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L’EPOCA MEROVINGIA. VI e VII secolo

Posted by on Feb 28, 2022

L’EPOCA MEROVINGIA. VI e VII secolo

I. LA GALLIA TRA IL MONDO MEDITERRANEO E QUELLO GERMANICO

Alla fine del V secolo, la Gallia presentava singolari contrasti. A parte l’Armorica, dove popolazioni celtiche, venute dal Galles, cominciavano a insediarsi e a dar vita a un paese autonomo, la Gallia settentrionale orientale, fortemente germanizzata, si contrapponeva alle regioni d’oltre Loira, tuttora romanizzate, I franchi, che provenissero dalle zone della Schelda o del Reno, e con essi gli alemanni, si erano stanziati in territori che erano stati romanizzati in misura alquanto superficiale, e che, in seguito alle migrazioni germaniche e all’occupazione del suolo a opera dei nuovi venuti, avevano perduto l’essenza della cultura romana. Le tombe barbariche sono infatti più frequenti a nord e a est dell’attuale frontiera linguistica tra ambiti germanico e romanzo.

Le regioni tra Senna e Mosa può darsi che non siano state sottoposte a una massiccia colonizzazione, ma ciò non toglie che abbiano subito in larga misura l’influenza dei germani. Le città, devastate dalle invasioni, erano costrette a una vita in tono minore, i contadini gallo-romani non differivano affatto dai germani, la civiltà della scrittura era scomparsa, e ne fa fede la rarità delle iscrizioni. Qualche isola di romanità continuava a sussistere nel bacino della Mosella o del Reno, ma la loro stessa segregazione le condannava alla scomparsa. L’organizzazione ecclesiastica non aveva saputo resistere, e il paganesimo tradizionale, convalidato dagli apporti germanici, aveva ripreso vigore con l’andar del tempo. Troppo vicina ai paesi germanici, la Gallia che ben merita il nome di “barbarica” sembrava destinata a condividere la sorte di un mondo abbandonato da Roma.

Di tutt’altro genere il destino dei territori situati a sud della Loira e dell’altopiano di Langres. Una semplice occhiata a una mappa dei reperti funerari permette di costatare che nelle zone in questione le tombe barbariche non sono frequenti; oppure, qualora non siano assenti, come nel regno burgundo, risultano concentrate sugli altipiani giurassici o nelle alte valli del Doubs e della Saóne. La legge dei burgundi parla di suddivisione di terre tra romani e barbari secondo la procedura dell’hospitalitas, ma nulla sta a indicare che il popolamento burgundo abbia avuto carattere massiccio. Esso fu anzi insignificante per quanto attiene all’Aquitania; certe tombe e toponimi dell’Albigese attestano la presenza di goti, rimastivi forse dopo la sconfitta di Vouillé.; alcune armi reperite nella Guarente appartenevano senza dubbio a sassoni giunti dal mare; ma per tutto il resto, si ha il vuoto o poco meno. L’Alvernia, bastione naturale, resistette particolarmente bene a ogni tentativo di penetrazione. I franchi riuscirono a sottomettere politicamente l’Aquitania, ma stranamente non la popolarono, e anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, affidarono il governo delle città a gallo-romani di famiglia senatoriale.

In questi territori ancora “romani” della Gallia, le città mantenevano un ruolo, se non amministrativo, per lo meno economico: sino alla metà del VII secolo fu dato trovarvi mercanti siriani e colonie giudaiche. La rete delle strade romane permetteva gli scambi tra città e i contatti con i porti mediterranei; la Spagna e l’Italia, Marsiglia, Arles e persino Bordeaux continuarono a mantenere rapporti con l’Oriente, e il Rodano a essere la grande via di penetrazione commerciale, mentre i telonei in funzione fino a Chalons nel VII secolo continuarono a fruttare dazi sui prodotti importati. L’aristocrazia, è vero, si allontanò dalle città, senza tuttavia restarne completamente avulsa, soprattutto in Provenza e in Burgundia.

Codesta aristocrazia senatoria continuò a far proprio lo stile di vita dei suoi antenati sotto l’impero. Gli Aviti, i Siagri, gli Apollinari, erano fieri dei propri avi, e al pari di questi fornivano i quadri dell’amministrazione civile e religiosa e amministravano i loro possessi terrieri secondo una tradizione secolare. Se si istituisce un paragone tra le descrizioni letterarie di un latifondo compilate da Ausonio nel IV secolo, da Sidonio Apollinare nel V e da Fortunato nel VI, si resta colpiti dai parallelismi. Fortunato ci illustra i possessi del Bordolese di proprietà della famiglia dei Leonti; casa fortificata del dominus, installazioni termali, cappella privata, schiere di schiavi, coloni insediati su alcuni poderi: si è pur sempre in ambito romano.

Inoltre, l’aristocrazia manteneva i contatti con la cultura antica, tentando di distinguersi grazie alla sua conoscenza delle lettere classiche. Non aveva più, come nell’Italia ostrogota o nell’Africa vandala, modo di mandare i propri figli alla scuola del grammatico o del retore; le ultime scuole pubbliche scomparvero infatti nella Gallia meridionale alla fine del V secolo, e da allora la cultura classica venne trasmessa in seno alle famiglie: precettori, o più spesso genitori, iniziavano i bambini al culto delle belle lettere, dando loro modo di accedere ai libri conservati nelle biblioteche di famiglia. E questa fedeltà alla cultura classica antica continuò a sussistere in qualche famiglia della Provenza, della Burgundia e dell’Aquitania, fino al primo terzo del VII secolo.

Il contrasto tra Gallia del nord e Gallia del sud era perfettamente avvertito dai contemporanei. Fino alla metà dell’VIII secolo, i franchi designarono gli aquitani col nome di romani, e questi dal canto loro erano fieri della propria appartenenza al mondo romano e non compivano nessun tentativo di conoscere la cultura germanica. II più attendibile testimone del VI secolo, Gregorio di Tours, pur così bene informato sui gesta regum, si rivela incapace di comprendere le costumanze giuridiche e sociali dei franchi.

A loro volta, questi si sentivano attratti dal sud, e nel VI secolo mantennero rapporti con il mondo mediterraneo. Clodoveo sognò di occupare il regno burgundo di Gundobaldo e le rive provenzali del Mediterraneo, e ciò che non riuscì a lui, lo attuarono i suoi figli; il nuovo re burgundo, Sigismondo, fu sconfitto, e il suo regno ben presto spartito fra i principi franchi (533-534). Nel 537, la Provenza fu abbandonata ai Merovingi dagli ostrogoti, e in tal modo anche i franchi poterono attingere al Mediterraneo, oggetto di cupidigia da parte di tutti i barbari, e detennero Arles e Marsiglia, fonti di importanti introiti fiscali. Teodeberto, nipote di Clodoveo, si fece assistere da letterati gallo-romani, soprattutto il patrizio Partenio, ex allievo delle scuole ravennati; e, grazie al loro influsso, si sforzò di imitare gli imperatori romani, organizzando gare ippiche nel circo di Arles e osando coniare una moneta d’oro con la propria effigie, cosa che scandalizzò i bizantini. Suo figlio Teodebaldo, frutto di un matrimonio con una patrizia della Linguadoca, restò fedele alla sua politica mediterranea e cercò di impadronirsi del Norditalia. L’espansione franca oltralpe trovò un ostacolo nella conquista della penisola a opera dei longobardi.

Fu abbozzata un’alleanza tra i re di Austrasia, signori di una parte della Provenza, e gli imperatori bizantini, e se essa non diede i risultati sperati, dal momento che i franchi la concepivano soprattutto quale importante fonte di proventi in oro, ciò non toglie che testimoni l’attrazione esercitata sui barbari dai centri della civiltà classica antica. Le ambascerie scambiate tra Dagoberto ed Eraclio attorno al 631 costituirono il coronamento, ma in pari tempo anche la conclusione, di questa politica. All’epoca, i prodotti orientali (in particolare seta. spezie, aromi, incenso e papiro), continuavano a giungere in Gallia; dal Levante provenivano reliquie trasportate dai pellegrini in Terra Santa; l’oro non faceva difetto alle zecche che non avevano cessato di coniare trientes (terzi di soldo) di buona lega, ne agli orafi che, come Eligio, si mettevano al servizio dei grandi. Solo alla fine del VII secolo si verificò una progressiva inversione della congiuntura.

La penetrazione dei franchi nella Gallia meridionale, d’altra parte, comportò benefici per la Gallia “barbarica”. Sarebbe stato logico ritenere che l’avanzata di Clodoveo e dei suoi successori a sud della Loira comportasse un imbarbarimento del regno nel suo insieme, e invece si verificò l’esatto opposto, nel senso che il sud contribuì alla “ricostruzione” del nord. Grazie agli aquitani, la Chiesa della Gallia settentrionale e orientale poté dar mano alla propria riorganizzazione.

Nel 534, il re Teuderico fece venire chierici arverni per i servizi divini nella chiesa di Treviri; gli aquilani Goar e Fridolino fondarono monasteri nei territori della Mosella; Niceto, vescovo di Treviri, di origine limosina, per restaurare la propria chiesa fece ricorso a meridionali, e Filiberto, Eligio e Afflando, anch’essi aquilani, furono i grandi missionari del VII secolo. Gli architetti al servizio dei vescovi e dei sovrani eressero basiliche di tipo romano a Parigi, Auxerre, Selles-sur-Cher e altrove.. I capitelli, le colonne e i sarcofagi venivano tagliati e scolpiti nelle immediate vicinanze delle numerose cave pirenaiche e spediti per via d’acqua ai cantieri edili del Nord.

La Gallia del sud non fornì soltanto chierici e artisti: ai sovrani diede anche consiglieri di buone lettere che li familiarizzavano con le pratiche dell’amministrazione romana. Nella cerchia dei primi re merovingi, si trovavano convivae regis gallo-romani, redattori della legge salica in latino; altri, come Partenio, esortavano i sovrani a rimettere in vigore il sistema delle imposte dirette su uomini e beni fondiari. Grazie al contatto con questi letterati, l’aristocrazia franca si convertì al documento scritto, redasse testamenti, fece stipulare atti di vendita o di donazioni, tramandatici dai formulari. Nel VII secolo, nei territori di cultura germanica aveva cosi fatto la propria comparsa la scrittura, come è dato costatare a chi istituisca un paragone tra la legge salica e quella dei ripuari o dei bavari.

I sovrani franchi del VI secolo non si rifiutavano di apprendere il latino, e l’italico Fortunato, che a lungo soggiornò presso la corte di Austrasia, annodò con i franchi legami di amicizia che si tradussero in scambi epistolari. Nulla ci autorizza ad affermare che i suoi corrispondenti fossero incapaci di comprenderne lo stile manierato; al contrario, abbiamo prove dell’interesse che questo o quel barbaro, come per esempio il prefetto di palazzo Gogò, nutriva per le lettere latine, Chilperico re di Neustria si piccava d’essere poeta e, a imitazione dell’imperatore romano Claudio, volle aggiungere tre lettere all’alfabeto latino. Fu in quel periodo che cominciò a diffondersi la leggenda dell’origine troiana dei franchi, la quale permise a cedesti barbari di avere diritto di cittadinanza nel mondo civilizzato. Infine, i sovrani e i membri dell’aristocrazia, ferventi cattolici, si resero conto che la loro nuova fede presupponeva un minimo di cultura, e fu così che nel VII secolo la civiltà latina si conservò in versione religiosa.

La Gallia approfittò dunque del lungo crepuscolo della civiltà romana; ma alla fine del VII secolo le condizioni mutarono, e le forze della germanicità parvero aver la meglio, conferendo un altro volto alla Gallia merovingia. Non va dimenticato che i sovrani franchi, mentre volgevano lo sguardo al Mediterraneo, proseguivano anche la loro avanzata nelle terre barbariche. I re di Reims e di Metz, Teuderico, Teodeberto (511-548) e Clotario I, sottomisero la Baviera, l’Alemagna cisrenana (Alsazia) e la Turingia, una delle cui principesse, Radegonda, fu destinata in sposa a Clotario. I bavari conservarono i loro duchi nazionali, sottoposti però al controllo dei franchi, il cui re nel 539 poté scrivere a Giustimano che “il nostro dominio giunge fino al Danubio, alla frontiera della Pannonia e all’oceano”. Lungo il corso medio del Danubio e sui monti della Boemia, la dominazione franca era limitrofa al mondo degli slavi e degli avari. A partire dalla metà del VI secolo questi ultimi, venuti dalle steppe asiatiche e insediatisi in Pannonia, assalirono i franchi e ne fecero prigioniero il re Sigeberto; nel 596 mossero contro la Turingia. All’inizio del VII secolo, un mercante a nome Samo si mise alla testa della resistenza slava contro gli avari, riuscendo a ritagliarsi un regno, indubbiamente entro i confini dell’odierna Boemia; contro di lui Dagoberto raccolse una coalizione di bavari, longobardi e austrasi, senza però riuscire ad abbatterlo. Dietro la vicenda di Samo, riferita solo dallo pseudo Fredegario, si intuisce l’esistenza di rapporti commerciali che collegavano Ì paesi danubiani, e di conseguenza il Levante, alle terre germaniche. Per vie diverse, i franchi ritrovavano cosi la strada dell’Oriente.

La loro espansione in Germania permise la sussistenza di rapporti con il paese da cui erano originariamente sortiti e la preservazione dei tratti germanici della loro civiltà. La legge salica, redatta alla fine del V secolo, ci permette di farci un’idea della società franca e delle sue originarie costumanze giuridiche. Il capo in guerra era ritenuto discendente degli dei pagani e si distingueva dai suoi guerrieri per alcuni tratti esteriori, come per esempio la celebre capigliatura; si circondava di un’aristocrazia, tale per sangue o per valore, alla quale distribuiva le terre e le ricchezze conquistate (il ben noto episodio del vaso di Soissons comprova che la suddivisione del bottino avveniva non senza difficoltà). Alla sua morte, a ciascuno dei figli toccava una parte dell’eredità, e fu cosi che nel VI e VII secolo il reame merovingio subì spartizioni che non tenevano affatto conto dei gruppi etnici ne del concetto di Stato. Il popolo franco era composto in maggioranza da uomini liberi che portavano le armi, possedevano la terra o la coltivavano, erano padroni di schiavi, di prigionieri di guerra o di debitori insolventi.

La famiglia franca conservava l’antica coesione. Alla sua testa stava il padre, detentore del potere assoluto (mund) sulle figlie sino al momento del loro matrimonio e sui figli fin quando, verso i dodici o i quindici anni, erano accolti nella comunità dei guerrieri. Sulla famiglia ricadevano le colpe di ciascuno dei suoi membri: era essa a pagarne i debiti, a vendicarne l’offesa subita o a versare il “prezzo del sangue” qualora commettesse un crimine. La legge salica ci ha tramandato la procedura della chrenecruda in forza della quale un franco non solvibile delegava alla famiglia beni e debiti: il responsabile giurava di non avere più niente, quindi raccoglieva un po’ di terra ai quattro angoli della casa per poi gettarla con la sinistra al di sopra della spalla sui parenti più prossimi; infine, in camicia, senza cintura ne calzari, superava con un salto la siepe attorno alla casa, a significare che l’abbandonava senza remore.

La cerimonia in questione è solo un esempio del formalismo giuridico dei germani, passato in retaggio al Medioevo; lo si ritrova nella costumanza del wergeld, istituita per attenuare gli eccessi della vendetta privata (faida) e ristabilire l’ordine voluto dagli dei. Al pari di tanti altri popoli primitivi, i germani avevano escogitato il sistema di far versare alla vittima o ai suoi familiari una somma proporzionata alla gravità del delitto o al rango sociale della vittima: un uomo nel pieno dell’età “costava” più di un bambino, di un vecchio o di una donna; una ferita all’indice — dito che serviva per tendere l’arco — era più cara di un’altra. “Aver colpito alla testa qualcuno in modo tale che si veda il cervello e che le tre ossa che lo ricoprono siano messe a nudo: 30 soldi; aver strappato ad altri una mano, un piede, un occhio, il naso: 100 soldi, ridotti a 60 se la mano rimane attaccata,” Uguale meticolosità per quanto riguardava gli attentati alla proprietà, le effrazioni, l’abigeato, l’onore delle donne. La legge burgunda condannava un uomo che avesse tentato di toccare i capelli di una donna libera a 24 soldi di ammenda, mentre la legge dei bavari precisava che chi avesse sollevato la veste di una donna al di sopra del ginocchio doveva pagare 12 soldi. Per la legge salica, “un uomo libero che abbia stretto la mano, il braccio o il dito di una donna libera dovrà, una volta provato il fatto, pagare 15 soldi; se ha premuto il braccio, 30 soldi, e al di sopra del gomito 35 soldi”.

Tutti i momenti della vita del franco erano impregnati di religiosità. Il paganesimo, vicino alle antiche costumanze celtiche, non aveva perduto il proprio vigore, neppure dopo la conversione di Clodoveo e dei suoi guerrieri al cattolicesimo. L’esame delle tombe e del loro corredo mobiliare comprova a sufficienza che credenze germaniche sopravvivevano; le iscrizioni runiche che si leggono sulle armi, i gioielli, le pietre, avevano una funzione essenzialmente magica, quella di proteggere il portatore degli oggetti in questione e, secondo l’accezione stessa della parole rune, erano per lo più “segrete”. Le figurazioni zoomorfe, che ci sono note dalle fibbie dei cinturoni, e in cui compaiono cervi, cavalli, ippogrifi, tori e uccelli, costituiscono altrettante testimonianze di un paganesimo che veniva da molto lontano e che non si decideva a morire.

Le tecniche metallurgiche rivelate dai reperti funerari mostrano che franchi, alemanni e burgundi continuavano a essere legati al mondo germanico. Nella legislazione e nelle leggende il fabbro figura un membro importante della società. Procopio, cronista bizantino del VI secolo, era rimasto colpito dall’armamento dei guerrieri di Teodeberto che aveva avuto modo di vedere in Italia: “A un dato segnale, essi hanno costumanza di lanciare le loro asce che infrangono gli scudi degli avversari, ciò che da loro modo di massacrarli.” Una lettera di Cassiodoro al re dei varni o varini, popolazione stanziata in Turingia, rivela l’ammirazione e l’invidia che un mediterraneo provava per le spade lunghe, “capaci di spaccare persino le armature… Il destino ha voluto che la vostra patria fosse a tal punto favorita dalla natura, da assicurarvi una singolare fama, ed è che la bellezza di cedeste spade è tale che le si vorrebbe attribuire a Vulcano, il quale si diceva forgiasse il ferro con tanta eleganza che l’opera delle sue mani appariva subito opera di un dio, non già di mortali”. Il dio fabbro compare anche nell’epopea germanica sotto il sembiante di Wieland. Di solida reputazione godevano pure gli orafi dei germani, e che questi abbiano ereditate le loro tecniche e arti dalle popolazioni pontiche, è cosa affatto secondaria; ciò che conta, è che abbiano diffuso le fibule, le fibbie, e i fermagli da cintura dall’ornamentazione zoomorfa e dai vivaci colori in molta parte dell’Europa settentrionale. I Merovingi padroneggiavano un’arte che si perfezionò durante il VI e VII secolo e che essi trasmisero ai loro successori carolingi.

Grazie alla possanza cicatrice del germanesimo, i Merovingi seppero resistere alla tentazione mediterranea e, nel momento in cui la civiltà anticoclassica stava scomparendo, ebbero modo di fondare il loro dominio sulle tradizioni nazionali. Alla fine del VII secolo fu dato assistere a un significativo spostamento dei centri di gravita della Gallia, Clodoveo e i suoi primi successori avevano stabilito le loro capitali nella Neustria, cioè nei territori tra Somme e Loira, e avevano potuto contare su un relativo equilibrio di componenti gallo-romane e germaniche. Pur conquistando le regioni oltre Reno, mai avevano tentato di spostare verso est i centri del loro dominio: il grande fiume continuava a fungere da frontiera come sotto l’impero romano. Allorché cominciarono a susseguirsi le sconfitte bizantine in Occidente e si resero avvertibili le conseguenze dell’invasione araba nel Mediterraneo, tutto mutò: la Provenza fu abbandonata a se stessa, e le vie di transito verso l’Italia si spostarono più a nord, nella catena alpina; l’Aquitania, dove a lungo s’era conservata la civiltà anticoclassica, cessò di attrarre i franchi, e il vero centro del regno divenne l’Austrasia, tra Marna e Reno. Fu da questa che vennero le grandi famiglie aristocratiche, ricche di terre e uomini, e tra esse quella dei Pipinidi, avi dei Carolingi, Herstal e Landen nel bacino della Mosa, e Metz sulla Mosella furono scelte quali residenze dei sovrani; i missionari cattolici, patrocinati dai grandi d’Austrasia, istituirono chiese in Alemagna, in Turingia e in Frisonia, stringendo diretti contatti con i regni anglosassoni testé convertiti. I monasteri della Gallia settentrionale divennero centri unici di cultura religiosa e persino profana, mentre in pari tempo il commercio atlantico si sviluppava grazie agli scambi tra la Gallia, l’Irlanda e l’Inghilterra. Navi provenienti dalle Isole britanniche approdavano alle foci della Senna, della Mosa e del Reno. Rouen e Quentovic sulla Canche furono, all’epoca, centri di un’attività promessa a un brillante avvenire. Verso il 674, i mercanti anglosassoni e frisoni si servirono di una nuova moneta d’argento, la sceatta, che imitava i conii d’oro e ben presto soppiantò quelle tradizionali; in tal modo, nel “Mediterraneo nordico” prese forma un commercio di tipo nuovo che favorì lo scambio di prodotti, uomini e idee tra i paesi rivieraschi del Mare del Nord e della Manica.

La Gallia merovingia trasse vantaggio da codesto spostamento verso nord delle forze economiche e culturali; laddove gli altri regni barbarici mediterranei non furono in grado di adattarsi alle nuove condizioni politiche e subirono le conseguenze degli sconvolgimenti che si verificarono in quel bacino (ripiegamento dei bizantini verso Levante, invasione araba, e via dicendo), la Gallia, per il fatto di conservare i rapporti con il mondo germanico, non soltanto resistette, ma parve l’unico Stato solido attorno al quale si verificò un raggruppamento di tutte le forze barbare; e non fu certo senza motivo che il papato, minacciato da Bisanzio o dai longobardi, nel 739 fece appello al prefetto di palazzo Carlo Martello che aveva riportato sugli arabi la sonante vittoria di Poitiers: appello che, rimasto inascoltato allora, fu invece raccolto nel 754, ed ecco allora suggellata l’alleanza dei due poli, lo spirituale e il temporale dell’Occidente, papato e monarchia franca.

II. I MEZZI D’AZIONE DELLA MONARCHIA MEROVINGIA

I re e il loro seguito

Rampolli della famiglia di Meroveo, piccolo capo franco forse leggendario, i re traevano la propria autorità da un’origine ritenuta divina oltre che dalle loro virtù guerriere. Lo stesso nome di Clodoveo (vale a dire Ludovico o Luigi) significa “celebre nel combattimento” (Chlodovechus). Il sovrano era riconosciuto dalle assemblee degli uomini liberi, in effetti composte dai guerrieri aristocratici; esercitava un’autorità assoluta, ma che spesso restava puramente nominale. In effetti, le caratteristiche della chefferie tribale un po’ alla volta dovettero adeguarsi alle esigenze di un vasto regno conquistato nel giro di pochi anni, donde difficoltà e compromessi. Il re non aveva la minima nozione dello Stato nella sua versione classica antica, e continuava a considerare il proprio regno alla stregua di un bene da distribuire ai figli, confondendo con la massima naturalezza la propria fortuna personale e i beni della comunità. Governava i suoi sudditi come un proprietario terriero i propri contadini, senza tenere minimamente conto della loro appartenenza religiosa o regionale. Le varie spartizioni merovinge avevano per effetto di raggruppare momentaneamente, sotto uno stesso scettro, aquilani e austrasiani, neustriani e provenzali, e non sembra che le popolazioni reagissero, poiché in effetti ignoravano l’autorità in questione. Di rado si verificarono rivolte popolari, salvo allorché i contribuenti fossero colpiti da imposte troppo gravose, e allora gli esattori venivano assassinati e la vita riprendeva il suo corso.

L’autorità del re assai spesso si limitava al suo entourage. Per influenza degli elementi gallo-romani, il sovrano organizzava la sua corte alla maniera imperiale. C’erano “ufficiali” che si occupavano della sua scuderia (comes stabuli, “conestabile” e marisschalk, “maniscalco, maresciallo”), della sua tavola, del suo tribunale. Un “prefetto di palazzo” (majordomus, “maggiordomo”) controllava gli intendenti incaricati di valorizzare i domini del sovrano, dal momento che già in questa fase “il re vive del suo”, ricavando la maggior parte delle proprie risorse da beni personali, antichi erari imperiali o terre di recente conquista. I bisogni economici e il gusto del cambiamento, forse retaggio delle migrazioni agricole dei suoi antenati, inducevano il re a trasferirsi di possesso in possesso. Sebbene Clodoveo avesse istituito a Parigi la cathedra regni, secondo la definizione che ne da Gregorio di Tours, i re merovingi preferivano le residenze rurali nei territori stranieri, come Chelles, Clichy, Nogent. Rueil, Verberie eccetera, le città servendo loro da rifugio o da necropoli: a Parigi, l’abbazia dei Santi Apostoli (Sainte-Geneviève) accolse le spoglie di Clodoveo e di Clotilde, quella di Saint-Germain-des-Prés le salme di Childeberto, di Chilperico e di Clotario II, prima che questa funzione venisse assunta da Saint-Denis. È questo un evidente esempio di compromesso fra le tradizioni germaniche e quelle romane.

Il re merovingio era un barbaro che però di tanto in tanto si rammentava di essere alla testa di popolazioni abituate all’amministrazione romana, ed ecco pertanto un embrione di burocrazia il cui nucleo è costituito dal “referendario” e che è la fonte dei precetti e degli editti. A lungo, le tradizioni degli uffici imperiali (uso del papiro, scrittura curiale, titolatura ufficiale) continuarono a essere rispettate; notai laici che conoscevano i formulari e lo stile artificioso dei legislatori classici antichi potevano far credere che lo scritto avesse pur sempre un ruolo nell’amministrazione; ma verso la metà del VII secolo, a causa della scomparsa della cultura laica, le loro funzioni si ridussero a niente e si generalizzarono l’impegno orale e il giuramento su reliquie.

Per farsi rispettare, il re doveva poter disporre di un tesoro cospicuo e di forze militari pronte a scendere in campo, e tutti i Merovingi si fecero un dovere di accumulare, nelle loro “camere”, l’oro nelle sue varie forme, dai gioielli ai lingotti, dal vasellame ai conii, sfoggiando con fierezza quello che ricevevano da Bisanzio e ciò che confiscavano ai vinti. Ammassavano il ricavato delle ammende, delle imposte indirette (telonei) o dirette quando avessero modo di esigere queste ultime. Eredi del diritto di battere moneta, emettevano conii d’oro con la loro effigie. terzi di soldo ovvero trientes, senza però aver modo di impedire a officine private di fungere da zecche.

La tradizione germanica imponeva a ogni uomo libero di essere un guerriero, protetto da un wergeld più elevato; ogni anno, a primavera, il re convocava i suoi uomini, tutti guerrieri della sua stirpe, quella dei franchi; ma egli imponeva il servizio militare anche ai gallo-romani, per lo meno ai ricchi proprietari e alle bande di guardie del corpo che li circondavano, le quali accettavano volentieri, trattandosi di operazioni che si prospettavano fruttuose. Un passo di Gregorio di Tours, in cui si riferisce la spedizione di Gontrano in Settimania, permette di farsi un’idea del modo di agire degli eserciti “franchi”: “I popoli che abitano al di là della Saòne, del Rodano e della Senna, essendosi coalizzati con i burgundi, causarono gravi danni sia ai raccolti che al bestiame. Perpetrando numerosi omicidi, Incendi e saccheggi nel loro proprio territorio, non rifuggendo neppure dalla spoliazione delle chiese e dall’assassinio dei chierici, dei preti e del resto della popolazione sugli altari consacrati a Dio, si spinsero sino alla città di Nimes,”

Conti e vescovi

Per mobilitare il suo esercito, il re faceva appello ai propri rappresentanti presso le comunità, i conti. Nelle civitates troppo grandi, il territorio era stato diviso in “paesi” (pagi); il conte (in germanico graf) era depositario di tutti i poteri, amministrativi, giuridici, finanziari e militari. Era nominato dal sovrano e, almeno in via di principio, la sua nomina era revocabile. I Merovingi chiesero ai senatori gallo-romani di esercitare tale funzione nella Gallia del sud e, a quanto sembra, non ebbero da lamentarsene. Un brevetto di nomina di cui ci è pervenuto il testo, rivela esattamente ciò che dal conte ci si attendeva: “Poiché hai dato prova di fedeltà e zelo, ti affidiamo il potere comitale in tale o tal’altro pagus fin qui amministrato da Tizio o Caio, per modo che le popolazioni franche, romane, burgunde o di ogni altra origine vivano in pace sotto la tua amministrazione e governo, per modo che tu le guidi sul retto cammino conformemente alle loro leggi e costumanze, per modo che tu sia in particolare il difensore della vedova e dell’orfano, per modo che tu punisca implacabilmente ladri e malfattori, per modo che sotto la tua autorità la popolazione viva in pace, tranquilla, felice, e infine per modo che tutto quanto al fisco è dovuto in ciò che ti concerne ogni anno venga per mano tua portato al nostro tesoro.” Ottimo programma, senza dubbio, evidentemente ispirato dalle legislazioni romana e cristiana, ma che, in quei tempi difficili, era alquanto arduo attuare.

Il conte poteva essere sia un giudice equo, sia un tiranno. Poteva circondarsi di notabili (boni homines e, nel nord, rachinbourgs, dal germanico Recht, diritto, e Bùrger, cittadino) con cui presiedere il tribunale (mallus) e giudicare ognuno secondo la sua legge, oppure utilizzare il proprio potere assoluto a spese delle popolazioni. Certi re, come Dagoberto, compivano in tal caso ispezioni nel regno, perché gli appelli potessero essere presentati al tribunale regale. I conti, che non venivano remunerati, erano tentati di moltiplicare ammende e imposizioni fiscali, con la conseguenza che le popolazioni si rivolgevano per aiuto al secondo personaggio della suddivisione provinciale, il vescovo.

In effetti, in seguito alla conversione dei sovrani al cattolicesimo, i vescovi apparivano non diversi da altri agenti del potere regale. I monarchi sorvegliavano da presso le elezioni episcopali, imponendo ai tradizionali elettori, il clero e il popolo, ecclesiastici o laici di cui conoscessero la fedeltà e le attitudini amministrative. Durante il periodo delle invasioni, i vescovi si erano visti nell’obbligo di proteggere le popolazioni, intervenire presso gli invasori, riparare Ì danni provocati dagli assedi delle città; nel V e VI secolo continuarono a preoccuparsi dell’amministrazione temporale, intervenendo in caso di carenza dei poteri pubblici. E fu così che Felice, vescovo di Nantes, non solo fece erigere una cattedrale di cui Fortunato ci fornisce la descrizione, ma volle anche che si costruisse un porto sulla Loira e si mettessero in funzione mulini. Nizier di Treviri si fece costruire un magnifico palazzo sulla Mosella, vivendovi da grande proprietario terriero; Desiderio di Cahors restaurò le mura della città, assicurandone i rifornimenti idrici. Il vescovo interveniva qualora le imposizioni degli esattori fossero eccessive: Oustrille, vescovo di Bourges, e il suo successore Sulpicio impedirono al funzionario regale Guarniero di esigere le imposte; InJuriosus di Tours minacciò all’esattore la collera di san Martino. I vescovi mettevano becco nell’amministrazione della giustizia, non solo quando a essere implicati fossero ecclesiastici, cosa del resto conforme al diritto canonico, ma anche trattandosi di cause di un certo interesse per tutti i cittadini: “O vescovo, devi dispensare a tutti la giustizia!” ricordava Chilperico a Gregorio di Tours. Approfittando dei disordini sociali, un po’ alla volta i vescovi estesero la loro autorità temporale e alla fine del VII secolo divennero persino i soli capi delle suddivisioni provinciali, come nel caso di san Leodegario di Autun,

L’aristocrazia

La classe dirigente del regno, si trattasse di laici o di ecclesiastici, di norma usciva dalle file dell’aristocrazia. Ma di quale aristocrazia? Gallo-romana o barbara? Particolarmente degna di nota la capacità di adattamento rivelata da quella senatoria. Prendiamo a esempio la famiglia degli Apollinari; Sidomo, rimasto fedele all’impero, difese Clermont contro i visigoti di Eurico; suo figlio combatté nei ranghi visigoti contro Clodoveo a Vouillé; suo nipote Arcadie invitò Childeberto a occupare l’Alvernia, successivi schieramenti che si spiegano con una sorta di indifferenza nei confronti del potere politico. Gli aristocratici difendevano il loro ruolo e i loro beni come avevano fatto i senatori dell’Italia ostrogota, Cassiodoro in testa, e ritenevano del tutto normale il fatto di essere scelti per esercitare le funzioni comitali o per occupare un seggio episcopale. La loro cultura, la loro fortuna e la loro ascendenza li collocavano ai vertici. Da parte barbara, l’aristocrazia era composta dagli amici del sovrano che si fossero distinti in combattimento e ai quali erano toccate terre al momento della spartizione; a volte, costoro facevano parte della truste o trustis regale, gruppo di uomini legati al sovrano da un giuramento di fedeltà, i cosiddetti antrustioni; seguivano il loro signore durante le guerre che opponevano re a re e, una volta tornata la pace, esigevano il risarcimento dei beni perduti. Per lo meno, cosi prescrive l’articolo 12 dell’editto di Parigi del 613: “Ciò che uno dei fedeli, ovvero leudes ha perduto per essersi mostrato fedele al suo legittimo signore, ordiniamo che gli sia giustamente restituito.”

Nel VII secolo, le due aristocrazie si fusero mediante matrimoni tra gallo-romani e franchi, e furono chiamate ad assolvere in comune compiti amministrativi. In effetti, i re mostravano la tendenza ad attrarre a corte rampolli di buona famiglia da tutte le regioni del regno, e il reclutamento avveniva senza seguire regole precise: in generale, si entrava a palazzo grazie a relazioni. Allorché un giovane giungeva alla pubertà, poteva senz’altro aspirare a entrare nel gruppo dei nutriti, il prefetto di palazzo era incaricato di tenerli d’occhio, occupandosi anche dell’educazione dei giovani principi. La vita in comune dei membri della gioventù merovingia permetteva che tra tutti i palatini si creassero legami d’amicizia. Desiderio di Cahors, dopo aver ricevuto una prima istruzione in seno alla famiglia, venne inviato alla corte di Clotario II, dove crebbe fianco a fianco con il giovane Dagoberto, al quale in seguito ricordò “il sodalizio e la dolcezza di una gioventù trascorsa sotto un sole favorevole”. A corte, Desiderio aveva ritrovato altri aquitani come Eligio, neustriani come Dado, il futuro sant’Aldino, austrasiani come Arnulfo, futuro vescovo di Metz. Contrariamente a quanto è stato più volte affermato, a cedesti giovani a corte non veniva impartita un’istruzione letteraria; qualcuno di loro ne aveva già ricevuta una in famiglia, altri restavano all’oscuro delle lettere anticoclassiche, A quella “scuola di quadri” che era la corte, apprendevano il mestiere di funzionari o di soldati; i notai regali li formavano alla prassi amministrativa, in modo che potessero poi dirigere la cancelleria, come Dado, o presiedere al Tesoro, come Desiderio. E, una volta superate le necessarie prove, erano elevati al rango di conte o di vescovo.

In pari tempo, i giovani aristocratici avevano modo di acquisire una certa “arte di vivere”. Gli agiografi dell’epoca ci hanno, è vero, dipinto il palazzo come un luogo di perdizione, ma non bisogna prenderli troppo sul serio; per esaltare il ricordo dei loro eroi. essi infatti di proposito conferivano tinte cupe a quella corte dov’era così arduo pervenire alla santità. Peritose, le madri lontane temevano il peggio per i loro figli; nelle lettere che quella di Desiderio di Cahors gli inviava, non mancano certo i buoni consigli: “Sii fedele al re, scegliti con cura i compagni, ama e temi Dio, e soprattutto conservati casto.” Del resto, Desiderio per tutta la vita conservò un buon ricordo degli anni passati a corte; scrivendo a un ex condiscepolo, rimpiangeva il tempo in cui “sotto l’abito del secolo, nella cerchia del serenissimo sovrano Clotario, avevamo costumanza di svagarci scambiando lievi discorsi”. In un poema forse scritto a corte, si evocano le storie (saeculares fabulae) che i cortigiani si raccontavano a vicenda, e vi si fa anche menzione di canti con accompagnamento d’arpa e cetra, ma nulla ci è pervenuto che possa permetterci di ricostruire una “storia poetica” dei Merovingi. La loro corte non era affatto quel luogo sinistro che a volte ci viene dipinto, per lo meno sino alla morte di Dagoberto. Anzi, la sua reputazione aveva superato i confini della Gallia, tant’è che la vedova del re Eduino di Nortumbria vi inviò i suoi due figli perché vi fossero educati. Nella seconda metà del VII secolo, la corte ebbe a soffrire delle conseguenze della decadenza del potere regale, e solo con i primi Carolingi riacquistò il proprio prestigio.

Crisi alla fine del VII secolo

I re, che bene o male riuscivano a farsi obbedire, dopo la morte di Dagoberto perdettero sia la loro autorità che i loro mezzi d’intervento. Il potere monarchico cadde in mano a giovani prematuramente invecchiati dalla vita dissoluta o dalle malattie: Clodoveo II morì a ventitré anni, Sigeberto III a ventisette, altri prima ancora dei venti. I prefetti di palazzo, rampolli dell’aristocrazia, non s’accontentarono più delle responsabilità all’interno della casa reale, ma aspirarono a reggere il regno, o per lo meno quanto ne restava. In effetti l’Aquitania, alla quale la Gallia tanto doveva, conduceva un’esistenza sempre più autonoma. Le incursioni delle popolazioni basche a sud della Garonna obbligarono l’aristocrazia a scegliersi capi locali, e verso il 672 si riunì un concilio “sotto la presidenza di un uomo illustre, il duca Lupo”. Autonoma divenne del pari la Provenza; all’ovest, l’Armorica, popolata da Celti, a lungo era stata una spina nel fianco per i re franchi; Vannes e Rennes, centri gallo-romani, erano sottoposte a continua minaccia, e i Merovingi avevano dovuto erigere alcune fortificazioni; Dagoberto era riuscito a far venire a Clichy il sovrano bretone Judicaèl e a imporgli una sorta di vassallaggio, ma dopo la morte dell’ultimo dei grandi Merovingi i bretoni riconquistarono l’indipendenza. A est, alemanni e bavari si affrancarono da ogni forma di soggezione; i sassoni si dedicarono a incursioni stagionali in Turingia; a nord, i frisoni si spinsero fin sulle rive della Schelda. Infine, all’interno, il regno si frazionò in varie parti, Neustria, Burgundia e Austrasia, ciascuna con il proprio re e il proprio prefetto di palazzo.

Quanto al Tesoro, era sempre meno alimentato dalle imposte, anche le indirette. L’inaridirsi di queste fonti e, alla fine del VII secolo, la scomparsa della coniatura di monete d’oro, coincisero con la crisi politica. I re abbandonarono allora a singoli, soprattutto ecclesiastici, onde assicurarsene la fedeltà, i loro stessi privilegi, moltiplicando le concessioni di “immunità”: al conte e ai suoi agenti fu negato il diritto di metter piede in questo o quel territorio per esigervi il pagamento delle ammende, esercitare la giustizia, assoldare uomini d’arme. E, cosa di importanza ancor maggiore, i re cedettero una parte dei loro domini a questa o quell’abbazia. Saint-Denis dovette a Dagoberto, e soprattutto ai suoi successori, gran parte della propria ricchezza fondiaria; i sovrani le concessero i profitti dei telonei, esatti durante la fiera autunnale, ma i conti di Parigi si mostrarono riluttanti a lasciarsi spossessare, donde processi che si trascinarono sino al regno di Pipino e di cui resta traccia nei diplomi regali.

I sovrani si sforzarono di assicurarsi altri mezzi d’intervento circondandosi da fedeli personalmente legati a loro, tant’è che alla pratica del patronato romano si aggiunse quella del comitatus germanico di cui parla già Tacito, I guerrieri aristocratici si circondavano di protetti che in cambio dovevano loro aiuto e assistenza, e il re disponeva così della sua truste, dei suoi leudes, godenti di un triplice wergeld, uomini di fiducia sui quali poteva contare finché la sua autorità restasse grande e non cessassero da parte sua gli atti di generosità. Ma, a mano a mano che l’una e gli altri diminuivano, i fedeli si rarefacevano o si mettevano al servizio dei potenti del momento.

I capi dell’aristocrazia laica ed ecclesiastica si crearono pertanto clientele, torma iniziale del futuro vassallaggio. Per attirare a sé questi vassalli (il termine compare per la prima volta in un diploma del 735), i grandi facevano loro doni, per lo più terre, i cosiddetti benefici (beneficia), di solito concessi sotto forma di vitalizio e contro il versamento di un piccolo canone. E siccome il postulante indirizzava al concedente una “preghiera”, i benefìci in questione ebbero il nome di precaria, donde l’espressione “in precario” o “a titolo precario”.

A partire dal VII secolo, l’aristocrazia seppe servirsi dei legami personali tra protettore e protetto per assumere la guida degli affari del regno o dei regni. In Burgundia, Leodegario, vescovo di Autun, che aveva iniziato la carriera a corte, riuscì per qualche tempo a ritagliarsi un vero e proprio principato; ma il suo rivale, il prefetto di palazzo Ebroino, lo rovesciò e lo fece morire tra tormenti che valsero a Leodegario la nomea di martire e la venerazione popolare, al punto che sono cinquantasei i villaggi francesi che ne portano il nome. In Austrasia, si distinse particolarmente una famiglia, quella di Pipino di Landen, padrone di immense estensioni di terra nel bacino della Mosa e che, regnante Dagoberto, fu insignito della carica di prefetto di palazzo d’Austrasia. Nel 640 gli succedette il figlio Grimaldo che si reputò forte abbastanza da esiliare in Irlanda il re d’Austrasia, Dagoberto II, sostituendolo con il proprio figlio. Ma fu un colpo di stato eccessivamente prematuro, tant’è che nel 662 la dinastia merovingia riconquistò il trono. I Pipinidi tuttavia non disarmarono e anzi si allearono in Austrasia con un’altra potente famiglia alla cui testa era Arnulfo, vescovo di Metz, ex consigliere di Dagoberto. L’autorità ecclesiastica s’affiancò così alla forza derivante dai possessi terrieri; Pipino II, soprannominato Pipino il Giovane o anche Pipino di Herstal dal nome di uno dei suoi possedimenti mosani, e che era nipote di Pipino I e di Arnulfo di Metz, raccolse gli austrasiani e, morto Ebroino, riuscì a battere i neustriani a Tetry nel Vermondois (687), battaglia che segnò la fine della vicenda merovingia.

III. ASPETTI DELLA CIVILTÀ MEROVINGIA

Due secoli di storia contesti di peripezie difficilmente ripercorribili, di lotte civili, di invasioni respinte, conferirono un volto nuovo alla Gallia. La civiltà merovingia, nata dalla contrapposizione tra elementi romani e germanici, è difficilmente circoscrivibile, dal momento che non ha mai avuto momenti culminanti: il “secolo di Dagoberto” durò in tutto un decennio! La fisionomia della Gallia medievale è andata lentamente plasmandosi, e nel periodo in questione appare ancora incerta. Pure, durante due secoli uomini e donne bene o male vissero, e dunque bisogna chiedersi quali aspetti assumesse la loro esistenza materiale e spirituale.

Il paesaggio rurale

La Gallia merovingia, al pari di quella romana, era coperta di grandi distese forestali, alcune delle quali, ancora intatte all’epoca, ci sono note dai testi: la foresta Charbonnière (Carboniera) tra la regione di Bruxelles e l’Artois; la foresta dell’Ardenne, dove predominava il faggio e che dai limiti della Piccardia giungeva fino all’Eifel e al massiccio dei Vosgi; le foreste del bacino di Parigi, formatesi nel cretaceo inferiore (Argonne, Der) sugli altipiani terziari della regione parigina (Brie, regione dell’Oise, Hurepoix); foreste del Perche, dello Chartrain, della bassa Normandia, dell’Armorica, degli altipiani borgognoni, del Massiccio centrale, del medio corso della Garonna, Alcune di esse costituivano vere e proprie frontiere tra diverse parti del regno, e ciò vale per quelle di Vicogne, di Arrouaise, del Laonnois e del Soissonnais, che separavano la Neustria dall’Austrasia. Rifugio di fuorilegge e di eremiti, non erano affatto abbandonate a se stesse: i re merovingi, grandi cacciatori, vi avevano costituito riserve annesse alle loro residenze, e può darsi che il termine foresta, che compare nel VII secolo, indichi distretti riservati appunto alle cacce reali. Ai sovrani spettava il privilegio di abbattere le fiere, uri, orsi, cinghiali… Per i contadini e anche per i cittadini, la foresta era essenziale a fini alimentari (se ne ricavavano carni, frutti selvatici, miele), per cucinare e riscaldarsi, a fini edilizi; costituiva la base delle “industrie” vetraria e metallurgica, in essa si portava a pascolare il bestiame domestico, soprattutto maiali. Al pari dei loro antenati preistorici, gli uomini di epoca merovingia restavano cacciatori, raccoglitori e allevatori, e indubbiamente l’occupazione del suolo gallico da parte dei germani, benché questi costituissero una minoranza, ha contribuito al diboscamento delle zone marginali. La fondazione delle abbazie sorte qua e là nel VI e VII secolo ha accentuato l’opera di deforestazione, anche se la rudimentalità dello strumentario disponibile e la scarsità di mano d’opera impedirono una penetrazione in profondità nei fitti boschivi.

La foresta continuò a essere un elemento essenziale dei grandi latifondi gallo-romani o franchi, come risulta da qualche donazione e testamento o da vestigia toponimiche. II grande latifondo di tipo romano è a lungo sopravvissuto nella Gallia meridionale, e in merito concordano le testimonianze di Sidonio Apollinare, di Fortunato e di Gregorio di Tours. La dimora fortificata del proprietario ne ospitava la familia di schiavi; i coltivi (ager), contrapposti alla sodaglia o alle foreste (saltus), venivano sempre più spesso affidati a fittavoli liberi, eredi dei coloni dell’antichità classica, ma pure a schiavi “di casa”, che ne condividevano la sorte.

Anche i possedimenti degli aristocratici barbari della Gallia settentrionale e orientale, che li avevano occupati con la forza o che li dovevano alla generosità del re, erano organizzati allo stesso modo. A lungo si è creduto che i luoghi il cui nome sia formato dal suffisso court (corte) o ville (città), preceduto da una denominazione germanica, reperibili a migliaia a nord della Loira, fossero il riflesso dell’esistenza di tali possedimenti barbarici; in effetti, assai spesso si tratta di latifondi gallo-romani ai quali nel VII od VIII secolo venne cambiato il nome nel contesto della germanizzazione dell’onomastica. Di maggior interesse i nomi in -ans, -ens, -ange, -enge, che però designavano con ogni probabilità settori di possedimenti, piccoli agglomerati e frazioni.

I barbari non mutarono i metodi di sfruttamento della terra, se non forse in via eccezionale, ricorrendo all’aratro a ruote per lavorare i duri suoli delle pianure nordoccidentali; ma il semplice vomere restò a lungo lo strumento, di scarsa efficacia, del contadino. Al pari dei gallo-romani, i barbari si accontentarono di ingrassare i coltivi mediante debbio o lasciandoli a maggese per parecchi anni, ma in ogni caso la redditività doveva essere bassissima.

Sia nella Gallia del sud che al nord, si ha traccia di una classe di piccoli proprietari che, con l’aiuto di qualche schiavo, coltivavano direttamente le loro terre, e queste conduzioni familiari nel VII secolo cominciarono ad assumere il nome di “mansi” (dal latino maneo, restare, donde l’italiano manente). La resistenza dei piccoli proprietari in questione può darsi fosse resa maggiore dall’influenza germanica, e in effetti il testo della legge salica attesta l’attaccamento al possesso individuale. Il franco difendeva il suo orto, il suo prato, la sua vigna, e il furto, l’effrazione, i danni arrecati dal bestiame alle altrui messi erano puniti con pesanti ammende.

I grandi proprietari non riuscirono a mantenere integri i loro latifondi. I testamenti, gli atti di vendita o di baratto che sono giunti sino a noi attestano la notevole mobilità del possesso fondiario: le “parti”, le “parcelle”, passano di mano in mano. vengono riaccorporate, smembrate, al punto che il latifondo suddiviso in riserve e poderi appare quale un’eccezione. La realtà è assai più complessa, e lo storico riesce a fatica a coglierla.

Il paesaggio urbano

Su un terreno più stabile ci muoviamo per quanto riguarda le città. Se, come s’è già detto, la civiltà urbana sopravvisse nella Gallia meridionale nel VI secolo, in quello successivo appare compromessa. Le città persero la loro funzione amministrativa e persino quella commerciale. I trafficanti orientali, i syri, scomparvero, e i giudei, che non si era cercato di convenire forzosamente come in Spagna, rimasero i soli, rari mercanti. I centri urbani avevano un duplice carattere, militare e religioso insieme; circondati da mura a partire dalle invasioni del III secolo, continuavano a essere chiusi in se stessi, e non di rado assumevano l’aspetto di vere e proprie cittadelle. Gli abitanti facevano perno su un’isola, come a Parigi e a Melun, su un colle (Auxerre e Autun) o su un grande monumento anticoclassico (l’anfiteatro di Tours). I conti e soprattutto i vescovi presiedevano alla manutenzione delle mura, come san Desiderio a Cahors e san Leodegario a Autun. Stando a Gregorio di Tours, Digione era una piazzaforte (castrum) difesa da un alto muro rafforzato da 33 torri. Gli eserciti merovingi erano continuamente alle prese con i sistemi difensivi urbani, e re e regine perseguitati cercavano rifugio nelle città con Ì loro tesori.

Il suburbium dei centri non era del tutto vuoto: accanto ai cimiteri, vi si trovavano monasteri e basiliche. A Poitiers, l’ipogeo di Mellebaude (fine del VII secolo) venne costruito nel cimitero delle Dunes. Per tenere i flagelli lontani dalle città, gli uomini dell’epoca erigevano chiese fuori le mura e, a proposito di Lione, Avito affermava che “questa città è più efficacemente difesa dalle sue basiliche che dai suoi bastioni”. Bertrando, vescovo di Le Mans, eresse una basilica alla periferia “a difesa della città e della buona salute del popolo”. Non meno temibili delle guerre erano infatti le epidemie, e certe chiese potevano servire anche ad accogliere i fedeli che le troppo anguste cattedrali, erette all’interno delle mura, non bastavano a contenere durante le grandi festività liturgiche. Aunario. vescovo di Auxerre, che alla fine del VI secolo compilò un regolamento per la recita delle litanie, ricorda che sei chiese su otto erano fuori città; a Parigi, dieci chiese sorgevano sulla riva sinistra, quattro sulla destra. Spesso le città della Gallia furono salvate dalla presenza di centri religiosi e del vescovo, ma di conseguenza subirono gli effetti della disorganizzazione ecclesiastica: all’inizio dell’VIII secolo, le città del sud, che per qualche decennio non ebbero più vescovi, decaddero più rapidamente di quelle del nord ed ebbero a patire anche dalla moltiplicazione delle chiese private istituite dai grandi proprietari nei loro domini. Clero rurale e fedeli dimenticarono la strada della città.

Difficoltà quotidiane

Non basta certo ricollocare gli uomini dei tempi merovingi nel contesto rurale e urbano. Nel corso di due secoli, la popolazione della Gallia dovette senza dubbio subire un’evoluzione, anche se nessun documento contenente cifre permette di tracciare una curva demografica. Un’idea dell’insediamento di nuove popolazioni in una data regione è fornita dai rilievi compiuti nei cimiteri barbari, ma bisognerebbe poter datare tali reperti ed essere certi della nazionalità dei guerrieri inumativi. I germani avevano avuto modo di occupare regioni deserte o abbandonate dai romani sull’esempio dei loro antenati che, a partire dal III secolo, erano stati stanziati dal potere imperiale. La coesione e la fecondità della famiglia germanica avrebbero potuto garantire un aumento della popolazione, non fosse stato per le guerre, le epidemie e le carestie. E in effetti era una vita sottoposta di continuo a terribili minacce. Esaminando gli scheletri trovati nelle tombe, si rinvengono tracce di rachitismo, tubercolosi ossea e carie dentale e si costata che la mortalità infantile era altissima, come del resto è confermato dalle rare iscrizioni e testi. Era considerato normale che un adulto morisse a 45 anni, età raggiunta da Clodoveo, ma Dagoberto decedette a soli 56. Le cause di mortalità, aggiunte alle guerre, erano molteplici, Gregorio di Tours si fa un dovere di annotare tutte le catastrofi naturali, terremoti, incendi, inondazioni che colpivano la Gallia, e fornisce inoltre preziose informazioni in merito alle epidemie, in particolare la grande pestilenza che, giunta da Bisanzio. devastò l’Italia nel 543 e nel 546 investì la Provenza e gran parte della Gallia meridionale. L’epidemia si rinnovò alla fine del secolo: “Una nave proveniente dalla Spagna con l’abituale carico, aveva gettato le ancore nel porto di Marsiglia portando con sé il germe della malattia.” Verso la metà del secolo successivo, nuovo allarme: ecco il vescovo di Clermont annunciare a Desiderio di Cahors che il flagello devasta la Provenza, e chiede che si chiudano le strade che conducono alla Gallia centrale. La peste non era l’unica epidemia: nei testi si parla di vaiolo, di dissenteria e via dicendo, flagelli che inevitabilmente causavano la sospensione delle attività agricole, e di conseguenza carestie le quali a loro volta, indebolendo le popolazioni, incrementavano la mortalità. Verso il 585, Gregorio di Tours annotava che “una grande carestia devastò per sette anni quasi tutte le Gallie, e molti furono coloro che fecero il pane con semi di uva, fiori di nocciolo e persino con radici di felce”. La gente si nutriva di farinata o di gallette d’orzo e d’avena, quando non di. ghiande e castagne.

Alla ricerca di protettori

In preda alle difficoltà della vita d’ogni giorno, le popolazioni erano ovviamente spinte a cercare protettori. I re erano lontani, impotenti a reprimere i disordini e a riparare le ingiustizie; non erano riusciti, né si erano provati, a dare ai loro sudditi una mentalità comune. Quando un uomo si presentava davanti a un tribunale, veniva giudicato secondo la sua “legge” personale; e qualora si trasferisse in un’altra regione, aveva modo di parlarvi lo stesso linguaggio? Assai improbabile. Più di uno storico si è chiesto quando si è cessato dì esprimersi in latino in Gallia; la risposta è tutt’altro che facile. La conoscenza del latino si preservò in seno all’aristocrazia meridionale fino al VII secolo, laddove al Nord dovette scomparire assai precocemente, eccezion fatta per qualche ambito privilegiato che subiva l’influenza dei letterati meridionali. Una lingua popolare, o meglio più lingue popolari si sostituirono al latino, talune influenzate dal celtico che si era mantenuto forse in Alvernia, sicuramente in Armorica, talaltre dal germanico. I numerosi prestiti del latino alla lingua dei barbari furono un evento progressivo, più accelerato nelle regioni del nord e dell’est. La lingua rustica romana, antenata dell’attuale favella romanza che si parla in Francia, assunse caratteri diversi a seconda delle regioni, senza bastare a garantire gli scambi culturali da un capo all’altro del regno. Soltanto la Chiesa — e ne riparleremo — fu in grado di costruire una cultura che si impose ai particolarismi.

I sudditi dei Merovingi potevano dunque comprendersi e solidarizzare solo nell’ambito di singole regioni, ristretta cornice in cui cercavano appoggi. I potenti, padroni di latifondi o capi di reparti guerrieri, accordavano loro protezione in virtù di un contratto, a volte scritto, che comportava formule giuridiche quali: “Essendo a tutti perfettamente noto che io non ho di che mangiare e vestirmi, ho fatto appello alla vostra pietà perché io sia affidato o raccomandato nel vostro maimbour, e ciò alle seguenti condizioni: voi mi aiuterete e sostenterete di cibo nonché di abiti, nella misura in cui saprò servirvi e ben meritare di voi…” Una richiesta del genere poteva essere rivolta all’autorità ecclesiastica, e vescovi e abati non si rifiutavano di dare protezione e di mantenere chi a essi facesse appello, si trattasse di contadini o di cittadini, ed erano numerosi coloro che ne ricavavano un duplice vantaggio, aiuto materiale e sostegno spirituale, dal momento che il santo patrono di una chiesa o di un monastero, come per esempio san Martino di Tours o san Dionigi, sarebbero stati in cielo intercessori efficaci. Lo sviluppo del culto dei santi, in rapida espansione in epoca merovingia, non fu certo privo di nessi con codesto bisogno di protezione, e la Chiesa lo incoraggiò poiché vedeva in esso un mezzo per lottare contro il paganesimo, ancora profondamente radicato negli animi.

PROTEZIONE DELLE DIVINITÀ PAGANE

I gallo-romani, com’è dimostrato dai sermoni di Cesare d’Arles, erano ancora fedeli alle pratiche pagane, quali le abluzioni notturne in coincidenza con il solstizio d’estate, cori di urla durante le eclissi lunari, offerte alle sorgenti e agli alberi, ricorso a maghi, indovini e incantatori, e via dicendo. Più ancora protezione nell’aldilà cercavano le popolazioni di origine germanica o germanizzate, e ne fa fede Io studio delle tombe. Uomini e donne portavano indosso filatteri di origine animale e vegetale: corna di cervidi, zanne di cinghiali, canini di orsi, conchiglie, pezzi di resina o d’ambra. Sacrifici animali, e a volte persino umani, assicuravano loro la benevolenza degli dei. L’ingestione di bevande rituali a base di cervogia ovvero birra, li trasponeva in uno stato di ebbrezza sacra pronto a degenerare in orge. Le figurazioni zoomorfe sui gioielli testimoniano del pari della sopravvivenza di culti pagani. II cavallo che permetteva al defunto di sfuggire ai demoni, il toro e il pesce simboli della fecondità, l’aquila che aveva dimora nell'”albero cosmico”, i draghi multiformi e i mostri d’ogni genere appartengono a un’era precedente, sono retaggi del mondo delle steppe, ne va dimenticato che ai simboli solari, cerchi, ruote, croci uncinate, intrecci, si faceva ricorso per la loro valenza religiosa oltre che per le loro qualità decorative.

La Chiesa tentò di sostituire a quei segni pagani altri, religiosi, che del pari sembravano capaci di proteggere i fedeli. Il monogramma del Cristo, accompagnato dall’alfa e dall’omega, e soprattutto la croce, venivano incisi sui gioielli; su numerose placche burgunde figura Daniele che affronta i leoni, cioè il cristiano che trionfa sulle forze del male, tematica di origine orientale. Le offerte destinate alle divinità pagane un po’ alla volta lo furono a santi locali. Gregorio di Tours ricorda che gli abitanti del Gévaudan avevano costumanza di gettare, in un lago ritenuto sacro, velli, formaggi, cera, pane; un vescovo fece erigere in quel sito una basilica dedicata a sant’Ilario, ve ne collocò le reliquie e invitò a deporvi da quel momento in poi i doni tradizionali. Mostri e draghi multiformi del paganesimo vennero da allora descritti quali altrettante manifestazioni del diavolo.

PROTEZIONE DEI SANTI

I fedeli furono spronati a venerare le tombe dei santi per sottrarsi a mali fisici e morali, e al sepolcro di san Martino di Tours ci si recava in pellegrinaggio da tutte le regioni del regno e persino da altri paesi. Gregorio di Tours ha registrato i prodigi e i miracoli di cui era teatro quel celebre santuario, descrivendo le folle di pellegrini che, a piedi o in barella, s’ammassavano nell’atrium della basilica, talmente numerosi che riusciva difficile pregare nelle immediate vicinanze della tomba, grattare un po’ di pietra del sarcofago, deporre una stoffa che si imbevesse della virtù del santo, raccogliere qualche goccia d’olio delle lampade accese giorno e notte. I guariti restavano a volte al monastero, altre tornavano alle loro case portandosi addosso preziose “reliquie”. Non di rado accadeva che i pellegrini cercassero la salvezza in santuari anche assai remoti; fin dal VI secolo, in Gallia s’era diffuso il culto degli apostoli, e nel successivo si moltiplicarono i pellegrinaggi a Roma, contribuendo a rinsaldare i legami tra Gallia e papato; e v’erano cristiani che si spingevano più lontano ancora, non esitando a superare i mari. Ci è pervenuta la cronaca del pellegrinaggio compiuto dal vescovo borgognone Arculfo che dettò le sue note di viaggio ad Adamnano, monaco di Iona in Scozia. E un libro, intitolato Dei luoghi santi, che costituisce una delle tante guide per i pellegrini, i viaggi dei quali in Levante comportarono l’introduzione in Gallia del culto di santi orientali come Giorgio, Ciro, Teda e via dicendo.

Il desiderio di disporre di un santo patrono era così forte, che bastava che un vescovo dinamico o un asceta di fama morissero perché assurgesse subito al ruolo di venerato protettore. Possedere la tomba di un sant’uomo era un privilegio invidiato, e uomini di Chiesa e monaci si disputarono i resti di un Bonetto di Clermont, morto a Lione verso il 706 o di un Leodegario di Autun morto attorno al 680. La presenza di una santa tomba costituiva non solo una fonte di beni spirituali, ma anche la promessa di profitti materiali sotto forma di donativi dei pellegrini. Sopra la tomba si drizzava un martyrium o, più spesso, una basilica; non sussistono più edifici del primo tipo, che erano monumenti di piccole dimensioni ornati di dipinti, di mosaici o di stoffe, ma l’ipogeo di Poitiers permette di farsene un’idea. Quasi tutte scomparse anche le basiliche, benché i testi diano modo di ricomporne l’immagine, come per esempio di quella di Tours, lunga circa 50 metri e dotata di 120 colonne, 8 porte e 52 finestre, la quale non doveva differire molto dalla basilica di Vienne, ancora oggi visibile. Gli architetti riutilizzavano le colonne classiche e i capitelli di marmo, come nel caso della basilica di Selles-sur-Cher, costruita da Childeberto in onore dell’eremita Eusicio. Una cupola e un campanile di modeste dimensioni si drizzavano al di sopra dell’altare e della santa tomba; la luce penetrava per gli archi inferiori della torre campanaria, rischiarando i mosaici della cupola, si che il luogo più sacro della basilica risultava illuminato, calamitando gli sguardi. La basilica o la cappella drizzata sopra il corpo di un santo spesso costituì l’avvio di un agglomerato fuori le mura della città. Il defunto venerato attirava le salme di altri che cercavano ad sanctos l’usbergo eterno, e poi anche i vivi al servizio del santuario, schiavi ovvero matricularii, vale a dire protetti della basilica, tra cui persino mercanti. Ma il vescovo, che risiedeva nei pressi della cattedrale, entro le mura, badava a far si che le grandi cerimonie liturgiche, e soprattutto i battesimi, si continuassero a celebrare sotto la sua autorità.

Una vita religiosa intensa, certo, che però non deve far dimenticare le difficoltà che la Chiesa incontrava nella sua missione pastorale o di evangelizzazione; perché il paganesimo sopravviveva oppure contaminava le pratiche cristiane. Più solidamente impiantato era nelle regioni settentrionali e orientali, e gli sforzi compiuti dai re o dai missionari appoggiati dai sovrani per sradicarlo risultarono assai spesso vani, ne trovavano applicazione gli editti che ordinavano la distruzione dei santuari e degli idoli. Nel VII secolo. Eligio di Noyon si scagliava contro le pratiche pagane dei suoi diocesani: “Che nessun cristiano creda ai falò superstiziosi, che nessuno vi si sieda accanto per cantare, che nessuno osi compiere cerimonie lustrali né incantare le piante, né far passare le bestie attraverso alberi forati da parte a parte…” Il sinodo di Auxerre (fine del VI secolo) vietò la celebrazione di cerimonie in certe case come pure le veglie private in occasione della festa dei santi, e denunciò i voti pronunciati nei pressi di alberi sacri, sorgenti o sculture in legno raffiguranti esseri umani o piedi. Quei magri testi ci permettono di indovinare la straordinaria ricchezza della cultura religiosa popolare e delle tradizioni folcloriche. Le masse rurali che formavano la stragrande maggioranza delle popolazioni merovinge, opponevano una formidabile resistenza al controllo degli ecclesiastici e dei monaci.

Le forze del monachesimo

Questi ultimi, tuttavia, erano in grado di comprendere meglio di chiunque altro i contadini, dal momento che avevano volontariamente abbracciato un modo di vivere non dissimile da quello rustico. Per lo meno, è quanto è lecito dedurre dall’evoluzione del monachesimo nella Gallia merovingia durante i due secoli in questione. All’inizio, i monasteri principali erano siti nella Gallia del sud, a Lérins, ad Arles, a Vienne, ad Agaune (Saint-Maurice en Valais), a Condat nel Giura (Saint-Claude); i monaci erano asceti che obbedivano a regole rispondenti a costumanze orientali, obbligandosi al lavoro manuale e, qualora il luogo lo permettesse, ricavando di che vivere dalla terra. La Vita dei Padri del Giura, compilata nel VI secolo, illustra le difficoltà del dissodamento: “Essi abbatterono gli abeti, avulsero i ceppi; con l’accetta diboscarono e prepararono campi, sì che quei terreni propizi alle colture attenuassero l’indigenza degli abitanti di Condat.” Quei monaci rifiutavano però ogni donazione di terre: Lupicino, al quale un principe burgundo aveva offerto campi e vigne, si contentò di una rendita in natura. Meno numerosi erano i monasteri a nord della Loira, dove eremiti accoglievano qualche sodale quando non preferissero invece la vita solitaria, come nel caso dell’unico stilita di cui si abbia notizia in Occidente, il longobardo Wulfilaico il quale, installato su una colonna a Carignan, nelle Ardenne, attirava le folle, esortandole ad abbandonare il culto di Diana ma, su istanza dell’arcivescovo, scese dalla colonna per rientrare tra i fratelli in seno alla comunità. Nelle città, il monachesimo era meno esigente, e già presentava segni di debolezza, e ne è un sintomo, nient’affatto l’unico, la ribellione delle monache di clausura del convento di Poitiers fondato dalla regina Radegonda.

Sul finire del VI secolo, il monachesimo fu rinvigorito dall’arrivo dei monaci irlandesi: partiti da Bangor, Colombano e i suoi compagni sbarcarono in Gallia e si insediarono nei pressi di Luxeuil, lontani dal mondo (591). Gli inizi furono duri, ma il successo rapido: i monaci richiamavano i fedeli con la loro severa austerità, il loro nonconformismo, l’indipendenza spirituale. Le pratiche liturgiche e le usanze che portarono con sé dall’Irlanda scandalizzarono i vescovi ma sedussero i laici, uomini e donne. Colombano, espulso dalla Borgogna da Brunechilde, attraversò due volte la Gallia del Nord, moltiplicando le vocazioni; alla propria regola aggiunse, a uso dei laici, un penitenziale, sorta di catalogo delle colpe e tariffario spirituale del loro riscatto.

Partito Colombano per l’Italia, i suoi discepoli proseguirono nell’opera di fondazione di monasteri. Dado, futuro sant’Alduino, fece conoscere alla corte la spiritualità colombana, influenzando Eligio e Desiderio di Cahors, e grazie alla corte la regola celtica penetrò nel Sud della Gallia, dove del resto cominciava a diffondersi anche la regola di san Benedetto di Norcia. Le due rispondevano a uno spirito assai diverso: san Benedetto aveva ereditato la moderazione romana e non voleva che i suoi monaci si sobbarcassero a “nulla di troppo”, mentre Colombano propugnava una rigorosa ascesi. L’uno e l’altro, tuttavia, raccomandavano gli studi religiosi e soprattutto la lettura della Bibbia, ma né Colombano né Benedetto si volevano letterati e non intendevano certo fare dei loro monaci altrettanti “umanisti”.

L’incontro delle due regole diede modo al monachesimo celtico di consolidarsi in Gallia. San Wandrillo, san Filiberto e altri optarono per il compromesso della “regola di Benedetto al modo di Luxeuil”.

L’arrivo dei monaci Celti permise anche di vivificare la Chiesa secolare. Come già s’è detto, i vescovi merovingi erano rampolli dei ceti altolocati, uomini colti il cui sapere era però soprattutto profano, come del resto si conveniva ad aristocratici. Felice di Nantes, Bertrando di Bordeaux, Sulpicio di Bourges imitavano il poeta Fortunato; le predicazioni erano imbevute del remoto ricordo della retorica antica. .A Gregorio di Tours appariva del tutto normale che i vescovi si dedicassero alle arti liberali, e d’altra parte i presuli mostravano scarsa propensione alla teologia e all’esegesi, ragion per cui la Gallia, a differenza della Spagna e dell’impero bizantino, non fu teatro di grandi diatribe dottrinarie. Per quanto attiene al VI secolo, non ci è giunto nessun commentario biblico, ed è anzi lecito chiedersi se la stessa Bibbia venisse letta di frequente. Ed ecco ora i frati Celti porre l’accento sulla cultura religiosa, riallacciandosi cosi alla tradizione del monachesimo orientale al quale si erano ispirati i conventi di Lérins e di Arles all’esordio del VI secolo. I monaci chiamati alla cattedra vescovile di Tournai, di Thérouanne, di Noyon, di Maéstricht, erano i rappresentanti di un nuovo tipo di pastori, forse meno capaci come amministratori ma mossi da più alti intenti spirituali e missionaristici. La Gallia del nord e quella dell’est vennero rivangelizzate, e i sovrani favorirono gli sforzi in tal senso. Sant’Amando, incoraggiato da Dagoberto, convertì i pagani della regione di Gand; riscattò schiavi, li istruì, ne fece dei sacerdoti di valenza religiosa superiore a quella dei chierici secolari del suo entourage. Remacle, anch’egli aquilano, cui si deve la fondazione di Stavelot-Malmédy, aiutato da Sigeberto III fece di tali centri altrettanti seminari missionaristici. I Pipinidi imitarono i sovrani, patrocinando la creazione di monasteri dello stesso genere.

Il rinnovamento religioso beneficiò di continui apporti esterni. Gli irlandesi mantennero i contatti con il loro paese d’origine o con l’Italia del Nord — Bobbio, fondato da Colombano, essendo divenuto luogo di pellegrinaggio. Sulla scia dei Celti, giunsero gli anglosassoni allorquando la Chiesa d’Inghilterra, la cui fondazione si dovette in larga misura ai missionari romani inviati da Gregorio Magno, cominciò a svilupparsi. La Gallia era il luogo di passaggio obbligato tra le Isole britanniche e la penisola, e nel 653 Wilfrido diretto a Roma soggiornò a Lione, tappa imprescindibile per i pellegrini anglosassoni. Quei viaggi valsero a stabilire rapporti culturali tra Gallia, Irlanda, Inghilterra e Italia, favorendo gli scambi di uomini, idee e manoscritti. Verso la fine del VII secolo, i monasteri della Gallia merovingia rimpinguarono le proprie biblioteche, di conseguenza aprendosi anche alla cultura profana. Verso il 700, il monaco Difensore, del convento di Ligugé, riprendendo un passo di Isidoro di Siviglia invitava i lettori novizi a trascurare “le menzogne dei poeti”, e infatti nelle officine degli scribi si cominciavano a ricopiare manoscritti di autori anticoclassici portati dall’Italia. La cultura ascetica, rinvigorita dai monaci colombani, sul finire del VII secolo conobbe un’evoluzione verso modi più umanistici.

In pari tempo, i conventi divennero i centri di un rinnovamento artistico, e basti por mente alle “cripte” di Jouarre costruite da Agilberto verso il 680. Colonne e capitelli marmorei sono di fattura anticoclassica, e l’iscrizione sulla tomba di Teodechilde è di tale perfezione che gli archeologi a lungo hanno esitato ad attribuirla all’epoca merovingia. Coevi, i primi manoscritti dipinti di Luxeuil (il Lezionario è del 700 circa), di Corbie e di Laon; sono testi cui manca lo splendore di quelli della Nortumbria, e che tuttavia, pur nei loro limiti, segnano l’avvio della rinascita carolingia. Mentre la Chiesa secolare era disorganizzata, i concili più non si riunivano, i chierici divenivano analfabeti, ecco i monaci, almeno in certi grandi centri, mantenere alto il livello della cultura.

Una trasformazione consimile si riscontra in ambito materiale: i monasteri divenivano potenze fondiarie ed economiche; il prestigio di cui godevano i monaci Celti presso l’aristocrazia laica e la loro autorità morale e religiosa erano di tale portata che ben presto le loro abbazie si arricchirono; i grandi lasciavano in eredità una parte dei propri beni alle istituzioni che creavano o che li accoglievano, come fece Burgondofara, erede di aristocratici della Brie, donando numerosi possedimenti al suo monastero di Faremoutiers. Quando re Sigeberto III patrocinò la fondazione di Stavelot-Malmédy, rinunciò a beneficio di questo a una parte della sua riserva nella foresta di Ardenne. Corbie e Chelles, fondati da Batilde, moglie di Clodoveo II, sorsero su demani regali. Dopo la fondazione, i beni temporali delle abbazie erano accresciuti da donazioni e da acquisti; i laici, piccoli o grandi che fossero, e persino vescovi, miravano ad assicurarsi la protezione materiale e spirituale dei monaci cedendo loro una parte delle proprie terre e della propria mano d’opera, ed ecco così un laico cedere all’abbazia di Wissenburg un manso, tre vigneti e alcuni schiavi, e la stessa abbazia procedere all’acquisto di altri mansi e di boschi. Un po’ alla volta, i monasteri aumentavano i loro possessi. Al momento della sua fondazione, nel 649, Saint-Bertin fu dotata di una decina di possedimenti; nel 663, l’abate acquistò un altro gruppo di poderi presso Saint-Quentin; anni dopo, fu la volta di un terzo complesso, e nel 682 di una tenuta reale. Assai spesso i possedimenti erano siti in regioni diverse, onde garantire risorse complementari. Saint-Denis disponeva di terre nell’Anjou, nel Poitou, nel Limosino e nel bacino della Schelda; Saint-Marrin di Tours ne possedeva nel Maine, nel Berry, nel Bordolese. In tal modo, le abbazie potevano contare sui prodotti essenziali alla vita della comunità, frumento, vino, legna, sale, e di conseguenza bisognò organizzare lo sfruttamento di tali terre, il trasporto delle risorse, la vendita delle eccedenze. Furono costituite flottiglie monastiche, vennero aperti mercati; onde superare le barriere doganali tra le varie regioni, gli abati spesso si procurarono l’esenzione dai dazi (ed è il caso di Corbie nel 661), oppure il rimborso di tali telonei. Più in generale, il potere reale concesse alle abbazie privilegi di immunità, e gli abati, che trattavano direttamente con i sovrani, approfittarono della decadenza di tale potere per assicurarsi totale indipendenza.

In un passo della Vita di San Filiberto si parla degli edifici monastici verso la fine del VII secolo, e vi si dice che “le mura massicce disposte a formare una pianta quadrata e rafforzate da torri e, per gli ospiti, mirabili chiostri accolgono chi vi arrivi.,,” A est, sorgeva la chiesa a forma di croce, a nord una cappella dedicata a san Dionigi e a san Germano, a sud invece la cella dove viveva Filiberto, “La casa dove alloggiano i monaci leva i suoi due piani a est, ed è lunga novanta metri e larga sedici.” Si è ben lontani dalle capanne in legno costruite dai primi fondatori: i monaci si sono “sistemati”, e nei locali in cui vivono hanno creato laboratori per gli scribi e i copisti. L’arricchimento dei monasteri coincideva con il rinnovamento della cultura intellettuale e artistica, e nello stesso testo si accenna alle “fronde chiomate della foresta, la molteplicità dei frutti, il verdeggiare dei prati, i grappoli delle vigne”, al fiume, “strada per i vascelli, per molti mezzo di scambio: non manca quasi nulla, che ci si serva di mezzi di trasporto pedestri o animali, di carri o di imbarcazioni”.

Difficile stabilire il numero di monaci ospiti di conventi del genere. Si parla di 900 nel caso di Jumièges, cifra che sembra tuttavia esagerata. Accanto ai monaci alloggiavano gli schiavi che non fossero “di casa”, gli affrancati restavano al servizio della Chiesa, e in tal modo le terre che costituivano la “riserva” potevano venire coltivate. Altrove, i coloni sfruttavano Ì loro poderi in cambio del versamento di canoni o sottoponendosi a corvée di carreggio o manutenzione. E indubbio che l’organizzazione dei grandi domini monastici abbia favorito il dissodamento, la bonifica di zone paludose e la diffusione di nuovi mezzi tecnici, come a esempio il mulino ad acqua. I monaci avevano tutto l’interesse a valorizzare i terreni e se, su richiesta di privati, cedevano suoli in precaria, in cambio di versamenti spesso simbolici, accadeva in larga misura per assicurarne un miglior sfruttamento.

Le lotte politiche della fine del VII secolo e della prima metà del VIII rischiarono di arrestare la crescita delle fortune monastiche: i laici approfittarono della evidente disorganizzazione della Chiesa per appropriarsi dei suoi beni e crearsi clientele, senza tuttavia riuscire a mandare in rovina gli interessi temporali dei monasteri e a far scomparire quello che, durante l’epoca merovingia, era divenuto uno dei fondamenti della civiltà franca.

[STORIA DELLA FRANCIA, opera pubblicata sotto la direzione di Georges Duby, Bompiani 1987, Vol. I, dalle origini al 1852, p.175-199]

PIERRE RICHE’

fonte

http://www.totustuustools.net/altrastoria/index.html

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