alternano coi consigli dei generali, e questi con quelli de’ diplomatici.

Il Governo non ha modo a difendersi; ogni ulteriore guerra torna a danno dell’esercito, a rovina del paese, a repentaglio del principe.

Noi sappiamo che si penserebbe a fare un ultimo sforzo a Salerno; e ad ottenere dall’inimico che sia riconosciuta la neutralità della città di Napoli.

  • La Perseveranza pubblica il seguente editto da Reggio:

Dittatura del generale G. Garibaldi. Editto.

La vittoria sorride alle sorti d’Italia. I forti dello stretto sono in potere del dittatore. I soldati di Napoli al grido di Viva Garibaldi fraternizzarono coi prodi Italiani.

La Basilicata e Cosenza con unanime entusiasmo proclamarono l’Italia Una. Che i

cittadini adunque si uniscano in gaudio comune a solennizzare questo fausto giorno, nel quale possono dirsi compiuti i destini d’Italia, e la pace tanto sospirata inghirlandi la nascente libertà. Reggio 22 agosto 1860, ore 9 pom.

Il gover. gen. Tenente Colonnello Antonio Plutino.

Dopo questo editto, il governator generale ha pubblicato lo Statuto piemontese nelle Calabrie, e proclamato a re Vittorio Emanuele.

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