Alta Terra di Lavoro

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BRIGANTI E BRIGANTESSE SUL GARGANO (1861-1865)

Posted by on Ott 24, 2017

BRIGANTI E BRIGANTESSE SUL GARGANO (1861-1865)

Le polemiche sul brigantaggio sono tante. Ma che dire della partecipazione delle donne? Ricordiamo alcuni nomi: Nardella, Recchiemuzze, Patetta, Palumbo, Marianna Semeraro, Giovanna Biscotti, Lucia Taronna, Donna Carmela, Angela Greco, Rosa Martinelli, Leonida Azzarone, Mattia Prencipe, Anna Di Bari, Leonarda Armillotta, Filomena Pennacchio, Giovanna Di Maggio, Anna Maria Berardi, Anna Maria Guerrieri, Mafrolla, Medina e Vescera. A Volte le donne erano drude dei briganti, tal’altra anche brigantesse. Spesso erano seviziate (quando vengono catturate dai soldati piemontesi), rapate a zero, e persino i peli delle parti pudende venivano tagliati. Dopo, legate agli alberi, erano esposte al pubblico. A Trepuzzi, dodici braccianti donne furono violentate davanti alla madre e poi esposte. Angela Greco fu violentata davanti al marito. 

Brigantaggio a Vieste

La legge Pica diede i suoi effetti e quando arrivò a Vico del Gargano il generale Pinelli con numerosi soldati, gli arresti furono a centinaia, parecchi fucilati, e furono scovati ed uccisi a tradimento i due briganti vichesi Vincenzo Scirpoli e Piero Iacovangelo, che aveva ucciso un soldato dietro una macchia. E’ memoria che il cadavere di quest’ultimo, portato in Vico, fu appeso ad una grosso albero nel largo

San Domenico, obbligandosi la madre di lui a sedersi ed a mangiare sotto quell’albero da cui pendeva il figlio.

La Civiltà cattolica

1863 il sig. Keller ritrasse al vivo le condizioni in cui fu gettata l’Italia, caduta sotto il giogo della rivoluzione; […] E dopo avvenne questo fatto, che affermo senza timore d’essere smentito, ed è che il numero sempre crescente dei prigionieri politici e delle vittime sorpassò d’assai il numero degli elettori. Lascio da parte gli esigliati ed i morti combattendo.  Più di 20.000 Siciliani furono gettati in carcere, condannati alla galera, alla prigionia, o confinati nelle isole. Riguardo alle stragi, la commissione del brigantaggio ha verificato, che per 4, o 500 miseri briganti, cui si dà la caccia, ne furono fucilali 7000. Chiedo che i piemontesi ritirino i loro 90.000 soldati, e che lascino le popolazioni esprimere liberamente il loro pensiero. Riguardo ai modi di questa sovranità militare, lascerò parlare gli stessi militari. Il gen. della Rocca afferma che di molti prigionieri non si conoscono i motivi del loro arresto; che molti invece furono vittime dei briganti medesimi. In qual modo sono trattati i prigionieri? Udite un testimonio: «Non vidi mai nulla di simile! In una sola carcere ho visto 1300 prigionieri seminudi, rosi dai vermini, decimati dalla fame prima e poscia dal tifo!» Il testimonio aggiunge: «Appartengo al partito dell’unità italiana; ma non posso ammettere che nel 1863, sotto l’eroe Vittorio Emmanuele, accadano tali cose nella libera Italia.» È facile argomentare da questi fatti lo stato presente del paese.

 

Cronaca della guerra d’Italia 1861-1862

NAPOLITANI, Mirate i campi saccheggiati, le città distrutte, i vostri fratelli scannati. Soffrirete ancor pazientemente tante stragi e rovine? Patirete voi più lungo tempo lo scherno e l’insulto? Dimenticate forse che nelle vostre vene scorre il sangue più generoso d’Italia? All’armi dunque all’armi! Si scuota il gioco del Piemonte che ci opprime e si rivendichi la nostra indipendenza. Fra oppressi ed oppressori non può esser dubbia la sorte, la nostra causa è giusta e santa, è causa di Dio, nè permetterà egli più a lungo il trionfo della tirannide piemontese.

CALABRESI, La vostra patria è oppressa dallo straniero. Il vostro magnanimo Re, figlio della Santa, la sua giovine ed eroica Consorte, e tutta la stirpe di Carlo III, di quel Re, che vi riscattò dal servaggio straniero, richiamando a vita la vetusta Monarchia delle Due Sicilie, tutti gI’intrepidi Principi di Gaeta gemono nella terra dell’esilio deplorando lo strazio che di voi fa lo straniero. Insorgete dunque fieri e generosi figli delle Calabrie. Tutto può il vostro coraggio contro coloro che hanno manomesso la patria, conculcata la Religione, violate le vostre donne, saccheggiate le vostre proprietà, e che col ferrro e col fuoco vorrebbero consolidare la loro abborrita dominazione. All’armi Calabresi!

La protesta di Michelangelo Cammineci – Colpo d’occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie

Cresce intanto la smania di arrestare con veemenza, definita dalla stampa di ogni colore la legge del terrore nelle provincie di Napoli. – Il Calabrese, giornale di Cosenza dei 23 ottobre, riferisce: «ne’ giorni scorsi abbiamo veduto condurre in queste centrali moltissime famiglie, e corrispondenti di briganti, buon per essi che Fumel non li abbia tutti fucilati!».

In varii luoghi si son veduti sagrificii umani di trenta a quaranta prigionieri, e pare che la soldatesca, e le salariate guardie mobilizzate abbiano versato sangue, pel solo piacere di vederne scorrere e bruciate case, raccolte di cereali, provvisioni, industrie armentizie, ed ogni avere degli abitanti pel solo diletto di ammiserirli.

La raccolta delle circolari, e de’ bandi di costoro, uniti a quelli de’ Pinelli, de’ Galateri, de’ Virgilii, e de’ Gialdini, formerà ne’ tempi avvenire «il Codice delle leggi del terrore nelle due Sicilie sotto il dominio piemontese», – ed allora sarà altresì difficilmente creduto, che non ostante codesti editti sanguinarii, vi sia stata la voce di un deputato napoletano, nel parlamento di Torino, che cosi abbia gridato…. «La legalità ci uccide! Io voglio un assoluto governo militare; io voglio misure eccezionali, acciò si reprima, quel brigantaggio, che da 18 mesi non si è potuto ancora domare» (tornata de’ 9 aprile 1862, mozione del deputato Petruccelli-Gattina).

Si mena tanto rumore de’ Drusi, che assassinarono i Maroniti; e voi, o liberali, da’ sentimenti si pieni di umanità, non avete una parola pe’ generosi abitanti del regno dì Napoli trucidati dal ferro dei carnefici piemontesi! Tante città messe a ferro e fuoco; tutti i prigionieri barbaramente uccisi; in Napoli e nel regno 25 mila persone rinchiuse nelle prigioni senza condanna e senza forma veruna di processo; la libertà individuale surrogata dal governo del ferro, la libertà civile dalla dittatura….. chiamasi questo, o miei signori, uno stato di cose che meriti la nostra approvazione?» Un più grave giudizio di censura politica si esprime su lo stesso proposito nel senato belga nella tornata de’ 2 maggio: vari senatori parlano contro il riconoscimento del nuovo regno d’Italia; ma il discorso più meritevole di attenzione è quello del senatore conte di Robìano: – «Le annessioni (egli dice) sono fatte in Italia per la corruzione degli uni, e la vigliaccheria degli altri. Garibaldi entrò in Napoli: era egli con napoletani? Niente affatto: egli entrò a Napoli con individui appartenenti a tutte le nazioni, e che io mi asterrò dal qualificare. Che fece allora il re di Napoli? Volendo risparmiare gravi disastri alla sua capitale, si ritirò in Gaeta, d’onde combatté i garibaldini, e gl’inglesi, che andavano a fare il colpo dì fucile con armi perfezionate, e ritornavano quindi a pranzare, vantandosi del numero de’ napoletani che avevano ucciso. – I napolitani si sono forse rivoltati contro il loro re? Niente affatto. Essi invece hanno dato di loro re un appoggio cosi efficace che fu per un momento sul punto di riportare la vittoria, poiché i garibaldini, senza il soccorso de’ piemontesi erano battuti» – E qui l’oratore afferma che il plebiscito, o suffragio universale, non si effettuò, che in un modo illusorio, avendo avuto luogo alla presenza di soldati, che con la spada impugnata minacciavano coloro che avessero votato pel no ed applaudivano a quelli che avessero votato pel sì. – Indi soggiunge: – Gl’insorti napoletani sono chiamati briganti: ma dopo il 1830 ancor noi eravamo briganti: l’onorevole ministro degli affari esteri era un brigante: quelli che combattevano nella Vandea contro la Convenzione del terrore erano pure briganti. Voi vedete che i briganti di Napoli si trovano in assai buona compagnia. – Veramente i filantropi inglesi trovavano al tempo de’ Borboni, che i prigionieri politici non erano ben trattati: essi s’informavano de’ minimi particolari, andavano finanche a gustare la loro minestra per vedere, se fosse ben condita. – Oggidì non si tratta più di tutte queste prevenzioni; si fucilano le persone, ed a quel che pare almeno, si fa bene, perché i morti non alzano più alcun reclamo; né per essi si alza reclamo da altri; si fucilano partigiani, e sedicenti partigiani, quelli che danno loro da mangiare quelli che sono sospetti di darne loro, donne, vecchi, fanciulli, e dopo ciò s’incendiano i paesi. – Vorrei sapere se i miei avversarii in questa camera approvino codesti atti; per me io li trovo tutt’al più degni degl’irochesi e de’ cannibali …

fonte

sud indipendente

 

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