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La destra storica ovvero le consorterie che fecero l’Italia

Posted by on Mar 3, 2022

La destra storica ovvero le consorterie che fecero l’Italia

La destra storica non fu un vero partito – nel senso moderno del termine – ma un gruppo politico, formata dai dirigenti moderati dei vari ex-stati, che avevano appoggiato la lotta per i referendum dell’annessione. In altre parole si trattava di un insieme di gruppi economici, politici e culturali, accomunati da interessi ed idee (liberalismo gradito ad alcuni settori economici emergenti, atteggiamento laico e concezione centralistica dello stato).

I problemi da affrontare furono enormi: il debito pubblico ereditato dagli ex-stati (Piemonte in testa), la mancanza di infrastrutture e di mezzi trasporto, l’opposizione armata delle provincie meridionali, l’amalgamazione fra gli abitanti delle varie parti d’Italia.

Questi problemi vennero affrontati con un sistema di imposte elevate, la obbligatorietà del servizio militare, la sospensione delle garanzie costituzionali nell’Italia meridionale, un rigido centralismo (la proposta di Minghetti di un maggiore decentramento non venne accolta).

E – aggiungerebbe Zitara – la mano pesante nei confronti delle opposizioni – un filone, questo,  poco indagato dalla storiografia (compresa quella “neoborbonica”). Sicuramente gli oppositori furono perseguitati e non solo politicamente.

Nel Sud più che altrove (in rete cominciano ad apparire qua e là biografie di persone che ebbero la vita difficile negli anni immediatamente successivi al 1860). Sia nelle pubbliche amministrazioni che nelle università essere marchiati come “traditori della patria” comportava vessazioni di ogni sorta e perdita di impiego.

Tutti noi – parlo di coloro i quali sono stati allevati alle mammelle della storiografia patria – siamo cresciuti all’ombra del mito della Destra Storica, presentata nei testi sacri come un insieme di uomini dediti al bene comune, ma la sua caratteristica principale fu la divisione in gruppi di interesse, detti consorterie, espressione dei vari comitati d’affari che si spartivano potere, commesse e finanziamenti pubblici. Non a caso crollò miseramente su una questione che riguardava le costruzioni ferroviarie sotto l’assalto della Sinistra Storica nel 1876.

Scriveva profeticamente Paolo Mencacci, uno storico cattolico dimenticato (cfr. Paolo Mencacci – Storia della Rivoluzione Italiana, Volume primo):  “La storia dirà il contegno sprezzante delle consorterie dominanti, avvezze a calpestar tutto con proposito deliberato; le mostrerà insaziabili di ricchezze, di vendette, di prepotenze; riboccanti di pretensioni, vuote di merito e di dignità; dirà la moltitudine di popoli gemente sotto il più dispotico dominio, le intelligenze isterilite, le forze vigorose inutilizzate; e in loro vece pazze invidie, odii feroci, selvaggi appetiti, ignoranza, miseria, disperazione…”.

E Nicola Zitara (cfr. L’unità truffaldina, Cap. VI): “La consorteria toscopadana  formò il suo capitale, cioè il potere di comandare lavoro, nei primi anni – se non del tutto nei primi mesi – della fondazione dello Stato unitario. Ma credo che la frase vada capovolta. Fu essa che fece lo Stato unitario. Una volta fattolo, usò la sovranità statuale per moltiplicare fittiziamente il suo capitale. L’appropriazione fu regolarmente dissimulata nei  meccanismi di mercato, sapientemente orientati a suo favore mediante leggi falsamente generali e atti governativi grandemente equivoci. “

Per chi si interessa di storia meridionale, la domanda d’obbligo è questa: perchè il Sud venne sacrificato sull’altare della Patria per costruire un paese che oggi rischia di saltare in mille pezzi? Come mai le consorterie meridionali che pure esistevano non ebbero la forza o la capacità di porre quella forza sul piatto della bilancia e difendere non dico gli interessi del Sud ma i propri, riducendosi a fare gli accattoni alla mensa del padrone?

Ebbene la nostra personale risposta si chiama “guerra civile”. Nelle provincie meridionali si fronteggiarono per una decina di anni centinaia migliaia di uomini in armi: da una parte l’esercito e la guardia nazionale e dall’altra contadini-briganti ed ex-soldati borbonici. Le classi abbienti meridionali restarono in bilico tra l’appoggiare i vecchi regnanti (Borbone) o i nuovi regnanti (Savoia) e alla fine scelsero in massa i nuovi padroni per paura del brigantaggio. E senza contropartite, se non miserabili prebende.

Non si spiega altrimenti come sia stato messo in ginocchio un grande paese qual era l’ex Regno delle Due Sicilie.

di Zenone di Elea

fonte

https://www.eleaml.org/sud/destra_sinistra/01_destra_storica.html

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