Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

RICORDI NOCERINI DI G. ORLANDO

Posted byon Ott 23, 2026

RICORDI NOCERINI DI G. ORLANDO

I.

Se la dormivano placidamente i buoni nocerini all’alba del lunedì, 3 settembre 1860, quando furono destati dal suono di bande musicali, trombe e tamburi. In un attimo accorsero alle finestre, ai balconi, alle terrazze; e se dico accorsero non paia esagerato. In altri tempi, forse, non se ne sarebbero curati, anzi la gran parte avrebbero attaccato un altro sonnellino …a suon di musica; ma, con quel pò di rivoluzione, che c’era in Sicilia, nelle Calabrie, nella Basilicata, nel Cilento; con i filibustieri garibaldini che avanzavano verso Napoli; con le voci di guerra, spesso contraddittorie, che si succedevano, figurarsi, se era possibile rimanere indifferenti!

– Che è? Che non è? !. Donde vengono?… E che vogliono?. – Oh! S. Prisco ci aiuti !… Madonna di Materdomini ! !.

Giunge il 1° Reggimento Esteri, giunge il 4°, giungono, l’uno dopo l’altro, il 2° Tiragliatori, il 3°, il 5°, il 6°, il 7°, il 10°, l’11°, il 12° e il 14° di Linea; poi sette battaglioni Cacciatori, ultimo dei quali il 9° con la sua bellissima Fanfara. Seguiva la Cavalleria: due Reggimenti Guide, due Dragoni, uno Lancieri, uno Cacciatori; chiudevano la sfilata non so quante batterie di Artiglieria, alcune compagnie di Pionieri ed altre del Genio. Venivano da Salemo per la Via Nuova, giravano per la via Mercato ed entravano nel gran Quartiere. Poi quando questo fu pieno, andarono in Piazza d’armi, e vi piantarono le tende; e quando anche lì non ce ne entrarono più, tagliarono il muro al nord, costruirono un passaggio provvisorio, ed occuparono il podere «Campetiello». E poiché non vi era ove allogare la numerosa artiglieria, disposero i cannoni, l’un dopo l’altro, a destra e a sinistra della via che fiancheggia il Campo e va dal villaggio Grotte fino alla piazza Arenola.

Furono in tutti più di trentamila soldati, il meglio dell’esercito borbonico, avanzi di Palermo, di Milazzo, di Messina, e che dai sergenti in giù erano disposti a dar la vita per una causa che essi credevano giusta. Tutta quella gente obbediva al comando del generale svizzero Won-Mcchel, che avea alla sua dipendenza altri generali, o svizzeri o napolitani, come Ried-Mattcn, Selvaggi, Scotti, Lanza.

Correvano le voci più dispaiate, e per verità, nella cittadinanza incominciava a far capolino la paura, la quale aumentò, quando, nel pomeriggio, si vide che l’artiglieria disponeva in batteria i suoi cannoni sulla ultima rampa della strada che mena al Convento dei Cappuccini con le bocche volte verso Cava; altri cannoni, nella medesima direzione, furon collocati alle falde della collina del Solano, di qua da S. Onofrio; ed, in maggior numero, sulle alture di Torricchio verso S. Severino, per proteggere il Passo di Codola.

La sera di quel medesimo giorno, il dottore Kaufmann, del 3° Reggimento Esteri, si presentò in casa di un noto avvocato di Noccra, cui egli, anni prima, trovandosi qui di presidio, avea curato di grave malattia.

Entrò con una certa circospezione, chiese di rimaner solo con l’avvocato, e col fratello di lui, dotto ecclesiastico; e, come furono uscite le persone di famiglia, disse a bassa voce:

– Avvocato, noi ci conosciamo da tanto tempo e vengo a darvi un’attestato di amicizia; ma non mi tradite. Cercale di fuggire al più presto possibile, perchè qui, nella valle di Nocera, vi sarà una grande battaglia, e sanguinosa; dovendosi impedire il passaggio a Garibaldi, che s’inoltra. Questa mattina è giunto ad Eboli; ed il Generale in capo è deciso di resistere a qualunque costo. Tutte le disposizioni sono già date.

Partito il Dottore, i due fratelli si consultarono sul da fare, e stabilirono di rifugiarsi in Gragnano, ove avevano una casina; e tosto si misero all’opera, per raccogliere il meglio che c’era in casa, e tenersi pronti alla partenza.

II.

Cinquanta anni or sono Nocera non aveva il commercio, le industrie, il movimento, il benessere che oggi ne fanno una delle città più fiorenti della vecchia Campania. Nocera, di quei tempi, vivea esclusivamente degli utili che ricavava dal grosso presidio, mantenutovi dal Borbone, e che variava dai sei agli ottomila soldati. I campi feraci producevano, si; ma le derrate si consumavano in città o servivano ai paesi vicini, e quindi fruttavano pochissimo.

La fabbricazione delle paste lunghe, che oggi è fonte di opulenza e di richezza, allora bastava appena al consumo locale. Tre o quattro fabbricanti vi erano e citerò, come il più antico, Giusto Spera; venivano poi Giuseppe Forte, soprannominato «o masto»; Filippo Nobile, e Pasquale Pepe. Fra i panettieri che godevano nome accreditato, anche fuori città, v’era Francesco Lamagna, il quale avea bottega ove ora è il sarto Panno.

In Nocera dopo il 1848, si menava vita patriarcale, e sebbene alla chetichella, lavorasse qui, ed attivamente, sotto l’abile guida di Nicola Bruni, una sezione dell’Unitaria, associazione politica, le cui redini erano nelle mani del Marchese di Villamarina, ambasciatore per il Piemonte presso il Re di Napoli, nessuno mostrava di accorgersene, nò mai a nessuno venne torto un capello.

Il Vescovo Agnello Giuseppe D’Auria era uomo di carattere mitissimo, ed incapace di far male; e non ostante che qui, nel clero, non mancassero gl’intransigenti, come l’abate d’Angri, Tortora, il canonico Noia, l’arciprete Ferraioli, il canonico Marino e qualche altro, eran costoro tenuti a freno da Monsignore, cui stava a cuore si dicesse che nella sua diocesi eran tutti sudditi fcdelissimi di Sua Maestà. Per il suo carattere eccellente, per le sue virtù, sarebbe stato un Vescovo modello, se non avesse professato una massima tutta sua: voleva che i suoi preti fossero «santerelli edasinelli». E pur troppo ci riuscì. Asini cc ne furono molti, anzi moltissimi, santi nessuno. Figurarsi che in tutta la Diocesi pochi ecclesiastici avean qualche coltura; tutti gli altri sapevano appena balbettare l’ufficio divino senza dire spropositi. Fra i più dotti ricorderò il canonico Allegrando, l’arcidiacono Canfora, Pietro Salzano, che fu poi vescovo di Tancs e Consultore di Stato, il canonico Orlando, Francesco Guarna, Marcantonio Atlanasio, e, negli ultimi tempi Nicola Forte e Salvatore Anastasio.Questo ultimo un pò parolaio; ma, senza dubbio, oratore facondo. Tulli costoro erano tenuti d’occhio dalla Polizia, come pericolosi. Ad un’allra cosa Monsignore badava, e molassimo. Quasi in permanenza egli faceva girare per la Diocesi le così dette Sacre Missioni, le quali eran Corsi di prediche, fatte per lo più dai Liguorini, ne si escludevano altri ecclesiastici, sacerdoti secolari. Non mancava in queste prediche, la parte teatrale, anzi n’era la principale. Nella predica dell’«Inferno», per esempio, il predicatore mostrava agli spettatori un quadro detto dell’Anima dannata, una tela, cioè, ove eran dipinti Belzebù e compagni. L’esibizione di questo quadro era fallo dal pulpito, con candele tinte di nero, accompagnate da parole roboanti, voce cavernosa, e produceva immancabilmente il suo effetto che si risolveva in grida altissime di pentimento messe fuori dalle beghine e spesso non mancava qualche deliquio. Altre volle il predicatore si presentava con una corda al collo, coi capelli cosparsi di cenere ed esortava i fedeli a fare ammenda dei loro peccati. Non mancavano però le teste amene, che, profittando della oscurità della Chiesa, si ficcavano nella folla, e ne tentavano di ogni colore.

In Quaresima si facevan gli Esercizi per i Galantuomini, prediche alle quali era obbligo a tutti i così detti galantuomini l’intervenire, ed era segnato migro la pillochi mancasse. Tali esercizi duravano dicci giorni.

I vecchi certamente ricorderanno il sacerdote Domenico Ramaschiello, morto poi Vescovo di Sant’Agata dei Goti, e che fece parlar molto di se per le sue virtù. Avca egli fondata una associazione, detta dei «Cappcllisti» la quale, in fondo, tolti i fronzoli e le lustre religiose, si proponeva uno scopo grandemente educativo e morale: togliere, cioè l’operaio, o la gente bassa, come allora si diceva, alla bettola domenicale: una specie di ricreatorio con vocabolo moderno.La festa, egli radunava i suoi tre o quattrocento iscritti, e li conduceva a spasso, messi in fila a quattro a quattro. Giunti in luogo appartato, ei dava loro ampia facoltà di discorrere, scherzare, come loro talentasse, serbata, s’intende, una certa moderazione, ed anche di giocare alle bocce o alle piastrelle.

Ho accennato ad una sezione dell’Unitaria. In origine eran tre o quattro appartenenti alla Giovane Italia, poi quando il movimento divenne decisamente monarchico, si trasformò in Associazione, detta Unitaria, che funzionava regolarmente in relazione con le sezioni sorelle, e col Comitato centrale; riceveva e spediva la corrispondenza. N’cran componenti Nicola Bruni, Vincenzo Pccoraro, Giuseppe Orlando, Vincenzo di Francesco, Donalo Morrà, Salvatore, Giuseppe, ed Alfonso Origlia, Pasquale Fronda, Michele Pantalcano, e qualche altro. Probabilmente la Polizia n’ebbe alcun sentore; ma non credette immischiarsene; e solamente quando nell’agosto del cinquantanove, dopo la vittoria delle armi italiane in Lombardia, si trovarono, una notte, sparse per le vie di Nocera e nel Piazzale della Caserma, centinaia di manifesti, eccitanti le popolazioni a tenersi pronte alla rivolta, solamente allora ci fu un poco di subbuglio. Vennero due Ispettori di Polizia da Salerno ed un Giudice Istrutto re; si volle inquirere per scoprire il reo o i rei, ma non fu possibile, anzi il vescovo d’Auria, il Commissario di Polizia, ed il Giudice regio assicurarono, nel modo più ampio, che i Nocerini gran devotissimi all’altare ed al trono ed incapaci di simile misfatto, che certamente era stato commesso da persona non di Nocera, e venuta di fuori. In realtà, un pacco di quei manifestini, grandi il doppio di un biglietto di visita, era stato gettato nel giardino Bruni, lungo la ferrovia, da persona che passava col treno per Cava, in un posto dove era sul muro un sasso bianco. Il Bruni, consapevole dell’ora, aveva raccolto il pacco di dentro ed avea poi distribuiti i bigliettini a persone, che li sparsero per le vie della città. Una di quelle persone è ancora in vita, ed io gliel’auguro lunga e prospera.

Giuseppe Orlando, che appartenne alla Giovane Italia, e amministrò la città, durante il periodo tempestoso del 1847-1848, fu costretto a dimettersi quando, venuta la reazione, non volle sottoscrivere la petizione con la quale si chiedeva al Re l’abolizione delle franchigie costituzionali, e fu unico nocerino, che tenne duro; cioè, ebbe compagno l’avv. Angelo Noia. Gli successe nel sindacato Vincenzo Vietri, borbonico sfegatato, di cervello limitatissimo, ed il cui merito principale fu di sapere appena scrivere il proprio nome e di leggere quasi correntemente lo stampato.

Dopo di lui, licenziato perla sua dappocagine, fu sindaco Domenico Astuti, ottima pasta d’uomo, e discretamente colto, ma troppo dedito alle pratiche religiose. Sentiva la messa tulli i giorni, assisteva ogni sera alla benedizione, confessavasi due volte alla settimana, e recitava l’uffizio divino come i preti. Fu Sindaco fino al 1860.

III.

Delle Antorità politiche, D. Ciriaco de Antonellis, che per molti anni fu Regio Giudice «lasciava correre» contentissimo se ogni tanto si presentasse occasione-matrimoni, nascite, monacazioni, ecc.- da snocciolare un acrostico o una ode saffica, e così mantenere alta la sua nomea di poeta. Anche lui una brava persona. Il Commissario di Polizia, S. A. si lasciava corrompere facilmente e chiudeva tutti e due gli occhi. Unico birro era D. Giovanni «o feroce» niente affatto feroce, anzi un ver cor contento, onesto mangiatore, ottimo bevitore e soprattutto esimio finanziere. Figurarsi che con quattro ducati al mese (lire diciassette) sapea trovar modo da mantenere e lautamente, la moglie, dicci, dico «dieci figli» la madre ed una sorella.

In qual modo poi D. Giovanni risolvesse certi problemi finanziari di non facile soluzione, si può argomentare dal seguente aneddoto, che mi fu raccontato da persona fededegna:

Era l’antivigilia di Natale dell’anno 1857, e D.Giovanni ed il signor Commissario di Polizia stavano mesti e costernati, perche si trovavano corti a quattrini, ne poteano solennizzare, come si dovea, quei «santi giorni», discorrcano di ciò mestamente, quando a D. Giovanni salta un idea geniale.

– Signor Commissario, dice, se mi lasciate un pò le mani libere, noi passeremo allegramente il S. Natale.

Il commissario strinse le spalle.

D. Giovanni carica allora due fucili con quanta polvere ci entrava, e verso la mezzanotte, gli abitanti di Via Casale del Pozzo, dove era l’ufficio di polizia, furono svegliati da due forti detonazioni: era D. Giovanni che mettea in pratica la sua idea.

Che putiferio!!.. Furono tosto in movimento gendarmi a piedi ed a cavallo; domandarono, indagarono, voleano saper chi era stato il colpevole o i colpevoli. Nicntcmcno si era tentato di far saltare in aria la Casa della Polizia. Quei poveri contadini protestavano di non saper nulla, che essi erano incapaci anche di pensare un simile misfatto, e che dormivano, quando s’eran uditi i colpi. D. Giovanni non ci sentiva da quell’orecchio, e ne fece arrestare una diecina fra i quali alcuni di cognome Di Maio ed altri di cognome Marinicllo soprannominati dei Narchiaddco.

-Giacobini!… Giacobini!!… sbraitava Don Giovanni, dimenando la testa, arricciando il naso ed allungando il muso. Volcano ucciderci, perche facciamo il nostro dovere. Ma ci siete capitati. Slate freschi!… E’ cosa grave!… Gravissima… La galera… Se non peggio. Nemmeno per pulce nei vostri panni!!! Figurarsi che tremarella!…

Intanto si sapea che intimo di D. Giovanni era maestro Prisco Scannapieco, soprannominato «Sciuttillo»; e questi che avea già avuto l’imboccato, seppe così ben recitarla sua parte, che D. Giovanni finse di rabbonirsi e fece intendere al Sig. Commissario come da minute informazioni assunte, avea potuto assicurarsi che gli arrestati eran gente pacifica e che non s’eran mai sognato di bombardare la casa della Polizia; e che essendo quei «santi giorni» si commuovesse in loro favore. Il Commissario si fece pregare un poco, poi mediante un «fiorellino» di quindici piastre e dieci capponi accettò il consiglio di D. Giovanni, e li mise in libertà.

D. Giovanni, che avea così ben patrocinato la causa di quei disgraziati, ebbe anche egli un regaluccio di tre piastre e due capponi.

La Polizia era anche rappresentata da cinque o sci Gendarmi a cavallo, col Brigadiere Saetta, ed altrettanti a piedi, col vicebrigadiere Brindisi. Il faticoso ufficio loro era

di accompagnare il Procaccio, ossia il pubblico danaro, alla capitale, e di sbadigliare i giorni e le ore che non avean da fare.

IV.

Il Presidio era formato da sei o settemila soldati, distribuiti fra il gran Quartiere, il convento di S. Antonio, e l’altro di Monteoliveto, ove poi surse il manicomio. E poiché, di quei tempi, Ufficiali, sotto ufficiali e soldati potevano facilmente ammogliarsi, o per lo meno vi era estrema tolleranza, ne veniva che fra militari e loro famiglie non meno di diecimila persone, a dir poco, concorrevano ad aumentare la popolazione nocerina. In generale, e tranne qualche eccezione, o perchè tale era l’imbeccata che veniva di sopra, o perchè qui non si eccedeva, certo e che Nocera non ebbe mai noie dai militari.

In quartiere vi era un teatro, mantenuto a spese degli ufficiali, i quali, a numero stabilito, v’intervenivano per turno, scelti di tutti i gradi e non mancava la bassa forza. I borghesi, di regola, potevano assistere a tali spettacoli -senza pagare- ma doveano munirsi di un permesso speciale del Generale, che comandava il presidio, e che, per verità, il concedea molto facilmente. La Compagnia che vi recitava era stabile, e pagata dalla Cassa del reggimento, che se ne rifaceva con le piccole rate, che riteneva sugli stipendi degli ufficiali, a cominciare dall’Alfiere.

Durante l’inverno si davan parecchie feste, specialmente dagli Ufficiali Superiori. Il Carnevale anche si passava benino, perché militari o borghesi gareggiavano a chi facesse le più belle mascherate, e ciò dava utile e vita alla Città. Resta ancora il ricordo delle spesso cruenti battaglie di confetti, che, gli ultimi giorni di Carnevale si combattevano al Trivio di S. Mattco, fra i palazzi Contaldo, Genovese, De Santis e Coccia, in gran parte abitati da Ufficiali Superiori. Verso il 1854 dimorò in Nocera più anni, col suo Reggimento, il conte Fcrdinando Beneventano del Bosco, famoso tiratore di pistola, famoso tanto da superare i migliori dei suoi tempi. Si racconta che ponea una sua ordinanza con la mano aperta vicino al muro, ed a venti passi gli faceva passare la palla fra dito e dito; oppure gli mettea uno scudo tra il pollice e l’indice, a braccio alto, e glielo portava via, netto, con un colpo. A proprosito di ciò mette conto di ricordare che egli abitava il secondo piano del palazzo Palumbo. Nell ‘interno le finestre si corrispondono e, stando egli qui, era il tormento del prete D. Vincenzo Palumbo, tutto che questi fosse un pò smargiasso. Quando, le sere di estate, il prete spalancava la finestra, e si sedea accanto al tavolino, per recitar l’ufficio, il Bosco con una palla gli spegneva il lume. La storiella si ripetè molte volte fino a che il Palumbo, dopo aver tentato le vie bonarie, perse la pazienza, ricorse al Generale, e ne mai più di sera aperse la finestra.

Ritrovo aristocratico era il Caffè Salvi, che stava ove ora è il negozio di coloniali di Stanislao Costabile, ed avea anche l’altra sala, oggi tenuta da Giovanni Landolfi. Messo con molta eleganza, accoglieva tutti gli Ufficiali a cominciare dal Generale. Ci andavano altresì parecchi borghesi e, specialmente di estate, anche i Benedettini di Trinità di Cava. Sorbivano un gelato, facevano quattro chiacchiere con gli Ufficiali, e talvolta la partita al biliardo.

Altresì frequentato era, il Caffè delle Gradelle; ma lì si giocava, e spesso anche a giochi proibiti, né la Polizia se ne dava pensiero. Tra i frequentatori assidui di questo Caffè fu per molti anni il prete Don Giovanni Seal fati, sordo: sordo tanto da non sentire la propria voce; eterno giocatore di scopa, e che pretendeva di aver sempre ragione lui, perché… non potea sentire le ragioni degli altri.

La borghesia, specialmente la gente di affari, prediligevano il Caffè Amodio al Corso, dove e ora il negozio Auletta. Aveva una sala vastissima ed un biliardo, che non finiva mai, e dove impararono a giocare parecchie generazioni di Nocerini. N’era proprietario D. Raffaele Montclla, esimio cabalista, e fornito di una testa fenomenale. Una sua sorella, D. Mariannina, fu una gobetta conosciulissima in Nocera e fuori per la sua parlantina, e per le sue toilettes paradossali. Le Signore, così borghesi, come militari, si fornivano da D. Nicola Vignali, napolitano. Costui, venuto in Nocera senza un quattrino, aprì un negozio di mode e fece fortuna. Occupava le due botteghe della Cartoleria Angora, e le due stanze del piano superiore.

E ricorderò da ultimo, perché di quei tempi ebbe la sua importanza, Diodato Maiorino, che esercitava un fiorito commercio di olio, formaggi e salami in un magazzino del palazzo Vitolo. Da giovane era stato cameriere di Sua Altezza il principe D. Luigi, fratello di Ferdinando II; quindi era conosciutissimo a Corte, ove aveva ingresso libero tutte le volte che si presentasse. Quando il re si recava a Persano, per la caccia, e si fermava qualche minuto in Nocera per il cambio dei cavalli, Diodato aveva cura di apparecchiargli l’acqua fresca, e S. M. si degnava berne un grosso bicchiere. Del resto il Maiorino, benché di famiglia contadino, fu un galantuomo, nel senso più esteso della parola, non abusò mai delle sue alte aderenze, e non si lasciò corrompere in tempi che la corruzione era cosa comunissima.

Di Pubblica Istruzione si discorreva poco o non si discorreva affatto, non ostante che il Governo mantenesse qui, prò forma, un Ispettore provinciale, che era il canonico Paesano, un Ispettore comunale, che era il canonico Orlando, ed il Municipio stipendiasse una Maestra della Città, D. Angiolina De Maio, con ducati quaranta all’anno. D’iniziativa privata, v’erano D. Ciccio Prato, conosciuto più sotto il nome di maestro di carattere, il quale in tutti i suoi discorsi non sapea fare a meno di ricordare: Giulietta, mia figlia; D. Salvatore Origlia, già impiegato alla Procura Regia destituito dopo il 48, e che faccia il maestro per vivere; ed il prete D. Giuseppe Auletta. Tutti costoro impartivano ai ragazzi una istruzioncina corrispondente alla terza elementare: dopo, chi voleva saperne di più, ne dovea trovar modo da se. C’era il seminario, e vero; ma bisognava vestirsi da prete; e poi e poi… santarelli ed asinelli.

V.

Il martedì 4 settembre, i soldati Zappatori -come li dicevano- dei diversi Reggimenti, aprirono larghe fosse attraverso le vie che da Cava e da S. Severino menano a Nocera; posti di guardia messi a vigilare, impedivano il transito anche ai pedoni, sicché la città si trovò intieramente isolata. Gli abitanti, che seguivano con ansia e trepidazione tali movimenti, aveano ormai capito di che si trattasse, o stavano pronti a mettersi in salvo, appena il pericolo fosse imminente. Verso le dicci antimeridiane del mercoledì, al Generale in capo, Won-Mechel, si presentò Nicola Bruni, sindaco di Nocera, liberale di antica data, vecchio cospiratore e cittadino rispettabile per vita intemerata, e per integrità di carattere. Chiese di conferire in segreto, il che gli venne concesso, e come furono soli, disse:

– Signor Generale, io vengo qui per compire un atto di dovere e di umanità, perchè vorrei evitare un inutile spargimento di sangue ed alla mia città nativa gli orrori dì una battaglia. Io tradisco il segreto di ufficio, il che mi potrà costar caro, ma io affronto volentieri il pericolo, pur di evitare danni maggiori… A me sono arrivati due dispacci per corriere espresso: uno da Sala Consilina, dal Segretario del Governo Provvisorio Insurrezionale, ed e questo:

«Venticinquemila uomini debbono transitare per cotesti luoghi. Ella dunque col massimo zelo patriottico apparecchi la maggiore quantità di razioni giornaliere, che sia rinvenibile in questo comune. Ed affine di non far perdere il pane, quando già fosse cotto, appronterà soltanto la farina, destinando ufficialmente i forni che dovranno confezionarlo nei momenti di bisogno».

Il Segretario del Governo Antonio Alfieri d’Evandro

E quest’altro dispaccio m’è giunto anche per corriere da Castellammare, ed e del Generale Bixio:

«Flottiglia insurrezionale impadronitasi Città e cantiere. Domani, ore pomeridiane, verrò con volontari garibaldini e guardia nazionali Penisola Sorrentina, presidiare cotesta Piazza e proteggere il transito delle colonne garibaldine. Apparecchi intanto i viveri per quindicimila uomini»

Bixio…

– Come vede, Sig. Generale, la mia condizione è delle più difficili, e mi addolora il pensiero di quel che potrà accadere. Io le lascio copia dei due dispacci; lei li ponderi bene, ci pensi; pensi alla sua grande responsabilità, esponendo i suoi soldati a certo pericolo, e si regoli con prudenza. Questi due dispacci, come s’intende facilmente, avrei dovuto tenerli segreti; ma riflettendo, che tanti poveri giovani, dopo aver fatto il loro dovere, potrebbero trovarsi a mal partito, chiusi tra due fuochi, fra le truppe di Bixio, che viene da Castellammare, e quelle di Garibaldi che vengono da Sala Consilina, ho creduto utile dire il tutto alla Eccellenza Vostra, che potrà prendere quei provvedimenti che crederà.

Non le debbo tacere che Garibaldi, a quest’ora, sarà di già entrato in Salerno, o è per entrarvi.

—  Impossibile! interruppe il generale. Garibaldi non entra in Salerno così facilmente, come credete. Al Pagliarone abbiamo messo di presidio 1° Reggimento, Carabinieri a piedi, e quei soldati si faranno tagliare a pezzi, prima di cedere.

— Anche qui, rispose freddamente il Bruni, con un certo risolino tra ironico e deferente, anche qui debbo dirle cosa che Vostra Eccellenza ignora. Il 2° Carabinieri a piedi, comandato dal colonnello Di Donalo, e stato accerchialo dalle colonne garibaldine, ed ha dovuto capitolare, promettendo di non mai più prendere parte a combattimenti contro le truppe insurrezionali…

– Come lo sapete voi?

Il Bruni lo guardò col suo solito risolino e continuò:

– E c’è ancora un’altro fatto grave… Il generale Briganti, che comandava quel reggimento…è stato ucciso.

– Ucciso!… Possibile!…

– Si, perchè creduto traditore degli stessi suoi soldati; e lo ha ucciso il Capo tamburo del Reggimento.

– Ciò che voi dite è orribile.

– Ma vero, ma verissimo.

In quel mentre un aiutante di campo si fa innanzi:

– Eccellenza, una staffetta da Salerno reca questa lettera. Il Won-Mechel apre, legge e si agita sulla poltrona.

– Proprio così! Signor Sindaco, tutti sono contro di noi…

–  Contro di loro no; creda pure. I soldati fanno il loro dovere e sono degni del migliore elogio. L’odio è contro la polizia che spadroneggia; contro quelli che han consigliato al re di non cedere ai giusti desideri delle popolazioni, le quali aspirano a non essere vessate come s’è fatto tutto sinora, ad essere trattate meno tirannicamente. Le popolazioni chiedevano che i farabutti venissero licenziati e puniti. Ora, non è più tempo…

Sci mesi prima, dopo questo discorso, se pure avesse avuto tempo di terminarlo, il Bruni sarebbe stato ammanettato e buttato in un criminale… Ma il 5 settembre 1860, in quei momenti, c’era da pensare a ben altro. E poi il generale Won-Mechel, svizzero, non polca dimenticare la sua origine repubblicana e quei sentimenti, che nella sua patria, gran base di governo. Gualcì qualche poco la lettera, sospirò e disse a mezza voce:

– Forse quello che dite è vero.

Il dialogo col Won-Mechel, mi venne più volte ripetuto dal Sindaco Bruni, e perciò è da considerare come quasi testuale.

VI.

Il Sindaco andò via. Il generale Won-Mechel fece tosto chiamare a raccolta tutti i generali e i colonnelli che erano alla sua dipendenza e tenne un Gran Consiglio di guerra. Che cosa vi si deliberò non si seppe; certo è che ordine fu dato subilo ai capiservizio di apparecchiarsi alla partenza. E durante la notte seguente, tutte quelle soldatesche, alla chetichella, e quasi di soppialto.tacendo musiche, trombe e tamburi, si mossero, e parte a piedi per la via di Sarno, parte con la strada ferrata di Codola si ridussero a Capua.

In Nocera rimase un mezzo centinaio di soldati Bavaresi e qualche sott’ufficiale per raccogliere e mandar via gli ultimi bagagli.

Che cosa pensare di circa trentamila soldati che, bene armati ed agguerriti, con numerosa artiglieria, abbandonano a precipizio una posizione foltissima, quale è la Valle noccrina, donde, in quelle condizioni, avrebbero potuto opporre una seria resistenza al nemico?

Fu panico? Fu paura? Fu prudenza del generale in capo, per non spargere sangue inutilmente, quando già la rivoluzione trionfava?

Fu un poco dell’uno ed un poco dell’altro; ed i maligni aggiunsero che fu anche effetto di certi argomenti, contro i quali poco si ragiona. Si buccinò che fra i Generali subalterni corse qualche poliza del Banco di Napoli, una delle quali, la più grossa, dì cinquantamila ducali. Si disse; ma chi sa se poi sarà stato vero. Le male lingue sono tante…

Ma il più specioso e che i due dispacci esibili dal Bruni erano interamente falsi. Il primo, però, quello del Comitato Insurrezionale, venne spedito davvero al Bruni con istruzione di recitare la parte che egli recitò così bene; l’altro, quello da Castellammare, era falso e fu una bella trovata del Bruni stesso e sua iniziativa, secondato dall’ufficiale telegrafico, a lui affezionatissimo. I venticinquemila uomini da Sala Consilina potevano ridursi a metà ed anche meno; ma la flottiglia insurrezionale era invenzione bella e buona; e il Bixio che telegrafava da Castellammare, proprio quel giorno trovavasi a Piccino nella Basilicata, di dove si dirigeva verso Napoli colle bande calabresi.

Ed i Generali borbonici si lasciavano così infinocchiare? E quei due pezzi di carta misero in fuga precipitosa trentamila soldati bene agguerriti e con 40 cannoni!

Anche oggi, dopo mezzo secolo, ci si domanda: ma perchè cadde il Borbone? Cadde perchè la pera era matura, e perchè a volontà di popolo che reclama quello che nessuno gli può togliere: i propri diritti, non è forza che possa resistere; cadde, perchè quella Casa con le sue tradizioni di tirannide, s’era resa indegna di regnare su nove milioni d’uomini; ma cadde perchè  era così ben servita da quelli che ella stipendiava.

VII.

Verso le dicci antimeridiane del giovedì il fido Giovanni, morto due anni sono, venne a riferire al Sindaco Bruni che il treno con gli ultimi soldati borbonici era partito da Codola; e poco dopo giunse anche la notizia che il 2° Reggimento Dragoni, il quale chiudeva la marcia, partito pervia di terra, avea oltrepassato Sarno. Ormai del Governo borbonico niuna traccia rimaneva in Nocera, poiché anche il Commissario di Polizia, crasi allontanato col fido D. Giovanni “o feroce” ed i suoi dieci figli. Veramente, se anche fossero rimasti, nessuno avrebbe loro torto un capello, ed infatti venne rispettato il R. Giudice D. Ciriaco De Antonellis, il quale stette al suo posto. Ad onor del vero, è bene dichiarare che questi funzionali, oltre l’adempimento strettissimo del loro dovere di ufficio, non trasmodarono mai; anzi qualche volta chiusero un occhio e tal volta tutti e due. Ci fu qualche eccezione; ma……il passalo è passato; siamo indulgenti.

Partiti dunque gli ultimi borbonici, il Sindaco Bruni mandò subito D. Donato Morrà a Salerno, in compagnia di D. Vincenzo Di Francesco per avvisare il colonnello Albini, Capo dello Stato Maggiore delle Forze insurrezionali di Principato Citra, che la Piazza era libera; e dispose che la Guardia nazionale entrasse in possesso dei locali militari. Andò al Gran Quartiere, con cinquanta militi, il Capo plotone Salvatore Origlia col Capo plotone Giovanni Arcucci col Capo sezione Pasquale Fronda; ed a Montcolivcto, ove e ora il Manicomio, il Capo sezione Leonardo Bruni. Furono anche formate quattro pattuglie di militi, sotto il comando dei tenenti Basìlio Adinolfi, e Raffaele Cuomo, e dei sergenti Filippo Barbato ed Onofrio Siniscalchi, ed ebbero incarico di girare continuamente per la città e per le campagne circostanti, e mantenervi l’ordine. Durante la notte eransi apparecchiate molte bandiere tricolori, con lo stemma sabaudo, e vennero issate alla Casa del Comune ed ai principali edifìzi.

Nel pomeriggio giunsero il Generale Fabbrizi ed il Colonnello Albini e presero alloggio al palazzo Giovanardi, e verso sera i primi Garibaldini. Nel corso della notte giunse primo il battaglione del Tanagro, comandato dal Colonnello Francesco Galoppo, che aveva per Aiutante maggiore un Nocerino: Massimino Montella; e poi man mano le colonne di Crudo, Gucrdile, Currlno, Zammarelli, accolte da musiche, fiaccolate ed evviva a non finire.

VIII.

Fu una giornata splendida il 7 settembre 1860, e la ho presente come oggi. Il ciclo che nel pomeriggio del 6, e nella notte seguente, era stato nuvoloso ed avea minacciato un acquazzone, s’era rimesso al sereno, facendo sfoggio del più bell’azzurro: festeggiava anch’esso l’Eroe.

La stazione della strada ferrala era imbandierata, e qua e la nel piazzale interno, l’Amministrazione Bayard, ed il Comune avevano fallo piantare alte travi, coperte di mortella con grandi pennoni tricolori; di traverso sui binari, ad una certa altezza, una lunga tela su cui era scritto a grandi lettere: VIVA L’EROE DEI DUE MONDI. Il treno che portava Garibaldi, preceduto dalla macchina staffetta, dovea passare verso le 10 a. m. ma già un’ora prima una calca immensa si addensava alla Stazione. Vi era il battaglione della Guardia nazionale, vi erano quantità di uffiziali garibaldini, giunti nella notte; il generale Fabbrizi; le rappresentanze dei Comuni di Pagani, con Luigi Tramontano; di Sarno, con i fratelli Pietro e Cesare Abigncnlc; di Noccra Supcriore, con Vincenzo Pccoraro. Era numerosa la rappresentanza civile di Nocera Inferiore con Nicola Bruni, sindaco, e con i Decurioni: Giovanni Giannelli, Vincenzo Bruni, Vincenzo Di Francesco, Tommaso Sasso del Verme, Alfonso Della Corte, Giuseppe Canfora, Giovanni Battista Cicalcse, Giuseppe Ramaschicllo, Giuseppe Cangiano, Donato Morrà, Alfonso Goffi, Rinaldo Sommatico, Angelo Sellini, Salvatore Origlia, Emanuclc Spadclta, Giovanni Arcucci, Raffaele D’Alessandro, Antonio Malinconico, Andrca Contaldo, Mariano Bcncivcnghì, Giuseppe Coccia, Carminc Battipaglia, Anicllo Bcnevcnto; il segretario del Dccurionato: Tommaso De Maio, il Cancelliere del Comune: Giambattista Origlia.

Dei decurioni: Alessio Giannelli, Andrca Cardamone, Giuseppe Milano, Giuseppe Allegrando, Giuseppe Giovanardi, Costantino Travaglini e Filippo Barbato, si tennero con prudenza in disparte, e d’intende il perché. Passato però qualche mese, alcuni di costoro, assicuratisi della direzione del vento, si fecero vivi e divennero, si sa, liberali.

Era per giungere il treno con Garibaldi, quando il Sindaco osservò che, cinquanta e più Bavaresi, i quali stavano caricando i bagagli, erano armati e potevano, chi sa… non tutti i pazzi sono al Manicomio, e poteano divenire pericolosi. Ed allora si fece intendere a quei malcapitati, che non poteano restare lì, ed essi risposero, che erano pronti a fare quel che si voleva. Furono allora fatti entrare nel Deposito

vagoni, ove ora è il Deposito della Piccola Velocità e chiusi a chiave. Giunse poco dopo il treno con Garibaldi. Si componeva di 4 vetture, oltre il vagone bagagli, e si fermò al binario di mezzo, e propriamente dove una volta era la pompa. L’entusiasmo non si descrive, era delirio; grida di evviva, sparo di mortaretti, musiche, battimani. Garibaldi si affacciò allo sportello, disse poche parole e strinse la mano al Sindaco di Nocera, a quelli di Pagani e Sarno e a qualche Decurione; stava fra padre Pantaleo a sinistra, ed il Generale Thur a destra, attorno gli erano i suoi più fidi; alcuni perfino sul ciclo del vagone. Dopo 10 minuti il treno partì.

Le grida entusiastiche, il suono delle bande musicali, lo sparo dei mortaretti non erano cessati mai.

La folla s’era in parte diradata; il Sindacato stava per andare anch’egli, quando e chiamato dal sergente della Guardia Nazionale: Francesco Pironti.

Signor Sindaco, i Bavaresi sono ancora rinchiusi che cosa dobbiamo farne?

— Ah!… si… è vero. Povera gente! Metteteli subito in libertà. Aspettate… Fate portare un barile di vino, del salame, e qualche altra cosa. Fateli ristorare… L’ordine venne subito eseguito. I Bavaresi, invitati, fecero onore alla colazione offerta con molto garbo; anzi l’entusiasmo fu tale che il Sindaco stimò necessario far comprare un altro barile di vino, che fu presto asciugato.

I benefici effetti di quella… largizione si videro presto. I Bavaresi, mezzo brilli, gridavano anche essi : -Fife Garipaldi, Fife Italia-.

Il 13 dettembre seguente, il Decurionato, su proposta del Sindaco deliberò di «aderire come aderisce alia Dittatura del generale Garibaldi per conseguire, mercé la quale, l’intera Unità Italiana ed Indipendenza sotto lo scettro del Magnanimo Re Vittorio Emanuele».

Questa proposta, fu accettata all’unanimità dei presenti, poiché mancarono all’appello due soli dei Decurioni: Alessio Giannelli ed Andrea Cardamone.

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